Scrivere il curriculum a 20 anni non è impresa semplice. Non hai esperienze, non sai come riempire le pagine bianche. Pensi a chi ha già anni di lavoro alle spalle, “sicuramente non avrà di questi problemi” – ti dici.

Chi ha già anni di lavoro alle spalle, nel frattempo, pensa che non sta messo per niente bene.

In un mondo come quello di oggi, che cambia in continuazione e che richiede competenze sempre maggiori, posizionarsi per una persona degli –anta è più complesso di quanto sembra.

In un mondo come quello di oggi, che definisce le persone in generazioni Millennials, X, Z, e dove le aziende si sfidano a colpi di ‘personale giovane con idee giovani’, un –anta non è un esperto: è un vecchio.

Non sono poi infrequenti i casi di –anta che decidono di cercare lavoro all’estero, per una nuova vita, per il futuro dei figli, o perché licenziati a favore di chi costa meno.

Con l’articolo di life coaching del mese, in 8 passaggi facciamo il punto su tutto questo e cerchiamo di capire cosa può fare un –anta per muoversi oggi con quanta più disinvoltura possibile.

 

Punto 1: l’autoanalisi

L’autoanalisi è un processo fondamentale in cui immergersi, se ci ritroviamo a dover cambiare percorso durante gli –anta. Richiede riflessione e capacità di valutazione obiettiva di quanto fatto fino ad ora e di quali siano le possibilità per il futuro. Si tratta di sederci al centro di una stanza, nel piatto doccia, per terra a gambe incrociate, sdraiarci, metterci a un tavolo, in un bosco, in riva al mare, e di pensare a noi stessi. Cosa ho fatto fino a questo momento? Facciamo il punto. Quali sono i motivi per cui devo cambiare e come posso far diventare questa mia condizione un’opportunità? Su quali doti, capacità e conoscenze posso fare leva?

uomo-medita-tramonto

Essere negli –anta significa aver sicuramente acquisito consapevolezze che fino a qualche anno fa non potevamo avere per forza di cose. Significa (o dovrebbe significare) aver imparato a conoscerci un po’ meglio, a conoscere i nostri limiti e i nostri punti di forza. Tutti abbiamo punti di forza: è da questi che dobbiamo partire se vogliamo risollevarci e guardare avanti.

Anche riconoscere i nostri fallimenti è importante, per darci l’opportunità di scegliere una nuova strada che sia finalmente sgombra da punti oscuri e menzogne date a noi stessi.

Visualizziamo cosa sappiamo fare. Facciamo un elenco dei nostri plus, dei mestieri in cui rendiamo meglio e di ciò che vorremmo approcciare.

 

Punto 2: Contenuti del curriculum

Ci sono buone probabilità che un –anta sia capace di riempire almeno tre pagine di curriculum solo con le esperienze lavorative. E questo non va mai bene. Chi si trova dall’altra parte del tavolo e riceve la nostra mail, infatti, non può soffermarsi a leggere un cv che ruba tempo. La prima regola di un buon curriculum resta, dunque, mantenere tutto su una pagina, due al massimo. D’altra parte, un –anta alla sua età avrà anche acquisito il dono della sintesi e una buona presentazione di se stessi si vede anche dal riassunto.

Se proprio abbiamo bisogno estremo di mostrare tutto, si può arrivare a tre facciate, ma la giustificazione deve essere inattaccabile. Qualora ci servisse più spazio (ad esempio: sono uno scrittore, ho pubblicato 50 libri e li voglio elencare tutti), pensiamo a un metodo alternativo per mostrare le nostre competenze.

lavagna-gesso-riassunto

Pensiamo comunque a un metodo alternativo. Ovvero: non riduciamo tutto su carta, ma sfruttiamo il web. Via libera a profili LinkedIn, siti internet, presentazioni online: la rete è piena di posti (virtuali) da usare a nostro vantaggio.

Ecco un’altra nota dolente di un –anta: internet. Non tutti infatti sanno muoversi con disinvoltura nel www. Facciamo un corso rapido da figli, parenti e vicini di casa tecnologizzati. Il web è conoscenza data per scontata e oggi non vale più aggiungere sul curriculum ‘uso della posta elettronica e di Internet Explorer’.

 

Punto 3: Gli annunci di lavoro

Gli annunci sono una piccola e diabolica trappola che rende inaccessibili centinaia di posti di lavoro per i quali saremmo potenzialmente qualificati. Quest’ultima caratteristica è proprio quella che non ci rende adatti a rispondere. Se un’azienda vuole una persona con esperienza, stiamo certi che l’annuncio parlerà chiaro. Cosa fare, allora?

Intanto vediamo cosa non fare. Non perdiamo tempo a rispondere ad annunci che chiedono esperienza fino a 5 anni, se la nostra è a 20. Non ci chiameranno, per due motivi: stipendio ed età. Una persona degli –anta va pagata per ciò che sa e per i benefici che può apportare all’azienda. E difficilmente un trentenne prenderebbe come sottoposto un –anta.

Rispondiamo, invece, agli annunci che sono davvero in linea con l’elenco che di noi avremo stilato alla fine del punto 1. Ricordiamo di adattare il nostro curriculum alla posizione per la quale ci stiamo candidando, scriviamo una bella lettera di presentazione che racconti all’azienda cosa possiamo fare per loro e quali benefici loro possono trarre da noi. Usiamo tutto ciò che abbiamo imparato grazie agli anni di vita vissuta!

Ben vengano anche le candidature spontanee ad aziende con le quali ci piacerebbe collaborare. Può succedere infatti che ci siano posizioni aperte non pubblicizzate, o che addirittura il nostro profilo sia così interessante da suscitare interesse. E da cosa nasce cosa.

 

Punto 4: Il recruiter bambino

Un –anta è sinceramente perplesso quando a valutarlo si trova davanti uno che, dalla sua prospettiva, ha appena finito di prendere latte e biscotti. Più si va avanti negli anni, d’altronde, più è facile imbattersi in recruiters tanto più giovani di noi. Il dubbio più ricorrente è che il nostro scrutatore non abbia le competenze sufficienti per valutare correttamente un candidato, il sentimento più diffuso è una velata rabbia nel doversi spiegare a qualcuno che potrebbe essere nostro figlio, il finale più ovvio è un senso di malcelata frustrazione. La quale, però, rischia solo di danneggiare noi stessi.

Per tenerla a bada, cerchiamo di ricordare che chi abbiamo davanti è un recruiter di professione, che ha studiato per fare quello che sta facendo, e mostriamoci entusiasti come se noi avessimo 20 anni e lui –anta: il nostro obiettivo non deve cambiare, e il nostro obiettivo è vendere noi stessi.

 

Punto 5: Il formato europeo

In una riga: è brutto, non funzionale e non leggibile. Trasla un curriculum da due pagine a diecimila, consuma inchiostro e rovina foreste. Fuori Italia, è inutilizzato. Adottate questo formato solo se espressamente richiesto nell’annuncio che avete selezionato. In alternativa, potete impaginare il vostro curriculum in maniera impeccabile pure se mancate di inventiva e spirito grafico: scegliete un layout tra i tanti modelli di Word.

 

Punto 6: X e Y non sono robe alla Mendel

Quando gli –anta andavano a scuola, X e Y erano il risultato di studi scientifici. X definiva le femmine, Y i maschietti. C’era un tale, di nome Gregor Mendel, che aveva fatto un esperimento con i piselli e aveva dimostrato qualcosa sulle generazioni e scritto leggi sulla genetica.

Quando gli –anta cominciavano a lavorare, il boom della pubblicità e gli studi di marketing causavano un’analisi del target secondo età, sesso, lavori, studi e altri parametri semplici che gli addetti ai lavori imparavano a memoria come Bibbia.

Poi, gli –anta si sono ritrovati negli anni del futuro. Ecco un altro punto nodale: il continuo confronto tra il ‘prima’, la parte analogica, e il ‘dopo’, la parte digitale. Questo punto 6 vuole essere un chiarimento a beneficio dell’–anta sui parametri odierni di valutazione dell’individuo. In breve:

. i nati tra il 1946 e il 1965 sono i Baby Boomers

. i nati dal 1966 al 1976 sono gli X

. i nati dal 1977 al 1994 sono gli Y, o Millennials

. i nati dal 1995 in poi sono la Z

Come cambiano le prospettive, eh?

 

Punto 7: L’–anta digitale

Millennials, Baby Boomers, recruiters giovani, cv online: tutto concorre a spiazzare l’–anta, che si sente sempre più tagliato fuori. Dobbiamo imparare cose nuove, aggiornarci e convincere un’azienda a puntare su di noi. Non possiamo farci cogliere impreparati. Attenzione, però: studiare è utile ma non è sufficiente, se poi caschiamo sui social media.

social-media-famosi

Ad un normale –anta non si richiede necessariamente di conoscere il funzionamento di Facebook, Instagram, Twitter, Snapchat o Tumblr, a meno che essi non siano strumenti di lavoro, ma è utile sapere che i social media sono luogo bazzicato da chiunque, quindi anche da recruiters e futuri capi, e ciò che scriviamo o pubblichiamo online è facilmente rintracciabile. Quando qualcuno riceve il nostro curriculum, una delle prime cose che fa è cercarci sui socials: i risultati restituiti avranno peso nella decisione di chiamarci o meno per un colloquio.

 

Punto 8: Guardare all’estero

E arriviamo al caso in cui l’–anta si guarda intorno e decide di puntare all’estero – oppure si trova già all’estero ed è in fase di ricerca lavoro. I consigli in questi casi sono pochi e sono semplici.

Studiamo la lingua del posto ed evitiamo di vantare conoscenze di alto livello, facendoci tradurre il curriculum da qualcuno. Cosa diremo, se ci chiameranno? Se pensiamo di cavarcela imparando il contenuto a memoria, ricordiamoci che con buona probabilità l’appuntamento per il colloquio avverrà per telefono: e il telefono è il peggiore incubo di chi parla in lingua straniera.

Non mentiamo sul nostro cv. Sembra un’osservazione banale, eppure molte persone rivendono competenze e conoscenze che non esistono, basandosi sul principio che ‘tanto sono all’estero nessuno controlla i miei precedenti’. Il nostro cervello controlla i nostri precedenti, invece, altroché: se non siamo ciò che vendiamo, saremo comunque destinati a fallire miseramente.

Studiamo il mercato del posto. Facciamo ricerche approfondite sui settori che funzionano di più, su cosa potremmo fare noi per quella nazione, sul perché un’azienda dovrebbe scegliere uno straniero. Verifichiamo se c’è bisogno di condizioni particolari, permessi speciali o visti per lavorare in una data nazione.

Valorizziamo i nostri talenti al massimo e scopriamo quali di questi potrebbero risultare vincenti nella nazione che abbiamo scelto. Non dimentichiamo di cercare informazioni su come gli italiani vengono considerati in un certo posto: l’integrazione è parte del cambiamento.

Evitiamo di fare l’errore grossolano di non informarci adeguatamente. Facciamo le cose con metodo. Siamo gli –anta, abbiamo gli strumenti per valutare.

Cogliamo l’occasione dell’estero come un momento di rinascita. Trovare lavoro quando si è –anta può essere un percorso in estrema salita, cerchiamo di renderlo almeno piacevole studiando il nuovo ambiente.

 

Concludendo

strada-fatica-sdraiarsi

Un percorso di rinascita costa fatica mentale e duro lavoro. A volte possiamo scegliere di farlo, a volte siamo obbligati dalle circostanze. Cerchiamo di trarre il buono da ogni condizione, qualunque essa sia: è l’unica via per rendere la strada meno accidentata.

Se ne abbiamo la possibilità, se non vogliamo fare tutto da soli o se non sappiamo da dove cominciare o come continuare, facciamoci supportare da specialisti e professionisti del cambiamento e dell’immagine: potremmo scoprire punti di vista e aspetti che ci riguardano che non avevamo preso in considerazione e che potrebbero cambiare le carte a nostra disposizione.

Cerchiamo di abolire la parola ‘giudizio’, verso noi stessi e verso gli altri: smettiamo di emettere giudizi, iniziamo a formulare opinioni. C’è una differenza abissale tra i due termini e, mentre il primo non ci dà scampo, il secondo ci mette in condizione di modificare ciò che vogliamo cambiare e ci consente di essere meno intransigenti con noi stessi.

Durante la fase di organizzazione mentale, restiamo in un luogo isolato, senza dettagli che ci possano distrarre come il cellulare, il computer, i figli che chiamano. C’è bisogno di concentrazione e di tempo, per ritrovarci.

Valutiamo l’ipotesi di insegnare. È questa una via di salvezza, altruismo e – perché no – remunerazione.

Non smettiamo mai di essere curiosi. Un –anta ha molto da dare, ma per fortuna ha ancora tanto da imparare.

 

 

 

supporto
1 commento
  1. Sonia
    Sonia dice:

    Bello l’articolo. Da circa un anno, pur avendo un lavoro, ho deciso di cercarne un altro. Una volta, inviavo il cv, 3 o 4 colloquio e riuscivo a trovare lavoro. Ad oggi non è più così. Ho dovuto riscrivere tutto, cv, lettera di presentazione. Ed ho dovuto ricercare i siti di ricerca di lavoro più utilizzati nel paese dove vivo. Insomma trovare un nuovo lavoro è diventato un secondo lavoro. 🙂

    Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi con chi vuoi