Sopra un mare di nuvolenuvole-cielo-panna

17 Agosto 2018, tra Zurigo e Anversa.

Il cuore si placa dopo la corsa del giorno.

La corsa che ci ha portati in aeroporto dopo tre ore e mezza di treno con due cambi, un paio di settimane di saluti accorati, un mese di preparativi serrati e un’estate bizzarra.

Quest’estate si è situata a metà tra la ripresa da un periodo in Svizzera non andato secondo i piani e la programmazione di un nuovo trasferimento.

Il trasferimento è ad Anversa, il secondo porto in Europa dopo Rotterdam.

La città dei diamanti, la capitale della regione delle Fiandre e l’ultimo posto al mondo nel quale avrei immaginato di andare a vivere!

Siamo finalmente a bordo del piccolo velivolo di una piccola compagnia aerea belga che ci sta portando via dalla Svizzera.

Via dai prati verdi, dalle montagne incollate al lago pulito, via dai cieli che quando vogliono sanno essere azzurri, ma cosi azzurri da togliere il fiato, via dall’efficienza nota che tutto contraddistingue e da quella punta di stizza verso ciò che svizzero non è, che nel nostro caso, in qualche occasione, si era colorato di disagio e dolore.

Stiamo per sollevarci dalla Zurigo che parla una lingua che mi ha sempre fatto paura e anche dalla possibilità di mantenere qui il nostro “centro di interessi”, come lo chiama il nostro fiscalista.

Non sappiamo accettare, infatti, il compromesso di separare il nostro piccolo clan. Non sappiamo vivere bene con uno di noi che per lavoro conduce tutta la sua esistenza da lunedì a venerdì in un’altra città e ricompare il venerdì sera con una valigia di camicie da lavare per ripartire la domenica sera con la stessa valigia piena e in ordine.

 Il nostro non è un addio, ma un arrivederci.

Ci siamo convinti che la Svizzera ci ha chiamati a sé troppo presto e che, per il momento, con due giovani leve sbarazzine e multiculturali che abbiamo nutrito con ciò che il mondo ci ha offerto finora, i suoi monti belli ma un po’ troppo vicini a volte ci stringevano un po’ tanto.

A volte ci è mancato quasi il fiato, uscendo di casa e salendo verso la strada principale, quando l’umidità della collina si faceva nuvola bassa in una nebbiolina che si poteva quasi toccare.

A volte ci è mancata la libertà di urlare con gioia tutto ciò che siamo, nella nostra colorata maniera di fondere le esperienze accumulate dentro lo zaino delle perlustrazioni all’estero, perché sentivamo che, facilmente, un nostro spontaneo momento di condivisione veniva preso per sfoggio di sé, il che non potrebbe essere più lontano dal vero.

Sono state rare le persone rimaste aperte ad accoglierci per chi siamo diventati.

Sempre noi stessi, ma viaggiatori cambiati inevitabilmente dal cammino che abbiamo potuto percorrere insieme, ognuno nella propria misura e dalla propria prospettiva, dal più maturo al più giovane di noi.

Ci siamo stati anche bene, lì, e abbiamo lasciato un pezzo di noi e un frammento bello di cuore in mano a diverse persone che, quel cuore, lo hanno conosciuto e tenuto stretto con accoglienza, amicizia e grande affetto.

A loro va il mio pensiero caldo che si unisce alla scia dell’aereo mentre intravedo, attraverso il tappeto di nuvole sotto ai miei piedi, tutto il mondo dal quale ci stiamo allontanando.

Guardo queste strade ben disegnate, viali di luci e verdi boschi alberati. Ma da questa quota spio anche singole case, posso distinguere le loro finestre: mi posso immaginare le loro vite all’ora della cena, tra la preparazione di un pasto ed il racconto della giornata che gli abitanti hanno trascorso lontane le une dalle altre.

Le persone si dicono buona giornata al mattino e si ritrovano alla sera, dandolo un po’ troppo per scontato a volte, chiedendosi come è andata oggi.

Le persone dietro le finestre di ogni singola casa lo fanno ed è per tutti la cosa più normale e spontanea di questo mondo.

 Ricominciare.

In questi ultimi mesi non è stato facile per me spiegare come mai ci fossimo ritrovati a ripetere un trasferimento all’estero, a ricominciare tutto daccapo.

Ci sono amici a cui non sono riuscita ancora a dirlo e con i quali sento che mi pesa farlo, quasi dovessi giustificare una nostra personale scelta di vita come coppia e come famiglia.

Mi pare di sentire già gli spassionati commenti che recitano: “però, i vostri figli dovrebbero avere delle radici, gli dovreste dare dei riferimenti solidi, hanno un’età per cui le amicizie sono fondamentali e voi li sradicate ogni volta”.

Quello che non sanno capire è che tutto ciò che vogliamo è essere come quelle persone che sto guardando dal finestrino dell’aereo; quelle persone che si salutano al mattino e si ritrovano alla sera, attorno al proprio tavolo della cena. Né più, né meno.

Non voglio avere un marito della domenica e non voglio dare ai miei figli un padre a intermittenza.

E se per garantirci unione e solidità dei nostri affetti c’è stato bisogno di andare a Parigi, in Nigeria, in Svizzera, a Dubai, in Sudafrica poi di nuovo in Svizzera e ora ad Anversa, sono felice di averlo saputo fare e lo rifarei.

Perché ogni giro di boa è costato tremori alle gambe, incertezze e fatica ma gli sforzi intrapresi non sono mai stati commisurati alla ricchezza che abbiamo ricevuto.

Tutto è stato necessario per costruire il patrimonio dei nostri ricordi: gli incontri pieni di colore che abbiamo fatto, i legami speciali che ovunque abbiamo stretto e riusciamo a mantenere, l’esposizione interculturale e plurilingue che abbiamo ricevuto e la crescita personale come individui e come piccolo nucleo vitale, cui ci siamo aperti.

 Fare come fanno i bambini.

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Io e i miei figli appena sbarcati ad Antwerp

Il mio figlio più giovane, quello che comunque a 10 anni non si fa più chiamare “bambino”, mi dice che gli piacerà questo volo, che il rumore delle eliche coprirà quello delle voci degli altri passeggeri e che se ci sarà qualche bebè irritato dall’altitudine e strillante, lui sarà libero di non sentirlo.

Mi dico che i bambini, Dio li benedica, trovano sempre un modo, per noi inedito, di guardare alle stesse cose che noi vediamo; un modo che, in genere, per fatale miglioramento della specie forse, chi lo sa, risulta essere diverso in bene e nuovo, intrinsecamente positivo.

E questo segnale mi dà fiducia.

Mi dico che ho accanto a me due viaggiatori provetti, che ordinano un pasto in due altre lingue, aprono il loro passaporto alla pagina giusta al controllo doganale, si tolgono la cintura e i dispositivi elettronici prima del metal-detector, sanno arrivare da soli e in tempo al gate giusto.

Non posso fare a meno di paragonarli a me, quando presi il mio primo volo da sola, a 17 anni.  Ero così intimidita dall’esperienza che non osai nemmeno alzarmi per andare in bagno a bordo dell’aereo, né una volta arrivata a Gatwick. La prima cosa inappropriata che con una vescica grossa così mi ritrovai a dire, nel mio inglese incerto, alla famiglia di accoglienza di Londra, fu: “May I use your toilet, please?” e sorridendo a me stessa per quel ricordo ridicolo, mi dico che di tanta ingenuità, i miei figli sradicati, non peccheranno. Avranno altri problemi, ma non quelli lì.

Vincere i timori, le intime resistenze al disagio, aprirsi al nuovo.

La prima volta che avevo preso questo volo, volevo fare le veci di quel bebè e mettermi a strillare per il brusio troppo forte alle orecchie.

Sono dei bimotori a 50 posti, non si librano più in alto dei 5,000 metri, non sono aerei, sono frulloni, come li chiamo io; e il frastuono iniziale è qualcosa cui faccio fatica ad abituarmi, come l’idea che possano precipitare più facilmente di un aereo di linea e che siano meno affidabili degli altri nel decollo e nell’atterraggio.

Il fatto è che l’idea dell’ignoto ci spaventa. Opponiamo resistenza e non vorremmo affrontare ciò che sappiamo fin troppo bene di non conoscere o di poter controllare, prevedere, pianificare.

La vera sfida sta lì: abbandonarsi al nuovo senza sapere tutto e sapendo bene di conoscere così poco di ciò che si andrà effettivamente a trovare, ma abbandonarsi comunque, restando aperti, esplorando e preparando a ricevere, a dare, semplicemente, senza aspettative precise.

Il primo volo Zurigo-Anversa mi era costato fastidio e paura, ma adesso mi godo serena la coscienza pulita di aver fatto del mio meglio per preparare la prima parte del trasferimento, sapendo che è tutto pronto per il primo giorno tra i banchi, a breve, in una nuova scuola internazionale.

Qui sotto, il bianco candido si fa ovatta, con batuffoli di cotone che lasciano trasparire gli ultimi raggi di sole del giorno, colorandosi di rosa-arancio intenso.

Più in là, strisce di zucchero filato portano i primi blu della sera che corre verso noi nei pensieri di ritrovamento familiare, nell’eccitazione alla bocca dello stomaco per tutte le novità che mi aspettano, nell’emozione per tutte le prime volte che ancora mi attendono; nel senso di spossatezza che tra qualche ora, nell’abbraccio della sera, si scioglierà in un nuovo letto, prima di chiudere gli occhi e abbandonarmi finalmente al riposo.

Il tappeto di nuvole ci sposta piano verso la nuova casa, in una sera come un’altra, alla fine di un’estate come ce ne sono già state per noi.

Tra le poche valigie, nelle quali abbiamo stipato – come sempre – solo lo stretto necessario per debuttare in una nuova vita, aspettando il container delle nostre cose che arriverà poi, spuntano i nostri sorrisi stanchi ma curiosi, divertiti, fiduciosi.

Mentre ritroviamo il nostro nucleo preferito, il nostro centro di interessi, in un nuovo luogo, siamo ancora una volta ansiosi di esplorare, insieme.

ricominciare-felicità

10 commenti
  1. Emanuela Perrucci
    Emanuela Perrucci dice:

    Mi hai commosso perché hai dato forma a ciò che provo e mi sento meno sola in questa vita da espatriata recidiva ed entusiasta!
    Grazie
    Emanuela ( da Riyadh)

    Rispondi
  2. Katia
    Katia dice:

    E quello che a me piace di più del tuo commento, Emanuela, è quel ‘recidiva’, che è ciò che sento di essere diventata io. Un po’ mi spaventava quest’assenza di un bisogno di appartenenza e l’ho combattuto per 40 anni. Perché invece, negli ultimi 6, ho finalmente accettato che sono un po’ zingara e un po’ no e mi sono accettata con tutta la mia chiamata per il nuovo, il timore latente di annoiarmi in un ‘esistenza altrimenti più tranquilla ma inquadrata. E come nel resto, nella vita, negli affetti, nelle amicizie, nello yoga, è solo abbandonandosi che si può fare in modo che tutto avvenga, si apra e scorra. Lo so da sempre, che spirando l’ultimo fiato dirò “è già finita? a me non è bastato, dovevo fare ancora questo e vedere ancora quest’altro…”. Lo so già che se non vivessi precisamente come sto vivendo, sentirei che la mia vita non ha avuto sapore. So che sono nel posto giusto. Anche se questo luogo muta e non rimane lo stesso troppo a lungo. Io lo so e basta, cioè, questo mi basta! Ed è una sensazione di leggerezza che adoro. Continua ad essere entusiasta, Emanuela, non sei sola :- )

    Rispondi
  3. Annalisa
    Annalisa dice:

    Amica mia, che piacere leggerti. Quante emozioni mi hai trasmesso!

    Come sempre con la tua spontaneità, freschezza e lo stile elegante sei riuscita a toccare le corde del mio cuore.

    Grazie per aver condiviso queste emozioni.

    Rispondi
    • Katia
      Katia dice:

      Carissima amica mia. Come sei dolce. Non vedo l’ora di iniziare il nostro progetto e unire le nostre forze per condividere ancora!
      Grazie a te di essere “sintonizzata” sulla mia frequenza. xxx

      Rispondi
  4. Giovanna
    Giovanna dice:

    Grazie per aver espresso cosi bene quello che sento e vivo! da una viaggiatrice incallita che con marito e 2 figli ha fatto la spola tra decine di paesi e tra due continenti. Per cercare sempre il meglio per la nostra tribù. Ora a Bruxelles in attesa di un nuovo viaggio quando e come vorremo. Welkom in Antwerp

    Rispondi
    • Katia
      Katia dice:

      Ciao Giovanna! Ben trovata a te qui in Belgio!
      Anche io ho talvolta accettato destinazioni non proprio desiderate o desiderabili. Il bello è che quando è andata così ho scoperto più cose incredibili su me stessa e su chi e ciò che più conta, di quante non ne avrei scoperto al riparo da una zona scomoda. Ti auguro di poter scegliere la prossima meta per te e per la tua “tribù”! Grazie di aver seguito il post.

      Rispondi
  5. Rosamaria Liotta
    Rosamaria Liotta dice:

    Mi associo nel giudizio a quella che ti ha scritto la tua amica Annalisa:
    eleganza,freschezza e spontaneita’.E nelle descrizioni un’ inventiva straordinaria.E , come sempre mi hai commosso. Un grandissimo abbraccio.

    Rispondi
  6. Laura
    Laura dice:

    Ci unisce la geografia (dal Sudafrica al Belgio andata e tanti ritorni) e ovviamente il nomadismo. Sono sicura che ti andrà benone. E te lo dice una che il compagno non ce l’ha la domenica, ma ogni tre mesi!

    Rispondi
  7. Katia
    Katia dice:

    Cara Laura,
    Grazie del tuo commento. Sono conscia che vivere lontano dai propri affetti a volte non è evitabile e l’ho fatto. Ma ho anche appunto attraversato mari e monti, letteralmente, proprio per evitarlo. Quando non è stato possibile evitarlo ho atteso anche io settimane e mesi, ma con prole in comune messa al mondo è poco auspicabile. Restano situazioni impegnative, diciamocelo. Non siamo donne comuni. Quasi tutte le mie amiche e i miei familiari lo hanno ripetuto da anni. Prendiamoci qualche merito. Il nomadismo è una forma di vita che regala tantissimo ma domanda altrettanto. Bisogna volere fortemente giocare il gioco, aprirsi, questo adesso l’ho imparato. Non toglie che ripartire e smontare la carovana, salutando paesaggi e volti così tanto amati è un po’ morire ogni volta. Per contro “arrivare” e ricominciare a costruire tutto ex novo, è una rinascita e può creare dipendenza in un certo qual modo.
    Tutto il meglio anche a te!

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