Ammalarsi all’estero

ospedale

Nel momento in cui ci si presenta l’opportunità di emigrare, inizia un periodo frenetico di ansie, dubbi, interrogativi e ricerche. Migliaia, milioni di ricerche. Ci iscriviamo a tutti i gruppi possibili e inimmaginabili di italiani all’estero. Facciamo liste infinite di pro e contro. Ci cimentiamo nello studio dei codici civili e penali; analizziamo i piani pensionistici;  mettiamo al vaglio i programmi scolastici dall’asilo alla maturità e, ovviamente,  passiamo al setaccio il sistema sanitario.

Il sistema sanitario, in realtà, è la cosa che resta più oscura. Certo, sappiamo se ci troveremo in un sistema pubblico o privato; se nelle vicinanze avremo un ospedale e  appena arrivate ci segniamo i numeri d’emergenza. In cuor nostro, però, non crediamo veramente che avremo mai bisogno di nulla di più di una ricetta medica o di qualche controllo di routine.

Ma ahimè, la vita, a volte, si fa beffe della nostra sicurezza e del nostro delirio di onnipotenza e, così, arriva il giorno in cui sei seduta davanti al medico che, con espressione grave, esordisce con un: “Qui c’è qualcosa”. Frastornata e impaurita riesci a sussurrare una domanda: “Ho un tumore?” E la risposta, che mai avresti voluto sentire, arriva con la violenza di una secchiata d’acqua ghiacciata a Ferragosto: “Apparemment vous avez un cancer thyroïdien”.

CANCER, CANCER, CANCER, CANCER…

Il tuo cervello non riesce a pensare ad altro. Questa parola continua a rimbalzarti nella testa con un ritmo sempre più frenetico, mentre gli occhi iniziano a muoversi in modo convulso, seguendo questo ping-pong immaginario e alquanto assordante.

I lezzi della lingua francese, con i suoi accenti ballerini e le sue erre rollate, non rendono meno orribile questa parola. Si tratta di un fottutissimo cancro, con tutto il carico di paure che porta con sé. Fanno tutti a gara per rassicurarti sulla banalità del tuo male: “È il meno grave di tutti. Nessuno muore per un tumore della tiroide. Vedrà i suoi nipoti, stia tranquilla”.

Mentre li ascolti, nell’incredulità più sconcertante, scopri di capire ogni parola e all’improvviso dai un senso a tutte quelle parolacce che senti quotidianamente e alle quali, fino a quell’istante, non sei mai riuscita a dare una connotazione precisa. Ecco, in quel momento comprendi perfettamente la differenza tra merd, putain e putain de merd.

“Pensavi al significato delle parolacce francesi in un frangente del genere?” Sì, e se non fossi stata sotto shock, le avrei urlate ai quattro venti. Avrei inveito con i migliori epiteti romani contro quei medici che, per due anni, non hanno voluto farmi fare un ago aspirato: “Non è necessario, signora, è un nodulo non sospetto, non si lasci prendere dalla paranoia”. Ora, ditemi che non avreste pensato qualche parolaccia anche voi?!?

Ed è così che entri in una spirale infernale fatta di traduzioni e ricerche in due lingue. Devi essere sicura di capire tutto. Inizi a leggere tutti i siti www.carcinomapapillare.it, evidenzi parole e definizioni che sono già ostiche in italiano, figuriamoci in un’altra lingua.  Poi passi ai siti francesi rintracciando tutte le equivalenze dei termini. Un lavoro immane perché, a te, tutto il vocabolario medico manca in blocco, tu non vai oltre a “Dottore ho mal di gola”.

Dopo ore e ore su ReversoContext, arrivi dal medico con la tua bella lista di domande tradotte e lì ti assale il panico più assoluto. Una miriade di dubbi affolla i tuoi pensieri: “Riuscirà a capirmi? Avrò trovato l’espressione più appropriata per descrivergli i miei sintomi? Avrò capito bene cosa mi ha detto? Magari sono incappata in un faux ami (n.d.r. parola simile all’italiano ma con significato diverso) e non voleva dire che non sono grave, ma che sono in fin di vita.

Ti ritrovi a fissare gli occhi del medico di turno per scorgervi la scintilla del dubbio “Ma questa che bip – bip ha detto?”. E allora inizi a riformulare la stessa domanda due, tre, quattro volte cambiando i termini, cercando sinonimi, evitando il congiuntivo che intanto sbagli sempre (certo se loro non lo sostituissero spesso con il se seguito dal condizionale sarebbe più facile eh!), finché il medico, sfinito, ti dice: “Come le ho detto prima…”. Ok, allora ha capito… e se invece avesse frainteso tutte le volte?

Del giorno dell’intervento ricordo l’ansia, la paura e, stranamente, la totale padronanza del francese; il volto sorridente del chirurgo che sfiorava il mio braccio per tranquillizzarmi e la voce dell’anestesista che mi descriveva il mio amato lago blu (n.d.r. il lago di Annecy). Ma, soprattutto, rammento la meravigliosa sensazione di perdita della coscienza, che ha cancellato di colpo tutta l’inquietudine accumulata in quelle tre settimane. Finalmente l’oblio!

La timidezza verso un sistema sanitario che ti è estraneo, un idioma che non ti permette di esprimerti con tutte le sfumature della tua lingua madre, una cultura estremamente più riservata e meno plateale della tua creano un mondo di solitudine opprimente. Ti senti infinitamente piccola, cerchi di farti forza, di proteggere la tua famiglia, non dici nulla ai tuoi genitori per non spaventarli, soprattutto perché loro stanno combattendo un’altra battaglia. Tuo padre ha ricevuto una diagnosi di tumore pochi giorni prima di te (noi non ci facciamo mancare nulla, facciamo le cose in grande).

Inventi una scusa, vagamente credibile, per non essere accanto a loro in un momento così delicato. Al tuo cocktail di sensazioni nefaste si aggiunge il senso di colpa e la paura che i tuoi genitori si sentano abbandonati, che tua sorella debba farsi carico da sola di tutto questo, che tuo marito non possa chiedere aiuto a nessuno.

Fortunatamente, tutto si è risolto per il meglio e io e mio papà siamo guariti.  Ho imparato a gestire questo sistema sanitario che, in fin dei conti, non è tanto diverso dal nostro; ho ampliato, tristemente, il mio vocabolario di francese e compreso che nella malattia e nella necessità la mia lingua mi è di grandissimo conforto. Io, che mi definisco un prodotto ibrido di due culture, che mi prendo gioco di quelli che “È meglio l’Italia”, ho realizzato che nei momenti bui della vita sono italiana al 100%.

Quando decidiamo di partire mettiamo  in conto che, prima o poi, riceveremo la telefonata che ci riporterà di corsa in patria. Tutti abbiamo il terrore di non riuscire ad essere presenti per i nostri cari nel momento del bisogno. È la parte dolorosa del pacchetto espatrio. A questo pacchetto dobbiamo aggiungere la possibilità che potremmo essere noi, o nostro marito o i nostri figli,   ad aver bisogno di aiuto.

Dobbiamo essere consapevoli che ammalarsi all’estero è emotivamente più provante. Non dico che sia impossibile riprendersi, che ne resteremo segnate a vita, no, ma logora un po’ di più. Pensate che non sempre è possibile tornare a curarsi in Italia, che non sappiamo cosa la vita ci riservi e che l’espatrio è una scelta che coinvolge tutti gli aspetti della nostra esistenza.

Non vi sto scoraggiando dal partire, sia ben chiaro, io partirei un altro milione di volte.

Voglio solo offrire uno spunto di riflessione in più. Prepararvi ad un’eventualità che spero non si verifichi mai.

 

8 commenti
  1. Emilia
    Emilia dice:

    Grazie per aver condiviso questa brutta esperienza. Anche per me è lo stesso, io da sempre ho l’ansia dei medici ma quando non sono Italia e ho necessità di fare delle visite l’ansia è maggiore. Percepisco esattamente le tue emozioni. Sono contenta che tu e il tuo papà stiate bene! Un abbraccio.

    Rispondi
  2. Laura
    Laura dice:

    Prima di tutto tanti tanti auguri di pronta guarigione.
    Il sistema sanitario non sempre è proporzionale alla qualità dei medici e a volte vale la pena dover tradurre l’intero vocabolario. I cari saranno lontani dal primo espatrio e quella è un’attitudine alla quale ci si deve abituare da entrambe le parti. L’importante è esserci come si può. Mille auguri, donna forte

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    • Annalisa ALLEGRI allegri
      Annalisa ALLEGRI allegri dice:

      Grazie tante Laura. È vero ci si abitua a tutto. A volte con più fatica, ma si avanza ed è incredibile come, ciò che sembrava estraneo e insormontabile, diventi normale, sempluce vita quotidiana. Bisogna solo avere la forza di superare lo shock iniziale.

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  3. Maddy
    Maddy dice:

    Che te lo dico a fare???
    Mi hai fatto venire una mezza sincope!
    Felicissima che questa storia abbia un lieto fine!
    Ti voglio bene amica mia!

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  4. Chiara - Parigi
    Chiara - Parigi dice:

    Cara Annalisa,
    ti capisco benissimo. Sono stata operata di fibroma uterino a Parigi e comprendo bene le difficoltà e le sensazioni. Ma sono contenta di essermi operata qui: la mia esperienza è stata positiva, ora sto bene e per fortuna la mia famiglia mi ha potuta raggiungere. È stato pesante farsi carico da sola delle visite, degli esami e delle varie preoccupazioni, ma è stata per me un’importante prova di maturità da cui sono uscita a testa alta.

    Chiara – Parigi

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    • Annalisa ALLEGRI allegri
      Annalisa ALLEGRI allegri dice:

      Decisamente sono esperienze che ti formano e, probabilmente, con il senno del poi, sono contenta di essermi operata qui.

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