Storie di ordinari traslochi.

La mia storia d’amore con gli scatoloni comincia esattamente 12 anni fa quando, per la prima volta a 18 anni, lasciai la Sicilia per raggiungere Siena.

Tutto mi sembrò complicato sin dall’inizio: scegliere cosa portare, pensare a cosa potesse servirmi, impacchettare, fare il sottovuoto…

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La mia prima casa fuori sede

La mia prima casa si trovava in una via centralissima di Siena.

Abitavo all’ultimo piano e dovetti fare per cinque volte i cento gradini che portavano alla mia stanzetta dell’ultimo piano di un palazzone, per portare su tutta la mia roba appena sbarcata nel continente.

La mia coinquilina di allora, oggi diventata una delle mie migliori amiche, mi aiutò a portare pacchi e pacchetti.

All’inizio la scambiai pure per la donna delle pulizie! Le nostre camere si trovavano nell’immenso appartamento di una signora senese, moglie, a quanto diceva lei, di un noto primario della regione (ndr. Non abbiamo mai visto il marito).

In quell’appartamento passai i miei primi 6 mesi  da pre-expat.

La signora non c’era quasi mai e noi ne approfittavamo per utilizzare il suo bagno. Perché noi avevamo il nostro, di bagno, ma senza doccia.

La doccia era un lusso solo suo. Quindi, quando lei partiva, facevamo a turno per lavarci nel suo bagno: una stava di guardia, l’altra si lavava.

In quell’appartamento, una sera successe una cosa davvero strana.

La signora ci aveva detto di non rispondere mai né al citofono, né al telefono, né tantomeno al campanello della porta di ingresso. Perché eravamo in nero e, siccome a Siena c’erano diversi controlli per regolamentare gli affitti, era meglio essere discreti.

Una notte sentimmo bussare alla porta.

Qualcuno in inglese ci supplicava di aprire, ma noi non sapevamo chi fosse e soprattutto eravamo terrorizzate all’idea che potesse essere… la FINANZA.

Per farla breve, si trattava di un uomo distrutto, innamorato di un’americana che era partita senza salutarlo. Se ne andò singhiozzando per le scale.

E, quasi dimenticavo… la prima notte che dormii in quella casa, cadde il ripiano dell’armadietto dove mettevamo la roba da mangiare. Io non mi accorsi di nulla, ma Sigrid passò un brutto quarto d’ora.

Dopo 6 mesi, ci sembrò che il fatto di non avere una doccia non fosse più accettabile. Trovammo così una nuova sistemazione.

Sigrid impacchettò tutto in una serata. Tutto, comprese le mutande. Anche se dovevamo ancora restare nella vecchia casa per quattro giorni. Infatti, si ritrovò a disfare gli scatoloni per cercare le mutande.

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Domus certam est

Avevamo trovato un bilocale proprio di fronte alla facoltà di lettere.

Una cucina-salone, una camera per due, un bagno. Non c’era la lavatrice perché la proprietaria l’aveva tolta, visto che le due coinquiline precedenti avevano allagato casa. Mi ritrovai dunque a dare i miei panni sporchi a Sigrid, che tornava a casa il week end, a lavare la biancheria intima a mano, a portare i jeans alla lavanderia a gettoni.

La casa era circondata da un giardino immenso, peccato non averne l’accesso, tutte le finestre erano sbarrate e non avevamo la chiave della porticina che apriva sul paese delle meraviglie: anche questo per colpa delle ex inquiline che avevano arrecato danni alle piante, alle statue, etc. Insomma, stavamo pagando le spese di chi si era divertito (forse, o forse no… perché magari era solo paranoica la signora), di coloro che ci avevano precedute.

I proprietari, un geologo e una maestra in pensione, erano abbastanza suonati: lui parlava con noi solo ed esclusivamente in latino, lei non faceva altro che appuntarsi tutto ciò che riguardasse la casa in affitto, anche il numero di attacchini per tovaglie presenti, immaginate che quando lasciammo casa verificò bene che ci fossero tutti e otto i piedi dei due letti.

I due proprietari vivevano ospitavano la mamma di lei, la mitica nonna, che tra tutti era la migliore: pensava che io fossi tedesca, visto il mio forte accento siculo. Quando andavamo a casa dei padroni e trovavamo solo lei, era davvero una barzelletta riuscire a farsi aprire:

“Signoraaaaaa siamo venute a pagare l’affitto!”

“Cosaaaa?? Ho perso ogni diritto? Sono sicuramente i tedeschiiiiii!”

In quella casa restammo per un anno e mezzo o forse due. Fu proprio in quella casa che Sigrid tentò di uccidermi lasciando sul fuoco un pentolone. Ci svegliammo tossendo nel bel mezzo della notte coperte da una coltre nera di fumo. L’abbiamo scampata bella!

L’appartamento spagnolo

La mia terza casa era un enorme appartamento nuovissimo che condividevo con la proprietaria, una studentessa anche lei, e una spagnola Erasmus, Zaray.

Quante feste, quante risate, quante ubriacate, quanti ricordi, per non parlare del via vai di gente. Una sera non sapevamo nemmeno quanti fossimo, a dormire in quella casa. Tutte cose belle che finirono presto con la partenza di Zaray. La studentessa proprietaria della casa decise, infatti, di non affittare più. Ed andai alla ricerca di una nuova casa.

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The horror story

Mi ritrovai a vivere con una coppia di giovani fidanzati in una casetta vecchia, umida, ma con giardino.

Non fu per nulla una bella esperienza. I litigi con la coppia iniziarono da subito.

Fui accusata di essere una ladra: secondo loro rubavo la roba da mangiare, e minacciarono di avvelenare il mio cane. Presi una valigia, il mio cane e quella stessa notte dormii in albergo.

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A mali estremi

Vista l’urgenza, una cara collega dell’Università accettò di ospitarmi per qualche tempo nel suo meraviglioso e spaziosissimo monolocale. E per fare in modo di dimenticare la cattiva esperienza, mi viziò davvero al limite del possibile. Non la ringrazierò mai abbastanza.

Il tetto del mondo e le vertigini

Con l’aiuto di ben cinque amici, traslocai nel giro di due ore per la sesta volta.

Per una grandissima botta di fortuna, trovai uno stupendo monolocale proprio sopra quello della mia migliore amica Federica. Sarebbe stata l’ultima casa a Siena. L’ultimo alloggio e forse anche uno dei migliori mai avuti. Infatti potevamo, tramite un piccolo balconcino, accedere ai tetti. E da lì davvero ti sentivi il re del mondo.

Peccato che un giorno a Sigrid (che nel frattempo era tornata a vivere da me) venne in mente di pulire proprio sotto al balconcino. Quando le prendeva la mania del pulito era così, bisognava seguirla nel suo delirio. Fui dunque costretta a rimanere in bilico per una buona mezz’ora sui tetti, con la speranza che la voglia di pulizie di Sigrid passasse presto. Passai 6 mesi in quella casa e fu davvero uno spasso perché avevo uno spazio tutto mio, ma nello stesso tempo ero vicinissima a Federica.

Il trasloco più duro fu quello da Siena a Ginevra.

Dovetti purtroppo separarmi di moltissime cose, non ricordo esattamente quanti pacchi mandai in Sicilia.

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Nouvelle vie à Genève

Arrivai a Ginevra con una sola grande valigia e il mio cane.

Visti gli affitti carissimi e il fatto di avere un animale, dovetti accontentarmi di una stanza a casa di una signora a un’ora dal centro di Ginevra. Dovevo prendere un bus e camminare per circa 15 minuti per arrivare alla villetta dove avevo preso in affitto la stanza. E vi assicuro che quando fa -12 gradi non è proprio una passeggiata.

In casa con me, oltre alla proprietaria della villetta, c’era anche Alexandra: la mia prima coinquilina ginevrina.

In quella casa, nonostante le diverse difficoltà legate all’adattamento in un nuovo paese straniero (anche Alexandra era appena arrivata a Ginevra), abbiamo condiviso moltissimi momenti piacevoli: le cioccolate calde, il camino, la tv alla sera.

Dopo alcuni mesi però, la convivenza con la proprietaria di casa si fece dura a causa dei problemi finanziari che la obbligarono infine a mettere in vendita la villetta.

Dovetti cercare un’altra casa.

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Un bagno per due

Trovai un monolocale a prezzo stracciato: sottoterra, con i muri ricoperti di muffa, senza un filo di sole.

In pratica una stanza, più che un monolocale. Ma avevo un giardino, un po’ selvatico ma era pur sempre un giardino, e il mio cagnolino sarebbe stato bene, e poi c’era la piscina, e i proprietari erano due persone dal cuore immenso che si accorsero del fatto che avevo bisogno di aiuto e di sostegno in quel momento. Per quella stanza, a 800 chf.- al mese, il bagno era in condivisione con la stanza accanto. Condivisi il mio bagno con quello che sarebbe stato il mio compagno per 3 anni.

In seguito alla rottura amorosa e ad altre vicissitudini, lasciai anche quella casa che mi aveva permesso di conoscere Antonietta. Visitammo insieme la stanza ed io lanciai un: “Chi ottiene la stanza offre la cena!”

E così non abbiamo mai smesso di cenare insieme, di tanto in tanto. Quella casa aveva anche ospitato per più di un anno mia sorella e il suo ragazzo.

Dovevo andarmene. Versai parecchie lacrime. La stanza era brutta, ma i ricordi che avevo erano stupendi. Lasciare quella casa voleva dire chiudere un capitolo importantissimo della mia vita.

Le ragazze di Rue Liotard

Avevo trovato, con non poche difficoltà, vista la penuria di alloggi, i prezzi inaccessibili, e la mafia del mercato immobiliare, un bilocale di 27 mq. in centro a Ginevra, a due passi dalla casa della mia migliore amica Sophie (diventammo così le ragazze di Rue Liotard, visto che non facevamo altro che fare in su e in giù per la strada per vederci e parlare).

Odiai quell’appartamento sin dall’inizio. Non mi piaceva, non lo avevo scelto, il palazzo era orrendo, l’armadio odorava di muffa. Quell’appartamento mi era stato imposto. Lo avevo trovato nell’urgenza. Piano, piano mi ci abituai. Mi ci volle più di un anno per iniziare a decorarlo, amarlo e rispettarlo.

Durò poco perché era già ora di ricambiare casa per la decima volta!

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Una casa tutta mia

Un pomeriggio di ritorno dalla piscina dissi a Vincenzo, il mio attuale compagno, che mi piaceva un palazzo che stavamo costeggiando.

Su un pezzo di carta, c’era il nome dell’agenzia immobiliare che lo gestiva. Vincenzo fece una foto e la sera stessa andò sul loro sito internet.

Trovammo l’annuncio per una graziosissima villetta ad un pezzo veramente ottimo per Ginevra. Chiamammo, vedemmo la casa, presentammo un dossier per averla, ed arrivammo nel mio decimo alloggio (dodicesimo se contiamo casa dei miei genitori e dei miei zii, nelle quali sono cresciuta).

Quasi non potevamo crederci. La casa era davvero come l’avevamo sempre immaginata! Per la prima volta, una casa tutta per me, con salone e cucina e stanza da letto separati! Niente stanzine anguste, niente bagni da condividere, niente muffa ma tanto sole!

La prima notte che ho dormito nella nuova casa, mi sono sentita come nel letto di casa mia in Sicilia, una sensazione piacevolissima di riposo e tranquillità.

Questa è la mia decima casa e non so se ce ne saranno altre. Per il momento mi godo il sole, il fatto di avere più stanze, la lavatrice (lusso quasi mai avuto) e il nostro piccolo giardino.

Una volta un attore raccontò: “Trovai la mia ultima casa e sapevo che sarebbe stata l’ultima perché riposi finalmente la mia valigia sopra l’armadio… l’armadio mi cadde addosso con tutta la valigia”.

Io per sicurezza tengo sempre a portata di mano valigie e cartoni da trasloco.

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Filosofia del trasloco

Oramai sono una vera professionista. Il mio ultimo trasloco è stato fatto in un giorno: due serate di preparazione degli scatoloni, un giorno di trasporto mobili e di sistemazione del nuovo nido.

Potrei quasi spacciarmi per una professionista: “Traslocatrice provetta offre servizi di consulenza personalizzati”.

Chi, come i miei genitori, ha sempre vissuto nella stessa casa non può immaginare.

Ogni volta è come una morte, un abbandono. Anche quando si cambia per il meglio. Si lasciano degli spazi, delle piccole abitudini, degli odori, dei rumori. E ci si deve abituare al nuovo. Si rinuncia a degli oggetti per mancanza di spazio o se ne comprano altri. Insomma, nonostante le dieci esperienze, per me è un trauma ogni volta. Forse sono poco propensa ai cambiamenti, mi affeziono velocemente alle cose.

Ogni volta che lascio un appartamento lo saluto, piango, penso alla tristezza dello spazio vuoto e a come sarà utilizzato da quelli che verranno dopo di me.

Sono una vera sentimentale. Forse è proprio per questo che ho deciso di tatuarmi una lumaca: l’unico animale a portarsi dietro faticosamente la sua casa. Ecco, dopo dieci traslochi a me piacerebbe tanto fare così: ritirarmi e portarmi dietro il guscio per non dovere ogni volta riabituarmi al nuovo e rimpiangere il vecchio.

lumaca-casa

7 commenti
  1. Annalisa
    Annalisa dice:

    Che bello questo racconto!
    Io ho cambiato 5 case in 46 anni. 3 con i miei genitori e 2 con mio marito. Le prime 4, pur nn avendole scelte, erano case di proprietà. L’ultima è la prima in affitto e la sola nella quale mi sia sentita veramente a casa. Il giorno in cui dovrò lasciarla sarà davvero dura.

    Rispondi
  2. Giuliana
    Giuliana dice:

    Io sono a quota 12 traslochi….
    Adoro l’idea del tuo tatuaggio.
    Nel profondo del mio cuore so che questa non sara’ la mia ultima casa…

    Rispondi
  3. Federica
    Federica dice:

    Cara Marilù, bel racconto, belle emozioni e, anche per me, qualche ricordo: come quello dell’anno fatale in cui traslocai per 5 volte (a Rue Dancet, in Rue des Voisins, in un Quai lungo l’Arve, in Boulevard de la Cluse, finalmente a Carouge, ovviamente non dove vivo ora, ma circa 4 appartamenti fa, in uno studio non lontano dal mio attuale indirizzo). In quei 12 mesi la soluzione che adottai fu quella di non togliere le cose dagli scatoloni – a parte gli abiti – e, anzi , uno scatolone era il mio comodino…

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  4. Elisabetta Cork
    Elisabetta Cork dice:

    Mi appresto al mio secondo trasloco e mi sento davvero una novellina al tuo confronto! Eppure sento anche io quello strano attaccamento a questa casa, che ha mille difetti ma che mi ha accolto e protetto per tre anni nella mia nuova vita da expat 😀

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  5. Elena
    Elena dice:

    6 traslochi in 31 anni.
    Alcuni scelti, altri no. L’unica costante è stata liberarsi sempre delle cose…
    Ho imparato a non avere attaccamento alle cose ma non senza soffrirne.
    Perchè è facile sbarazzarsi delle cose inutili ma quando non hai spazio o non hai più la forza di portarti dietro tutto il tuo fagotto devi sbarazzarti anche di quello che per te inutile non è.

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  6. Dora
    Dora dice:

    Marilu ‘ bel racconto. L ho letto fini alla fine Milton volentieri. Io avrei bisogno di qualche pagina un piu! ne ho fatto 30 di traslochi😁! E Non ho pero’ ancora trovato una casa dove mi senta” à casa Mia”.

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