Il turismo del suicidio in Svizzera

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In Svizzera esistono due associazioni che si occupano di assistenza al suicidio: Exit e Dignitas.

Qui non si parla quasi mai di eutanasia, ma di suicidio assistito.

L’eutanasia attiva è infatti condannata dal codice penale svizzero. Al contrario del suicidio.

Proprio per tali ragioni, i termini impiegati sono assistenza al suicidio o accompagnamento alla morte volontaria.

La differenza tra le due nomenclature è semplice, ma di fondamentale importanza.

Nel caso del suicidio assistito, è la persona che desidera morire a compiere il gesto estremo.

Nel caso dell’eutanasia, è un’altra persona a provocare la morte.

Spesso le due cose vengono confuse, eppure eticamente e moralmente c’è una bella differenza.

Dignitas, contrariamente ad Exit, rende possibile il suicidio assistito anche ai non residenti.

Per avere accesso all’accompagnamento alla morte volontaria, si deve comunque essere membri aderenti nel caso di entrambe le associazioni.

Molti sono gli Svizzeri che condannano l’operato di queste associazioni. Così come tanti sono gli italiani che vi ricorrono.

Quello che mi interessa sottolineare, al di là del giudizio morale, è che in realtà non si può davvero scegliere di morire quando si vuole e non si tratta di un incoraggiamento al suicidio: anzi, Dignitas fa anche moltissima prevenzione in merito.

Ci sono, poi, condizioni rigidissime perché l’accompagnamento alla morte volontaria possa essere attuato.

Equipes mediche, paramediche e di sostegno psicologico sono a disposizione del paziente e dei cari che decidono di accompagnare la persona per l’ultimo viaggio.

Un tempo, ero fortemente contraria all’idea di scegliere di morire.

Conosco indirettamente due persone che hanno fatto ricorso al suicidio assistito. Soffrivano moltissimo entrambe, sia psicologicamente sia fisicamente. Non volevano più essere un peso per i loro cari.

La prima sarebbe presto diventata cieca, la seconda voleva liberare la sua anima ormai da troppo tempo intrappolata in un corpo sofferente.

Non erano in fin di vita. Né affette da atroci malattie. Ma soffrivano. Non si sentivano più degne di vivere.

E questo è un sentimento rispettabilissimo.

Dentro possiamo metterci moltissime altre riflessioni, come tutte quelle riguardanti le cure palliative e fin dove può spingersi il diritto alla vita o il diritto alla morte.

Ma venendo da un paese in cui questi temi sono ancora tabù, penso che la Svizzera nonostante le critiche, abbia da insegnare qualcosa agli italiani.

Voi che ne dite?

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