Spazi vitali

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Raffigurazione pittorica dell’interazione tra l’eliosfera del Sole (centro destra) e il medium interstellare (sinistra), a formare un bow shock, Credits: NASA/Goddard Space Flight Center/CI Lab

Scritto-Racconto inviatoci da Paola, Londra 


Spazi vitali. Spazi personali. Luoghi comuni non più luoghi comuni.

Frasi frammentate. Punteggiature mancanti. Empatie virtuali.

Richieste di amicizia con un click. Chiedere amicizia. Necessità di chiedere amici. L’amicizia non c’è.

Sospiri irritati quando uno sguardo va oltre la neonata interrelazione tecnologica.

Si scansano, si allontanano, costruiscono muri con fragili giornali colmi di notizie piene di sangue e affogamenti, donne pompose, labbra gonfiate e luccicanti, associazioni che pubblicano richieste di donazioni allo stesso modo in cui si presenta l’ultimo dei prodotti cosmetici. Di tanto in tanto, appaiono dei fuochi fatui, le ultime offerte sul mercato del sostegno sicuro.

Non perdere l’occasione di essere ascoltato, in caso pensi al suicidio.

E non devi, non puoi perdere quest’occasione!

E non è lei a cercare te, bensì sei tu a cercarla e far di tutto per farti notare!

Spazi ridotti. Le persone si schiacciano. Manca il respiro.

Non ho tempo di disegnare, colorare, scrivere, ascoltarti. Ascoltarti? Come sei retrograda.

Fai un click e invia la tua richiesta a. La mia richiesta… già!? Perché rifletti sulla parola generosità e visualizzi delle frecce che vanno da te agli altri. Quando vuoi e richiedi, fanno il percorso inverso. Frecce verde-scuro che ti puntano e ti soffocano.

Respiri quando dai, scegli lo spazio, offri spazio e lo ricevi naturalmente. Non oso chiedere, scrivo un’e-mail.

Già, perché potrebbero spaventarsi, provare fastidio, terrore, sensibilizzarsi al dolore o magari scoprire che c’è qualcosa di magnifico in loro che mi ha colpito. Che vorrei renderli coscienti. Vorrei stupirli, complimentarmi con loro. Solo per offrire.

Non c’è tempo, fa paura. Il respiro fa paura.

Il corpo s’irrigidisce, riesci a controllare meglio.

Se metti le verdure bollite sott’olio, chiuse in un barattolo puoi controllarle meglio, mentre se le vedi sparse in un campo soleggiato distanziate bene le une dalle altre, profumano, le sollevi e senti la terra scivolare abbondante tra le dita, tu respiri e hai spazio, spazio per te, spazio per gli altri.

Ti tappi con ovatta, auricolari con il filo, cuffie bluetooth, paraorecchie.

Copri gli occhi con i-pad, cellulari, libri da scorrere con un dito, giochi dove non tocchi, ma osservi e non ti muovi, tutto è pronto.

Fa per te. Hanno studiato per arrivare a non farti muovere verso le cose.

Sono troppo sensibile, no! Tappiamo! Copriamo, nascondiamo, chiudiamo! Vorrei dire… no! Scrivici su o seguici. Seguo chi? Dove? Quando?

Scopri che condividere adattandoti a piattaforme virtuali trova il tempo che trova, per cui, pur di far parte del giro dei più evoluti, scrivi frasi senza senso, quando senti che quell’apparente mezzo che sembrava aprirti al mondo, in realtà, ti rende criptico e più vigile che mai.

Guardi gli altri, sempre avvenenti, infallibili e non puoi controllare quest’ampiezza, quest’apertura.

Diventi pazzo o forse diventi come quelle cavie da laboratorio che corrono, corrono, ma sono sempre lì, per essere usate e testate. Forse lo diventi, forse lo sei già e non lo sai.

Vedo il mio sguardo proiettato su questa scatola trasparente e non trovo un disegno coreografico armonioso, coerente; bensì scarabocchi, vomiti emotivi, inquinamento acustico, starnuti spirituali.

Guardo giù per terra, perché se guardo di fronte non respiro.

Il mio petto si gonfia, devo far fronte agli estranei, la schiena si accorcia e diventa rigida. Mi chiedo come mai non abbiano ancora riempito il pavimento di slogan e insegne luminose.

Dov’è il mio centro? Qual è il mio centro? Non guardo su, perché potrei scoprire che c’è spazio. E se mi portasse altrove, distante da questo caos? E se quel cielo potrebbe dirmi che tutto ciò che sto vivendo è solo un’infinitesima opzione delle migliaia di possibilità? Forse.

Per un attimo un dubbio mi assale. Cedo o controllo? Se cedo devo far crollare una serie di certezze che sono quelle che mi danno vita.

Fa niente se il cibo è pieno di mercurio, se i vestiti sono in materiale cancerogeno, se non ho amici, se faccio lavori che non mi piacciono e guadagno giusto per pagare un tetto, se io amo, non sono amata, perché, in qualche modo, vivo. Perché, hai altre opzioni? Non ce ne sono, accontentati. Non puoi scegliere, sei sotto la cupola di questa terra! C’è ancora spazio? A che serve credere, essere felici? Devi pagare le bollette!

Fatti una pagina su cui gli altri vedono quello che fai. Metti un like contro i pregiudizi sui malati mentali. Allontanati da chi potrebbe essere sospetto. Riferiscici se vedi, senti o ascolti qualcosa di sospetto attorno a te. Borse sospette, tipi sospetti, sospetta.

Aspetta! Sostieni anche solo con £1 i malati di tumore. Ma vaffanculo, anche oggi per risparmiare mangio da Mc Donald.

Devi partecipare agli eventi sociali se vuoi entrare nel network. Fatti vedere!

Ho inviato mille candidature e la stessa agenzia mi ha ricontattata solo quando ho conosciuto un tizio a una festa che mi ha fatto passare davanti a tutti. È stato solo un caso, uno dei tanti.

Non vai da nessuna parte se sei da sola, devi fare richiesta tramite un’organizzazione.

Il primo mese di membership è gratuito, poi paghi solo £15, però ti aggiorniamo in tempo reale sulle nostre offerte. Corsi a pagamento.

Apriamo un gruppo, così possiamo condividere le nostre cose. Ti va di venire a mangiare una pizza a casa nostra? Scusa, ma sono troppo occupato, ho lasciato il cane a mollo, il bambino con i bigodini, le mutande appese in stazione, lo smalto da mettere sui fornelli, lo scioglimacchie sui pantaloni, l’aspirapolvere attaccato al giardino… insomma, non ce la faccio proprio a venire! Facciamo per un’altra volta. Però ti aggiorno su FB. Aggiorni di che? Del tuo ultimo successo?

C’è una ragazza che non ha FB e mi scrive, tramite messaggi, le emozioni che sta vivendo. Provo la stessa sensazione di quando trascorro del tempo con mia nonna. Ascolto i suoi racconti ingenui e li assorbo come fosse l’ultima risorsa di un pianeta che non c’è. Non mi riferisco allo scioglimento dei ghiacciai o all’inquinamento dei mari, ma a quello che c’era e non c’è più.

E se guardarti dentro ti intimorisce perché crei spazio, beh, allora credo che tu non possa respirare e, se non c’è respiro, non c’è neanche vita.

Io respiro, chi te lo dice che non respiro? Ma guardati! Come sei fissata per le cose alternative! Voi sapete solo parlare di fumo. IO sono REALISTA! IO lavoro SODO! “Ci dispiace doverle comunicare, Sig. Rossi, che le è rimasto solo un mese di vita: il suo tumore è uno dei più aggressivi“.

Si respira quando sei in ospedale, ma l’aria è pesante perché sa di fine. Quando invece lo stesso respiro era solo l’inizio del gremito di un neonato. Non sai quanto puoi respirare, non lo sai perché è una delle cose scontate, che ci sono e quindi ci devono qualcosa. Noi non dobbiamo niente a nessuno. Se non ci pagano non siamo obbligati.

Le frecce tornano dentro e pugnalano. Voglio provare a rimandarle indietro, a farle rimbalzare all’infuori. Sento lo stesso sforzo di come se dovessi dare alla luce uno scatolone di lattine di cibo per cani. Vita e morte in ogni mia scelta, sempre e in ogni attività. Perché non lo condivido questo dolore? Perché ho bisogno di un click per sentire il mio respiro?

Lascio andare. Ripeto, ci provo…

Lascia andare. Ripeti ancora,  un po’ più a lungo…dai!

Espira, inspira. Lasciati andare, lasciali andare, non trattenere. Guarda, osserva, prova ad ascoltare…

Sei stupenda, che bella che sei. Puoi esserlo anche tu. Hai sorriso. Che bel sole. Grazie per avermi accarezzata. Stringimi forte. Ho bisogno di te. Grazie mamma, ti voglio bene. Non andare via, stai ancora con me. Giochiamo insieme!

Il colore cambia, va verso lo spazio, voglio disegnare, ascoltarmi, ricominciare a provare ampiezza, armonizzarmi all’altro. A me stessa. Voglio notare che c’è il mondo attorno a me ma io sono una parte essenziale. Se guardo per terra non posso osservare qualcuno che mi guarda. Mi arrabbio se qualcuno mi guarda. Ahhrgh. Non mi guardare.

No, ma era per… NO! Era per dirti che sei speciale, che mi hai incoraggiato, quindi… solo… vorrei poter essere circondato da persone come te. Non te lo aspetti, sospetti.

Ti fermi, trattieni il respiro e vivi quel momento in cui frantumi un non so che cosa, forse lo schermo che ti proteggeva da una quasi certa richiesta spudorata dietro quel complimento.

Ricominci a sentire i tuoi polmoni pulsare, il viso si rilascia e trovi una parte di te che ti parla e che ora non riesci a sopprimere come fai da tempo. Complimenti temibili e cuore pauroso, eh!?

Non hai un problema perché non riesci a parlare di te, ma hai un problema perché credi sia giusto quello con cui ti imboccano, che basta premere le dita su un telecomando e vivere le emozioni di un altro, i drammi e le gioie delle bacheche comuni per reprimere quello che sei. Sì lo so, è quello di cui ho bisogno. Ma mi costa del tempo. DEL TEMPO. Guarda l’ora, l’adesso. Quanto ti costa, suddai!?

Sai cosa c’è? Ho paura, sì ho paura. Hai capito bene, paura! Allora devi andare dallo psicologo, sociologo, psicoterapeuta, terapie multimediali, anacronistiche, temporali, etnico-razziali. Lo psicologo saprà come aiutarti. Le diamo delle medicine, spero lei sia d’accordo perché è l’unico metodo per curare la sua ansia.

Credevo di andare in un paese dove potevo fare il mio lavoro invece mi hanno tolto i figli, non posso permettermelo. Non ho tempo, non ho spazio per loro. Aiuto!

Guarda scusa ma… l’aiuto lo paghi. Fammi un’offerta, stiamo raccogliendo soldi per il nostro ultimo progetto e se non raggiungeremo un numero di followers ci tolgono i soldi, quindi perdiamo noi, perdono tutti. Ho bisogno di un sostegno. C’è prima il mio. Spazio, spostati. Janine fa volontariato perché ha perso entrambi i genitori.

Scendo dal treno ma non ho spazio perché mi assalgono. Sono senza fiato, ma hanno fretta. Sempre più, molta più fretta di me. Tutto di un fiato prendono posto. Sulla banchina attende con calma una signora con le stampelle. Avrà atteso perché deve proteggersi o, per gentilezza?

Oddio le frecce verde-scuro cominciano a picchiare. Pace: sono a casa. Devo lavare, stirare, pulire, cucinare. Non ho tempo, non c’è tempo. Qui è ora. Cos’è una nuova frase poetica? Fermati. Respira. Riprovaci ancora. Dai, aspetta… Noo, no, no, è troppo per me. Se uno nasce così perché vuoi cambiarlo? Non c’è niente da fare. Lascia stare. Non credo più ai sogni. Sogni e realtà, che cose irraggiungibili. Comincia a sognare. Ah mi correggo, comincia a stare nella realtà. Mi fermo! Hai davvero bisogno di vedere la realtà?

Respiro. Respiro.. Respiro… Respiro….

Sì… ho bisogno di vederla. Ma non per essere schiacciata, per essere cosciente e ritrovarmi.

Ritrovare il tuo tragitto senza aspettative, il tuo lume, la tua visione indipendente. Non deve avere un lieto fine. Perché non c’è un punto in cui tutto finisce o comincia. C’è una possibilità in ogni istante, benché sopita.

Comici a cantare? Hai bisogno di fiato.

Fermati e disegna. C’è bisogno di alzare gli occhi alle stelle.

Cominci a raccontare di te? Devi permetterti di ascoltare il cinguettio dei pettirossi.

Cominci a fare l’amore con passione? Cammina scalza sulla rugiada.

Vuoi cucinare? Fatti abbracciare.

Vuoi parlare? Regalati un soffice bagno caldo.

Vuoi amore? Regala onestà quanto più puoi.

Comici a respirare? Assapora la vita.

Vuoi vivere? Respira.

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