Era una serata fredda.
O meglio, fresca.

Una di quelle serate invernali in cui, in Kenya, viene voglia di uscire e andare a sedersi davanti a una bevanda gelata, in uno dei locali con la vista sull’oceano indiano.

Decidemmo di fare un giro, nonostante la stanchezza del lavoro e la voglia di riposo.
“Cosa c’e’ di meglio che rilassarsi davanti alle onde dell’oceano che si infrangono sulla battigia e riflettono la luce della luna?”.
Erano circa le ore 19h00.
Qui in Kenya alle 18:30 il tramonto è già terminato e il buio la fa da padrone. Il buio illuminato da milioni di stelle.

Con la nostra auto ci stavamo dirigendo verso il centro della città, quando il telefono di John squillò improvvisamente rompendo il silenzio che ci stava facendo rilassare anzitempo.
Il suo viso si oscurò (più di così, direte voi, visto che John è un Masai?).
Si nota anche in un africano quando l’espressione accigliata diventa scura.
La conversazione, che logicamente non avevo compreso perché  in lingua masai, terminò velocemente.
E immediata fu la mia domanda.
“Chi era? Che è successo?”
Un amico di John lo aveva avvisato che sua mamma era a Mombasa, in ospedale per accudire e cercare di curare un bambino.
La sorpresa fu grande perché la mamma di John vive a circa 12 ore di autobus da Mombasa e arrivare in bus sin lì significava che era accaduto qualcosa di veramente grave.
John aveva un fratellino di circa 6 anni, ai tempi, ed eravamo quasi certi che fosse lui ad aver problemi di salute.
Decidemmo quindi di avviarci immediatamente verso Mombasa, con la speranza di riuscire ad avere più notizie su cosa stesse accadendo.

La mamma di John non aveva un cellulare e non sapevamo neanche in che ospedale fosse andata. A Mombasa ce ne sono veramente tanti.
Ma partimmo, fiduciosi nel sesto senso Masai.
La troveremo di certo”, mi disse.
Arrivati a Mombasa ci fermammo in un primo ospedaletto vicino alla fermata dei bus che arrivavano dalla zona di Amboseli.
Era per lui quasi facile che si fosse appoggiata al primo che avesse trovato.
Niente… non era lì.
Decise quindi di avviarsi verso l’Agha Khan, uno degli ospedali migliori presenti sulla costa sud del Kenya.
E fummo fortunati.
La mamma di John era lì con quel bimbo di cui immaginavamo l’identità, anche se ancora non avevamo avuto conferma.
Cercammo di spiegare alla guardia dell’ospedale che era una emergenza e che ci avevano avvisato in quell’istante. Spiegammo la situazione. Era quasi irremovibile. Le visite terminano alle 19 e noi eravamo arrivati li dopo le 21.
Mi intromisi con il mio inglese quasi maccheronico e quelle due parole che ai tempi conoscevo di swahili.
Impressionante…
Alla mia richiesta quasi lacrimosa, si intenerì.
Ci diede il permesso di vedere la donna masai ma dovevamo uscire in 15 minuti.
Promessa di scout” dissi io.
O sarebbe stato meglio dire promessa sicula (ma questa sarebbe stata da rispettare più di quella scout!)

Entrammo e, dopo aver salito a piedi due piani dell’ospedale, arrivammo davanti al reparto pediatrico.

Pensammo:” se era lì per un bambino, il fratellino di John, era quello il reparto giusto”.
Varcammo la prima stanza e immediatamente vedemmo lei. Il pareo appoggiato alle spalle, vestita di rosso e con colori sgargianti, dovuti al suo tradizionale costume maasai.
Il suo usuale sorriso fu celato da un velo di tristezza. John si avviò velocemente verso lei e io tentennai ad entrare.
L’odore acre di medicinali era quasi fastidioso ed era un misto di sentori classici da ospedale e quelli dell’urina dei bimbi piccoli.
Fastidiosissimo, ma alla fine sopportai.
John mi fece cenno verso un bimbo.
Lo guardai e mi resi conto che non lo conoscevo.
Non avevo la più pallida idea di chi fosse.
Si avvicinò e mi disse che era un masai, un suo familiare.
Ma non il fratellino che avevo conosciuto l’anno prima al suo villaggio.

Anche lui non lo aveva mai conosciuto. Ma era un masai: quindi era un fratello.
Lui si mise poco distante con la mamma cercando di farsi spiegare chi era e cosa fosse successo e come mai era arrivata sino a Mombasa visto che, a circa due ore o tre di strada dal suo villaggio, c’è un ospedale. Esattamente al confine con la Tanzania.
Io restai vicino al piccolo bimbo.
Era minuto.
Credevo avesse meno di un anno.
Aveva una flebo sul braccio destro e una sul braccio sinistro.
Stava facendo delle trasfusioni di sangue.
Mi guardò. Era evidente che era un piccolo masai.
Era stupendo e i suoi cerchietti sulle guance erano stati fatti da pochissimo. Mi sorrise e io iniziai a toccargli il pancino, le mani, le gambette. Cercai di appoggiare la mia mano sulla sua testa e fu lì che ebbi la conferma assoluta che fosse un masai.

Abbassò il capo come a volermi salutare: i piccoli masai abbassano sempre il capo a una persona più grande e questa appoggia la sua mano su di esso come a un saluto misto a benedizione.
Restai a sorridere con lui. Non parlavamo, anche se fu quasi automatico per me sussurrargli paroline come ciao, bello, Dona, bravo e ciao.
Fu al ciao che mi resi conto che il tempo era passato. Ero stata con lui circa trenta minuti.
John mi chiamò.
Dovevamo andar via.
Non ci era permesso stare ancora.
La guardia era salita a chiamarci.
Guardai il piccolo e mi avvicinai a lui.
Mi sorrise ancora.
Stranissimo: i bimbi masai piccolissimi, non essendo abituati a vedere i bianchi solitamente piangono perché hanno quasi paura.
Molti addirittura scappano via.

Era debolissimo e le sacche di sangue lo tenevano legato al letto ancor di più.
Lui mi guardò e sorrise.
John mi disse che era grave e si sperava che il sangue, che per fortuna aveva potuto donare la mamma di John perché con lui compatibile, lo avesse potuto rimettere in sesto.
Era finito in quello stato perché denutrito o malnutrito.
E il suo corpo non aveva più la capacità di rigenerare sangue.
Io lo guardai ancora una volta e gli dissi: ciao patata.
Spero di vederti presto fuori di qui.
E lui di tutta risposta mi guardò, mi sorrise e cercò di riprendermi la mano.
La mia mano che prima gli aveva forse regalato un po’ di affetto. Di calore umano.
Mi abbassai, lo baciai sulla guancia e, dopo aver salutato la mamma di John, mi allontanai quasi velocemente.
Appena sulla porta guardai John e gli chiesi: “come si chiama quel bambino?”
Mi disse: Solomon.
Corsi indietro e gli dissi indicando con la mano: “Solomon” e indicando me dissi: “Dona”.
Ecco… il dopo è storia .
Solomon divenne Solomon Ole Saisa, mio figlio.

20 commenti
  1. Katia
    Katia dice:

    Donatella,

    Grazie per questa storia commovente. L’Africa mi è entrata nel cuore e mi manca molto. La tua storia ed il sorriso splendente di tuo figlio mi hanno ricordato così bene il perché. Che forza tua suocera e che tempra il tuo Masai che cresce!

    Katia ex Joburg ora Locarno

    Rispondi
  2. Laura
    Laura dice:

    Due brividi, il primo nel capire la bellezza dei Masai – e di molti altri popoli africani – nel riconoscersi fratelli anche se non fratelli di sangue, il secondo perche’ sostengo l’adozione come un atto di amore immenso

    Rispondi

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