Tre mesi a Dublino: si tirano le prime sommepiedi-parco-relax

In questa città c’è una fervida comunità di expat, attiva soprattutto su facebook. Moltissime sono le voci contrastanti, ma tutte sono d’accordo su un unico punto: trasferirsi a Dublino, ora come ora, è un terno al lotto.

Gli Italiani a Dublino

Dublino sembra il centro del mondo se la vivi da expat. In particolare se sei italiana.

In strada, ai semafori, sui pullman, sentir parlare in italiano è considerato la normalità.

Sui socials, i post di italiani che vogliono trasferirsi e cercano consigli su sistemazione, lavoro e, in generale, sulle prospettive di vita in questa città si susseguono numerosissimi ogni giorno: talmente simili da sembrare essere scritti dalla stessa persona.

Vite diverse, con qualcosa che le accomuna: la speranza in un futuro migliore.

I commenti che ne seguono sono un miscuglio di esperienze e sensazioni personali.

Ci sono i nostalgici di quando, solo pochi anni prima, trovare un alloggio e un lavoro a Dublino era molto più facile.

I cinici del “meglio che ti scegli un’altra città”.

I diplomatici che cercano di dialogare con il malcapitato proponendo soluzioni alternative… spesso città alternative.

Ho vissuto poco la comunità italiana a Dublino, complice l’aver trovato un lavoro a tempo pieno che prende la maggior parte del mio tempo libero.

La sensazione è quella di un gruppo molto attivo e presente. Solo ora stiamo cominciando a valutare la ricerca di persone oltre il nostro ridotto giro di conoscenze, sulla base di interessi comuni.

Non mi sorprende notare come molti italiani ben integrati si trovino all’interno del tessuto sociale nei campi più disparati.

La mia esperienza di Italiana a Dublino

La mia esperienza non è stata delle più rosee, ma neanche tra le peggiori che ho sentito narrare, considerati i tempi che corrono.

Posso dire di essermi resa conto di quanto sia importante non essere da soli.

In questo sono fortunata: il rapporto molto forte con il mio compagno mi ha permesso di vedere il lato positivo anche nei momenti più bui. Il fatto che lui avesse già un lavoro e messo da parte qualche soldo prima della mia venuta mi ha concesso di poter guardare il futuro con qualche speranza in più.

Le due esperienze workaway – di cui ho parlato precedentemente – mi hanno regalato un arrivo sereno.

La sicurezza di un appoggio, per quanto temporaneo, è stata la finestra verso la realtà irlandese al di fuori della ricerca dei bisogni primari per un expat, cioè una casa, un lavoro e una sicurezza economica.

E’ una esperienza che consiglio caldamente a chiunque voglia concedersi un periodo di transizione, prima di gettarsi nel vivo della propria vita expat, soprattutto se non si ha ancora nessuno dei tre bisogni primari sopracitati.

Prima o poi i nodi tuttavia vengono al pettine, ed è quello il momento in cui ti confronti con il vero significato della vita da expat: la consapevolezza che non ci sono reti sotto di te, che ogni giorno devi metterti a tavolino e decidere di continuare, ben sapendo che per forza di cose il periodo di transizione va limitato nel tempo.

Certo, puoi sempre tornare indietro.

Ma come la vivresti, dunque? Una sconfitta, una possibilità mancata? Sfortuna o mancanza delle abilità necessarie?

Sono passati 3 mesi e mezzo dal mio arrivo

C’è chi mi ha detto che tre mesi sono pochi per avere un quadro oggettivo della situazione, e forse è vero.

Io sono stata tra le fortunate: ho trovato un lavoro dopo poco più di un mese nel mio campo di studio, sebbene dopo decine e decine di mail senza risposta.

Dalla mia parte avevo un Master in Diagnostica per Immagini che mi ha aperto una porta che, a detta del mio stesso datore di lavoro, mi sarebbe stata altrimenti chiusa. In molte realtà trovare lavoro si basa ancora sul passaparola, sull’amico dell’amico.

Questo, a quanto pare, vale anche per la medicina veterinaria.

Molti concordano di come il periodo d’oro del “vado e poi vedo” sia finito: le possibilità di trovare un lavoro temporaneo sono notevolmente diminuite. Il mercato è, a detta di tutti, saturo.

Posso dire di non aver avuto esperienze dirette di discriminazione sulla base della mia nazionalità.

Tuttavia, con l’ampia domanda a disposizione, in pochi sono disposti a chiudere un occhio sulla lingua da migliorare, e sull’inevitabile tempo necessario per ambientarsi e per la necessaria formazione aggiuntiva.

Molti professionisti in cerca di carriera guardano all’inghilterra, ma sempre di più sono coloro che l’abbandonano per paura delle conseguenze del Brexit sulla loro posizione scomoda.

Gli stessi futuri expat spesso considerano l’Irlanda come prima scelta sulla base di questi timori.

La normale conseguenza risulta che la domanda per alloggi e lavori estemporanei diventi altissima e, ovviamente, nessuno rinuncia ad approfittarne.

Le condizioni di lavoro e i salari sono al ribasso, gli affitti al rialzo, e tutti sono concordi che prima o poi questa bolla, senza adeguato controllo, esploderà.

L’epopea dell’alloggio

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All’inizio c’è quello che si può chiamare periodo di iniziazione.

Gli unici alloggi facilmente disponibili prevedono posti letto in camere condivise con sconosciuti, in case di dieci, dodici persone, e bagni comuni.

E’ una esperienza frequente per un neo-expat dublinese in attesa di sistemazione e il tempo che vi si rimane dipende molto dai soldi a disposizione, dalla fortuna e dalle conoscenze che si maturano a mano a mano che passano le settimane.

In seguito, abbiamo vissuto felicemente in un appartamento per circa un mese, dopo aver pagato caparra e mensilità in anticipo, in attesa del regolare contratto.

Avevamo preso il posto di una coppia italiana e tra tutti e due vantavamo tutte le carte in regola per garantire un affitto regolare. Nonostante questo, il proprietario ha deciso di rimettere disponibile l’appartamento senza che avessimo nessuna voce in capitolo, dandoci tre giorni di tempo per trovare un’altra sistemazione.

La sensazione di sgomento vissuta in quel tre giorni è stata indescribile: impotenza, rabbia, paura.

Siamo ora in quella che sembra una sistemazione stabile. Come l’abbiamo trovata?

Abbiamo semplicemente risposto per primi ad un post su Facebook, uno dei tanti.

Una italiana doveva lasciare l’appartamento in cerca di una camera più economica. Ci siamo andati con i piedi di piombo dopo l’ultima esperienza, ma la fortuna sembrava finalmente sorriderci.

Durante il nostro primo incontro al bar, il giorno dopo, la ragazza è stata costretta a silenziare le notifiche del telefono: erano i messaggi di tutte le persone che cercavano di contattarla dopo di me.

E’ stata una scena quasi surreale, difficile da comprendere se non viene vissuta sulla propria pelle.

Ora viviamo in appartamento condiviso con una coppia molto tranquilla, con una meravigliosa vista su uno dei parchi più belli di Dublino.

Per andare a lavoro devo alzarmi la mattina all’alba e sostenere più di una ora e mezza di pullman, due ore se c’è traffico.

L’avrei considerato impensabile in Italia, ma lentamente sta entrando a far parte della mia routine.

Il mio orologio biologico si assesta, fino a farlo sembrare normale.

Anche questo è vivere da expat: scoprire i propri limiti, accettare dove si è disposti ad arrivare pur di far funzionare le cose.

Aver imparato, però, che non si è mai prigionieri di una realtà, che si può cambiare vita, ancora e ancora.

Lo si è già fatto una volta in fondo, quando si credeva impossibile, e si è sopravvissuti.

La felicità delle piccole cose

In casa cuciniamo biscotti, pane cotto in forno e focacce per sentire meno la mancanza di casa, e sul balcone crescono le prime piantine: pomodori gialli, fragole, rosmarino, basilico.

E’ incredibile come gli esseri umani si creino dei punti di riferimento nelle cose più piccole per trovare il proprio equilibrio.

La vita da expat ti cambia, ti rende più forte e ti fa anche accettare come la sicurezza, la quotidianeità, sia fragile.

Si ricomincia da zero: ogni cosa va guadagnata, persino la piantina di basilico sul proprio balcone e il diritto di annaffiarla regolarmente.

Una scelta che non si può fare altro che vivere fino in fondo, ogni giorno.

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2 commenti
  1. Vincenzo
    Vincenzo dice:

    Ciao, leggo che sei veterinaria, una curiosità, hai dovuto sostenere l’esame di abilitazione irlandese? Io sono già in Irlanda ma allevo pecore da latte a west Cork, ho una laurea in veterinaria ma ancora non la ho sfruttata.

    Rispondi
    • Roberta Lista
      Roberta Lista dice:

      Ciao! La laurea vale, non ho dovuto superare esami di abilitazione ma ho perso molti corsi extracurriculari tipo scivac, unisvet etc che qui non hanno valore. In bocca al lupo!

      Rispondi

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