Atipica e figlia di un’Italia precaria, un ibrido in terra francese

riflessioni-a-LioneAtipico.

Il vostro percorso è atipico, signora.

Signora, sì, perché almeno qui in Francia il signorina l’hanno abbandonato da tempo.

Cito dal vocabolario Treccani: “che non è tipico, che non rientra nello schema generale o non appartiene a una serie di tipi”. Perché, sappiatelo, per i francesi la tendenza generale è quella di studiare, trovare lavoro, diventare manager a trent’anni, fare carriera nello stesso settore in cui si sono mossi i primi passi. In Italia, invece, il paradigma è: arrangiati e datti da fare per sbarcare il lunario. “Signora, lei ha molte esperienze professionali differenti”. Oppure, per rincarare la dose: “Signora, lei può spaventare un potenziale datore di lavoro, sembra instabile”.

In Francia, i percorsi di studio sono molto specifici. Ogni attività richiede la formazione corrispondente. Io non solo sono italiana, ma ho anche origini campane. L’arte di arrangiarmi, l’ho ereditata. Come spiegare ai francesi che la mia generazione per poter entrare nel mondo del lavoro ha dovuto accettare stage mal pagati o addirittura non retribuiti? Che il mondo della comunicazione, in Italia, è un universo di precariato? Come rendere credibile un percorso che enumera una serie di esperienze della durata di pochi mesi l’una? Come spiegare che dopo il Dottorato di Ricerca il barone di turno ti ha proposto di continuare a collaborare senza versarti uno spicciolo? E che quindi il mondo accademico è stato solo una parentesi? Bene, io ci ho provato molte volte. Talvolta ha funzionato. Altre, no.

Eppure, ho recentemente scoperto che anche in Francia (probabilmente il motivo è semplice: la crisi è arrivata anche qui) si inizia a parlare di percorsi professionali più morbidi e meno canonici. Il termine che utilizzano è quello di slasheur/slasheuse. Ovvero, coloro che accumulano diverse attività retribuite e gestiscono il tempo a disposizione come meglio credono, dedicandosi a progetti professionali che in larga misura li rispecchiano. Ora, se da un lato un’attività simile può sembrare figlia della crisi economica, dall’altro rappresenta per molti una vera e propria scelta deliberata, seppur faticosa.

Non voglio portarvi sulla cattiva strada. Ma, pensandoci bene: cercare lavoro è, in un certo senso, vendersi, presentare l’aspetto migliore di sé affinché il cliente decida di acquistare il prodotto che rappresentiamo.

E se invece l’aspetto migliore di noi fosse proprio quello che tendiamo a nascondere?

Quello che più ci contraddistingue, ma che sarebbe rischioso far saltar fuori nel corso di un colloquio.

Atipico, ovvero che non rientra nello schema generale. Gli schemi non mi sono mai piaciuti. La mia più grande aspirazione è sempre stata la differenza. La differenza ha una connotazione politica. La differenza rappresenta tutto quello che può scardinare gli schemi precostituiti, lo status quo. In Italia, più volte, in via informale, mi è stato detto che il mio percorso poteva minacciare gli equilibri, le forme di pensiero sedimentate. Una filosofa può fare davvero così paura? Perché questa diffidenza verso i ricercatori, questa cautela verso chi ha optato per una collocazione professionale alternativa? Eppure, dopo gli anni passati all’Università, avevo lavorato in vari contesti. L’impressione era quella che il capitolo accademico della mia vita fosse ormai completamente chiuso. E invece no: l’anomalia, in qualche modo, permaneva.

E in Francia, è chiaro che traspaia in maniera ancora più palese. Semplicemente perché sono italiana e non condivido con i miei competitor il classico percorso di studi o professionale che conduce ad esercitare quella che considero la mia professione. Il tutto si complica quando un curriculum assomiglia più a un patchwork che a un percorso lineare. Trovare datori di lavoro pronti ad accogliere un candidato poliedrico è abbastanza complicato. Esistono, chiaro, ma è sfibrante intercettarli. Al di là di tutto, ho capito però che ciò che è assolutamente deleterio, è fingere di essere quello che non si è. In questo caso, il rischio sarebbe duplice: ritrovarsi in un contesto inadeguato, e snaturare il proprio talento. Adattiamoci, certo! Ma rispettando il nostro sentire.

7 commenti
  1. Alessandra-Cina
    Alessandra-Cina dice:

    Questa è la storia di molto neolaureati italiani. Io affianco lavoretti in casa editrice alla frittura di patatine la sera mentre studiavo cinese all’università. Personalmente, penso che un tale percorso, il mio, il tuo, quello fatto di pezzetti messi insieme, sia una ricchezza: uno sviluppa più abilità, anche e soprattutto le tanto ricercate soft skill. E uno esplora anche la vita, così da essere determinato in ciò che gli piace e ciò che non gli piace.
    Io ho sempre avuto la sensazione che il dover decidere il resto della mia vita con la mente di una diciassettene/diciottenne sia moooolto rischioso. Me ne sono accorta sulla mia pelle per alcuni aspetti.
    Il mondo comunque sta cambiando velocemente e noi non siamo gli unici, forse siamo i pionieri di questo corso di vita alternativo. A me pare che la “tipicità” e la staticità si stiano sgretolando un po’ dovunque e servano più che altro a mantenere vivo il fantasma della stabilità, un miraggio per molti in questi anni di frenesia, evoluzione e globalizzazione.

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    • Amy
      Amy dice:

      Ciao Alessandra,

      Mi trovi perfettamente d’accordo! Il profilo atipico presenta molti aspetti positivi, abilità che si son potute sviluppare nel corso di esperienze diverse, agilità e flessibilità di pensiero. Certo è che bisogna rassicurare il datore di lavoro. O forse, è necessario che i datori di lavoro si adeguino ai tempi? 😉

      Un abbraccio,
      A

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  2. Francois ADOUE
    Francois ADOUE dice:

    Le recruteur professionnel (le chef de PME c’est un autre fonctionnement) ne recherche pas le meilleur candidat, mais celui qu’il va pouvoir vendre à son client (DRH ou PDG) . Donc ce qui inquiète le recruteur, diminue les chances d’être présenté à l’embaucheur.

    Pour diminuer ce risque, présenter ton CV par tes compétences, techniques, personnelles, relationnelles que tu démontres au travers de tes formations et expériences professionnelles en expliquant UN fil conducteur dans tes expériences…

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  3. Silvia- ex Aix en Pce
    Silvia- ex Aix en Pce dice:

    Cara Amy,

    l’atipico è sinonimo di personalità, di coraggio, di essere forte. Questo spaventa la nostra sonnolente e arretrata società (quella italiana intendo) perché i cambiamenti fanno sempre paura, soprattutto alle persone mediocri.
    Dall ‘altro lato spaventa i francesi perché l’ atipico fuoriesce dalle loro procedure prestabilite, dai loro schemi illogici. Perché in entrambi i casi l’atipico scombussola gli equilibri e porta scompiglio, in senso buono ovviamente, ed entrambe le società per i motivi più diversi non possono permettersi di accettarlo.

    L’atipico potrebbe identificarsi anche con ‘aliena ragazza coraggiosa’.

    Alla fine vado a Lille. Ho avuto non poche difficoltà a far accettare la mia atipicità ai francesi (e anche agli italiani…) .

    Un abbraccio,
    Silvia 😚

    P. S. Mi piace il modo in cui scrivi. Mi ci ritrovo molto.

    Rispondi
      • Silvia-Lille
        Silvia-Lille dice:

        Ti prendo in parola e non me lo faccio ripetere due volte. Però ti avviso: sono malinconica, nostalgica e perennemente in crisi esistenziale… 😂

        Un bacio,
        Sil😘

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