rhino

Sudafrica, al buio e senz’acqua: se fosse questo il problema!

Dal mio passaggio in Sudafrica, come chiamo io questa fase della mia vita, rimarranno impresse molte cose: ricordi, persone, amicizie, esperienze, impressioni e soprattutto qualche cambiamento radicale in rapporto a determinate questioni. Per esempio l’uso ed il consumo di due risorse che cosi tanto diamo per scontate nei Paesi occidentali o comunque “evoluti”, ovvero l’acqua e la corrente elettrica. So che chi è passato come me da un’ altra parte dell’Africa o ci sta vivendo ora, probabilmente sa a cosa mi riferisco.

Da quando sono arrivata a Joburg, sto imparando a non dare più per scontate la presenza di acqua e luce nella mia vita e mi adeguo alla loro non rara ed anche improvvisa mancanza, tra l’altro senza sbuffare. Il che è una bella cosa secondo me. Come ho già raccontato nel mio primo post, ‘Joburg, mon amour’, il motivo della nostra presenza qui, è dato dalla richiesta, da parte dell’azienda di mio marito, di occuparsi della più grande centrale termoelettrica in Sudafrica, chiamata Medupi, dall’area in Limpopo in cui è stato bonificato il sito sul quale sorge questo colosso dalle dimensioni impressionanti, la capacità produttiva di 4,800 MW e che ha dato lavoro fino ad oggi a più 20,000 persone, per un costo totale stimato, finora, sui 7 miliardi di dollari.

Medupi dovrebbe essere in grado di soddisfare tutti i fabbisogni attuali e perlomeno dei prossimi 5 anni, in un Paese in cui grazie al completamento della centrale, si auspica anche un piccolo rilancio dell’economia: in passato, un certo numero di aziende ha dovuto interrompere la propria produzione, e chiudere, a causa di un servizio inaffidabile e singhiozzante. Un’erogazione di corrente elettrica continuata e distribuita in modo capillare su tutto il territorio, come è facile dedurre, dovrebbe permettere molti positivi e necessari miglioramenti allo stato attuale delle cose.

E’ cosi che tra l’altro l’elettricità potrà finalmente raggiungere anche tutte quelle township fuori città che ne sono prive, quelle numerose zone in cui la corrente in genere non si paga, la si pretende, e semplicemente la si ruba, facendo allacciamenti improvvisati alla rete pubblica. In più di un caso purtroppo, le persone cosi facendo non raramente provocano danni notevoli a quella stessa rete, rallentandone o compromettendone il servizio, provocando costi di riparazione e soprattutto mettendo a repentaglio le stesse townships che oltre a presentare tutta una serie di difficoltà di vita ingenti, rischiano di diventare il teatro di potenziali incendi dolosi e veri e propri roghi a cielo aperto, nei quali, come al solito, a rimetterci le penne sono soprattutto bambini e donne.

Medepu

Medepu Unit 6 Power Station

La vicinanza tra una baracca e l’altra è talvolta cosi minima ed imbarazzante, le vie di scampo quasi impraticabili se non inesistenti, che la confusione generata dal più piccolo incendio, non può che trovare ampio modo di propagarsi in fretta. Se poi a queste premesse pericolose, si somma l’eccezionale siccità del clima invernale joburghese e l’arsura di erbusti, alberi e cespugli delle piante indigene tutto intorno, in una sera di mezzo inverno sudafricano, il danno è praticamente inevitabile.

Ed è quello che è successo l’inverno scorso appena trasferiti nella nostra nuova casa, a Kyalami, dopo aver lasciato l’albergo di Marlboro Road, in cui abbiamo vissuto per due mesi, aspettando il container da Dubai. Avevo appena traslocato e quindi dato via il consueto quantitativo di cose superflue, smesse ma in buono stato di cui sapevo potevamo fare a meno. Non possedevo molto di più di quello che non ritenevo ci servisse davvero, “spogliata” come dopo ogni trasloco, di tutto ciò che davvero non è indispensabile o non riveste un particolare valore affettivo. Ma la verità è che quando pensi di non poter dare niente, in realtà puoi benissimo trovare carellate di cose di cui poterti ancora privare.  

acqua

Kyalami Grand Prix Circuit

La sera stessa dell’incendio, un appello su facebook ed uno su whatsup chiedevano le stesse cose, con la stessa fretta, quella che ti manda a dormire con una preghiera ed un senso di colpa, che ti lascia immaginare le facce di quei bambini là fuori all’aperto, in un inverno secco e severo, soprattutto se vivi già in baracche non termicamente isolate e se hai appena perso anche quelle, se non hai più niente quindi con cui coprirti e scaldarti. Una fretta che ti fa chiedere che sia una notte corta corta e che ti fa correre il giorno dopo al primo supermercato nella zona in cui vive una delle persone che coordinano la raccolta di viveri e beni di prima necessità, per riempire due carrelli di maize meal e pap, (due farine simili al nostro semolino ed alla nostra polenta, base dell’alimentazione qui, per chi si permette di raro cibi freschi), pannolini per bambini, latte in polvere, saponi e detergenti di base, e naturalmente cibo a lunga conservazione, e soprattutto acqua. La raccolta andò avanti per mesi poi, come è tipico, l’interesse delle persone cala, la memoria si allenta, il tran tran travolge ogni coinvolgimento emotivo iniziale e perciò si perdono le tracce e le storie.

In quel periodo insegnavo yoga in uno studio della zona e avevo proposto dopo qualche giorno dall’incendio una raccolta di coperte, indumenti, o tutto ciò che i nostri allievi avessero potuto decidere spontaneamente di dare: quando un agglomerato urbano, per quanto abusivo, è raso al suolo, e la gente ha perso tutto, tutto in realtà serve.

Rimasi senza parole alle reazioni cui mi trovai esposta.

Non solo la proprietaria dello studio di yoga mi guardò storto quando alla fine della mia classe, feci il mio piccolo annuncio di richiesta aiuti, (io la mia cesta vuota fuori dalla porta dello studio la piazzai  lo stesso!) ma anche alcuni dei miei allievi iniziarono a commentare molto placidamente che se avessero dovuto occuparsi di ognuno dei disastri che con regolarità avvengono nelle townships, allora non avrebbero fatto più vita, che certo erano dispiaciuti per quanto fosse successo ma che in fondo è solo in questo modo che alcune persone capiscono quanto sia sbagliato sfruttare la corrente elettrica con degli allacciamenti abusivi e pericolosi. Alla fine riuscii lo stesso a portare scatole e sacchi di cibo e quantaltro alle volontarie, personalmente portammo a più riprese un quantitativo di giocattoli, vestitini e materiale prescolastico, in un piccolo asilo messo in piedi da una donna che si era improvvisata ‘maestra’ e a cui durante il giorno i genitori affidarono i bambini per potersi impegnare nella ricostruzione, o semplicemente per continuare ad andare a lavorare, e a guadagnare la loro giornata. Ma attraverso quella mia prima maldestra ed entusiastica esperienza di collaborazione, resterà impressa nella memoria la sensazione che in generale, con le dovute positive e numerose eccezioni chiaramente, i Sudafricani mi apparvero, tra le altre cose, assuefatti.  

load-shedding

Load Shedding

I Sudafricano che ho incontrato sino ad ora, hanno fatto l’abitudine a vivere nella micro-criminalità (che fa più vittime dell’aids comunque, perché la gente di ogni tipo viene aggredita ogni giorno, anche solo quando deve stare ferma per qualche secondo ai semafori); hanno fatto l’abitudine ai load shedding (questi ‘spegnimenti’ delle luci di intere aree della città a scopo di risparmio energetico o per programmata razionalizzazione dei consumi), i quali per forza di cose fanno l’occhiolino alla criminalità; hanno fatto l’abitudine a non fidarsi della polizia, e a considerarla anzi, temendola e disprezzandola al contempo, l’ultima spiaggia per il ricorso ad un aiuto esterno in caso di necessità e pericolo; hanno fatto l’abitudine ad innalzare per queste stesse ragioni, con ogni lecito mezzo o meno, i propri livelli di sicurezza (in questo Paese c’è un’alta percentuale della popolazione che senza necessariamente avere il porto d’armi possiede un’arma che tiene in casa o addosso, ad uso personale).

I Sudafricani che ho incontrato sinora, sono  consci di vivere in un equilibrio molto precario per quanto riguarda la sicurezza personale, e mostrano per i miei canoni fin troppa dimestichezza con parole come “hijacking”, “armed robbery”, “kidnapping”. Termini a cui io non farei mai l’abitudine, e che non mi lascerebbero rassegnata o indifferente, che non so dire cosa sia peggio, tra le altre cose. La realtà è invece che se se lo possono permettere, e quelli che abbiamo conosciuto noi, sono solo cosi, si illudono di essere circondati da una relativa protezione dai pericoli esistenti, solo perché pensano a rifugiarsi all’interno di questi mini universi di isolato ordine e bellezza, che offrono ettari di prati e parchi, alberi lussureggianti, laghetti artificiali, e se possibile, un ampio terreno da golf, dentro il quale in effetti nascono le case dei residenti. Le aree residenziali come queste si chiamano estate e quando siamo venuti a vivere a Joburg è solo dentro un estate di nostra scelta che ci è stata data l’opportunità di cercare casa: la società americana per la quale mio marito lavora obbedisce ed applica – quando vuole – ogni scrupolosa regola per proteggere i suoi dipendenti. Di fatto un paio delle opzioni che avevamo individuato e sottoposto al loro insindacabile giudizio, vennero ‘bocciate ‘dalla suddetta società, perchè la presenza di un cantiere o l’altezza di muro di cinta o qualche altro parametro non costituivano, a priori, una soluzione abitativa sufficientemente sicura per noi.

sudarfrica

Armed Robbery

Più vasti sono gli estate più tutto attorno a questi, la zona ne prende il nome: le scuole, il centri commerciali più vicino, i centri business che ospitano aziende ed uffici, persino i nomi delle piccole realtà aziendali che operano in quella zona. Ed è vero che anche noi attualmente viviamo nella casa più grande e più bella della nostra vita, dentro un estate che prende a sua volta il nome dal circuito di formula 1 famoso negli anni ’70 che si trova qui vicino, pero’ il sentimento di essere dentro una prigione che indora un po’ la pillola di ciò che c’è là fuori in effetti, specie all’inizio, è molto presente. Intendiamoci, questa è solo una realtà abitativa che riguarda una percentuale ridotta della popolazione locale. Ma dopo che il vero centro della città, CBD, è stato letteralmente abbandonato e che il centro di Joburg si è spostato verso la zona di Sandton, Rosebank, Morningside o Bryanston, dove ancora moltissime sono le case single ed indipendenti ed è anche presente ma più raramente qualche condominio, ogni abitazione di sorta presenta una forma di protezione dall’esterno: boom, gate, mura, con o senza filo spinato elettrico, codici di sicurezza forniti ad hoc per ogni visitatore che si deve annunciare, pattugliamenti armati o meno diurni o notturni, se non tutte queste formule allo stesso tempo!

electric-fenceDi conseguenza, per la maggior parte dei Sudaf che conosciamo, pochissimi dei quali fanno la scelta di vivere in case indipendenti in un’area qualunque della città, se e quando la corrente elettrica con preavviso o meno viene a mancare, non c’è problema, “we make a plan” è la risposta più tipica che puoi sentirti dare.

Il che significa che “africanamente” per fortuna, ti fai scivolare di dosso ogni preoccupazione, il che va anche benissimo per carità, ma non tiene conto che il problema è su scala nazionale e potrebbe essere affrontato anche diversamente.

Quindi esci e vai al ristorante, tanto per la stessa cifra con cui a Zurigo paghi una pizza procapite ed una birra, qui vai al ristorante chic, con quattro portate ed un ottimo vino di accompagnamento, anche se con tutta probabilità il ristorante si trova direttamente su una strada a larga percorrenza o affaccia su un’area parcheggio (ma questa è un’altra storia).

Ma per altri, e sono tanti, la maggioranza, è tutto un’altra faccenda il taglio della corrente, inclusa anche la questione che fa l’occhiolino alla criminalità improvvisata, che complice il load shedding ti potrebbe piombare in casa, in auto, ovunque, e ti fa, francamente, paura. O perlomeno ti fa paura la prospettiva di agevolmente e liberamente come altrove muoverti, a partire dal momento in cui cala il sole, il che risulta in una rinuncia e in un drastico cambiamento alle tue abitudini precedent.

C’è una cosa cui pero’ i Sudafricani fanno fatica ad abituarsi, e che invece mi pare metta d’accordo tutti per una volta, in questa città di contrasti vivaci; una cosa che livella e rende tutti unanimi: il taglio dell’acqua corrente.

Una cosa è non riuscire a vedere, avere a pronta disposizione lampade caricate elettricamente e sempre lasciate ‘cariche’ per ogni evenienza, compromettere accidenti in qualche caso la spesa che hai nel frigorifero, soprattutto se sei uno che conserva molto cibo surgelato (noi qui non lo facciamo quasi del tutto infatti), non poter cucinare in casa se non hai un fornello a gas, non poter ricaricare telefoni e quantaltro, non poterti scaldare se non hai un camino o stufa a legna o a gas, e già cosi in effetti le cose possono a seconda delle circostanze diventare un poco challenging, ma tutta un’altra storia è fare i conti con la mancanza d’acqua, specie se la bella stagione è arrivata e di giorno si raggiungono i 30-32 gradi.

acquaSi impara di tutto nella vita e non è certo una tragedia fare a meno dell’acqua se te la puoi andare a comprare.

Di nuovo , se il taglio è stato annunciato, puoi fare in tempo ad organizzarti in merito, riempire i secchi di casa per portare l’acqua della piscina in bagno, tra l’altro clorata e perfetta per pulire un minimo, ed usarla invece dello scarico, raccoglierne quanta possibile nella vasca da bagno e con delle bottiglie vuote imparare a farti la doccia asciutta come la chiamiamo noi e scoprire con sorpresa quanti litri di acqua sprechiamo ogni giorno facendo la doccia sotto l’acqua corrente, quando in effetti, come questi casi dimostrano, il quantitativo di cui hai davvero bisogno per essere pulito è tutto un altro.

Se invece i tagli sono inevitabili, improvvisi, prolungati e magari ripetuti, come era successo nelle scorse settimane (in cui avevamo già ricevuto l’allarme siccità insieme a precise disposizioni circa gli eventuali sprechi come l’irrigazione dei giardini prima delle nove di sera ed il lavaggio dell’auto, ad esempio) e a questo si aggiunge l’improvviso cambio meteorologico, con una tanto domandata ed agognata acqua e delle abbondanti piogge torrenziali, ma cosi abbondanti che il fiume Jukskei, quello che vediamo tutti i giorni andando a scuola, passando dal ponte della R55, e che abbiamo sempre visto bianco di schiuma inquinante esonda il 9 di novembre scorso, fa 9 vittime ma il mondo non lo vede, allora la situazione cambia drasticamente.

sudafricaIl terreno è troppo secco, stesso problema, e non può accogliere e filtrare l’improvvisa pioggia, si formano pozze per le strade, ai bordi, in mezzo alle case, nei parcheggi, nelle scuole.  Gli argini dei fiumi si sgretolano alla lunga come pasta frolla.  Sabbia, detriti, fango, tutto colma quel letto che risulta d’un tratto incapace ed insufficiente a contenere il fiume tanto inquinato ed arrabbiato che sembra finalmente vendicarsi e scorrere impazzito e libero, esondare e travolgere, guarda caso, un’altra delle zone più povere ed infelici della città: la già citata Alexandra, a nord est di Joburg.

Ed è cosi che la mancanza di acqua prima, e l’eccesso d’acqua poi, mette d’accordo tutti e spaventa senza distinzioni di sorta questa volta, ognuno di noi, sotto questo stesso cielo. Perchè un venerdì pomeriggio, anche i comodi residenti dell’ estate più chic e costoso di tutto il Midrand, Waterfall Village Estate, che con tutta quella pioggia si erano bagnati la punta del naso e quella delle scarpe, sono turbati alla vista di polizia, si proprio quella, pompieri, sommozzatori, che proprio li, proprio fuori dall’ingresso di casa, quell’ingresso che sbeffeggiando i problemi di criminalità perenni, lasciano aperto con pretesa nonchalanche, sono impegnati a fare i conti con l’alluvione delle precedenti ore. E cercano anche loro con lo sguardo, quello che i sommozzatori cercano con le mani nell’acqua. Cercano anche li, dove ponticelli di legno, camminamenti e sentierini che lasciano passeggiare, andare in bici per km e andare a scuola con la piccola golfcart, un pezzo di orrore, un pezzo di realtà, un pezzettino piccolo piccolo di verità.

Partito da Alexandra, e strappato dal fiume arrabbiato dalle braccia di una mamma, anche il corpicino di una bimba di 3 anni – per giorni data sperduta – ha percorso kilometri.

acquaE’ arrivato fino alle rive più quiete, nelle acque del fiume convogliate dentro Waterfall, trascinato dalla furia in una folle ed impietosa corsa e portato con tutto il nostro sgomento, fino al complesso residenziale nel quale, tra l’altro, sorge la scuola dei miei figli.
Nel nostro piccolo, il giorno dopo l’alluvione e l’esondazione, poiché le strade di accesso alla scuola  a partire dal nostro
estate sono due ed una era totalmente ricoperta dai detriti e chiusa al traffico, mentre l’altra sulla quale naturalmente tutto il traffico si era riversato, ci ha portato lontani 500 mt in 34 minuti primi, abbiamo rinunciato con buon senso ad un giorno di scuola.

E’stato un giorno lungo in cui siamo alluvione restati bloccati in casa, il grande a studiare per gli esami, il piccolo a giocare con il lego, io a trovare finalmente un po’ di tempo per scrivere. Ma è stato un giorno in cui a cose diverse, sarei senz’altro andata al supermercato perché c’era ben poco in frigo, ma in cui non abbiamo certo patito la fame e siamo riusciti a mangiare lo stesso.

E’ stato un giorno in cui le piogge hanno continuato ad imperversare e le preghiere sono state di poter avere accesso il mattino dopo ad una di quelle due strade, e che un papà e marito in viaggio da Hong Kong potesse riuscire ad atterrare a Tambo International Airport, il quale due e tre giorni prima era stato in gran parte allagato.

Un giorno in cui un tubo dell’acqua, scoppiato per l’eccessiva pressione, non ne ha lasciata una goccia nei nostri domestici rubinetti.

Un giorno, in cui tra noi 3 per bere, cucinare e rimanere decentemente puliti, ci erano rimasti circa 8 litri di acqua imbottigliata potabile, residuo di una scorta che non potevo incrementare, in quel giorno di isolamento fisico, nella mia bella casa del mio bell’ estate.

pompieriE’ stato un giorno strano, in cui ho avuto un po’ paura, ma anche un preciso sentimento di gratitudine.

Un giorno in cui abbiamo parlato con i ragazzi di quanto fossimo felici di avere un tetto sulla testa, di andare a dormire con la pancia piena ed i piedi puliti, quando cosi tante persone poco lontane da noi, un’altra volta avevano perso tutto e in qualche caso anche delle persone care.

Un giorno in cui abbiamo capito per sempre che certe cose ci rendono per forza tutti uguali, e ce ne siamo felicitati, ed in quel giorno abbiamo ricordato l’importanza del rispetto per la natura, che alla lunga, se ignorata e maltrattata prende comunque sia il sopravvento. Un giorno in cui ci siamo sentiti per sempre più responsabili della limitata disponibilità d’acqua sul pianeta e in cui abbiamo preso coscienza di un consumo più razionale e sensibile d’ora in avanti, da parte nostra.

Ed il giorno dopo è stato il giorno di un’atterraggio felice, di un raggio di sole caldo, scaldato come se non fosse successo niente dal canto degli uccellini felici e dal gracchiare stridulo degli Adida giganteschi che ci svegliano poco prima delle 5. E’ stato il giorno di una strada di accesso di nuovo aperta e di quella spesa al supermercato. E’ stato anche il giorno di una forte emicrania, quasi certamente per via di una leggera disidratazione, ed il giorno in cui è iniziata la raccolta per un’altra comunità toccata dall’alluvione questa volta, di altri carrelli da riempire e da consegnare. E’ stato il giorno per noi per sorridere ed essere felici solo perché di nuovo l’acqua scorreva nei tubi, anche se un tubo danneggiato dall’alluvione a monte, ci avrebbe dato altri problemi e nuovi tagli.

E questa è solo la mia personale esperienza di due fatti cui da ospite di passaggio soltanto, mi trovo ad essere una testimone per caso.

E questo non è affatto il Paese più problematico dell’Africa, ma è probabilmente il più avanzato, ricco, stabile e con le migliori infrastrutture e la migliore organizzazione di tutta l’Africa. E questo è solo un racconto che gira attorno due risorse, l’elettricità e l’acqua. C’è ancora molto che tocca da vicino e molto che resta da raccontare.

Non importa di fronte a cosa ci ritroviamo, e a cosa possiamo assistere, ciò che conta è che tutto serva a migliorarci e a modificare il nostro sguardo sulle cose.

Grazie Joburg per insegnarci tanto.

johannesburg

Johannesburg skyline

14 commenti
  1. Luciana Maserati
    Luciana Maserati dice:

    La mia esperienza ad Accra da tre anni con la mia Big family, non è così diversa. Il sud Africa è il mio sogno…I grandi animali il sogno del mio piccolo! Mi spaventa il costo di un viaggio che dal Ghana è quasi più costoso che partendo da Milano. Leggo nel tuo racconto la nostra esperienza e il nostro vissuto e mi sorprendo…credevo il Sud Africa più organizzato e strutturato di qui.

    Rispondi
    • Katia
      Katia dice:

      Luciana,
      Non mi fraintendere, il Sudafrica ha un’anima bellissima ed una natura strepitosa. Secondo me sono grandi e forti nelle loro infrastrutture, nell’indole che parte da una scorza dura e resistente. Il problema è storico e politico. E come nel resto del continente troppa è la distanza tra i colori, il dentro e il fuori, tra chi provene da questa o quest’altra parte. Forse la mia percezione è parziale, ma non posso che riportare quello che ho conosciuto direttamente. È un paese che merita vacanze magnifiche. Quanto a stabilircisi, io ci rifletterei sopra.
      Ma porta qui il tuo bimbo. Porterà delle grandi emozioni per sempre con sé.
      Coraggio. Parlami del Ghana. Spero non sia più dura che in Nigeria, che pure vedi, mi ha dato tanto. Una cosa non toglie l’altra. Non ci spostiamo per trovare di meglio o di peggio. Lo facciamo per trovare Noi.

      Rispondi
  2. Lella
    Lella dice:

    Cosa dire, bisogna essere persone in gamba e ricche di sensibilità, per vivere cogliendo in ciò che accade o ci circonda quanto di positivo può esserci e trasformare un disagio in un momento di riflessione e crescita dei propri figli. BRAVA

    Rispondi
  3. Angela
    Angela dice:

    Un’altra avvincente ed interessante storia di Katia dal Sudafrica. Restiamo in attesa dei nuovi racconti dalla sua prossima destinazione. Complimenti.

    Rispondi
    • Katia
      Katia dice:

      Grazie infinite Lella!

      Forse fa parte della nostra energia femminile creatrice che sempre inventa e si reinventa. Ci sentiamo chiamate ad “educare” e nutrire l’altro nell’intento di capire e facilitare a capire ciò che avviene. Forse è solo il nostro istinto?

      Rispondi
  4. Valerio
    Valerio dice:

    KatiAmore mio, grazie per essere riuscita ad ancorare nelle nostre memorie, con così belle parole, come questo nostro essere cittadini del mondo ci aiuti anche a essere persone migliori. La tua devozione ai problemi sociali e la tua innata capacità a includerci e farci evolvere è uno dei pilastri della nostra bella famiglia. Continua a scrivere e farci commuovere al ricordo di questi intensi momenti vissuti insieme. Devotamente tuo, Valerio

    Rispondi
  5. Rosamaria Liotta
    Rosamaria Liotta dice:

    cara Katia come sempre i tuoi articoli sono cosi ben scritti e coinvolgenti che mi sembra di accompagnarti passo, passo nella tua avventura africana e di guardare con occhi commossi e consapevoli questa tua ultima realta. Come dice Valerio la tua consapevolezza e partecipazione ai problemi sociali aiuta chi ti legge a capire meglio, ricordando momenti analoghi vissuti in un altro paese. Un affettuoso abbraccio.

    Rispondi
    • Katia
      Katia dice:

      Molto incoraggiante ed affettuoso questo commento, grazie!

      Mi piacerebbe tu condividessi le tue esperienze nel Paese a cui fai riferimento..

      Un ringraziamento sentito..
      Katia

      Rispondi
  6. L'angolo di me stessa
    L'angolo di me stessa dice:

    Mio marito dice sempre che vorrebbe fare un periodo in Africa per questi motivi. Quei luoghi magnifici hanno problematiche tali da farti capire davvero il senso della vita, quanto importanti siano le piccole cose, ma soprattutto quanto dovresti ringraziare per quello che hai.

    Rispondi
    • Katia
      Katia dice:

      Grazie moite per questo commento. Tuo marito ha ragione. È una sensazione di assoluta gratitudine quella di cui puoi fare l’esperienza, ogni giorno!

      Rispondi
  7. Dafne
    Dafne dice:

    Ciao Katia, complimenti per il tuo bellissimo scrivere!! Avrei bisogno di contattarti se fosse possibile…
    Mi puoi trovare su fb come Dafne Cardin – c’è l’immagine di una bimba.
    Grazie!!!

    Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi con chi vuoi