120 ore in Giappone

sunrise above the clouds

120 ore in Giappone.

Ho dato il titolo a questo articolo prima di partire, perché già sapevo di volerlo intitolare cosí.

Non avevo mai visto l’alba a 30.000 piedi da terra. Sai quelle cose che ti succedono e non possono essere altro che un meraviglioso dono del caso? Aprire gli occhi in quel preciso istante.

Il Giappone mi ha presa alla sprovvista. Mi ha colta impreparata, di sorpresa, contropiede.

Un mese prima era successo più o meno così:

“ti mandiamo a Tokyo per una fiera, va bene?”

Pancia dice “sì”

Testa dice “pensaci”

Bocca dice: “ok!”

 

Non ero mai stata in Asia, e non avevo la minima idea di cosa mi aspettasse. Quando le ruote si sono staccate dal suolo, in quella sensazione di distacco dal mondo terreno: adrenalina pura. Il respiro si faceva più profondo, i sensi si assottigliavano, si avvertiva ogni minima vibrazione del corpo, le palpebre sbattevano e la mente cominciava a viaggiare, in attesa di un qualcosa di misteriosamente affascinante.

Dopo 12 ore sono atterrata all’aereoporto di Narita con un mal di testa clamoroso e il formicolio alle gambe.

Ho camminato fino al controllo immigrazione con le calze antiscivolo, perché i piedi erano troppo gonfi per entrare nelle scarpe. È stato divertente vedere come nessuno sembrava essersi accorto di questo buffo dettaglio.

gru origami

Il primo contatto con il Giappone è stato l’impiegato del controllo passaporti.

Con movimenti robotici ha controllato i miei documenti, fatto un paio di cenni con la testa al suo collega e, ridandomi il passaporto, probabilmente augurato buona giornata in giapponese. Ma questo non lo saprò mai.

Al money exchange mi hanno regalato una piccola gru fatta a origami.

Da quando sono tornata non faccio che pensare a quando potrò tornare. Come quando baci una persona per la prima volta e sembra che il suo odore ti sia rimasto addosso.

Nonostante viaggi relativamente spesso, è stata la prima volta nella mia vita nella quale mi sono sentita davvero all’estero.

Sono stata violentemente scagliata fuori dalla mia comfort zone, che poi, ancora non ho capito bene cosa sia questa zone per me.

In questo caso ha significato essere catapultati in un’altra dimensione, esteticamente differenziati dal 97% di chi ti sta intorno, non essere mai guardati negli occhi, avvertire un silenzio inusuale in posti affollati, non capire la lingua, i segni, le indicazioni, i rumori.

All’inizio i giapponesi sembrano un po’ asettici, privi di alcun tipo di emozione. Invece mi sono velocemente resa conto che avrei dovuto addentrarmi io nel loro mondo. Un adattamento attivo e non passivo, come erroneamente ci si aspetta. La loro apparente maschera di ferro non è altro che una primordiale forma di rispetto verso l’altro. Ci ho solo messo un po´ a capirlo.

Non essendo in vacanza, la maggior parte dei caratteri culturali li ho riscontrati osservando come fanno business.

Sì, la storia degi biglietti da visita è vera: si danno con due mani e, preferibilmente, inchinandosi. Chi lo molla per primo ancora non l’ho capito.

exchange business cards

Tokyo è una New York pulita e silenziosa (largo alle critiche).

Con il naso all’insù, guardando i passaggi pedonali, i binari sopraelevati e le scale mobili lungo tutto il loro percorso, sembra di essere nel futuro. Chi ha visto Futurama sa cosa intendo. È tutto automatizzato, le toilette per prime: opzione bidet, opzione lavaggio da davanti e da dietro. Ma scherziamo? Ne voglio uno, subito.

japanese toilette

Per l’intero soggiorno ho dormito una media di 4 ore a notte. Nonostante non abbia più la resistenza di una ventenne, non mi è pesato. Perché diciamocelo, in un posto così il minimo che puoi fare è trasformarti in uno zombie con la caffeina al posto del sangue pur di vedere più cose possibili.

Quando sono tornata nessuno ci poteva credere che avessi girato così tanto. “Ma non eri stanca dopo aver lavorato?”, “Chissà che paura, tutta sola in una città cosí grande”, “Ma mangiavi?”, “Ma i mezzi c’erano la sera?”….

…“Sicuramente non avrai visto la fioritura dei ciliegi!”

Non solo l´ho vista, ma in realtá é la fioritura che ha trovato me. Quella sera infatti ero in cerca di un tempio, e invece ho trovato lui:

cherry blossom

Ho girato in metro ma spesso e volentieri a piedi perché molti mi hanno detto che Tokyo la si scopre meglio così, di pancia.

Sono capitata in posti abbandonati, ho mangiato cose senza sapere cosa fossero, mi son persa un paio di volte, parlato con un tassista in 4 lingue diverse prima che mi riuscisse a capire. Tutte cose che non avrei mai potuto vivere, se non mi fossi lasciata trasportare dalle vibrazioni di questa città, dalle luci, dall´istinto del viaggiatore spudorato.

Prima di partire, pensare di dover andare da sola in un paese sconosciuto e così lontano mi faceva paura. Oggi mi ringrazio di aver avuto un po’ di incosciente fiducia e ammetto che non sarebbe stata la stessa cosa se i posti in aereo fossero stati due. Non avrebbe avuto quel retrogusto wild, avventuroso, che solo questi viaggi ti sanno lasciare. Non proverei lo stesso brivido nel dire “sono stata dall´altra parte del mondo” se non l´avessi fatto da sola.

Sapete, stavolta voglio essere concisa. Questo viaggio mi è caduto in testa come una tegola ed è una delle cose più belle che mi potessero capitare.

Non mi sono augurata niente di speciale per questo 2019, se non un po’ piú di cuore e meno testa…

… che forse l’universo mi stia lanciando dei segnali?

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