240 ore

ragazzo-dorme

Giovedì 19 marzo 2020, ore 23:20, Italia.

Dopo una giornata trascorsa tra il letto, il divano, una seduta mindfulness online, la stesa della lavatrice, il pasto a base di pasta e broccoli e la preparazione di una minestra per la sera, dopo aver divorato notizie assordanti da tutto il mondo, dopo aver provato inutilmente a leggere tre libri senza andare oltre le due pagine ciascuno, dopo  aver camminato avanti e indietro nella mia minuscola casa fino a consumarne il pavimento, ecco, adesso, nel silenzio di una notte di primavera, mi fermo e scrivo.

Chi l’avrebbe detto, neppure dieci giorni fa, che ci saremmo trovati a vivere reclusi nella propria abitazione, senza un domani certo e calati dentro un presente surreale.

Ricordo che a fine febbraio, con la mia famiglia, facevamo un picnic in campagna cogliendo asparagi e si rideva, si scherzava, si aspettava l’estate. Ci sentivamo sicuri, protetti, anche fortunati. La Cina era lontana e ne parlavamo come puro argomento di conversazione.

Quel tempo, quegli asparagi, quei discorsi: mi sembrano appartenenti al trapassato remoto, ora.

“Andrà tutto bene”. Ma da dove viene  questo mantra farlocco?

Fin dai primi giorni ho provato un senso di inadeguatezza nel vedere quella scritta “andrà tutto bene”. Se poi erano i bambini a scrivere, il senso di inadeguatezza raddoppiava: ma come si fa a  coinvolgere  dei bimbi che neppure si rendono conto di quello che succede? Si divertono a colorare, certo, ma resta un gioco con finalità da adulti. Come se ci fossimo  catapultati in una dimensione in cui i ruoli tipici dell’adultità e dell’infanzia fossero diventati interscambiabili.

O forse no, forse già da prima stavamo recitando nei ruoli sbagliati e ora, nel giro di 240 ore, è come se tutto fosse saltato allo scoperto, con grande crudezza.

Siamo consapevoli di quello che sta accadendo a livello mondiale? Non lo so, non ho risposte, solo domande. Leggo: “quando tutto passerà, quando tutto tornerà come prima”. Ma perché, davvero vogliamo tornare a vivere come prima, in quel prima che ha prodotto, almeno in parte ma non in piccola parte, quello che viviamo oggi? Si ha una minima idea, per chi non si ammalerà e/o sopravviverà al Covid-19 – e saranno in tanti, checché se ne dica – dello scenario inedito che si dovrà affrontare? Già, a questo credo che non ci si pensi, ancora. Il modello di vita appena concluso ha riverberi potenti nella nostra immaginazione la quale corre veloce verso un futuro prossimo – quando: giugno al mare? – che non sono certa prenderà la forma desiderata. Ma serve a scacciare il presente.

Guardiamoci: siamo chiusi in casa. Impauriti e impotenti.  Stressati già dopo pochi giorni di clausura. 

Per esorcizzare la paura cantiamo dai terrazzi, organizziamo flash-mob, cuciniamo manicaretti e ci preoccupiamo dei chili che stiamo mettendo su e che dovremo smaltire quando tutto tornerà normale, per un futuro prossimo – quando: giugno al mare? –.

Su internet ci stordiamo con corsi gratuiti di ogni sorta – che fino a ieri sarebbero costati centinaia di euro ma che oggi vengono offerti a costo zero nella speranza di acquisizione  clienti nel post-emergenza-covid– e poi gli aperitivi, i tea time, la zumba: tutto come prima, ma in una dimensione virtuale.

Stiamo riempiendo il vuoto per non sentire, esattamente come abbiamo fatto fino a 240 ore fa.

Invece potremmo fare uno sforzo, starci dentro e provare a sentirlo il vuoto.

Se riuscissimo per un momento a centrarci, a farci penetrare dalla marea di emozioni che circolano potentissime in questi giorni senza mettere barriere, senza innalzare difese, fino al punto di non ritorno, fino al livello di massa critica delle emozioni – se così si può dire – e infine rilasciarle, ce ne libereremmo. A quel punto saremmo pronti a utilizzare meglio la propria razionalità, la capacità di discernimento e il senso critico.

Anzitutto, potremmo riflettere sui giochi di potere che si stanno svolgendo dietro le quinte, mentre le città del pianeta Terra sono vuote e una popolazione umana di miliardi di persone sta chiusa in casa. Durante la zumba che noi balliamo attraverso i tutorial di YT, le Intelligence internazionali studiano come accrescere il potere delle proprie nazioni sfruttando la situazione corrente. Per esempio, reperendo il materiale sanitario necessario – attualmente scarseggiante – per fronteggiare la situazione e per porsi in una posizione di vantaggio competitivo. Si parla di spionaggio, di furti, di requisizioni illecite tra nazioni. Paesi tecnologicamente avanzati che gestiscono d’abitudine situazioni critiche e di emergenza sono particolarmente avvantaggiati in questo frangente, rispetto ai paesi che vivono in maniera piuttosto tranquilla.

Ancora: tutti i laboratori del mondo sono alla ricerca di un vaccino, grande business per le industrie chimiche e farmaceutiche su scala mondiale. Non discuto sulla bontà o meno dei vaccini, che in parte sostengo, ma dell’indubbio arricchimento che ne deriverebbe a favore di alcuni soggetti il cui muoversi non è dettato da intenti puramente altruistici. Quindi, in questo caso, gli applausi dai balconi sarebbero quanto meno imbarazzanti.

Così come imbarazzanti sono gli applausi per il personale sanitario – bisogna lo dica, abbiate pazienza – che è stato mandato in trincea senza il dovuto equipaggiamento (tute anti-ebola – le uniche efficaci-  in dotazione all’esercito: dove sono? Perché non sono state requisiste? e gli ospedali da campo? E l’allestimento di ricoveri per il personale sanitario al fine di non esporre al  rischio di contagio i propri familiari?). Si è discusso tanto di mascherine sui social che ognuno  di noi pare diventato un esperto in materia di modelli disponili.  Ma non  esistono mascherine che proteggano gli operatori al 100%. Infatti, adesso medici e infermieri stanno cadendo come tessere del domino, mettendo a repentaglio lʼorganizzazione sanitaria generale e subendo, ammalandosi in prima persona , i risultati di una strategia da rivedere.

Da qualche parte ho letto che siamo entrati in una guerra atomica con le cerbottane. E non mi riferisco alla sola Italia.

Gli eserciti. Tante voci, molte  popolari, chiedono che siano più presenti durante questa emergenza: occhio a chiedere con leggerezza perché gli eserciti, una volta scesi in campo, potrebbero non andarsene più. Neppure a emergenza finita.

Le emergenze ecologiche. Sembra sempre più certo che il salto di specie sia dovuto allʼuso dissennato delle risorse del pianeta. Al fatto che, distruggendo gli ambienti dove vivono le specie ospitanti certi virus, questi ultimi siano costretti ad emigrare, esattamente come facciamo noi.

Certi  virus – e tra loro quello denominato covid-19 -, in linea con il proprio programma evoluzionistico, hanno deciso  di saltare e di eleggere l’essere umano come nuovo organismo ospitante.  Nell’ottica del virus è un salto vantaggioso: gli animali che li hanno ospitati in origine diminuiscono a causa della deforestazione, dell’inquinamento e di altri danni ambientali, mentre la popolazione umana cresce. Una scelta logica e orientata alla propria sopravvivenza. Alla luce di ciò, come possiamo pensare che, data e concessa la vittoria sul Covid-19, in un futuro vicino, una nuova pandemia non si sviluppi  mettendoci di nuovo in ginocchio? In fondo, come si è scritto tante volte e dappertutto nell’ultimo mese, HIV, Sars e Aviaria – tutte generate da corona virus – sono epidemie che hanno già tentato di prendere il sopravvento, smussando quella sensazione di sicurezza e immunità che accompagna molti paesi evoluti. Per quanto possiamo andare avanti così? Insomma, Greta ha ragione.

Ma anche Stephen Hawking, nelle sue dissertazioni tra un buco nero e l’altro, aveva ragione temendo che il genere umano potesse essere messo a rischio di estinzione più dai virus che da una guerra atomica. Per questo diceva di guardare in alto, alle stelle, anziché ai propri piedi. Per lui, la Terra era un posto pericoloso dove vivere.

Chiusi in casa. Ritorno su questo punto che non mi fa dormire.

Se ci lasciano internet, i film, le serie TV, le consegne a domicilio… noi siamo felici. Che ci manca? Manca un po’ di aria, vero, ma è un’inezia risolvibile. Apriranno un parco e ciascuno di noi potrà andare a correre per un paio di ore al giorno in maniera contingentata, distanziata e controllata. Controllata da chi?  Magari dall’esercito. O magari dai microchip, visto che in certi paesi in cui se ne è fatto uso in questo periodo di pandemia, i risultati in termini di contenimento sono stati apprezzabili.

Ottenuta la possibilità di poter godere di un poco di aria, la felicità sarà pressoché totale: felicità di sentirsi protetti e approvvigionati di ciò che ci abbisogna.

E la libertà?

La libertà si accompagna ad un senso di responsabilità, di capacità di scelta, di impegno e azione. Dovremmo interrogarci su quanto abbiamo voglia di assumerci personali responsabilità, su quanto possiamo definirci competenti in termini di scelta. Quali azioni e sacrifici siamo disposti a intraprendere per essere effettivamente un po’ più liberi e capaci di autodeterminazione. Sì, vi do ragione: è  retorica, ma l’alternativa sono le serie TV.

È notte e il silenzio di questa notte sovrasta tutto.

Forse, è in questo silenzio che dovremmo rifugiarci, farci avvolgere, affidarci e, se necessario, qui lasciar morire qualcosa che non potrà più essere e che  non ci apparterrà più. Lasciamolo andare.

È un tempo carico di potenzialità  quello presente, capace di mostrare senza veli  quello che siamo e quello che potrà essere o che andrà necessariamente cambiato.

Spegniamo la TV, chiudiamo internet, affacciamoci ai balconi adesso, nel religioso silenzio della notte. Guardiamo il cosmo nero puntellato di luci, come facevano gli antichi.

E facciamoci ispirare per un possibile futuro che sia altro dal passato che si è concluso 240 ore fa.

luna

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