Quando si va a vivere in un altro paese a volte non è possibile scegliere dove andare a finire, altre volte sì.

A volte si può decidere di cominciare una nuova vita in una data città, altre volte ci viene imposta; dipende dal motivo che ci porta lì ovviamente.
Nel mio caso, fortunatamente, ho potuto scegliere la città in cui stabilirmi e tantissime persone, sia italiane che giapponesi che straniere, mi hanno chiesto perché mi sono stabilita a Yokohama e non a Tōkyo, perché nel 2016 ho cercato lavoro a Yokohama o nella regione del Kanagawa invece che nella capitale.

Perché quando sono a Tōkyo non mi sento bene.
Non fraintendetemi, è una città unica nel suo genere: non è la magia di Parigi, la dinamicità di Berlino, la vivacità di New York, né l’antichità di Roma; Tōkyo è un enorme parco giochi a cielo aperto. Se cercate qualcosa, ci sarà (ad esclusione dei biscotti Mulino Bianco), se volete fare qualcosa, lì potrete farla. Sembra non ci siano limiti in quella città: cose da comprare, cose da mangiare, cose da studiare, cose da vedere, modi per divertirsi, serate a cui andare, feste a cui partecipare, negozi, ristoranti, cinema, musei, locali. Ce n’è per tutti i gusti, anche quelli più di nicchia.
Ho vissuto a Tōkyo un mese nel 2010 e a quell’epoca ero una turista, Tōkyo per me era come sopra. Oggi invece, meno ci metto piede, più sono felice. Che cosa è cambiato? Perché ora non è più come allora?

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Mi è stato difficile capirlo inizialmente, poi un’esperienza particolare mi ha illuminato su come Tōkyo si faccia percepire da molti che, invece di visitarla, si trovano a viverla ogni giorno.

A Maggio 2016 ho fatto un tirocinio a Daikanyama, nel quartiere di Shibuya. Ogni mattina prendevo il treno, schiacciata come gli oggetti che mettete in una valigia che non si chiude, al ritorno da un lungo viaggio; e mi è capitato di andare alla sede di alcuni clienti e girare la città, ho mangiato fuori, sono tornata tardi la sera… non solo non voglio lavorare a Tōkyo, ma nemmeno ci abiterei.
Il viaggio, la calca, le donne, gli uomini, i bambini, le strade, i passaggi, i ponti, i tunnel, le luci, i colori, i rumori, gli odori, gli annunci, le porte scorrevoli, le scale, i cibi, i negozi, le scelte, le possibilità. E’ tutto troppo. Troppo colorato, troppo pieno, troppo rumoroso.
Ogni volta che vado a Tōkyo ho l’impressione di essere una goccia in un gigantesco oceano. Non sono niente, non valgo nulla. Quando vado è perché ho una cosa da fare lì. Allora mi dico “Segui la strada, evita la folla, cammina, fai e torna”.
Ho paura di perdermi perché la mia voce si perde nel caos, la mia giacca viola si perde nel rosso, nel giallo e nel blu di mille insegne e mille persone, perché io sono solo una faccia nei milioni di facce intorno. E ogni volta che vado mi sento come se mi chiudessi a riccio, tenendo la mia essenza in una bolla e tirandone fuori quando serve, appena appena, se proprio è necessario, altrimenti rimango nel mio anonimato, per non perdere me stessa, per non affogare nelle troppe individualità che mi circondano o per non sciogliermi in quell’unica individualità chiamata “folla”.

Non posso vivere così ogni giorno, fosse solo per le ore di lavoro. Posso sopportarlo se devo incontrare degli amici a Tōkyo, e costruire una piccola bolla in cui ci siamo solo noi, ma non potrei mai farlo tutti i giorni come una solitaria quotidianità.
Ognuno di noi è diverso e percepisce il mondo in modo differente, sicuramente ci sono tanti stranieri e anche tanti giapponesi che in quell’agglomerato ci stanno benissimo e piace loro molto. Io non sono una di quelle.
Detto questo, va aggiunto che, ad onor del vero, non tutta Tōkyo è come Shibuya, Shinjuku o Ikebukuro: proprio perché è un’area vasta ci sono anche zone molto più tranquille e vivibili. Ma io non vorrei vivere nemmeno lì e in questo caso la colpa è di Yokohama, la città che ho scelto per ragioni calcolate all’inizio e quella che scelgo ora per ragioni soprattutto emotive.

Yokohama è la seconda città più grande del Giappone, anche se forse non la seconda più famosa, ma la sensazione è completamente diversa dalla prima della lista.
Ho vissuto a Milano tutta la mia vita e sono abituata a conoscere due o tre diversi tragitti per arrivare in uno stesso punto della città o sapere dove si trova il dato negozio per comprare una data cosa. Sono abituata a conoscere il territorio e a sapermici muovere. Data la vastità delle città giapponesi (e l’assurda rapidità con cui nuovi edifici sostituiscono i vecchi o un negozio apre al posto di altro) non potevo certo pretendere di conoscere Yokohama così come Milano, una città che puoi attraversare da un capo all’altro in 50 minuti di tram; ma ho fatto del mio meglio per conoscere almeno i punti principali e per provare a cominciare a capire la sua anima.
Yokohama va idealmente divisa in tre: minato mirai e la parte moderna della costa, la parte interna appena di fianco alla costa e poi tutto il resto.
Minato mirai ha grandi palazzi, ma niente che sia proprio un grattacielo a parte la Landmark Tower. Il resto sono edifici o hotel più larghi che alti, inframezzati da strade o spazi pedonali di ampio respiro, con alberi, fontane e piazzette o più semplicemente mare. Questo è un porto e il tema del mare è predominante così come l’utilizzo del blu in ogni sua variante cromatica, ma non ci sono mandrie di gabbiani né tanta puzza di porto, segno che è pulita (nei limiti della pulizia di una grande e frequentata città). Una buona parte del lungo mare è passeggiabile e il resto lo sarà, rimanendo lontani dalle macchine e camminando tra il mare da una parte e un parco verde dall’altra.

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La parte della vecchia Yokohama la conoscono bene tutti quelli che sono nati e vissuti qui.

Sono i quartieri più storici, quelli intorno ai quali pian piano si è allargata la città nel corso degli anni dopo che gli americani hanno costretto il Giappone ad uscire dalla sua chiusura e riprendere i commerci con l’estero. Sono tutti edifici bassini, casupole più vecchie mischiate a nuovi condomini, con parchi e tempi sparpagliati su e giù per le colline.

C’è Noge, un quartiere storico famoso per la sua concentrazione di bar, locali di vario genere, ristorantini di svariati tipi di cucina, snack bar, vinerie; c’è Chukagai, il vecchio quartiere cinese (la più grande china town dell’Asia, escludendo la stessa Cina, chiaro); c’è il vecchio quartiere di Yamate, che anni fa ospitava le ambasciate straniere e che ancora conserva gli edifici di allora, trasformati in piccoli musei, e che ha l’impronta forestiera tutta addosso, anche ora che è soprattutto un quartiere di lusso e solo stranieri e giapponesi molto ricchi possono permettersi una casa lì.

Questi sono solo alcuni. Il resto copre ovviamente svariate decine di chilometri e sono tanti quartieri per lo più di abitazioni, negozi, parchi e templi, qualche grande magazzino vicino alle stazioni e qualche centro sportivo. Il più dei grandi affari si trova nelle due parti di cui sopra.
In questa città la gente è sicuramente tanta, ma finché non è schiacciata tra grandi palazzi e piccole strade, la sensazione è del tutto diversa.

Yokohama ha molti spazi aperti, pochi grandi palazzi e ciò che la rende colpevole di non farmi desiderare nemmeno un quartiere di Tōkyo tra i più tranquilli è il mare.Prima di venire qui non avevo mai vissuto in una città di mare.

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Il vento del mare è un compagno capriccioso, che ti dà sollievo nel bollore estivo giapponese, ma ti pugnala di freddo nel secco inverno di questo paese.

Svolti un angolo e porta quell’odore di mare e sale che ti ricorda le ore che hai passato a divertirti in spiaggia: per me è l’odore dell’estate, delle vacanze in famiglia, un odore che mi rilassa. Il mare cambia il clima di questa città: quando Tōkyo è calda, Yokohama ha 2 o 3 gradi in meno, e quando Tōkyo è fredda, Yokohama può avere 2 o 3 grandi in più. Dalle sirene delle navi è possibile prevedere il tempo nell’immediato futuro: se il suono è chiaro e alto, sarà bel tempo, se invece è basso e lo senti pieno, magari rimbomba anche un paio di volte, è perché ci sono nuvole basse e ci sarà brutto tempo.
Quando sono di cattivo umore o sono abbattuta, in venti minuti a piedi posso arrivare al mare (se ho tempo, prendo un treno e vado ad una spiaggia meno cittadina però). Posso sedermi su una panchina, sul prato o su delle gradinate e ascoltare la risacca, guardare le onde. Il più delle volte mi tranquillizza, soprattutto perché il mare è questa grossa massa d’acqua incontrollabile, oscura e profonda, che un po’ mi spaventa e mi fa sentire piccola. E quando mi sento piccola davanti alla maestosità dell’oceano, tutto si ridimensiona: quel che mi faceva arrabbiare o quel che mi aveva rattristato acquista un peso diverso. Ciò che pareva insormontabile o orribile, lo percepisco magari doloroso, ma non impossibile da affrontare. Ancora una volta ho l’impressione di essere una goccia, ma questa è un’impressione positiva perchè piuttosto che trovarmi in un grande oceano unico, mi sento in un oceano composto di tante gocce come me. Ritrovo la forza nel sicuro continuare delle onde: incontrollabile, ma certo, ritmico, inarrestabile; e nella consapevolezza di vivere in un mondo vasto con situazioni ben peggiori delle mie, molto più difficili da superare, e quindi realizzo che non c’è nulla di insormontabile. Posso ben andare incontro ai problemi della mia piccola vita.

E ho scoperto che per una donna che vive sola in un paese straniero, lontanissima da casa, dalla famiglia e dagli amici di una vita, e che cerca di ricostruire lì un’esistenza da zero, trovare una fonte rinvigorente per la sua forza interiore è veramente una salvezza.

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