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Tra italiani all’estero

Forse l’ho già detto, ma nel centro di cultura italiana dove insegno sono la piccola del gruppo. Quella che da meno tempo ha lasciato casa. Cosa significa avere colleghi italiani quando si vive fuori?

Di principio, ci si è subito più simpatici. Puoi essere fluente quanto vuoi in una lingua- ma esprimerti nella tua ha un sapore unico. E’ piu o meno come la differenza tra chiacchierare a una cena vestiti eleganti o essere invitati a casa di qualcuno e indossare quella felpa comoda che ti piace un sacco. Sei subito più a tuo agio. E nei primi mesi ti aiuta tanto.

Il mio collega stasera si è fermato a raccontare alcune vicende dei suoi primi vent’anni. Riecheggiano figure lontane nel tempo, storie nate nelle vie strette e assolate dei borghi del sud Italia, raccontate tra mamme e zie e trasmesse nei paesi vicini; ma anche gli episodi di quando si era spostato per studiare al nord- la ricerca della casa, le incomprensioni coi ‘polentoni’, le amicizie dell’epoca. Lui è un insegnante universitario, un professore che qui tiene corsi e seminari. Io non sono nessuno. Però parliamo la stessa lingua, e questo già ci rende familiari.

La comunità di italiani a Riga non è grande, prima o poi ci conosce tutti. E’ un po’un paese. Fa bene poter parlare con qualcuno in italiano, la connessione è subito immediata, ma costituisce anche un rischio. Non siamo venuti qui per rimanere tra noi, come un gruppo chiuso: e per quanto è bello trovarsi e parlare, forse è altrettanto bello avere vite molto diverse. E’ bello confrontarsi con chi ha un bagaglio culturale simile al nostro, chi ci capisce quando parliamo di clima, cibo e politica. Le settimane e la routine sono a volte interrotte da “Hai sentito cosa è successo..?” che introducono sempre la discussione riguardo a qualche articolo.

Quando un collega parla, gli presti apparentemente la stessa attenzione che riservi ad altri, ma annoti tutto in testa con più attenzione. Perchè sta facendo un percorso simile al tuo. Ha vissuto qualcosa che potresti vivere anche tu. Soprattutto, si è già ambientato in un contesto che a volte ti è ostile.

Ha già fatto pace con una lontananza che a te invece fa ancora male. E sa cosa vuol dire.

Così, quando sono tornata dall’ospedale con il gesso, con i colleghi avrei commentato la raccomandazione del dottore:”No fumo, no alcool, no caffè“. “Ma il caffè è come il latte della mamma. Fa solo bene!”

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Il 4 maggio la città si riempie di turisti e di celebrazioni per festeggiare la repubblica

GITA A VIACHA

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Or e Simon happy

Or e Simon happy

Viacha e ‘ una comunita’ di montagna sopra il villaggio di Pisac, nella Valle degli Inca. E’ da febbraio che ne sentivo  parlare, finalmente e’ arrivato il momento, ci sono andata anch’ io. Di Viacha mi ha parlato il mio amico Hernan, perche lui e’ di li’ e perche’ varie volte ha portato stranieri a conoscere la laguna del luogo. Come potete intuire, si tratta di un luogo magico e molto importante nella conoscenza andina.

Quindi finalmente ieri e’ stato il mio turno, anzi io sono stata addirittura  la capogita.

L’ appuntamento era alle 8.20, davanti al mercato di Pisac. Essendo la capogita,  sono arrivata  qualche minuto prima del previsto. Pian piano, sono arrivati i partecipanti: Stefan dall’ Austria, Simon dalla Germania, Or da Israele, Laerke dalla Danimarca con due amici ancora. Eravamo gia’ 7, piu’ Don Hernan, piu’ Dona Felicita, piu l’autista. Il van da 10 posti era quindi pieno, abbiamo dovuto lasciare a terra 4 svizzeri, perche’ si e’ presentata piu’ gente del previsto.

Erano le 9 quando il nostro van cominciava la scalata verso l’ Intihuatana. L’ Intihuatana e’ un monumento archeologico molto antico, qualcosa come un Macchu Picchu locale, che si erge altissimo sopra la cittadina di Pisac. Ma noi siamo andati molto piu’ lontano e veramente molto piu’ in alto dell Intihuatana. Pisac si trova  a 3000 metri sopra il mare, noi in un ora e mezza siamo ascesi a 4300 metri. Il cielo era sempre piu’ blu e faceva anche sempre piu’ freddo. A un certo punto la strada non era nemmeno asfaltata, pero’ piu’ entravamo nelle Ande, piu’ spettacolare si faceva il paesaggio. Ormai l’ Intihuatana stava ai nostri piedi. Arrivati quindi a Viacha, abbiamo trovato 4 case sparse nell’ alta montagna andina, 2 asini marroni, un cane, molte pecore, uccellini cantando e molta pace. Hernan si e’ fermato per prendere della legna, per accendere un fuoco, mentre alcuni hanno aprofittato per scattarsi delle foto con gli asini.

Ripresa la strada, ancora curve e curve,  un’ aquila vola davanti a noi, come per darci il benvenuto, poi un’ altra aquila, ferma su una pietra, ad una curva della strada, come una sentinella che e’venuta a vedere chi siamo, poi moltissime alpache di color bianco correndo davanti a noi. Conoscendo i turisti il signor Avelino ha fermato il van e 3 di noi abbiamo rincorso questi bellissimi animali che sembrano dei grandi battuffoli di lana bianca e soffice correndo per queste meravigliose montagne verdi. Noi non riusciamo a stare dierto alle alpache, piu di tanto non riusciamo a rincorrerle, loro sono abituate al poco ossigeno disponibile a queste alture, noi  meno.viachia alpaca

Forse per lo sforzo o forse perche’ semplicemente e’ cosi’,  io avevo bisogno di masticare le foglie di coca, cominciavo a sentirla seriamente l’ altura, mi girava la testa e sentivo nausea. E’ che ormai eravamo a 4000 metri e di ossigeno qui ce n’ e’ circa il 40 % in meno. Or e’ bravissimo a fare massaggi, quindi mi ha massaggiato un punto specifico alla mano, mentre Felicita mi ha dato le foglie di coca da masticare e Hernan mi ha bagnato le mani con dell’ alcohol che io poi ho respirato.

Ancora un paio di curve e siamo finalmente arrivati, davanti a noi c’era uno specchio d’ acqua trasparente, ai piedi della cima della montagna sacra del luogo. Le esclamazioni di meraviglia non sono mancate.

Ci siamo dunque incamminati verso un posto, dove abbiamo avuto l’ onore di partecipare a un rito di connessione con le montagne. Le montagne qui si chiamano Apus e la popolazione locale dice che sono esseri viventi, come delle deità, con le quali e’ importante stare in comunicazione, sopratutto quando si ha la benedizione di essere ospite in queste terre. Abbiamo quindi chiamato gli Apus ad assisterci nel nostro cammino, poi abbiamo fatto un fuoco e alcune cose in piu’.

La laguna di Viacha, specchio dei cielo.

La laguna di Viacha, specchio dei cielo.

A cerimonia finita, alcuni hanno camminato ancora un po’, mentre altri sono rimasti sdraiati sull’erba a prendere il sole. Nel frattempo, per la nostra felicita’, il gregge di alpache aveva raggiunto la laguna. In tutto erano 26 alpache, alcune adulte, alcune baby, ma tutte meravigliose e stupendamente bianche.

In poco tempo, tutti avevamo una fame da lupi e siamo stati vermente molto grati alla mamma di Hernan per averci ricevuto a casa sua, a Viacha, in una casa molto semplice, ed averci preparato una buonissima zuppa di quinoa e verdure del suo orto. Si, abbiamo mangiato tutto, tutto e quasi tutti si sono mangiati almeno due piatti di zuppa ciascuno.

Poi si ritornava giu’ a Valle, tutti felici, tutti contenti, tutti ringraziandomi per aver organizzato la gita. Anche io ero contenta, perche’ loro erano contenti e sono ispirata per  la prossima escursione.

Siamo arrivati a Pisac alle 3.30 del pomeriggio, ma sembrava come se tornassimo alle nostre case dopo molti giorni, la sensazione e’ che siamo stati in un posto fuori dalla linea del tempo “normale”. Sono certa che la sensazione non e’ solo mia.

 

 

Cervelli in fuga? Personali istruzioni per l’uso

Detesto l’appellativo “cervello in fuga” (al quale rispondo sempre -sì, lo sto ancora cercando-), ma la situazione della ricerca in Italia è tale da rendere un eroe chi resta (ovviamente non mi riferisco ai “raccomandati” di turno). Chi vuole continuare a fare ricerca senza dover lottare anche solo per ottenere una bottiglia di acetone per il laboratorio si vede spesso costretto ad espatriare. O meglio, come disse il mio prof. di tesi, a “guardarsi attorno”. In realtà, la mobilità degli scienziati è un arricchimento impagabile. Purtroppo il flusso verso l’Italia sembra mancare. La tragica morte di due dottorandi all’estero (Solesin e Regeni) ha fatto conoscere al grande pubblico non solo la parola “dottorando”, questa sconosciuta prima, ma anche la realtà di molti giovani che trascorrono anni all’estero per studio. Studio che è considerato un vero e proprio lavoro, con tanto di stipendio e tutele, a differenza del nostro Paese, ove un ministro si è permesso di dire che fare ricerca sia un hobby. Volete provarci? Ecco pochi consigli su come fare, dal basso della mia esperienza di post-doc da sei anni all’estero, avendo incontrato parecchi aspiranti dottorandi italiani, di cui purtroppo la maggior parte ha abbandonato definitivamente la scienza senza giungere al titolo.

Innanzitutto è doveroso sfatare alcuni miti:
1. Fare un dottorato di ricerca, come formazione ulteriore rispetto alla laurea (magistrale), non implica necessariamente una condanna a vita al mondo accademico. All’estero, una persona con un dottorato è ben accolta in molte aziende e nel pubblico. Al contrario dell’Italia, ove il dottorato per i privati è uno sconosciuto o è considerato una perdita di tempo o limita il futuro alla ricerca universitaria.

2. Nonostante l’età degli altri dottorandi stranieri sia in media inferiore alla nostra, il vero problema è che all’estero i dottorandi possiedono un grado d’indipendenza che noi in genere non conosciamo. Gli aspiranti dottorandi spesso si scrivono il progetto da soli ed hanno già pubblicazioni al proprio attivo. I ragazzi che ho visto lasciare il dottorato avevano vinto selezioni su un progetto vincolato, talvolta nemmeno inerente a quanto avevano studiato. Da noi indipendenza ed autostima non solo non sono insegnate, ma sono pure viste male!

3. Il supervisore all’estero generalmente non segue i propri dottorandi passo passo come il classico prof. italiano durante la tesi. Anzi, potrebbe pure non essere esperto nel settore disciplinare dei suoi studenti. Il suo compito è reperire fondi per la ricerca, spingere dottorandi e post-doc a pubblicare il più possibile, dar lustro all’istituto presentando il lavoro fatto in convegni internazionali. Nella maggior parte dei casi, per vederlo e parlargli bisogna prendere un appuntamento. In genere si comunica via email, anche se il vostro ufficio è a quattro metri dal suo. Le informazioni scientifiche e l’eventuale aiuto in laboratorio arriveranno dai colleghi e dai post-doc.

cervello in fuga

stereotipo del “cervello in fuga”

Ora siete pronti a partire. Cosa fare? Per intraprendere un dottorato all’estero, ci sono almeno due possibili strade, indipendentemente dalla disciplina: a) candidarsi per un posto da dottorando in un determinato ateneo come da bando, b) contattare un professore e proporgli di scrivere un progetto per richiedere fondi.

a) I bandi per dottorandi si trovano su siti specializzati (per esempio, per geologi: link), in mailing list di settore e sul sito istituzionale dei vari atenei. Generalmente l’application è on line (con un sacco di domande strane in UK), o si può inviare in PDF, ma talvolta vi verrà richiesta cartacea (spesso in Germania). L’application dovrà contenere una o due pagine sulla vostra esperienza nella ricerca e sui progetti futuri. Questa è la vostra presentazione e vale più del curriculum in sé. La selezione è soggettiva ed insindacabile (l’italica “oggettività” per punteggio, magari riconsiderata dopo ricordo al TAR, non esiste), quindi non scoraggiatevi anche se pensate di avere un cv risibile ed il vostro inglese è minimo. L’importante è mostrare la passione, l’entusiasmo e la voglia di fare. Se si viene selezionati per un colloquio (in genere spesato dall’ateneo invitante), si dovrà preparare una presentazione secondo le regole dettate e giocarsi il futuro in quei cinque-dieci minuti, cui seguirà un vero e proprio interrogatorio con domande da campionario e tour nei laboratori per valutare quanto bene ci si possa integrare.

b) Se sognate di lavorare per una persona particolare o un laboratorio prestigioso, anche se non avete ancora un’idea precisa di cosa vorreste fare, prendete contatti. Classica email (in inglese o nella lingua locale, se la conoscete a sufficienza) con breve presentazione e la dichiarazione che vi piacerebbe svolgere il dottorato presso quella persona. Non è sicuro riceviate una risposta, potrebbe essere che il prof., super impegnato, inoltri la domanda ad un suo post-doc o dottorando, ma come dice il mio capo “se uno non chiede, è sicuro di non ottenere”. La cosa migliore sarebbe avere già un’ideuzza, da proporre al prof. con cautela, perché questo mondo è affascinante e spettacolare ma ci sono pure squali che non si fanno tanti scrupoli ad appropriarsi delle idee altrui. Mostrarsi propositivi è sempre una buona partenza. Il prof. saprà indirizzarvi per i fondi necessari. Meglio ancora se conoscete già le agenzie nazionali di finanziamenti (si trovano su internet) ed i vari programmi possibili.

Il fatto di essere italiani potrebbe essere un vantaggio: gira voce che la nostra preparazione sia piuttosto buona e soprattutto ampia, per cui siamo in grado di dedicarci ad argomenti anche diversi da quello di laurea. La sottoscritta ne è un esempio, ho cambiato materia di studio, pur usando più o meno le stesse tecniche, tra laurea  e dottorato e poi ad ogni post-doc. In sostanza, fare un dottorato all’estero richiede motivazione e costa fatica, in aggiunta alla nostalgia di casa ed alla difficoltà di trovarsi in un altro paese. In compenso, però, si riceve un ottimo stipendio (attenzione! In Austria e Germania talvolta fanno contratti part-time, ossia da 20h settimanali, questo implica uno stipendio dimezzato… ossia tanto quanto prendereste in Italia), lo stipendio include la tredicesima ed i giorni di ferie, l’assegno di disoccupazione al termine del contratto e piene tutele in caso di gravidanza (anche i padri possono chiedere il parental leave e per le donne ci sono progetti appositi per promuoverne il ritorno nella ricerca dopo la nascita di un figlio), s’impara a padroneggiare l’inglese scientifico ed a seconda della nazione scelta pure un’altra lingua, si pubblica parecchio (publish or perish, non è uno scherzo) costruendo un CV appetibile per il futuro, s’instaurano amicizie con colleghi da tutto il mondo, si lavora in laboratori all’avanguardia e si hanno a disposizione fondi per partecipare ai convegni, etc. Né l’università né il paese ospite sono mai come ce li siamo immaginati dall’Italia. Per certi aspetti potranno essere una delusione, ma il bilancio finale sarà sicuramente positivo. In bocca al lupo!

P.S. I “consigli” valgono pure per un post-doc all’estero e per qualsiasi disciplina, non solo in campo scientifico. Anche a livello europeo l’ambiente si fa sempre più competitivo ed i fondi scarseggiano. La domanda “pensi di tornare in Italia?” mi viene rivolta sempre più spesso. La risposta non è cambiata nel tempo: no, se non costretta dagli eventi. Mi sono sentita rifiutata dal mio Paese. Non cacciata, ma nemmeno valorizzata com’è stato poi all’estero. Se anche volessi rientrare, sarebbe estremamente difficile. Lo sapevo. Il mio prof. di laurea mi avvertì: questo è un biglietto di sola andata.

prima volta

La prima volta non si scorda mai

prima volta

bici vecchia e macchina nuova, settimo trasloco in 2 anni

Questo è il mio terzo Natale al caldo, dall’altra parte del mondo, la mia terza estate. Sembra ieri che sono arrivata con la mia valigia rosa e lo zaino della Seven, che mi aveva regalato mia nonna per il Natale di quando ero in quinta elementare. Adesso ho due valigie, due bici, una macchina e un letto di proprietà, che mi devo portare dietro ad ogni trasloco. Ho 15 kg di ciccia in meno addosso, i capelli più lunghi e più bianchi, qualche zampa di gallina intorno agli occhi, ma mi piace pensare che siano rughe d’espressione dovute al sorridere troppo.

Il primo Natale in Nuova Zelanda è stato sicuramente un periodo importante per il mio viaggio interiore, per la mia crescita personale, l’inizio del mio cambiamento, l’ingresso graduale nella mentalità kiwi.

natale nuova zelanda

l’albero di bottiglie di birra… e i regalini sotto!

Quell’anno ho fatto il mio primo Natale lontano da familiari e amici. Pero’ vivevo in ostello ed eravamo tutti nella stessa situazione, così abbiamo festeggiato insieme, abbiamo anche costruito in cucina un mega albero di natale fatto di bottiglie di birra, immaginate la fatica di scolarcele tutte nel giro di pochi giorni! Oh, dovevamo fare il nostro albero!!

La notte del 24 l’ho passata in un parco, a fare un pic nic, ascoltando musica e giocando a frisbee. Altro che cenone e messa di mezzanotte. Il 25 i ragazzi sono andati in spiaggia a fare un barbeque, io non mi sono unita a loro perché era il mio primo giorno di riposo dopo aver lavorato per due mesi e mezzo senza sosta. Si, alla fine ero stanca!

Il 26 dicembre qua non è Santo Stefano, ma è il Boxing Day. I negozi propongono saldi da capogiro, solo per un giorno e la gente va a fare shopping. Io in quel periodo facevo la commessa, così ho lavorato.

Capodanno. Ho lavorato di nuovo, ma non come commessa, li è stato il mio debutto come pizzaiola. Un’altra prima volta.

Capodanno qua corrisponde un po’ al nostro Ferragosto. E’ la settimana in cui tutti chiudono e vanno in ferie. Le città si svuotano, le spiagge si riempiono e un po’ ovunque ci sono festival e fiere di varia natura, il tutto all’aperto, in mezzo al verde. Il mio capo aveva partecipato al festival più grosso della Nuova Zelanda, a Gisborne, il Rhythm and Vines, un mega evento musicale che dura 3 giorni, in mezzo ai vigneti, con campeggio annesso. Ricordo che tutti erano impazziti per gli artisti che avrebbero suonato, erano nomi importanti, io conoscevo solo  Wiz Khalifa, quello che cantava Black and Yellow, che magari così non vi dice nulla, ma la sapete di sicuro!!

prima volta

il mio cartellone per l’autostop

La mia prima trasferta fuori Auckland non è iniziata nel migliore dei modi, perché non avevo capito che saremmo partiti il 28, così mi sono persa il passaggio con i furgoni con lo staff e mi sono dovuta arrangiare da sola per raggiungerli il giorno dopo. Non è stato semplice, perché tutti gli autobus erano già prenotati, gli aerei costavano uno sproposito, ho provato col carpooling (condivide un passaggio e le spese con chi ha già programmato di andare in un certo posto) ma anche li tutte le macchine erano al completo. L’unica alternativa che mi era rimasta era… l’autostop!!  Altra prima volta! Mi sono preparata il mio zainetto, ho preso un cartone e ci ho scritto sopra dove dovevo andare. L’autostop qua è una pratica molto diffusa e relativamente sicura. I backpackers si spostano così sia per risparmiare qualche soldo, che per trovare compagni di viaggio, fare amicizia o avere qualcosa da raccontare, come sto facendo io in questo momento.

Sono riuscita ad arrivare fino a Tauranga col bus, ma poi ho sfoderato il mio cartone e sorprendentemente nel giro di un nanosecondo una macchina si è fermata! Era una famiglia che stava tornando a casa, proprio a Gisborne, quindi arrivare a destinazione è stato assolutamente semplice. La fortuna dei principianti!!

prima volta

i cervi della farm

camping girasoli

il campeggio immerso tra i girasole

Arrivata a Gisborne c’e’ stata un’altra prima volta: il campeggio! Ben 5 giorni in tenda, in una farm di cervi, allestita come camping alla bella e buona, per accogliere le migliaia di persone che sarebbero state in città per il festival. Per darvi un’idea dell’entità dell’evento, Gisborne conta 35000 abitanti, per il Rhythm and Vines arrivano 25000 persone ogni anno, da ogni angolo della Nuova Zelanda!

Essere uscita da Auckland per la prima volta, mi ha fatto capire che Auckland non è la Nuova Zelanda. La Nuova Zelanda è tutta intorno. Non puoi venire in Nuova Zelanda e rimanere solo ad Auckland, magari nel CBD, perchè la Nuova Zelanda è un’altra cosa. Sprono sempre i ragazzi ad uscire dal centro, a viaggiare, a cambiare città, a vivere veramente questa Nuova Zelanda.

collineL’esperienza del campeggio mi ha lasciato un segno. Io ero quella che amava il mattone, le città, i palazzi, quella che andava in vacanza nell’albergo minimo 3 stelle col bagno in camera. Ora sono quella che in centro in Queen Street ci va solo se per forza di causa maggiore, vuole vivere nella casetta col giardino e quando va in vacanza dorme in macchina e per lavarsi va a usare i bagni del McDonald.tramonto takapuna

Quel capodanno 2013/14 è stato la fine della Ines italiana, e la nascita della Ines Kiwi. La Ines Kiwi ha riscoperto la natura e ora non può più farne a meno, ha scoperto un modo di vivere più semplice, ha imparato ad adattarsi alle situazioni e a provare esperienze che prima non avrebbe fatto neanche sotto tortura.

sky tower nataleOra manca meno di una settimana a Natale, al mio terzo Natale. Sono qua che penso a cosa farò a Capodanno, che sarà anche la mia settimana di ferie e sarà anche estate. Uno stress infinito, ve lo dico, dato che già solo pensare a cosa si fa a Capodanno è un dilemma, questo è risaputo. Penso che prenderò la macchina e andrò a farmi una settimana on the road, Rotorua e Taupo, a vedere i geyser, le zone termali, il villaggio Maori in cui ti danno da mangiare l’Hangi (cibo cucinato sotto terra!).

prima volta

statua maori

Poi qualche giorno di mare a Coromandel, in particolare voglio tornare a Cathedral Cove, che è veramente uno spettacolo.

Penso che partirò da sola, e non è la prima volta, perché ho scoperto che viaggiare da sola mi piace, posso gestirmi in autonomia il tempo e le tappe.

Poi se mi annoio posso sempre raccogliere qualche autostoppista!

 

Basta andare all’estero per imparare una lingua?

Non basta andare all’estero per imparare le lingue straniere!

Appena sbarcati dall’aereo, il vostro cervello non immagazzinerà magicamente infinite nuove parole, dalla vostra bocca non usciranno frasi di senso compiuto, grammaticalmente corrette e dall’accento impeccabile. Per arrivare a questi risultati ci vuole impegno. Il vostro impegno. Tanta pazienza e tanto tempo.

Se, quando siete in Italia, pensate di saper parlare bene una lingua, probabilmente arrivati nel paese di destinazione cambierete idea. Le ore passate sui libri di scuola non hanno portato a grandi risultati, un po’ la colpa è sicuramente la vostra che non avete dato tanta importanza alla materia, il restante della colpa potete addossarla ai vostri insegnanti o più in generale al sistema scolastico italiano (parla una che ha fatto il linguistico).

Quante volte mi sono sentita dire “parli bene l’inglese, PER ESSERE ITALIANA”… questo può voler dire due cose: gli italiani sono delle “capre”, oppure la scuola italiana non ha un buon metodo di insegnamento dell’inglese. In difesa del popolo, preferisco pensare che la colpa sia della scuola.

Comunque non è mai troppo tardi per imparare qualcosa, basta metterci un po’ di impegno.

Nuova_Zelanda_mappaDopo un anno e mezzo in Nuova Zelanda, il mio livello di inglese è sicuramente migliorato, ma di certo non è perfetto, anzi.

A volte mi sembra di parlare come Tarzan.

Imparando la lingua solo interagendo con le persone, ti porta a non saper come si scrivono le parole, certo capirai quello che ti dicono e ti farai capire, ma la mancanza di nozioni grammaticali influirà molto sul tuo modo di esprimerti.

Il primo consiglio che posso darvi è: STATE LONTANI DAGLI ITALIANI ALL’ESTERO. Se siete appena arrivati in un paese e non conoscete nessuno, non cercate italiani per un caffè, cercate gente locale su siti come couchsurfing o meetup, vi farete nuovi amici e potrete cimentarvi in conversazioni nella nuova lingua.

Secondo consiglio: film e telefilm in lingua originale, se siete ad un livello base con sottotitoli, se siete in un livello più avanzato niente sottotitoli, perchè sarete distratti a leggere e non presterete attenzione a quello che viene detto.

Terzo consiglio: ascoltare la radio. Quando capirete cosa dicono in radio, probabilmente non avrete più problemi di comprensione.

Quarto consiglio: leggere. Armatevi di dizionario ma provate a non tradurre ogni singola parola che non capite, altrimenti la lettura diventa troppo noiosa e abbandonerete in fretta. Basta capire il senso generale del testo.

Nella mia lista dei buoni propositi del 2015, stilata a Gennaio, quella che diceva di iniziare la palestra, mettersi a dieta e svegliarsi presto al mattino, c’era anche il punto: studiare l’inglese per un’ora al giorno.

In tutta sincerità posso dirvi che non ho rispettato nessuno di quei punti, però un piccolo sforzo per studiare l’inglese lo sto facendo.

La mia pigrizia infinita non mi consente di aprire un libro e tenerlo tra le mani ogni giorno per un’ora, però ho trovato delle valide alternative.

Dato che faccio molta meno fatica a tenere in mano il mio smartphone, mi sono messa a cercare delle applicazioni per imparare l’inglese, soprattutto la grammatica che è uno dei miei punti più deboli.

Così ogni sera, prima di andare a dormire, mi metto a “giocare” con le mie applicazioni, le ho sempre con me sul telefono quindi quando magari ho un momento libero, invece che andare su Facebook faccio qualche esercizio di inglese.

L’applicazione più coinvolgente è DUOLINGO (esiste anche la versione per il computer, tra l’altro più completa). Ci sono diverse lingue a disposizione, appena vi registrate vi verrà fatto un breve test per individuare il vostro livello di conoscenza della lingua scelta, dopodiché potrete inserire un obiettivo giornaliero (quanto tempo volete impegnare nello studio) e iniziare coi vostri esercizi, divisi per argomento.
Duolingo vi farà tradurre dall’italiano all’inglese, dall’inglese all’italiano, vi farà scrivere quello che sentite, vi chiederà qual è la frase esatta, vi farà ripetere quello che dice. Il tutto all’interno della stessa esercitazione, passando da un tipo di prova all’altra, in modo che non vi possiate annoiare, ripetendo spesso le stesse parole e frasi, per farvele rimanere in testa facilmente.

Dicono che usando una nuova parola cinque volte, in cinque frasi diverse, quella parola diventerà tua per ines campagnasempre.

Non so se sia vero, ma nel dubbio ci provo. Io non voglio parlare come Tarzan!


PS: le lingue di duolinguo sono: inglese, francese, spagnolo tedesco se si usa la app in italiano. se la si usa in inglese ci sono anche: italiano, portoghese, dutch, irlandese, danese, svedese, turco. insomma mica male!