Il mio viaggio in Indonesia: tra il ricordo di Angunn e la gastroenterite

È stato all’epoca in cui ballavo davanti allo specchio le canzoni di Angunn, che ho sentito nominare per la prima volta l’Indonesia.

Se quella terra era come una delle mie cantanti preferite, allora dovevo assolutamente sbrigarmi a visitarla. 

Vent’anni dopo atterro a Giacarta, la  sua città natale. 

Alle spalle ho diciannove ore di volo e davanti un jet-lag di sei ore da smaltire. 

Angunn a parte, io e il mio ragazzo scegliamo questa meta per i rarissimi giorni di pioggia che riserva al mese di luglio e perché «smarrimento» è la parola magica che fa sentire in vacanza entrambi.

L’itinerario è lungo e, volendo evitare attacchi di sonnolenza al lettore, ne abbrevierò il riassunto. 

Usciti dall’aeroporto veniamo placcati al suolo dall’aria spessa e umida della città, che tanto mi ha ricordato quella del Vietnam.

Prendiamo un taxi, ancora freschi di occidente e incapaci di negoziare.

Se siete in procinto di partire anche voi, vi consiglio di esercitarvi in questa pratica, necessaria se non addirittura apprezzata. Altrimenti intercettate con gli occhi i taxi Bluebird: muniti di tassametro e riconoscibili per via del colore celeste iridescente, lo stesso della coda di Barbie Sirena. 

In un giorno e mezzo abbiamo visitato: la piazza Merdeka, il monumento simbolo dell’indipendenza dagli olandesi, un grande mercato e la geometrica moschea di Mesjid Istiqlal. 

Qui, siamo stati accerchiati da alcuni credenti che, sbucati come funghi dalle grandi colonne, ci hanno proposto un selfie di gruppo. 

Sebbene proprio di fronte alla moschea svetti una cattedrale cattolica, Giava resta la più musulmana delle isole indonesiane: la maggior parte delle donne porta il velo e strabuzza gli occhi davanti alle gambe seminude delle turiste accaldate. Alle cinque del mattino, dovunque voi siate, sarà probabilmente il canto sconnesso e appassionato del muezzin a svegliarvi.  

A causa dell’aria condizionata di quelli che ho ribattezzato frigo-taxi e frigo-ristoranti, mi becco presto un mal di gola da competizione. 

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Yogyakarta

La visita di questa città, che non sono sicura di aver mai pronunciato correttamente, si preannuncia verdeggiante e spirituale.

Riluttante alla proposta del mio ragazzo di arrivarci con un treno diurno, una volta salita a bordo devo ricredermi: i paesaggi valgono la pena di tanta attesa.  

A Yogyakarta gli hotel si concentrano nel quartiere di Sosrowijayan e Prawirotaman, fatti di strade strette e parallele, infestate da ristoranti che, per fare la differenza, promettono a caratteri cubitali GRANDI PORZIONI ai turisti affamati.

Il nostro hotel è spartano ma corretto e, come la maggior parte degli alberghi, non è dotato di acqua calda. 

Qui scopro il caffè all’indonesiana (metti la polvere sul fondo del bicchiere e versi l’acqua bollente), la cui semplicità va perfettamente incontro alla mia pigrizia mattutina e che decido di adottare una volta tornata a casa.

Il proprietario è sorridente e i suoi figli, davanti a un cartoccio di riso e pollo, al nostro ritorno ci chiedono sempre com’è andata la giornata. 

Le nostre guide cartacee raccomandavano di evitare le insalate e i ghiaccioli nelle bibite. Per un’indolenza da vacanza per cui non esiste vaccino, disobbedisco a entrambe e mi ritrovo presto nel vortice di una nausea feroce, che mi accompagnerà fino alla fine della vacanza.

 

Cosa vedere

A Yogyakarta visitiamo il Palazzo del Sultano (che ho trovato di dubbio interesse o visitabile purché ci si dimentichi del termine «sfarzo») e il bellissimo museo del pittore Affandi che, insieme ad Antonio Blanco, è uno degli artisti più apprezzati in Indonesia. Entusiasmata dallo spazio espositivo, dipinto con la mia tonalità di verde preferita, intaso la macchina fotografica di foto inutili, mentre Jerome gronda sudore e sogna un succo di melone.indonesia

La sera sfiliamo nei mercati del paese sfuggendo ai buttadentro degli atelier di batik: tecnica di colorazione dei tessuti e orgoglio della regione.

Gli abitanti, qui e altrove, si avvicinano a noi con grande semplicità e, se alla vigilia della finale della Coppa del Mondo, dicendo di venire da Parigi, ci rispondevano «congratulations!», all’indomani sarebbero stati capaci di lanciarci in aria come se fossimo Griezmann. 

Con i templi Borobudur e Prambanan, si è dato il via alla tiritera delle albe: la maggior parte delle visite organizzate infatti si basa sulla romantica credenza che non valga la pena visitare uno dei patrimoni dell’Unesco alle tre del pomeriggio. No, ha senso solo alle tre del mattino, nel buio totale e nel freddo becco.

Il risultato è stato un’alba suggestiva in un’atmosfera sacra, che ben si prestava agli sbaciucchiamenti tra fidanzati.

Le altre due visite organizzate alle tre del mattino sono state le scalate dei vulcani Bromo e Ijen. 

Nei paesi costruiti ai loro piedi la natura è indomita e il clima rigido. Qui, ho detto addio alle mini canottiere e, fiduciosa di poter scalare i vulcani, comprato un cappello e noleggiato all’albergo un piumino rosa, per cui vengo ancora presa in giro.

Per spostarci verso Ijen abbiamo usato un minibus chiamato Bemo, riempito fino all’orlo di turisti.  

Non posso ahimé darvi un resoconto personalizzato del panorama dai due vulcani, poiché la mia amica gastroenterite mi ha impedito di scalare l’uno e l’altro; posso però dirvi che il mio ragazzo è tornato felice, ritemprato e con l’acido lattico nelle cosce.

Pemuteran

Per ricordare i nomi delle città abbiamo escogitato una tecnica infallibile, trasformandoli in frasi di senso compiuto.

Così il tempio induista di Pranbanan è diventato «prends la banane» e Pemuteran in «per me era meglio Teheran». Quest’ultima è una località balneare, paradiso per chi ama le immersioni e lo snorkeling. 

Passeggio una volta sulla spiaggia per poi passare il resto del tempo a lottare con il mal di pancia nella nostra bellissima stanza, dove gli asciugamani, al nostro arrivo, sono arrotolati a forma di cigni che trescano. indonesia

Vado dal dottore, sfidando lo scetticismo generale sulla qualità del sistema sanitario indonesiano. Di fronte alla fila di pazienti, il mio ragazzo sbianca, perdendo la poca abbronzatura guadagnata; mentre io, per resistere, fingo di stare in fila per ricevere un autografo.   

Il dottore parla un buon inglese e, dopo aver fatto una cernita delle possibili cause del mio malessere, mi saluta con un pacco di medicinali, facendomi capire che sono solo un’europea dallo stomaco fragile.

Ubud

Tappa successiva: Ubud, che trovo carina, turistica e chiassosa. Qui vediamo il museo del megalomane pittore Blanco, a cui piacevano tanto le donne e i baffetti alla Dalì, che infatti si impomatava nello stesso identico modo. Tra le foto di famiglia, ce n’è una persino con Michael Jackson che finge di mettere mano a un suo dipinto.  

Sotto mia insistenza, non avendo mai visto una scimmia, visitiamo il Monkey Forest dove è possibile vedere scimmiette di diversi formati aprire lo zaino dei turisti, con la stessa maestria di Arsenio Lupin.

Se passate di qui, vi consiglio caldamente gli spettacoli di danza Legong, che la sera riempiono l’Ubud Palace.

I biglietti sono venduti a tutti gli angoli delle strade, da uomini muniti di grossi carnet, al costo di soli 6 euro. Arrivate un’ora prima per assicurarvi un buon posto e godere appieno dei movimenti ipnotici delle danzatrici, accompagnate dal suono acuto del gamelan che, personalmente, mi ha dato i brividi. 

Stanchi degli spiedini speziati e delle merendine di plastica, un giorno entriamo in una boulangerie (daily-baguette.com). Scambiando due chiacchiere con la proprietaria, una francese in gamba che parla perfettamente indonesiano, veniamo a sapere che i porti verso le isole Gili e Lombok sono chiusi per mare mosso. 

Amed

Ripieghiamo quindi su Amed, località a est di Bali, adatta a chi vuole rilassarsi, immergersi e farsi massaggiare come una mozzarella. 

Un mattino veniamo svegliati dal terremoto, il cui epicentro si trovava sull’isola a cui il mare ci aveva vietato l’accesso. Intristita dal numero delle vittime e un po’ spaventata, l’indomani decido di dormire vestita, per paura che un’altra scossa mi obblighi a schizzare fuori dalla stanza. 

Mancando pochi giorni al rientro, ci godiamo il mare, la lettura e il riso fritto.

Jimbaran

Jimbaran è stata la nostra ultima tappa, dove la toletta è consistita in doccia e antizanzara. 

Qui abbiamo passato giornate tranquille, osservando  la popolazione locale e saltellando al ritmo di onde altissime, miraggio dei surfisti. 

La stessa spiaggia, la sera, si trasformava in un palcoscenico di tavoli che i proprietari dei ristoranti decoravano con candele e fragipani (fiori bianchi che si trovano tanto sugli alberi quanto nei quadri). Un gruppo di cantanti, stile Neri Per Caso, a seconda della nazionalità dei commensali, cantava loro una canzone in cambio di qualche rupia.

Ascoltare i Ricchi e Poveri con l’accento indonesiano è stato memorabile.  

Al di là del mal di stomaco e dei tremori della terra, che sono ahimé continuati con maggior forza al nostro ritorno, il mio viaggio in Indonesia è stato indimenticabile.

Ricorderò sempre con particolare piacere la sua natura, i suoi bastoncini d’incenso e i suoi cestini riempiti di offerte agli dei, in cui sono inciampata almeno sette volte. 

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