Un’altalena chiamata integrazione

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A volte mi sembra di essere su un altalena che dondola tra “finalmente mi sono integrata” e “ho bisogno di amici”.

Sono approdata a Mallorca giusto tre anni fa, dopo un anno nella frenetica Londra, con l’esigenza di riassestarmi e ritrovare la mia dimensione.

Leggende metropolitane dicevano che fare amicizia e integrarsi in Spagna era semplicissimo ma, chi racconta queste storie, forse, non è mai stato a Mallorca.

Sono arrivata qui come un tornado: sicura di me e con tanta energia, in compagnia di solo due grandi valigie e con tanta luce negli occhi.

Ho cercato i miei ambienti: un lavoro, un box di Crossfit, una coinquilina, ed ero pronta a fare nuove conoscenze.

Vedo la vita come una scuola, come una lezione che non finisce mai. Volevo imparare lo spagnolo e immergermi completamente nella loro cultura, così per scelta ho evitato gli italiani. Sarebbe stato il percorso più facile, ma non mi sarei messa alla prova.

Stavo, però, sottovalutando che fare amicizia a Palma è davvero complicato: i mallorchini hanno il loro gruppo di persone con cui uscire,  possono essere cortesi e amichevoli con te, ma difficilmente ti chiederanno di unirti a loro per andare a bere una birra.

E, inoltre, avete presente quelle persone spigliate, piene di amici che riuscirebbero e parlare persino coi muri? Ecco, io sono tutto il contrario: ho sempre provato una grossa invidia per quel genere di persone. Con me, se qualcuno non attacca bottone, quel bottone può restare chiuso dentro la scatola del cucito della nonna per sempre.

Detto questo, immaginate un italiana un po’ timida, che parla male lo spagnolo, in mezzo a qualcuno che non ti coinvolge: un disastro!

Viste le prime difficoltà e con la paura che tutta questa situazione potesse alterare la mia felicità, ho scelto di proteggermi.

In maniera superficiale mi dicevo che, se ero riuscita ad arrivare fino a dove ero arrivata da sola, non avevo bisogno di nessuno.

Mi sono isolata, trascorrendo il primo anno a Mallorca dentro a una corazza.

Dopo un po’ di tempo però, ho capito che questa isola non era per me un luogo di passaggio e che volevo viverci a lungo. Volevo condividere la mia felicità e le mie esperienze con qualcun altro.

L’unica soluzione era agire.

Una mattina mi sono avvicinata a delle ragazze della mia palestra, che di repente mi hanno invitato a pranzare con loro. Solo dopo averle conosciute mi hanno confessato che vivevano da poco sull’isola.

Erano spagnole, ma non di Mallorca, e stavano riscontrando difficoltà a integrarsi.

Ho tirato un sospiro di sollievo: non era allora un problema solo mio.

Ma le difficoltà non sono finite qua.

Non riuscivo a parlare con loro, un po’ per la lingua, un po’ per timidezza.

Quella maledetta timidezza che ha segnato tutta la mia infanzia e che con gli anni pensavo di aver superato.

L’idea che questa parte di me fosse venuta di nuovo fuori ha iniziato a martellarmi il cervello.

Proprio in questi giorni rileggevo un articolo scritto esattamente un anno fa, che concludevo così: “sono cambiata e voglio continuare ad evolvermi: migliorando la mia vita e la mia persona, ogni anno cerco di pormi un piccolo obbiettivo di crescita e per questo quarto anno all’estero ne ho uno, ma ve ne parlerò strada facendo.”

Mi sono accorta che non ho mai svelato questo obiettivo, ma visto che siamo in tema colgo l’occasione: era sconfiggere la timidezza.

Sono una persona forte ma, come tutti, ho i miei punti deboli e limiti e, appena mi accorgo di averne, cerco di superarli.

Con testardaggine, ho dovuto litigare parecchio durante tutto il 2018 con me stessa.

Sconfiggendo quella parte di me introversa, con una padronanza migliore della lingua, mi sono spogliata della mia corazza, mostrandomi come sono realmente.

Mi butto, dico quello che penso anche se non sempre in modo “grammaticalmente corretto”, mi unisco a ogni attività che viene proposta ed espongo le mie idee.

Le persone che ho accanto a me ora, mi riempiono il cuore.

Mi dimostrano affetto ogni volta che ci incontriamo, “Hola Fabiola!” mi dicono sorridendo e io sono felice.

Con i miei amici non abbiamo ancora un quotidiano e, talvolta, passano settimane senza che ci vediamo anche solo per un rapido caffè.

La strada verso l’integrazione è lunga ma credo di essere a buon punto.

Per lo meno sono riuscita a trovare la mia dimensione, imparando a stare equilibrio su quell’altalena che mi fa credere di essermi integrata e che a volte me lo nega.

3 commenti
  1. Ilaria Notarantonio
    Ilaria Notarantonio dice:

    Hai proprio ragione Fabiola, integrarsi non è affatto facile, sopratutto con i locali. Gli spagnoli, come gli italiani, quando sono nel loro paese si chiudono nelle loro abitudini e difficilmente si aprono a una persona nuova. Se poi sei una persona timida, trovo ancora più coraggiosa la scelta di non unirti al gruppo di italiani. Mi pare proprio che l’integrazione sia più vicina che mai 🙂

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    • Chiara - Parigi
      Chiara - Parigi dice:

      D’accordissimo con Ilaria. Essere timidi e nonostante tutto non chiudersi nella comfort zone del gruppo di Italiani è una cosa molto coraggiosa. Io per prima non disdegno la compagnia dei miei connazionali, soprattutto se, come me, amano stare in gruppi internazionali. Ma sforzarsi il più possibile ad essere cittadini del paese ospitante a 360° è già una tappa verso l’integrazione. Sei sulla buona Strada, anzi buonissima 🙂

      Rispondi
      • Fabiola
        Fabiola dice:

        Carissime entrambe,

        Grazie per i vostri commenti e la comprensione. L’integrazione è sempre un po’ una nota dolente. Ma con un po’ di pazienza e coraggio, come ben dite voi, si arriva ovunque. 🙂

        Un abbraccio fortissimo.

        Fabiola – Mallorca

        Rispondi

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