Social media: a cosa servono, come si usano 

Tutti quelli che hanno almeno un conoscente che dice che i social media sono brutti e cattivi, lui non ci è iscritto e non si iscriverà mai, alzino la mano!

Fatto?

Quanti anti-social conoscete?

Se facessi davvero questo sondaggio e chiedessi a tutti voi che avete alzato la mano di entrare nella stessa stanza, con buone probabilità dovremmo affittare il salone delle feste di Maria Antonietta.

L’anti-social è ovunque. Noi stessi che usiamo i social siamo anti-social, in certe fasi della vita. L’anti-social convinto, però, è sempre avverso su tutti i fronti, abbraccia i punti negativi dei social media e ne fa un cavallo di battaglia.

Con questo nuovo articolo di comunicazione del mese, intendo raccontarvi cosa c’è dall’altra parte della barricata – ovvero oltre l’apparenza e dal punto di vista delle aziende – e illustrare un equilibrio per un utilizzo consapevole dei social media, che hanno un ruolo centrale nella comunicazione moderna, di qualunque paese del mondo e a qualunque età.

Non si può negare che i social media abbiano lati negativi; ma, come sempre accade, la virtù sta nel mezzo. Imparare a non demonizzarli è utile e può diventare, alle volte, fruttuoso.

E ora vediamo quali sono i 5 cavalli di battaglia più comuni!anti-social-media

Cavallo 1: I social media non servono a niente, solo a rubarti i dati

Con i social media puoi rubacchiare e manipolare dati, come dimostrato tra l’altro recentemente con il caso di Cambridge Analytica.

Cosa vede davvero un’azienda che usa i social per scopi promozionali/pubblicitari?

Tutte le aziende hanno a disposizione almeno un sistema tecnico che permette di conoscere età, sesso e localizzazione geografica dei visitatori. Si può vedere quale foto/post è piaciuto di più e quale di meno.

Se l’azienda paga per la pubblicità, può scegliere a chi rivolgere la comunicazione, selezionando età, sesso, residenza e interessi. Gli interessi vengono stabiliti sulla base delle preferenze che un utente ha espresso pubblicamente (like, commenti, iscrizioni, etc).

Tutto questo per dire sì: con tutti i social media si possono ottenere i nostri dati, nella fattispecie tutti quelli che decidiamo di dare. Sta a noi decidere cosa, a partire dal nome e cognome fino alla pubblicazione delle foto dei figli.

Cavallo 2: I social media non servono a niente, solo a farsi i fatti degli altri

A proposito di pubblicazione di foto: siamo tutti la Sora Peppina quando si tratta di farsi i fatti degli altri, siamo sempre noi a decidere cosa dare in pasto delle nostre vite.

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Decidiamo volontariamente cosa comunicare, mettendo nome e cognome, le foto in doccia, le calorie del pranzo e il buongiorno con i gattini; allo stesso modo, decidiamo deliberatamente di guardare i contenuti degli altri, eppure saremmo liberi di evitare.

La verità è che è difficile resistere alla tentazione e non spiare cosa accade nella casa del vicino.

Una sola dovrebbe essere la regola da tenere a mente in questo caso: ricordarsi che siamo su web, e tutto ciò che è su web è potenzialmente a disposizione di chiunque. Basta fare screenshot.

Cavallo 3: i social media non servono a niente, tantomeno a trovare lavoro

Con alcuni social media (vedi LinkedIn) si può trovare lavoro, specialmente all’estero.

Tutti i social media servono a rovinare il lavoro. Come?

Mettendo foto di noi alle feste, ubriachi e seminudi in piscina.

Al ristorante cinese mentre facciamo il karaoke con il sakè in mano.

Lamentandosi pubblicamente dei nostri colleghi o di una situazione in ufficio.

Aggiungendo contatti di lavoro nei profili privati. Questa ultima è una attività che io sconsiglio, in linea generale, perché difficile da controllare a lungo andare, a meno che non ci siano motivi per i quali siate davvero obbligati.

Ad ogni modo, per alcuni social è concesso creare dei gruppi all’interno dei contatti (ad esempio ‘lavoro’, ‘amici stretti’, clienti’): basta guardare nella sezione ‘impostazioni’ e scegliere la soluzione più adatta a sé.

Cavallo 4: i social media non sono reali e ci rendono asociali

Sebbene questa affermazione nasconda una buona verità, è altrettanto vero che i social media ormai sono reali e non possono essere considerati una opzione virtuale senza peso.

Si può scegliere di ignorarli, ma avendo la coscienza che fanno parte del normale svolgimento della comunicazione in questo millennio e, come tali, bisogna tenerne conto: che ci piaccia o meno.

Quanto al fatto che ci rendano asociali, direi che – ancora una volta – questo sta a noi: siamo sempre noi i fautori delle nostre scelte e non è uno schermo che ci costringe a stare incollati senza alzare mai lo sguardo. A me, per esempio, quando viaggio in treno piace guardare fuori dal finestrino il paesaggio che scorre; a volte ascolto musica, a volte scambio qualche parola con chi mi è seduto accanto. Intorno, i miei casuali compagni di viaggio telefonano e chattano. Sono scelte. Sono sempre scelte. 

Cavallo 5: i social media non servono a niente, sono tutti uguali

Non è vero. Questa affermazione è valida per chiunque faccia comunicazione e, in special modo, è valida per la comunicazione aziendale. Alcune nazioni sono decisamente più informate dell’Italia, su questo argomento.

Dal punto di vista lavorativo, alcune aziende hanno cominciato a capire che è inutile combattere i social media sul lavoro ed è meglio pensare di integrarli. Lo hanno fatto istituendo gruppi segreti (segreti agli altri utenti del social), quando addirittura non è stato il social media stesso a creare piattafore apposite (vedi Facebook Workplace).

All’interno di queste comunità, chiuse al pubblico, dunque, i dipendenti possono scambiarsi dati utili allo svolgimento del lavoro ma anche gif, barzellette e battute sui retroscena della vita quotidiana in ufficio. Ne sono un esempio i gruppi Facebook e i gruppi Whatsapp.

Questo modo di utilizzare i social è poco italiano, anzi direi quasi per niente italiano, ma molto in voga all’estero.

Sempre dal punto di vista lavorativo, alcune aziende usano i social per rivolgersi al pubblico, ovvero per fare pubblicità. Sotto questo aspetto, prima di aprire una pagina su un social, in qualità di azienda (o di libero professionista) bisogna rispondere a una domanda: “cosa ci metto dentro?”.

La domanda non si riferisce solo al tipo di messaggio da veicolare, ma anche alla necessità di cambiare il messaggio a seconda del social utilizzato.

Ogni social, infatti, parla la sua lingua, ha il suo pubblico e vuole il suo contenuto speciale; altrimenti, si rischia un’inutile e noiosissima ripetizione, con due conseguenze finali: 1) si perdono iscritti, 2) si hanno utenti non attivi.

Pensateci bene: per quale motivo vorremmo leggere sempre la stessa cosa su 5 pagine diverse?

Differenziare è, allora, la parola d’ordine.

Quante aziende conoscete che lo fanno davvero? Via libera nei commenti ai loro nomi, e a provare a indovinare che differenza c’è tra Facebook, Instagram, Snapchat, Tumblr, Pinterest, Twitter e Whatsapp!

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