strategia-linguistica-familiarePianificare la strategia linguistica familiare



Nel post precedente ho accennato al grande tema del mischiare le lingue.

Per poter affrontare questo argomento è necessario parlare prima di tutto di come si è deciso di organizzarsi in casa dal punto di vista linguistico.

E’ molto importante dedicare serenamente insieme al proprio partner e ai propri familiari una strategia linguistica da adottare alla nascita del bambino.

Attenzione: questa operazione a volte risulta più facile a dirsi che a farsi.

Analizziamo insieme quali fattori potrebbero intervenire in questa delicata fase decisionale.

La scelta di un genitore di parlare al proprio figlio in una lingua, sua madrelingua o altro, dipende fortemente dal rapporto che il genitore stesso ha con la lingua in questione.

Lingua infatti non vuol dire soltanto regole grammaticali, fonetiche, sintattiche, ma anche cultura, radici, storia, anche personale, e ancora emozioni, sentimenti, ricordi che possono andare al di là del razionale, a volte inconsci e legati a dinamiche individuali e infantili.

Insomma, prendere una decisione a tavolino di utilizzare una lingua per la comunicazione con il proprio figlio significa rinnovare o meno i propri legami emotivi con determinate situazioni.

Le scelte linguistiche in questa fase potrebbero essere influenzate da vari fattori non sempre consci, di cui è comunque importante tenere conto perché non si creino aspettative deluse e tensioni in famiglia.

Sulle possibili strategie



Per orientarsi sulle possibilità esistenti di gestione della comunicazione familiare può essere di supporto una breve analisi dei metodi adottabili.

Importante nella scelta è l’obiettivo che si vuole raggiungere, analizzando le motivazioni che spingono a crescere un bambino bilingue.

Se la motivazione è unicamente di carattere socio-professionale, ovvero dare maggiori opportunità al figlio per il suo futuro principalmente lavorativo costituisce una motivazione diversa dall’intento, ad esempio, di mantenere vive le radici di almeno una parte della famiglia.

All’interno di queste motivazioni ci si dovrebbe anche chiedere che livello di conoscenza si auspica che il bambino raggiunga: un livello comunicativo di base, conoscenza della lingua scritta, capacità di interazione a livelli superiori per un’eventuale percorso accademico, conoscenza della cultura di cui la lingua in questione è testimone.

Definire questi obiettivi è importante anche per capire quanto sia l’impegno che questo tipo di educazione comporterà da parte dei genitori e dei familiari e per verificare se sia possibile mantenere questo tipo di impegno da tanti punti di vista.

Alcuni aspetti non devono essere decisi definitivamente al momento della nascita.

Tuttavia è importante essere consapevoli che prima o poi saremo chiamati a rispondere a tali quesiti durante la fase dello sviluppo del bambino e soprattutto tenendo conto dello sviluppo del bambino.

OPOL

Ne avrete sentito parlare, secondo il principio OPOL ai genitori che intendono crescere i propri figli bilingui si raccomanda l’uso coerente della stessa lingua (di preferenza la propria lingua materna, ma non necessariamente) con il bambino.

La teorizzazione di questa formula risale al lontano 1902, quando il linguista francese Maurice Grammont coniò l’espressione “une personne- une langue”, che dagli anni Ottanta è stata poi utilizzata in numerosi studi soprattutto nella sua traduzione inglese, oggi più conosciuta, one person- one language OPOL.

Grammont sosteneva che, facendo ricorso a questo metodo sin dalla prima infanzia, un bambino avrebbe potuto imparare due lingue senza sforzo e senza mischiare troppo le lingue.

L’unica condizione era quella di essere coerenti nell’uso sistematico di una sola lingua da parte sempre della stessa persona, rappresentando in tal modo per il bambino un esempio di uso del linguaggio adulto e creando così un legame emotivo con il bambino attraverso la loro lingua.

Una critica mossa a questa strategia è che l’OPOL non sempre garantisce risultati, ma in molti casi è sufficiente soltanto a raggiungere competenze passive nella lingua minoritaria. Ma questo dipende da molte variabili e in molti casi è invece risultata una formula vincente.

Inoltre, alcuni sostengono che lo schema OPOL sia artificiale poiché i genitori si sforzerebbero di parlare la propria lingua in maniera coerente, sopprimendo le interferenze e le mescolanze che sarebbero, invece, un aspetto naturale della comunicazione dei bilingui.

I migliori risultati di educazione bilingue sono ottenuti da quei genitori che hanno dimostrato maggiore coerenza nel rispettare la strategia OPOL, limitando al massimo le interferenze.

Probabilmente tutti concordano col fatto che l’OPOL non sia da solo sufficiente all’acquisizione della lingua minoritaria, ma dalle ricerche emerge che si tratterebbe di una condizione necessaria, questo sì.

La coerenza nella scelta linguistica ridurrebbe al minimo la concorrenza tra le due lingue permettendo, nel contempo, la massima esposizione del bambino alla lingua minoritaria.

Maggiore è il tempo di esposizione ad una lingua, più ampia sarà la gamma di situazioni sperimentate e la conseguente ricchezza di linguaggio che ne deriva.

 

Inoltre, non dimentichiamo che un genitore attento allo sviluppo linguistico del bambino avrà maggiori occasioni di individuare le aree deficitarie ponendovi rimedio.

Senza contare che un contatto costante con i propri figli implica un adeguamento del registro linguistico dal linguaggio infantile a quello adulto e, se la comunicazione avviene in maniera coerente nella lingua minoritaria, ciò permetterà ai figli di sviluppare competenze linguistiche di pari passo in entrambe le lingue.

In sostanza, un bambino di 4 anni avrà un linguaggio diverso da uno di 8 e di ciò un genitore, specie se referente per la lingua minoritaria, dovrà tenerne conto e provvedere a adeguare il proprio linguaggio e gli strumenti che fornisce a suo figlio perché possa anche lui crescere linguisticamente.

ML@H minority language at home

Un’alternativa all’OPOL è quella di adottare la lingua minoritaria in casa, parlata da tutti, e lasciare la lingua dominante all’esterno.

Ciò comporta alcune considerazioni: innanzitutto entrambi i genitori devono essere in grado di comunicare in maniera fluida e possibilmente corretta nella lingua minoritaria, ovvero quella lingua a cui il bambino ha meno occasioni di essere esposto.

I genitori devono anche essere disposti a comunicare con i propri figli a volte in una lingua a volte nell’altra a seconda della situazione (dentro o fuori casa).

Il vantaggio è soprattutto per quelle famiglie binazionali che vivono nel Paese di uno dei due genitori, in questo modo il bambino sarà esposto alle due lingue in maniera meno squilibrata.

Laddove gli input della lingua minoritaria rischiano di essere molto ridotti, adottare questo metodo può rappresentare una soluzione per aumentarne l’esposizione.


E se la famiglia è monolingue?



Nei casi in cui tutta la famiglia, parenti stretti compresi, sia monolingue e viva nel Paese della lingua che parla, molti genitori si chiedono se sia possibile insegnare una seconda lingua al bambino.

La risposta è sì, va tenuto conto però degli obiettivi che vogliamo raggiungere e che siamo in grado di raggiungere.

Prendiamo il caso di una coppia monolingue italiana che decida di introdurre l’inglese nella propria comunicazione familiare.

Condizione indispensabile è che uno dei due genitori o una persona vicina al bambino abbia sufficiente padronanza dell’inglese.

Se non sussiste questa condizione dobbiamo essere coscienti degli esiti probabilmente limitati che otterremo o perlomeno della necessità di un ulteriore supporto esterno.

Una babysitter anglofona introdotta in tenera età che abbia contatto frequente con il bambino può svolgere un ruolo predominante sullo sviluppo bilingue del bambino, ma teniamo presente che prima di tutto conta la persona.

Una lingua, come già detto prima, non sono solo regole, ma anche e soprattutto emozioni. Per imparare una lingua un bambino deve creare un legame affettivo con la persona veicolo di quella lingua. 

E ciò è vero anche se è il genitore a parlare la lingua «diversa» da quella dell’ambiente circostante.

Torneremo sull’argomento quando affronteremo il tema del rifiuto della lingua. Ci basti per ora pensare che il legame persona-lingua sia un aspetto fondamentale per lo sviluppo bilingue del bambino.

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