Volare, oh! oh!

Ogni aereo, ogni giorno, ogni mese, ogni anno, la sua vita legata a un aereo che passa e che la farà volare. La storia della misteriosa donna di Montevideo.

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E’ sempre seduta lì, su quel cippo di pietra all’ingresso del parcheggio, di fianco all’entrata del supermercato, in un quartiere centrale di Montevideo.

Con le sue due borse di plastica stracolme di tutto quello che possiede ai suoi piedi, eretta con le mani consorte in grembo, osserva quelli che passano, senza chiedere nulla.

Estate e inverno, nella stessa posizione, più o meno coperta di abiti o cappotti, foulard e sciarpe, suoi unici compagni per convivere con il freddo o il caldo nella sua abitazione sulla strada.

Senza un tetto, un riparo, un calore ora nell’inverno che avanza, imbottita e rannicchiata nei suoi pensieri e ricordi, siede composta, con dignità aspetta che finisca la giornata.

Quando la vidi per la prima volta alcuni mesi fa non incontrai il suo sguardo, sinceramente non lo cercai neppure, ma quando lo feci mi rispose con un sorriso, mostrandomi i suoi unici tre denti.

Buenos dias, que tal? Bien gracias! Saluti semplici, sorridenti, ogni volta un pochino più intimi.

Un giorno mi chiese di aiutarla con qualche pesos che le diedi.

Poi mi fermai a parlare con lei, cercando di comprendere quello che diceva, era molto lucida e presente, tranquilla… quasi beata.

Da allora, quando passo per andare a fare la spesa quasi ogni giorno, ci salutiamo, chiacchieriamo, le porto dei dolcetti e lei ringrazia con gioia riconoscente, con occhi dolci e profondi.

Non si lamenta, non si arrabbia, nonostante racconti di sé episodi di ingiustizie subite e sofferenza.

Il racconto è un po’ confuso e fatico a comprendere bene, ma capisco che è sola, non ha nulla e nessuno, un ex marito che avrebbe voluto aiutarla ma che lei aveva rifiutato, proprietà bloccate, avvocati che non può permettersi…  sembra un po’ straparlare, anche se lo fa benissimo!

A volte accade che, passando, non mi vede, è assorta nel parlare a voce alta con qualcuno che non c’è o con se stessa, e non la disturbo.

Ha un bel viso, con il capo sempre coperto da un foulard dal quale sbucano fuori riccissimi capelli bianchi, ribelli, pelle chiarissima e chiazzata da macchie scure, occhi innocenti che hanno visto molto e, ancora vivi, cercano e guardano con speranza.

Un giorno, all’improvviso, mentre stavamo chiacchierando, si alza avvolta da un fremito e sussultando si allontana correndo – per quanto il suo corpo appesantito le permetteva – inseguendo qualcosa che non vedo, e non capisco.

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Lascia tutto lì, le sue borse e le sue cose, per fermarsi poi nel mezzo dello spazio aperto del parcheggio.

La seguo con lo sguardo.

Lì, sola, sorridente, saluta con un braccio alzato verso il cielo un aereo che sta passando sopra le nostre teste.

Saluta sbracciandosi con veemenza.

Sono qui! Eccomi! Mi vedete?!?!

Continua a salutare mentre la osservo tra lo stupore e la commozione.

Sventola il braccio come una naufraga su un’isola deserta, un’anima perduta in un groviglio di pensieri e di illusioni.

L’aereo scompare e lei torna, sedendosi e riprendendo la sua postazione.

¿Qué ocurrió? ¿Qué era? Le chiedo curiosa.

Con il cuore ancora in sussulto e lo sguardo sognante mi racconta che ogni aereo che passa, grande o piccolo che sia – ce ne sono di tanti tipi, sai – deve salutarlo, deve farsi vedere, così sanno che è lì e possono venire a prenderla e portarla in qualche paese lontano.

Ogni aereo, ogni giorno, ogni mese, ogni anno. La sua vita legata a un aereo che passa e che la porterà via.

Ora, quando sento il rombo nei cieli, penso a lei, a chi la verrà a prendere, a dove la porteranno…  e sorrido con tenerezza e un po’ di tristezza.

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