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Le differenze sono una profonda ricchezza, in grado di colorare le nostre vite. #ipsedixit

Il 30 dicembre sono partita da Stoccolma per ritornare in Germania dopo alcuni giorni di vacanza e riposo in compagnia di un’amica.

Mentre aspettavamo di prendere posto in aereo ho assistito a un episodio che mi ha rattristata oltre misura e che mi ha fatto dubitare delle buone intenzioni di alcuni genitori nei confronti dei propri figli tout court.
Una ragazzina si stava lamentando con il padre del fatto il fratellino avesse espresso un commento palesemente razzista – e lo era! – e l’uomo le ha risposto dandole della stupida e sottolineando il fatto che certi commenti davano fastidio solo a lei, ergo il problema non era il bambino quanto lei.

Il fatto un bambino di non più di sei o sette anni si permetta commenti maleducati e razzisti sugli stranieri “che puzzano! Non vedo l’ora di tornare in Italia che almeno noi italiani non puzziamo e non facciamo schifo” è già di per sé grave, ma il fatto che tutto il resto della famiglia (padre, madre e un’altra sorella) lo faccia sentire legittimato, mi ha fatto letteralmente accapponare la pelle.

Un po’ – lo confesso – mi sono ritrovata in quella ragazzina dalle opinioni palesemente impopolari – anche se giuste – e vedere come il resto della famiglia difendeva le opinioni non proprio tolleranti di un bambino che la guardava tronfio mi ha fatto male.

Perché quella ragazzina avrei potuto essere io, quando i primi bambini marocchini arrivarono in paese da noi e nessuno li invitava a giocare oppure quando – qualche anno più tardi – qualcuno dei miei compagni di classe inneggiava a dittatori di varia natura parlando di “pulizia” e io non capivo come un cervello fatto per ragionare potesse portare a quel genere di idee.

Allo stesso modo, essendo espatriata in un altro paese, ho visto cosa può significare “essere stranieri” e spesso mi vengono in mente i racconti di mia madre in merito ai primi siciliani che arrivarono nel suo quartiere a Torino e mi dico che la realtà di oggi – a volte – non è poi così diversa.

Perché pur non sentendomi in alcun modo diversa dai miei vicini di casa, a volte mi capita di ricevere un mezzo incuriosito di troppo e mi chiedo cosa ne sarebbe di noi se tutti la pensassero come quel bambino. Mi domando cosa succederebbe se tutti iniziassero a dire che gli stranieri puzzano, che solo gli autoctoni sono civili e i “diversi” fanno schifo. Spesso mi soffermo persino a ringraziare il fatto di essere europea e di non dovermi scontrare su base quotidiana coi pregiudizi di chi vede nel colore della pelle un limite e non una ricchezza.

Se da un lato comprendo la paura che alcuni provano nei confronti delle differenze – badate bene: comprendo ma non condivido nella maniera più assoluta -, mi chiedo perché alcuni non abbiano la voglia di investire una manciata di ore per spiegare ai propri figli, a quelli di amici e/o vicini, alle generazioni che verranno, che in fondo nessuno è diverso.

Che tutti abbiamo qualcosa in comune e che si tratta di qualcosa di importante: si tratta del nostro cuore, della fiamma di passione che ci spinge verso i nostri obiettivi, del nostro io più profondo, nascosto e proprio per questo prezioso. Pensare al nostro futuro e scontrarmi con persone che non trasmettono il valore della tolleranza, che non insegnano ad amare la multiculturalità, che non riescono a comunicare l’incredibile ricchezza che la diversità ci concede mi spaventa e allo stesso modo mi invoglia a fare. A lottare. A confrontarmi. A discutere. A imparare. A spiegare a mia volta.

Nessuno dovrebbe sentirsi diverso e percepire nella propria diversità un valore negativo, tantomeno dovrebbe sentirsi straniero. Né a casa propria, tantomeno altrove.

Questo, a conti fatti, mi sembra un buon proposito per l’anno nuovo: amare la diversità, accoglierla e celebrarla.

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