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Voi come dite quando prendete un volo dall’Italia verso il luogo nel quale vi siete sistemati con tanta fatica? Dite: torno o parto?

Era una mattina di marzo, volo Catania-Ginevra.

Ero stata in Sicilia, a casa dei miei. Alle 8:00 ci imbarchiamo e alle 10:15 siamo già sul bus che ci porterà dall’aereo al recupero bagagli. Un po’ assonnata ascolto distrattamente qualcuno parlare al cellulare.

«Sì, sono partito oggi per Ginevra, tornerò in Sicilia quest’estate ».

Secondo il dizionario Treccani, il verbo tornare implica un movimento verso il luogo dove si è soliti stare.

Quindi, prima di scegliere il verbo (tra tornare e partire), ci si deve decidere sul concetto di dove o cosa sia per ciascuno di noi casa.

Da qualche tempo, la mia casa è Ginevra. Per questo, quando parto dalla Sicilia, mi piace dire torno a Ginevra, mentre quando vado in Sicilia, dico parto per la Sicilia.

Per buona parte della mia vita, la mia casa è stata quella in cui ero cresciuta. Da due anni a questa parte, il concetto di casa è per me cambiato. Me ne accorsi quella mattina, su quel transfer, ascoltando quella persona parlare.

Sottigliezze?

Se abiti a Ginevra, lavori a Ginevra, probabilmente hai una compagna a Ginevra: perché dire torno in Sicilia? Perché alcuni non ce la fanno a lasciare?

Perché per alcuni il distacco sembra impossibile? Perché alcuni non riescono a recidere quello spesso cordone ombelicale che ci porta a dire “un giorno tornerò“?

Un po’ come quelli che disturbano i morti. Come chi non riesce a fare il lutto di una persona cara. Di questo gruppo faccio parte anche io.

Ho sempre provato empatia per quegli espatriati che pensano di essere ancora in Italia, che sperano di essersi portati con loro un pezzo di stivale: mangiano solo italiano, parlano italiano, frequentano tantissimi altri italiani…

Subisco lo stereotipo dell’italiano emigrato all’estero anche se non mi appartiene: tanto tu conosci solo italiani, tanto tu esci solo con italiani…La mia è una storia diversa!

Torno a Ginevra perché è lì che abito. Anche se l’Italia mi manca.

Torno a Ginevra perché adoro il mio lavoro e i miei amici francesi, svizzeri e italiani.

Torno a Ginevra perché casa mia è il mio cuore e torno lì, dove vivo il mio presente, senza rimorsi e cercando di voltarmi indietro il meno possibile.

Ammetto di essermi fatta un grandioso film mentale a causa di un verbo. Forse quella mattina ero particolarmente ben ispirata e ben recettiva: l’aereo era pieno di studenti universitari in visita, con i loro professori, a Ginevra. I ragazzi parlavano tantissimo, soprattutto del loro futuro.

Forse sono solo una grande nostalgica dell’Italia e del tempo che passa.

Forse quel verbo è stato solo un pretesto per formulare un pensiero che mi frullava in testa da un po’: il difficile rapporto alle origini degli immigrati all’estero.

Un po’ come averci la moglie e l’amante: sei italiana, ma devi vivere come una ginevrina (nel mio caso).

Forse la giusta misura è essere semplicemente se stessi, accogliendo il posto che ci ospita senza grandi pregiudizi.

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5 commenti
  1. NonPuòEssereVero
    NonPuòEssereVero dice:

    Io dico semplicemente: “vado in Sicilia”, ma non ci vivo da dieci anni, quindi ormai casa è altrove.
    Se invece vado per qualche giorno e so già quando riandrò, parlando con gli amici palermitani dico:”Torno qui tra una settimana, un mese, tre mesi”.

    Rispondi
  2. Laura
    Laura dice:

    Interessante il concetto. Dopo tantissimi anni fuori e xx trasferimenti la domanda che mi pongo io è ‘torno’ dove?. Non altaleno tra due paesi, ma molti di piu’ e il concetto si fa sempre piu’ complicato. Ma è bello vedere che Ginevra in quanto presente, e non in quanto citta’, è diventata casa tua

    Rispondi
    • Marilu
      Marilu dice:

      Ciao Laura, sì dopo tanti sacrifici e tanto lavoro per “accettare” é diventata casa mia !
      Un abbraccio e penso sempre alle lumache con la loro casina sulle spalle…la vera casa é il nostro cuore per me !
      Marilù

      Rispondi

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