Intervista a Silvia Rinaldi, violinista di musica barocca e contemporanea emigrata in Bretagna. Rientrata in Italia ci racconta l’irto percorso di reintegrazione nel nostro paese per chi lavora in ambito artistico.


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Silvia Rinaldi

La musica: cosa è  per te Silvia?

La musica è sempre stata una compagna di giochi appassionante!

A sei anni iniziai a studiare danza classica e jazz e questa disciplina mi seguì per otto anni. Ringrazio ancora adesso questa scelta in quanto mi ha reso più tenace e osservatrice, la cura del gesto, necessaria per muoversi con grazia, penso mi sia servita anche per suonare il  violino che iniziai a undici anni, iscrivendomi al Conservatorio di Musica a Venezia, mia città natale.

Oggi posso dire che la musica per me rispecchia amore totale, dedizione, comunicazione e una opportunità straordinaria di potersi esprimere. Non è solo un lavoro mentale ma di resistenza fisica.


Al violino barocco affiancai anche lo studio del pianoforte che mi diede una visione diversa, più giocosa, allo stesso tempo una apertura maggiore per poter insegnare la musica, specialmente ai bambini. E’ più immediato, più naturale , non per questo più facile ma certamente ha il pregio di mettere il corpo meno sotto stress del violino, almeno nei primi anni.

A ventuno anni mi diplomai e iniziai da subito a suonare nelle orchestre classiche con grande entusiasmo, vivendo  l’euforia di sentire tanti suoni attorno a me, conoscendo  tante persone nuove, a viaggiare sia assaporando il repertorio infinito della musica sia conoscendo molte città. Dopo qualche anno di repertorio classico mi addentrai in quello antico e in quel momento senza quasi rendermi conto posso dire di aver trovato una parte di me stessa,  rimettendomi a studiare “ex novo” ma continuando a lavorare come sempre.

Il violino barocco è molto diverso da quello moderno, persino l’archetto da lungo diventa più corto e leggero, le corde, un infinità di dettagli strumentali ma soprattutto ciò che cambia è l’attitudine, l’ascolto, il repertorio che torna indietro nei secoli.

Ora eseguo anche il repertorio contemporaneo suonando però sempre e solo il mio violino antico, ciòvivo-per-lei che importa è il suono che facciamo uscire non come o con quale strumento.  Dopo qualche anno come professionista d’orchestra classica ma di studio serrato col violino antico,  ebbi la fortuna di essere sentita da un collega che mi ha consigliò di fare un audizione con uno dei migliori Ensemble di musica barocca italiano. Passai l’audizione e man mano prese inizio la mia vita errabonda tra un aeroporto e l’altro, valigia appresso e tanta voglia di suonare. Nel frattempo non mi erano mancati gli amori, le separazioni, le risate e le lacrime,il divertimento, gli amici e anche un matrimonio finito poi a 33 anni. Insomma non pensate mi sia tolta tutto ciò che fa parte della vita,le passioni , gli interessi personali e le delusioni del caso!

Hai vissuto a lungo in tournée all’estero: cosa significa davvero  fare una “vita da artista”?


Ho vissuto in tournée per circa 15 anni, diciamo dai 31 anni in poi a  fare e disfare valigie, aerei all’alba, dormire in hotel, viaggiare e suonare in teatri incredibili, tanta adrenalina e altrettanta confusione. Ricordo bene un dettaglio che penso possa rendere l’idea: al risveglio spesso aprivo gli occhi e mi guardavo attorno chiedendomi:dove sono? In che città mi trovo? Altra cosa che avevo imparato: sempre prendere il biglietto da visita dell’hotel, se uscivi in solitaria per una passeggiata o fare degli acquisti e ti dimenticavi il nome dell’hotel era finita. 

Con gli amici, che pure mi volevano bene, ero diventata un fantasma nella loro vita quotidiana. Quando suoni fatichi ad andare al cinema, a fare dello sport in maniera costante, a poter concepire una vita sentimentale vera tolto quei casi  nei quali o si fa lo stesso mestiere oppure si è veramente così tanto  innamorati da  sorvolare sulle assenze continue senza soffrire troppo o, peggio, tradire per sfinimento. I tuoi amici diventano i tuoi colleghi, la tua seconda famiglia ma questo nasconde sempre qualche cosa di anomalo e di  non vero. Si capisce con il tempo a conti fatti e una volta che ti fermi  senti la solitudine, cosa che per altro captavo in ogni caso anche vivendo perennemente in Hotel.

Era una apparenza di compagnia, qualcosa come un trambusto e, alla lunga, se hai un animo sensibile e delle velleità umane diverse puoi iniziare a sentire che non sei più cosi’ felice.

In Bretagna ti sei  fermata per tre anni…


In Bretagna sono giunta col desiderio di intraprendere un’esperienza nuova, quella di trasferirmi in Francia per suonare in un’orchestra barocca di ottimo livello e con un’idea di “stanzialità” nella mente. 

Avevo voglia di mettermi alla prova, di mettermi nella condizione di lavorare mesi e mesi con francesi ed italiani.

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Porto di Brest, Bretagna

La Bretagna mi ha conquistata grazie alla  musica e al rispetto del lavoro d’artista che è concettualmente diverso rispetto all’Italia e  grazie anche alla possibilità  di un impegno continuativo sul fronte lavorativo. Inoltre ho avuto modo  di imparare bene la lingua francese e di confrontarmi con una  cultura e dei modi diversi dai nostri.

Di Bretoni veri nella comunità che frequentavo ce n’erano pochi, gli altri erano Parigini o stranieri originari da tutto il mondo

Noi italiani e gli stranieri facenti parte dell’orchestra vivevamo in un buffo B&B tenuto da una originale donna del luogo, estrosa e simpatica. La mia stanza era la mia casa, cercavo di renderla “agreable” per starci bene e per un paio di anni ci ho vissuto benissimo. Imparata bene la lingua mi sentivo quasi francese, era una vita molto impegnativa ma stimolante, dopo ore e ore di prove era una tua responsabilità riuscire a  vivere al meglio  le ore libere.  

Girovagavo per la città di Brest,  andavo al mercato il sabato mattina a comprarmi la frutta e altro, ci si preparava da mangiare spesso assieme agli componenti dell’orchestra. Il fattore positivo, rispetto al vivere in Hotel, è che eri libero da orari, se non quello dedicato alle prove e ai concerti.  Si rischiava però di immalinconirsi con gli acquazzoni quasi tropicali, le nubi e gli sbalzi climatici della Bretagna.

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Brest, mare della Bretagna

Qual è stato il motivo  che ti ha fatto rientrare in Italia


Mobbing: noi musicisti italiani eravamo i più costosi in termini di bilancio (voli aerei, alberghi, ecc..) e ad un certo punto, dopo tre anni, hanno deciso di eliminarci. Lo hanno fatto in maniera subdola, iniziando a farci sentire in colpa per ogni inezia, rendendoci la vita impossibile. La ragione ufficiale fu la mancanza di fondi: furono annullati all’improvviso sei mesi di concerti. 

Ce ne siamo tornati in Italia con le lacrime agli occhi, con un enorme punto interrogativo “e adesso?.

Tutti noi avevamo perso i contatti con altri gruppi in Italia, avevamo investito in noi stessi per rimanere in Bretagna, io ero arrivata al punto di cercare un piccolo posticino in affitto per avere una vita più normale. Amavo stare in Francia.
In ogni caso non mi persi d’animo: nel frattempo mi ero innamorata di un musicista italiano e l’amore rese il colpo meno duro per me. 

Dove sei adesso e di cosa ti occupi?

Sono in Italia da 11 anni , ho ripreso ad insegnare privatamente tra Padova e Venezia.

Ho sempre avuto una grande passione per la didattica e non l’ho mai vissuta come un ripiego ma come una rinascita. Nel contempo io e il mio compagno di vita abbiamo iniziato a suonare assieme in duo ed è stato una nuova scoperta per me. Dall’orchestra siamo passati ad essere a soli due musicisti!

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Silvia Rinaldi in concerto

In un duo diventi  direttore di te stesso, condividendo  idee,  scoperte, decisioni,  responsabilità e self management!

Devo ammettere che è stata una salvezza: attraverso questa nuova dimensione ho pian piano scoperto chi fossi io  nel profondo  sia come musicista sia  come donna. 
Anche se poi ci siamo separati, da un anno e mezzo ho  fondato con lui un trio  fantastico.  La musica ha un potenziale straordinario, quello di tirare fuori il meglio di noi stressi, quello di metterci tra di noi allo stesso livello e di smussare – nel nostro caso – i nervosismi vissuti insieme. Ora stiamo di nuovo bene insieme e, anche se  non saprei definire questo rapporto,  non è troppo lontano chiamarlo “amore”, diverso da prima ma molto importante per noi.

Ci battiamo per portare avanti i nostri progetti come dei guerrieri e sentiamo che ne vale la pena, un progetto che matura mese per mese e suscita emozioni continue in noi stessi e al pubblico che ci ascolta.

Un continuo divenire.

E’ in Italia  che vedi il tuo futuro? 

Francamente non lo so, diciamo che dipende da come andrà la professione. Sono anni difficilissimi, e questo è risaputo, e per noi musicisti  è traumatico vedere i cachet ridotti, la difficoltà di portare a compimento un concerto: ogni progetto implica ore ed ore di lavoro, di ricerca di spazi, festival. Penso che, se non ci fosse alla base una passione così forte e le soddisfazioni che ci arrivano da ogni concerto, forse avrei mollato tutto e avrei iniziato tutto da capo altrove già tempo fa.

Una donna può, nella nostra società,  reinventarsi a 48 anni? 

Certo che sì, ma  è difficile,  eccome!

In una società in cui  vengono presi i considerazione soprattutto i giovanissimi – purtroppo spesso approfittandosene pagandoli meno di noi –  io sono già anziana ma, dalla mia, ho la forza della maturità acquisita, un carattere solare, l’esperienza professionale e di vita e il fatto di essere cambiata tante volte già in passato.

Inoltre, avendo  lavorato  non solo come musicista ma anche come organizzatrice di eventi e concerti, il fatto  di usare  la creatività e la fantasia quotidianamente, la mia facilità nella comunicazione e  l’amore per la vita stessa, dispongo di elementi che mi aiutano a tener duro.

In fin dei conti noi libere professioniste   dobbiamo reinventarci ogni giorno per sopravvivere. 

Faticosissimo è vero, ma questo ci tempra e ci rende pronte  ad ogni sfida. 

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2 commenti
    • Silvia
      Silvia dice:

      cara Lia!!!!
      grazie….di racconti ne abbiamo sempre tanti del nostro presente ed è quello che per me ha più valore nella vita, comunque son felice che tu abbia conosciuto una parte del mio passato senza il quale presumo non sarei come sono, nel bene e nel meno bene:-)
      un bacio

      Rispondi

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