Teorema della valigia aereo-motori-tramonto

Ho cambiato molte valigie, nel corso della mia esistenza.

La prima che ho potuto scegliere era una Samsonite bianca.

Avevo deciso di usarla come mappa dei posti che visitavo, ricoprendola con adesivi comprati nei vari luoghi. Il mio piano fallì molto presto, appena mi resi conto che trovare adesivi era meno facile di quel che credessi.

Avevo la fortuna di viaggiare molto, grazie ai miei genitori.

Mio padre faceva il superman delle aziende, come lo chiamavo io quando da piccola non capivo il suo mestiere – era analista di compagnie in fallimento di bilancio.

Mia madre si curava di amministrazione e contabilità aziendale.

Sono figlia di due persone normali, che di normale come viene comunemente inteso non avevano niente, e che mi hanno insegnato a viaggiare e a vedere.

Ora, questo viaggiare e vedere da piccola significava sbirciare nel quartiere accanto; con il tempo, è diventato sbirciare nella nazione accanto.

Nel corso degli anni i confini visivi si sono allargati e la mia Samsonite ha visto alcuni tra gli aeroporti più temuti e più strani: il JFK di New York, lo Schiphol di Amsterdam, il Charles de Gaulle di Parigi, il Fiumicino di Roma (Il Fiumicino di Roma è un’avventura, chi lo conosce lo sa), due strade in croce e tre bungalow chiamati ‘piste e sale passeggeri’.

La Samsonite si è poi trasformata in comune valigia nera prestata dalla mamma.

Ha viaggiato in prima e seconda classe, e in aeromobili per 10 persone senza posti assegnati.

Ha volato a pelo d’acqua con apparecchi che ti facevano pensare saresti affogato, e su altri che sembravano smontarsi, tanto si muovevano i bulloni dei pannelli che li componevano.

Ha campeggiato sui nastri dei bagagli, a volte per ore, a volte per pochi minuti, a volte invano, quando finiva per sbaglio su un altro volo. Mi immaginavo: io in Russia, la valigia a Caracas.

Una volta la mia attesa fu così lunga che imparai le basi della lingua araba, grazie a una ragazza con cui attaccai bottone.

Un’altra volta, a Chicago, la TWA perse un po’ di valigie tra cui anche la mia, ci offrirono una notte in albergo e un kit di sopravvivenza, composto da beauty case con prodotti essenziali e ciabattine da camera.

paola-valigia-nera

Il teorema della valigia

Cinque anni fa mi hanno regalato una valigia beige da cabina, dimensioni attualmente valide e accettate da tutte le compagnie aeree – Dio benedica chi mi ha fatto questo regalo, a cui tre anni dopo ho affiancato una valigia gigante tutta rosa.

Insieme, sono in grado di affrontare anche i viaggi più complicati.

E io sono così abituata a viaggiare che sono ormai una vera esperta nell’arte della valigia.

So tutto su come piegare i vestiti, ottimizzare lo spazio, trasportare vetri senza romperli, ridurre i volumi della metà.

Posso includere souvenir di ogni forma e grandezza, tenere lezioni sul giusto quantitativo di abiti occorrente per un viaggio includendo anche l’abbigliamento sorpresa, vale a dire un vestito elegante e un capo della stagione opposta a quella che si dovrebbe trovare.

Cerco di passare questa saggezza a mia figlia e alle amiche di mia figlia, e risolvo ogni problema dell’ultimo minuto con qualsiasi bagaglio che non si chiude.

Sono perfino in grado di calcolare il peso a occhio con uno scarto di pochi grammi.

Ma nonostante questo: detesto fare la valigia.

Per quanto uno sia tecnicamente preparato, quando quel momento arriva non sarai mai pronto e cercherai solo di rinviare, in tutti i modi che conosci.

Guarderai il tuo rettangolo di plastica colorata e penserai disgustato a come attaccarlo, studiandolo da varie angolazioni. Deciderai di darti ai manuali online, chiedere consigli ai vicini e ai colleghi.

Guarderai tutorial su Youtube su come piegare le maniche e incastrare le scarpe.

Ti abbonerai ai blog di esperti viaggiatori.

Invocherai la tua insegnante di matematica delle superiori con un rito magico, affinché ti illumini con un teorema funzionale alla vita quotidiana.

Se non risolvi, passerai all’invocazione dell’insegnante di fisica.

In ultima istanza, considererai seriamente l’opzione di applicare le nozioni di chimica e dare fuoco a tutto.

Ed ecco il punto. 

Io amo l’arte e amo i viaggi, ma l’arte della valigia è una di quelle materie in cui mi applico senza alcun entusiasmo.

Se voi foste ricchi, cosa ci fareste con i vostri soldi?

Io ci pagherei qualcuno che mi facesse la valigia.

Non voglio che la porti, e neanche che me la disfi: parlo proprio di qualcuno che me la faccia.

Lo sforzo mentale fatto per produrre un bagaglio è impressionante: abbiamo tutti la tendenza a imbarcare il guardaroba di un mese e a usare l’equivalente di quello di una settimana.

Per non parlare della fatica richiesta per riportare la roba indietro e rimettere a posto, con l’aggiunta delle new entries – il regalino della nonna, la calamita ricordo, quel nuovo paio di scarpe che ti servirà per la prossima stagione.donna-mappamondo

Il peso della valigia

Ci sono valigie di due tipi: valigie da vacanza e valigie da trasloco.

Di qualunque natura si tratti, la valigia è comunque una tortura, capace di assumere il peso di una tonnellata senza averci effettivamente inserito niente dentro.

Si tratta dell’antico fenomeno che vede un chilo di ricordi pesare quanto un chilo di vestiti.

Soprattutto chi, come me, ha la pessima abitudine di non mettere mai radici a lungo nello stesso punto, convive con questo fenomeno e con il concetto di trasporto continuo.

Scegliere quale top portarmi o scegliere se prendere il vasetto di nonna Ada regalo di nozze sono entrambe due cose con la stessa sensazione di noia mortale e angoscia da oggetto inutile, che mi succhia il tempo.

E io detesto fare la valigia perché niente di ciò che vedo mi sembra mai mio, ma la convenzione dei ricordi mi impone di portarmi dietro qualcosa ogni volta.

Il generatore dei pensieri prende il comando dello spazio che ho a disposizione e decide cosa mettere dentro uno zaino o un contenitore.

Vorrei essere insensibile, bruciare tutto, e a volte lo ho fatto. Niente se ne è mai andato veramente, vive dentro di me, ma almeno non ho la sorpresa di vedermi risbucare un oggetto all’improvviso una mattina sotto al letto mentre sto facendo le pulizie.

Detesto fare la valigia e non amo gli oggetti.

Quando ho capito, anni fa, che se volevo volare avrei dovuto come prima cosa sbarazzarmi dell’attaccatura morbosa alle cose, mi sono sentita liberata e ho cominciato a lasciare andare.

Ho cominciato a smettere di affezionarmi: alle carte dei ricordi, agli scontrini, alle lettere. Ho smesso di arrabbiarmi se non trovavo dei pezzi. Ho cercato di capire che, più ero attaccata a un oggetto, più il mio distacco diventava doloroso.

Ci sono poche cose che cerco di portare sempre con me: qualche fotografia, una collana, tre anelli, una conchiglia, una stella e un dado da gioco.

Ma anche in questo caso, cerco di ricordarmi di non farne una tragedia se non ci sono.

L’arte della valigia

La mia vera tragedia resta la valigia.

Divento la maestra nell’arte del cazzeggio e ogni volta mi ripeto sempre la stessa cosa: al prossimo viaggio, parto senza niente.

E mi sono davvero semi-attrezzata così:

vivo a metà tra due nazioni e in ognuna ho metà del mio guardaroba.

Mi sono strutturata in modo tale da non aver bisogno di valigie quando giro tra l’una e l’altra, perché tutto ciò che potrebbe servirmi si trova in replica dall’altra parte.

Il sogno di ogni viaggiatore? Può darsi. Sicuramente il mio sogno.

Viaggiare senza pesi.

Viaggiare leggera.

Viaggiare nuda.

Nel frattempo, prendo la mia valigia rosa dalla mansarda e comincio, anche questa volta, a studiare il teorema per farla mia.

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