tatuaggio-gufo

Tatuaggi: scritto sul corpo.

She always had this thing about her, that look of otherness,
of eyes that see things much too far, and of thoughts
that wander off the edge of the world – Joanne Harris

C’era sempre quella cosa di lei, quello sguardo altro,
di occhi che vedono le cose troppo in là e di pensieri
che vagano oltre i limiti del mondo – Joanne Harris

Ricordo distintamente che – quando ero bambina – mia zia – la ribelle, l’artista, la donna più bella di sempre, il mio modello – venne a trovarci e mi confidò un segreto, facendomi promettere di non dire nulla a mio nonno.

Qualche sera prima, fiera dei risparmi che era riuscita a racimolare di nascosto, era andata da un tatuatore e si era fatta decorare una spalla – la sinistra, se non ricordo male – con una rosa rossa.
Quando vidi quel fiore ne rimasi impaurita, mi bloccai a metà tra un complimento – diamine, era bellissimo! – e una reprimenda perché “il nonno non voleva. Non si fa, zia!“.
Inutile dire che in una famiglia smaccatamente patriarcale come quella di mia madre un affronto all’autorità di mio nonno non era ben visto, anche se essendo mia zia la più giovane – e forse viziata – la questione si risolse con una scrollata di spalle e un paio di borbottii contrariati. Emergenza rientrata, insomma…
Ho passato tutta la mia adolescenza credendo i tatuaggi fossero un qualcosa che “non si fa”, un qualcosa di destinato ad addobbare gentaglia eccentrica e senza speranza (cit.).  Giostrandomi tra mia madre che i tatuaggi li ama solo sulla pelle degli altri e mio padre che se ne regala quasi uno ogni anno, ho dovuto aspettare anni prima di avvicinarmi all’idea e – a nemmeno tre anni dal mio trasferimento in Germania – ne ho già accumulati due, fatti sempre dal mio studio di fiducia, che sono andati ad aggiungersi a quello che già c’era.
tatuaggio-wickedIl primo che ho fatto è questo. La citazione rimanda a uno dei miei musical preferiti – Wicked – e alla celeberrima canzone “Defying gravity”: Everyone deserves a chance to fly (tutti meritano un’occasione per volare). Dopo 15 mesi di espatrio avevo bisogno di ricordarmi che ero partita non solo con degli obettivi ben precisi ma anche con dei sogni, delle aspirazioni, la voglia di dedicarmi anche a me stessa in barba a tutte le beghe di questa vita che tanto amiamo e che tanto ci ama. Ad accompagnarmi uno di quelli che sarebbe diventato uno dei miei migliori amici, che tutt’ora lo è e che – tra alti e bassi, discussioni e riconciliazioni – non mi ha mai davvero lasciata sola.
Non se ne parla…non esiste che tu vada da sola” mi ha detto e mentre aspettavo che Felix – il tatuatore – preparasse il modello me lo sono trovata davanti armato di succo di frutta, pallina antistress e la sua incredibile, inarrestabile parlantina. Ora che ci penso ci conoscevamo bene da nemmeno un mese, nel momento in cui mi ha vista senza maglia, stesa su un lettino… e – udite udite! – non è scappato! 😛
tatuaggi-ancoraQuesto invece è il secondo: una piccola ancora di 5 o 6 cm di lunghezza poco sotto la piega del braccio. L’ho fatto il 25 maggio – brandneu, direbbero i tedeschi…nuovo di pacca – e questa volta non c’era nessuno ad accompagnarmi – in compenso Robin si è presentato la sera stessa e ha preteso di vederlo subitissimo. Pure se la pelle era ancora un po’ infiammata -. L’ho voluto per un sacco di tempo, ho passato ore a guardare millemila ancore che – alla fine – mi sembravano un po’ tutte uguali prima di decidermi e andare a prendere appuntamento. L’ancora non solo celebra il mio amore infinito per l’acqua ma mi ricorda anche che – in ogni tempesta, avversità, difficoltà, momento tumultuoso – io stessa sono la mia ancora. Mi mette davanti al fatto che ho tutte le capacità per farcela, con le mie gambe, la mia forza, la mia testardaggine e il mio cuore.
Tanti parlando di espatrio tirano fuori il concetto di “seconda possibilità”, di “rifarsi un’esistenza” e devo ammettere che all’inizio lo credevo anche io. Poi ho capito che le possibilità – prime, seconde, terze o millesime – sono quelle che sappiamo darci a prescindere dalle contingenze, dal dove e dal quando. Ho realizzato che noi stessi siamo la nostra possibilità e il regalo più grande che possiamo farci è quello di conoscerci ogni giorno un po’ di più.

Il nostro corpo parla di – e spesso anche per – noi,  in tutte le sue sfumature e difetti, in tutte le sue angolazioni e prospettive.

Ho impiegato anni ad amarlo come merita – come merito! – e ogni piccolo grammo di questo mio tempio merita tutta la mia cura, il mio rispetto, la mia passione.  Compresi i miei tatuaggi, perché mi riportano alla donna che sono e che so di poter essere. Tutto il resto – manco a dirlo – è fuffa.

(In tutto questo, ve lo steste chiedendo: no, non ha fatto male. No, nemmeno le costole e no, non va via lavandolo 😉 ).

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