Seychelles, una notte nella sanità locale

Questo scritto risale a diversi anni fa.

L’ho trovato tra vecchi  file nel mio laptop.

Racconta una storia vera, vissuta in prima persona.

Ero ancora nella fase in cui mi guardavo in giro e sentivo impellente il bisogno di raccontare quello che vedevo. Un fiume di osservazioni e di impressioni  che sgorgava da un occhio attento e curioso verso una realtà  diversa rispetto a quella che  avevo vissuto fino a poco tempo prima. E’ lo sguardo di chi, novellino all’espatrio, sbarca in un paese nuovo. 

Da allora, alcune cose sono cambiate.

L’apparato legislativo ha inquadrato il settore sanitario con norme piu’ precise.

Le ambulanze, adesso, sono degne di questo nome; gli ospedali hanno alzato i propri standard e, nei centri abitati, e’ possibile trovare delle “farmacie” dove acquistare medicinali  e prodotti da parafarmacia. All’epoca di questo scritto non ve n’erano e qualsiasi pastiglia o pomata poteva essere reperita solo recandosi dal medico.

Insomma, le raffiche del progresso hanno colpito le isole negli ultimi 10 anni. 


Seychelles, novembre  2007

Forse non dovrei dirlo ma la sanità, alle Seychelles, ha un bel carico di  tragica comicità nel suo essere.

Faccio un esempio: qui tante persone soffrono di  epilessia.

Al corso di First Aid e CPR ci hanno ben istruiti su cosa sia meglio fare in questo caso, ovvero: “niente“.

Salvo, ovviamente,  tenere il malcapitato sotto controllo ed evitare che si ferisca da solo.

Invece, ogni volta che si verifica una crisi epilettica, qua, scatta un’isteria generale.

Io, che propongo di portare il soggetto in una stanza e di sorvegliarlo fino a crisi passata,  vengo vista come una  negreria insensibile.

Allora, a quel punto, succede il finimondo.

Tutti urlano, si agitano, telefonano ed imprecano finché non allestiscono una barella improvvisata con una lettino da spiaggia.

Il soggetto in crisi epilettica viene issato a forza – sdraiato nella sua barella di fortuna – sulla barca che lo trasporterà  al porto e da li’, poi, all’ospedale.

Il vero punto critico si manifesta proprio una volta giunti al porto, perche’ qui si pone il problema di raggiungere l’ospedale.

Le ambulanze non si spostano volentieri se non si tratta di casi gravi, benché non sia chiaro come vengano assegnati eventuali codici di emergenza.

Quando mi sono trovata in questa situazione, con una dipendente in piena crisi epilettica durante il servizio, ho cercato soluzione alternative. 

Dopo 20 minuti di attesa al porto ho provato a chiedere, per esempio, ai vari pick-up di passaggio di notte (pochi) se potevano cortesemente darci uno strappo fino all’ospedale, peraltro senza ricevere risposta positiva.

La difficoltà maggiore stava proprio nel trovare un mezzo idoneo.

Un mezzo sufficientemente capiente che potesse caricare un lettino da spiaggia nella propria lunghezza prevedendo una persona sdraiata sopra e impossibilitata a cooperare.

Sembra una cosa di facile risoluzione, ma vi assicuro che non lo e’ affatto! 

Ad ogni modo l’esperienza merita di essere raccontata in presa diretta affinche’ possiate vivere piu’ da vicino le emozioni di quella notte.

sanita

Sala di attesa

Siamo al porto.

Io, lo skipper, la donna sdraiata sulla barella-lettino-da-spiaggia, alcuni curiosi. Abbiamo appena chiamato l’ambulanza. Sono le ore 21h30.

Dopo quasi due ore di attesa, l’ambulanza arriva.

Gli addetti non vestono divise ma indossano i loro abiti da tutti i giorni.

La barella-lettino da spiaggia viene caricata sul retro dove anch’io salgo.

All’improvviso, mi sembra di essere stata catapultata dentro un incubo alla Dylan Dog.

All’interno dell’abitacolo dell’ambulanza non ci sono attrezzature mediche. Sono presenti solo due uomini  che non mi rivolgono parola, guidano con la sirena spiegata ed ascoltano musica creola.

Alle curve la paziente – che non e’ stata preventivamente allacciata con le cinghie –  scivola via dalla barella ed io mi ci butto sopra per evitare che cada a terra.

Ho come la sensazione di essere dentro uno di quei furgoncino che il mattino presto, nelle nostre città, consegnano i cornetti e le paste calde ai bar.

Una volta giunti in ospedale, le cose non si mettono meglio.

La dipendente epilettica sparisce portata via dal personale medico.

A me lascianoo  un sacchettino di plastica con i suoi effetti personali e con la richiesta di chiamare il marito.

Ispezionando il sacchettino trovo il cellulare della donna e cerco il numero del marito il cui nome gli addetti dell’ospedale mi hanno comunicato: qui pare si conoscano tutti.

Lo chiamo e gli spiego la situazione, chiedendogli anche se puo’ venire ad assistere e riportare a casa la moglie.

Mi risponde che no, non può e che e’ occupato. Rimango di stucco. L’approccio con i mariti locali mi lascia  perplessa.

Marito o non marito,  bisogna trovare soluzioni.

Unica alternativa possibile a questo punto:  restare lì con la donna  finché non la dimettono.

Dopo qualche ora, infatti,  viene rilasciata  ed io l’accompagno a casa in taxi.

Vive in uno dei posti più difficili dell’isola da raggiungere: una casetta isolata raggiungibile per una strada angusta senza protezione  che si snoda in un susseguo di tornanti.

Ai lati, la foresta tropicale; sopra, la foresta tropicale; sotto, il vuoto. 

seychelles-sanita

Foresta

La larghezza della carreggiata e’ irrisoria e ogni due secondi il timore di finire nella scarpata si acuisce.

Ma dove vivono i seychellesi?“, mi domando.  

Tutto e’ scuro, vivo ma invisibile, le uniche luci sono i fari dell’auto che procede come se fossimo sulle montagne russe.

Siamo circondati da un buio penetrante e si fa strada la consapevolezza di trovarsi fuori dalla portata della copertura GSM, in caso di bisogno. 

Immersi in una foresta dal fogliame fitto, nero ed umido che, all’improvviso, chi lo sa – io ancora non lo so, non conosco bene questo posto, sono arrivata da poco –  potrebbe  rivelarsi ostile. 

Mi accorgo che sto pensando in un linguaggio militaresco e mi vengono in mente termini come “ostile”.

Giunta alla propria abitazione la donna mi ringrazia ed io mi accorgo che e’ sinceramente commossa.

Anch’io sono commossa, ora.

Mi trovo all’estero da poco tempo, sono dentro una foresta tropicale buia e sconosciuta, ho appena assistito una donna che ha superato  una crisi epilettica e,  dopo varie peripezie, e’ di nuovo  a casa dai suoi bambini e da suo marito,  sana e salva.

Ma la cosa più bella e’ la sincera emozione che proviamo tutte e due in quell’istante di commiato. Ci abbracciamo strette. 

La osservo mentre scende dall’auto e si avvia verso casa. Da una finestrella, una figura scosta le tendine e si sporge a guardare.

La donna apre l’uscio e scompare dentro la casa.

Provo una strana sensazione adesso: mi sento gratificata e sento il cuore che si allarga. Che si chiami, forse, felicità?

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