Vicini di casa a Natale

disegno-casette--neve

L’altro giorno ho avuto la conferma di come spesso la giornata possa davvero cambiare se invece di un no si risponde Sì!

Alla fine di un pomeriggio trascorso nella vana ricerca di mobili che ci mancano per la casa, siamo rientrati a casa a mani vuote. In realtà abbiamo comprato l’ennesima nuova cuccia per le gatte, visto che per loro gli acquisti non mancano mai.

Mio marito è andato a fare le ultime spese in modo da poter offrire qualcosa a una coppia di amici con figli che sarebbe venuta a salutarci il giorno seguente, ed io mi sono diretta verso il portone dell’edificio in cui risiediamo (abbiamo appena comprato casa, come spiegato qui).

Nell’androne c’era fermento: gente di tutti e colori e le età intenta a disegnare, colorare e tagliare. Sembrava un laboratorio artistico improvvisato nell’atrio dell’edificio, e tutti erano davvero molto concentrati.

Ho osservato lo spettacolo mentre aspettavo l’ascensore – talmente lento che potrei vedere tutti i nuovi episodi di Games of Thrones 2019 prima che arrivi. Sulla bocca, intanto, mi si era delineato un sorriso.

Un uomo, notando che ero incuriosita dalla bizzarra combriccola, mi ha timidamente invitato ad aggiungermi al team artistico.

Mi sono giustificata rispondendo che avevo le borse piene di surgelati, che ero stanca, etc. etc.

Scuse su scuse insomma. Come sempre.

Quindi è intervenuta colei che ho scoperto poi essere sua moglie (nonché l’organizzatrice dell’evento e madre dei due bambini presenti) che mi ha mostrato un foglio appeso in bacheca.

Recava un invito ai vicini per partecipare alla decorazione dell’ingresso in vista delle feste:

decorare androne edificio

(Spagnolo e catalano) “Cari vicini, sabato 15 alle ore 18, vi invitiamo a partecipare alla decorazione del nostro albero di Natale nell’androne dell’edificio. Vi aspettiamo!”

Mi ha rimproverata, ridendo, perché non considerava l’impegno dei surgelati come una scusa valida.

Io mi sono rintanata imbarazzata nel vano dell’ascensore, consapevole di essere stata smascherata nel mio intento di dileguarmi. Ero fuggita come fuggirei da qualsiasi imprevisto che interrompa il mio programma prestabilito di cose da fare.

Guardandomi allo specchio, ho notato che quel sorriso da bambina sorpresa, apparso poco prima, non accennava a volersene andare, e mi sono detta:

“E se mi stessi perdendo qualcosa? Su Caterina, non fare la rancia!”, che letteralmente significa rancida, ma si può utilizzare anche per definire una persona un po’chiusa e poco propensa a nuove conoscenze.

Fatto quello che dovevo fare, ossia riporre i surgelati nel congelatore, sono scesa per stringere la mano e presentarmi ad Anna, l’organizzatrice.

Una signora dai capelli bianchi colorava assorta in un angolo, la schiena incurvata sul foglio da disegno.

Contro la parete c’era un tavolino con bevande, bicchieri e torrone a pezzetti.

Più in basso, un altro tavolino da bambini era seppellito da pastelli, pennarelli, gessetti, fogli, forbici.

Un uomo di origine asiatica ritagliava concentrato, mentre un ragazzo sudamericano gli parlava in inglese e appendeva dei nastri d’argento allo specchio del corridoio.

Decorazioni natalizie

Non sono una bellezza…peró è il pensiero che conta, no?

I due bambini, figli della coppia, lavoravano silenziosi accovacciati di fronte al tavolino.

Anna, suo marito e Nelly (che ho poi riconosciuto come la presidentessa della scala) si muovevano indaffarati, decorando l’albero all’ingresso.

Ho optato per collocarmi tra i due bambini. Mi hanno consegnato un foglio su cui era disegnata una calza natalizia e così ho potuto iniziare a darmi da fare.

Anna mi ha poi spiegato che era una iniziativa che avevano già organizzato anche altri anni.

L’ultima volta, ad esempio, si erano presentati anche due vicini centenari, venuti a intrattenersi guardando questa eterogenea banda di creativi al lavoro.

Che dirvi?

Con questo piccolo gesto mi sono sentita ritornare bambina: una matita in mano, tante persone che non conosco intorno a me e via a colorare, che tanto poi la conversazione viene da sé.

E se non viene, non ci si sente soli comunque, perché si condivide un momento.

Un linguaggio universale aperto a tutti senza distinzioni.

Ero grata io a loro per avermi dato la possibilità di gioire per una cosa cosí semplice, facendomi sentire finalmente “a casa”.

Ho finito di colorare la mia calzetta natalizia (i colori li avevo fatti scegliere ai due bambini con cui ero riuscita a scambiare qualche parola), l’ho ritagliata e l’ho appesa con le altre decorazioni.

A conclusione del tutto abbiamo fatto una foto di gruppo e ciao ciao, alla prossima volta.

I vicini catalani non sono il massimo dell’espansività.

Dell’edificio dove vivevo in precedenza non conoscevo praticamente nessuno. Qualche saluto con qualcuno, zero nomi, zero chiacchiere.

Il tema nomi, nel senso di sapere come si chiamano i tuoi vicini, è ancora più difficile qui in Spagna perché sui citofoni e sui campanelli non sono scritti. Se hai bisogno di vedere qualcuno in particolare devi sapere a che piano vive e in quale porta, il nome serve a poco.

Per esempio, Anna si è presentata dicendomi:

Encantada, Anna, tercero segunda”, che significa terzo piano seconda porta, e si scrive 3-2.

All’inizio facevo confusione tra quale fosse il piano e quale la porta, poi ho imparato. Però mi risulta ancora difficile sapere i nomi delle persone se non abbiamo avuto occasione di presentarci direttamente.

Fino ad ora la mia esperienza come nuova arrivata nell’edificio in questione non era stata delle migliori, in quanto ad accoglienza.

Mi capitava di salutare con un Hola e e che non mi rispondessero, di mantenere loro la porta aperta senza ricevere in cambio nessun segno di gratitudine.

Qualche giorno prima dell’episodio che ho raccontato qui, invece, avevo condiviso il tragitto in ascensore con una signora anziana che andava al quinto piano, come me.

Quando mi aveva visto inserire la chiave nella serratura, aveva esclamato: “Ah, ma tu sei la nuova vicina di casa!”. Lei infatti si apprestava ad aprire la porta davanti alla mia.

Dopo aver chiacchierato un po’ di come fossero gli ex proprietari del mio appartamento, ed io essermi assicurata che i nostri  lavori di ristrutturazione non l’avessero disturbata troppo, ci eravamo salutate.

Mentre apriva la porta si era girata e guardandomi negli occhi mi aveva detto: “Ya sabes, cualquier cosa…“, che è un’espressione che si utilizza in spagnolo per dire: conta pure su di me per qualsiasi cosa. Ed io avevo pensato:”Finalmente, basta poco!”

Basta davvero poco, non bisogna diventare migliori amici.

Il carattere generalmente riservato dei locali rimane comunque sempre quello.

Anche durante la preparazione delle decorazioni natalizie, ad esempio, la conversazione è stata molto basica e quando ho cercato di approfondire un po’ ho notato in risposta un sorriso cortese che non invitava a proseguire.

Va bene così, sono contenta che abbiano avuto l’iniziativa di organizzare quest’evento per dare modo alle persone di sentirsi una comunità di vicini in tutti i sensi, e non solo per pagare il rinnovamento dell’ascensore.

Quindi posso proprio dire: piacere di conoscervi, vicini!

E buone feste!

Albero di Natale

L’alberello all’ingresso.

1 commento
  1. Elisa
    Elisa dice:

    Ma io invece lì ho trovati sempre espansivi
    E anche quando ho dato una mano per la festa di gràcia mi sono sembrati molto aperti al dialogo ….io amo i vicini catalani

    Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi con chi vuoi