vietnamSulla scia di un lavoro non proprio adorato, che mi teneva seduta per ore, prenoto un volo per il Vietnam del Sud: Saigon, delta del Mekong e Isola di Phú Quốc.

Alla parola “Vietnam”, la mia testa già si riempiva di immagini di manghi giganti, cocchi mostruosi, frutti dal volto improbabile, verdure di ogni genere.

A differenza delle foto delle merendine sul pacco, infedeli alla realtà, tutte quelle immagini avrebbero corrisposto al vero.

Parto con l’agenzia “Copines de voyage” (compagne di viaggio), che raccomando a tutte le ragazze francofone che abbiano voglia di viaggiare con altre donne e seguendo una tematica.

Il filo rosso del mio viaggio è l’acqua. 

Assisterò al traffico dei mercati galleggianti su un fiume lungo 4880 km e ozierò su una bellissima isola.

Le mie copines de voyage sono 5: si chiamano Chantal, Caroline, Solène, Séverine et Isabelle. Vengono dal Belgio e dalla Francia.

In uno dei bagni di Doha in cui facciamo scalo, avviene la trasformazione da omino Michelin a Sailor Moon per meglio sopravvivere al caldo umido che ci aspetta.

In questa parte del Vietnam, infatti, nessuna casa è costruita per affrontare l’inverno poiché quest’ultimo, almeno per come lo intendiamo noi, non esiste.

Dopo circa 14 ore di volo distribuite in 3 aerei diversi, arriviamo a Saigon.

Lì, incontriamo la nostra guida: un giovane ilare che si fa chiamare D’artagnan per meglio toglierci dall’imbarazzo di pronunciare malissimo il suo vero nome.

Saigon

Come prima cosa, ci viene spiegata una tecnica per sopravvivere al mare di scooter che riempie la capitale e che consiste nel buttarsi ad occhi chiusi agli incroci recitando l’Avemaria.

Il motorino è l’indiscusso protagonista del paesaggio urbano e la maggior parte degli spostamenti avviene su questo mezzo.  Da lui, ci fa capire D’Artagnan, dipendono lavoro e fidanzata.

Capiamo presto che la nostra guida è in cerca dell’anima gemella e il primo argomento di discussione sono proprio gli usi e i costumi che ruotano intorno al matrimonio e alla vita di coppia.

Quando se ne forma una, sarebbero il ragazzo e la sua famiglia a prendersi il carico economico delle cerimonie che, se si vuole seguire il manuale, sono numerose.

La festa di fidanzamento con amici e parenti è più importante della cerimonia vera e propria.

Dopo che le due famiglie si sono incontrate e piaciute, si va tutti insieme dall’indovino che – consultando lo zodiaco e i cieli di nascita dei futuri coniugi – stabilisce se la loro unione sarà o meno propizia.

Il suo responso è decisivo e potrebbe persino, nel caso della seconda ipotesi, ostacolare l’unione. Se tutto fila liscio il vestito della sposa sarà rosso poiché simbolo di prosperità. Il bianco invece rappresenta il lutto.

Tra le tante cose viste durante il soggiorno a Saigon, ci sono il museo della medicina tradizionale, il tristissimo museo della guerra, la principale chiesa caodaista della regione e la pagoda di Thien Hau, Dea del Mare cinese.

pagoda-dea-mare

All’entrata dei templi si trovano statuette di leone, fidi protettori del luogo che con le loro bocche aperte e i colori sgargianti mettono in fuga le energie negative.

All’interno si viene avvolti dal fumo dell’incenso che porta in alto i desideri dei credenti. I bastoncini si vendono a pacchi, poiché la credenza vuole che Dio tiri a sorte per sapere quale desiderio esaudire per primo, quindi più se ne accendono meglio è.

Le più influenti religioni e filosofie sono il Confucianesimo, il Taoismo e il Buddismo.

Sempre più piede ha preso il Caodaismo, religione sincretica, mescolamento di dottrine occidentali e orientali di cui visitiamo la chiesa più importante.

Fuori, ci sono tappeti colorati, fatti di strisce di stoffa (dal mio ritorno ne sto facendo uno uguale), le scarpe dei visitatori e all’interno un tripudio di colori e simboli: verde acqua, celesti, ori, dragoni, terzi occhi, fiori di loto.

Sebbene il legno sia spesso il materiale per la costruzione dei luoghi di preghiera come questo, l’idea di ricchezza e la luce che ne scaturiscono sono immensi.

L’architettura e l’ornamento rimandano all’eterno dialogo tra yin e yang, forze cosmiche positive e negative in continuo mutamento.

Durante la messa, come un esercito in preghiera, gli uomini sono da una parte e le donne dall’altra, vestiti di lunghe tuniche bianche; si flettono e raddrizzano avvolti dal suono di uno strumento a corde.

Uscite da questo universo in cui è ammesso fotografare la festa ma non se stessi durante la festa, recuperiamo le scarpe, attraversiamo un cortile che somiglia a un vivaio a cielo aperto e ci rimettiamo in viaggio.

Nei bar che collegano le città più grandi penzolano sottili amache colorate, messe a disposizione per i viaggiatori più stanchi.

Salutiamo la nostra guida e con il nostro conducente Hieu ci dirigiamo a colpi di clacson verso il delta del fiume Mekong. Lì ci aspetta la nostra nuova guida Min… che si farà chiamare Min.

Delta del Mekong

Appena arrivate, inforchiamo le bici.

All’andata partiamo in 5 e al ritorno siamo 6: un cagnolino (ma quanti ce ne sono!) che, per tenersi in forma, passa la sua vita a seguire i turisti, lascia un gruppo di mountainbiker tedeschi per unirsi a noi.

mercato-vietnam-tipicoIn questa parte del viaggio, alta in glicemia, veniamo saziate dal verde come bambine dal latte.

Facciamo conoscenza con la popolazione e la cucina locale, assistiamo alla fabbricazione di una sorta di crêpes che vengono fatte asciugare al sole, mangiucchiamo caramelle al cocco e alle arachidi.

Bevo liquore di serpente accarezzando l’ennesimo cagnolino sotto gli sguardi delle mie copines che temono mi avveleni come Biancaneve.

Vengo chiamata “l’avventuriera” perché magno e bevo de tutto.

Immerse nella natura ci diamo al rituale dei souvenirs e vengono via con noi scodelle in legno per il riso lavorate a mano secondo il processo della laccatura, segnalibri fatti a mano, piccole costruzioni di carta e raffigurazioni di vita rurale quotidiana.

La sera con la cuoca della chambre d’hôtes impariamo a fare i nems, tipici involtini fritti ripieni di tutto, per poi promettere ai nostri amici rimasti a casa cene di successo al nostro ritorno… poveri illusi.

In questa regione, pagaiamo vicino a giardini di mangrovie con cappelli appuntiti, distribuendoci nelle barchette a seconda dei nostri pesi e in queste chiese naturali penetriamo in silenzio.

Ci gingilliamo tra i rumorosi mercati dove impazzano dolcetti di riso colorati, rane senza pelle, carne, frutti dall’aspetto conturbante mentre i venditori mangiano in piccole scodelle che lasciano poi ai loro piedi, perché raccoglierle è il mestiere di qualcun altro.

Arriviamo alla riserva naturale di Tra Su, dove passiamo più tempo a navigare un’acqua piena di ninfee alte come mia nipote che a camminare sulla terraferma.

Incredula davanti ciò che vedo mi sorprendo varie volte a ridere da sola.

Lascio di mala, malissima voglia la riserva.

Phú Quốc

L’ultima tappa si fa a Phú Quốc: la più grande isola del Vietnam, molto amata dai turisti.

Sul battello viene proiettato un film in cui recita Jackie Chan in inglese, con i sottotitoli in francese; in sottofondo, il brusio della barca. Soggiorneremo per 3 giorni in un meraviglioso hotel sul mare, circondato dal verde che, per meglio spingere il turista più timoroso a fare un tutt’uno con la natura, ha il bagno all’esterno ed è privo di tetto.

La sera nella stanza c’eravamo io, Caroline, Geco Gigante, Scarabeo Obeso e Lucertolozzo. L’ultimo abitava dietro al quadro, gli altri fuori zanzariera. geco-gigante-vietnam

Le colazioni con le ragazze consistono in un resoconto dettagliato delle bestiole incontrate e uno scambio di tattiche più o meno di successo per riuscire a fare pipì mentre si viene guardati da una rana.

Le attrazioni principali di Phú Quốc sono la piantagione di pepe e una coltivazione di perle.

Elettrizzate dalla parola «farniente» scritta in grande sul programma, io e le mie copines ci imbarchiamo in una spedizione in bicicletta nel traffico dell’isola per tornare ustionate, dimagrite, senza sedere ma con 7 scatole di pepe. La più furba, avendo preso un taxi, aveva anche una perla.

In questa bella cornice, sul finire della vacanza, facciamo yoga e thai chi, veniamo perseguitate dal succo di melone e costruiamo aquiloni.

Il mio, ahimé, l’ho dovuto lasciare lì… Chissà dov’è, adesso.

Cose belle che riporto con me:

Le amache dove capita.

Il caffé che profuma di tè.

L’intervento di 4 camerieri per aprire una bottiglia di vino.

Il liquore di serpente (che comunque sapeva di grappa).

Il clacson di Pippo della camionetta.

Il geco giurassico dietro al quadro.

La turista (che non è un nome comune di persona…).

Un muro random pieno di stelline.

stelle-muto-vietnam

4 commenti
    • Cristina Basile
      Cristina Basile dice:

      Ciao cara e grazie a te per l’intervento. Penso che tutto sia fattibile! Fatti solo un esame di coscienza e chiediti se hai o meno senso dell’organizzazione. Io ce l’ho ma per le cose che conosco, non per quelle completamente nuove e non volendo rischiare di perdermi qualcosa del Vietnam e della sua cultura (anche perché non mi sarebbe capitato di andarci tutti i mesi) e volendo entrare in comunicazione con tutto quello che avrei visto, ho optato per un intermediario culturale come può essere l’agenzia di viaggio o la guida. Oltretutto, volendo dei momenti per affrontare il viaggio da sola, non ho scelto il viaggio organizzato in cui vieni seguito 24h su 24 ma una soluzione più elastica…e per quella bisogna mettersi un po’ a cercare. Se sei francofona Copines De Voyage te lo consiglio caldamente. Qualunque cosa tu decida di fare sappi che l’itinerario Delta del Mekong e mercati galleggianti è top!

      Fammi sapere 😉

      Cristina

      Rispondi
        • Cristina
          Cristina dice:

          Capisco…oltretutto difficilmente troverai qualcuno che parla inglese. Ma niente è impossibile, tantissime persone viaggiano senza paracadute. Ti auguro di trovare la soluzione migliore per te 🙂

          Rispondi

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