Un mese e mezzo da newcomers

Quando arrivi in Canada come residente permanente, sei un newcomer.

Non ti chiamano immigrato – che è quello che sei ma non suona mai particolarmente politically correct.

Sei un nuovo arrivato.

La definizione ha un che di esotico, ti fa sentire importante, soprattutto perché per te ci sono una serie infinita di aiuti e agevolazioni.

Tutto gratis, per aiutarti ad integrarti e sentirti a casa tua il prima possibile.

Il Canada è un paese che fonda la sua ricchezza sull’immigrazione e ha fatto dell’accoglienza il suo marchio di fabbrica.

Quando arrivi in aeroporto e sei in attesa di ricevere i timbri sul landing paper all’ufficio immigrazione, ti danno una busta rossa con dentro una pubblicazione che contiene tutte le informazioni utili per iniziare ad ambientarti: mondo del lavoro, trovare casa, istruzione, sistema sanitario, tasse, benefit per le famiglie, informazioni sui corsi gratuiti di inglese, contatti di uffici ed enti no profit che si occupano di aiutare i newcomers.

È tutto sorprendentemente chiaro e semplice. Per chi viene dalla burocrazia italiana, è un sogno ad occhi aperti!

C’è anche una checklist con tutte le cose che devi fare: campeggia sul nostro frigorifero e va via via completandosi.

Ogni spunta è un passo in più che sento di aver fatto in questo cammino.

Dopo un giorno dal nostro arrivo, abbiamo chiesto il Social Insurance Number, rilasciato su due piedi, in un ufficio dove abbiamo aspettato il nostro turno per neanche cinque minuti.

Abbiamo aperto un conto corrente canadese in pochissimo tempo e usato il primo bank statement come prova di residenza per richiedere l’Ontatio Health Insurance Card, ovvero l’accesso alla sanità pubblica. Riceveremo la tessera tra un mesetto e poi bye bye, assicurazione privata.

Mio marito ha trovato un ottimo lavoro come architetto in uno studio che si occupa di restauro dopo due giorni dal nostro arrivo: credo che abbia esaurito in un sol colpo tutta la dose di fortuna che uno può sperare di avere in una vita intera!

Nel mentre abbiamo trovato casa, l’impresa più ardua di tutte.

Qui il mercato immobiliare è folle, corre a ritmi frenetici a cui non so se mi abituerò mai: devi decidere in fretta se la casa che hai visto fa per te e fare un’offerta in men che non si dica. Gli immobili non restano molto sul mercato, il tempo per vedere qualcos’altro e fare un confronto non ce l’hai.

La cosa più difficile è trovare un padrone di casa disposto ad affittare ad un inquilino che non ha una storia creditizia.

Qui, come in tutto il mondo anglosassone, funziona tutto con il credit score. Sei un buon pagatore? Le porte per l’accesso al credito sono spalancate, per i padroni di casa sei l’inquilino ideale. Se il tuo credit score è basso perché sei un cattivo pagatore o se non ne hai uno, non vali nulla.

Nel nostro caso, ci hanno aiutato le lettere di referenze chieste a destra e manca: a partire all’attuale proprietaria della casa Airbnb che abbiamo affittato dall’Italia come nostra prima dimora, al datore di lavoro canadese di mio marito, all’ultimo datore di lavoro italiano, agli unici amici che abbiamo qua in Canada, perfino all’avvocato dell’immigrazione che ci ha seguito. E abbiamo anche offerto mensilità in anticipo.

Anche se il discorso housing meriterebbe un capitolo a parte (sarà sicuramente l’argomento di un futuro post), vi posso dire che la nostra ricerca si è conclusa con l’affitto di un basement con giardino condiviso in un bel quartiere residenziale.

Piccolo ma carino, appena rinnovato, saremo i primi ad abitarci; a 20 minuti di tram dall’ufficio di mio marito. L’abbiamo già ribattezzato il bunker. Diciamo che la luce naturale non è proprio il suo punto forte ma è una soluzione temporanea e poi bisogna guardare i lati positivi, no? Nelle calde e afose giornate estive torontoniani noi staremo belli freschi!

Dilapidiamo il nostro gruzzoletto per arredare il rifugio antiatomico. Qui il mercato dell’usato funziona molto: ci sono un sacco di negozi dedicati, non è considerato da accattoni come in Italia. E poi ci sono sempre  Marketplace e l’immancabile Ikea, dentro cui ti senti subito a casa.

Nel frattempo, pensiamo alla scuola che inizierà presto a frequentare la nostra figlia maggiore, Emma, 4 anni e mezzo. Età da Junior Kindergarten, primo anno di scuola completamente gratuita.

Manca ancora una sistemazione per il piccolo, e qui scatta la nota dolente sul Canada: la scuola prima dei 4 anni ha dei costi esorbitanti.

E manca anche un lavoro per me.

Poi, potremo iniziare a cercare la nostra routine, tornare ad essere una famiglia con le sue abitudini ed i suoi ritmi che in questo ultimo mese e mezzo, diciamocelo, ci stanno veramente mancando.

Smetteremo di sentirci “in prestito” perché, in fondo, essere un newcomer vuol dire questo.

Sì, sei residente, ma solo sulla carta. Non ti ci senti ancora. Non sei ancora entrato nei giochi, te ne stai in panchina e intanto cerchi di capire come funziona. Sei più simile ad un turista, forse. Guardi tutto con gli stessi occhi con cui guarderesti una città che stai visitando per le vacanze: è tutto affascinante, è tutto nuovo. Ma non hai le giornate libere e spensierate come un turista: corri e frulli per uffici, con due bambini urlanti al seguito che non ne possono più di essere sballottati in giro con i mezzi pubblici o a piedi (e qui permettetemi di cantare le lodi di mia figlia e ringraziarla perché nonostante l’età macina anche 10 km di strada sulle sue zampette senza troppe lamentele).

Il resto delle giornate lo passi al telefono facendo perdere la pazienza anche ai Santi a forza di chiedere di ripeterti le cose perché vuoi essere certa di aver capito. Perché siamo oneste: non c’è niente di più difficile da capire di una voce che ti parla al telefono con un accento che nemmeno Totò con “Noio… volevam… volevàn… savoir… l’indiriss… ja…”.

Il newcomer non è né carne né pesce, vive in un limbo.

Osserva, impara e sperimenta.

Fa i suoi primi passi traballanti ed emozionati in un mondo tutto nuovo.

Un po’ mi spaventa: l’incertezza, l’ignoto, le novità, la mancanza di esperienza.

E’ destabilizzante, eppure, allo stesso tempo, non smetterò mai di essere riconoscente per questa seconda possibilità, per poter ricominciare tutto daccapo e vedere il mondo con gli stessi occhi pieni di meraviglia con cui lo guardano i miei figli.

 

16 commenti
  1. Marzia Auriemma
    Marzia Auriemma dice:

    Complimenti!! Ho sempre amato il Canada oltre gli States, a Montreal viveva una cara amica di famiglia, mi pento di non essermi trasferita da ragazza. Ho cugini negli Usa, ma alle mie figlie non dispiacerebbe cercare un lavoro anche lì, non è obbligatorio conoscete il francese? Loro non lo sanno, l’Inglese invece molto bene, ciao😜

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    • Anna - Toronto
      Anna - Toronto dice:

      Ciao Marzia. In Quebec il francese lo devi sapere (anche se a Montreal parlano tranquillamente anche l’inglese, almeno da quanto mi hanno detto: personalmente non ci sono ancora stata!), ma nel resto del paese l’inglese basta e avanza: sono ben pochi i canadesi che sanno il francese, sebbene entrambe le lingue siano ufficiali.

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  2. Elena
    Elena dice:

    Tutto vero e tutto bello,confermo, è così anche a Vancouver. ….Ma cosa intendi quando dici “tutto gratis” all’inizio del capitolo?

    Rispondi
    • Anna - Toronto
      Anna - Toronto dice:

      Ciao Elena. Con “tutto gratis” intendo tutti gli aiuti forniti da enti governativi e non (come YMCA) che vanno dalle lezioni gratuite di inglese, al sostegno nella ricerca della casa e nell’iter di affitto, aiuti per scrivere un CV vincente. Ci tengono anche particolarmente a farti sapere che è tutto pagato con i soldi dei contribuenti, che immagino sia una delle ragioni per cui Trudeau piace tanto agli immigrati e meno ai canadesi 😁

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  3. Giulia - Norimberga
    Giulia - Norimberga dice:

    Ciao Anna, in bocca al lupo e complimenti per il coraggio che avete avuto con due figli piccoli a fare questo passo! Un abbraccio

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    • Anna - Toronto
      Anna - Toronto dice:

      Ciao Giulia. Crepi il lupo e grazie 😉
      Gli ultimi anni in Italia per noi sono stati un po’ duro: eravamo già lontani dagli amici ed entrambi i nostri lavori non ci davano nessuna garanzia (sia io che mio marito eravamo 2 finte partite Iva). È un po’ come se fossimo stati su una mongolfiera. Prendere il volo non avendo grosse zavorre a tenerci a terra: è stato “relativamente facile”. Quando hai una bella rete di rapporti intorno ed un lavoro sicuro è sicuramente più difficile: lì sta il vero coraggio. Noi non avevamo molto da perdere (affetti a parte, ovviamente)

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      • Giulia - Norimberga
        Giulia - Norimberga dice:

        Eh come ti capisco. Io sono partita quest’anno assieme al mio compagno a 33 anni (senza figli) per ragioni lavorative… ti dico che è stata dura pensare di lasciare gli amici e la mia famiglia, per quanto sia a Norimberga e non sia dall’altra parte del mondo come te…è sempre un ricominciare che dal punto di vista lavorativo mi ci voleva e mi stimola molto, forse meno dal punto di vista relazionale. Ad ogni modo, è una grossa opportunità ed esperienza che ho deciso di cogliere e vivere 😉

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        • Anna - Toronto
          Anna - Toronto dice:

          D’accordo con te su tutta la linea, Giulia! Ricominciare da zero è dura ma è anche una possibilità non da poco. E’ una sfida stimolante! Ha il suo bel contrappeso, inutile negarlo… Ma adesso non è ancora tempo di bilanci, viviamoci queste belle novità! In bocca al lupo per tutto!

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  4. Grazia
    Grazia dice:

    Ciao pensavo anche io al Canada!! Ci siete andati perché tuo marito aveva il colloquio ? Io semplicemente ho paura di lasciare la Mia comfort zone… Anche se abito Gia all estero

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    • Anna - Toronto
      Anna - Toronto dice:

      Ciao Grazia. No, abbiamo deciso per il Canada “sulla carta”, non avevamo né parenti, né amici, né offerte di lavoro. Il colloquio è arrivato molto dopo l’ottenimento dei visti. Probabilmente è vero che la fortuna aiuta gli audaci 😄

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