C’erano una volta i bar di Strasburgo

strasburgo-vista-dall-alto

La mia storia da expat comincia a 18 anni, in un piccolo appartamento in zona “Les Halles” in quel di Strasburgo.

Durante l’estate del 2016, dopo aver conseguito il diploma di maturità, avevo già cominciato a cercare un appartamento sui vari siti internet e tramite i gruppi Facebook. Verso fine agosto, sono saltata su un Flixbus e dopo ben 15 ore di viaggio, un cambio a Milano e tantissime fermate tra l’Italia, la Svizzera e la Francia, sono arrivata nella capitale alsaziana, ansiosa di visitare il posto che sarebbe diventato chez moi, casa.

Un nuovo inizio

Purtroppo, non avevo fatto i conti con la difficoltà di trovare un appartamento o una stanza in coloc quando si è stranieri e non si ha un garante francese. Ero ancora ingenua e molto ottimista, perciò la mia ricerca fu comunque un’esperienza positiva. Avevo voglia di cominciare una nuova vita e di mettermi alla prova, senza raccomandazioni né appoggi di nessun tipo.

Dopo aver contattato vari proprietari e aver visto scene terrificanti (stanze “doppie” separate con una tenda dal resto dell’appartamento, condizioni di igiene e di vita degli inquilini presenti al limite della legalità ecc.), dovute al budget che mi ero prefissata, optai per una camera in coloc, in un appartamentino condiviso con altre quattro ragazze.

Il Palais A. e gli stagisti

Era gestito da A., un signore un po’ losco e molto tirchio, che entrava senza avvisare e che diventò l’incubo di noi coinquiline, nonché il nostro argomento di discussione preferito.

Anche se non in centro città, il Palais A. (così avevamo chiamato casa nostra) era in una posizione molto comoda, già arredato e occupato da persone che sembravano davvero interessanti.

vista-dal-palais-a

Vista dal Palais A.

Erano perlopiù stagiste alle istituzioni europee, ragazze straniere che si fermavano in Francia generalmente per cinque o sei mesi, cioè per la durata del loro tirocinio. Ma c’erano anche altre due studentesse, una francese e una tedesca, che rimasero nel Palais A. con me, dall’inizio alla fine del mio primo anno universitario.

Sono sempre stata una persona aperta e chiacchierona, perciò non ho fatto fatica a farmi degli amici all’università, ma il mondo che mi affascinava di più all’inizio della mia avventura alsaziana era quello delle istituzioni europee.

Grazie alle mie coinquiline, italiane e non, in stage al Consiglio d’Europa, ho potuto frequentare gli altri stagisti e, addirittura, imbucarmi in una festa nella sede del Consiglio riservata al personale, con tanto di dresscode elegante. “Se ti chiedono qualcosa, dì che sei mia sorella”, mi disse A., la mia prima coinquilina italiana.

I bar, i nostri salotti

Al Palais A. non avevamo un salotto, perciò cominciammo a frequentare il bar sotto casa, “La Solidarité”, dove il lunedì sera l’happy hour (quando le birre e altre bevande sono a metà prezzo) era prolungato fino a mezzanotte.

Diventò il luogo dove noi ragazze raccontavamo le nostre giornate e dove festeggiavamo ogni lunedì la nostra vita all’estero.

Assieme ad O., la coinquilina tedesca iscritta all’università di medicina, istituimmo un nuovo rituale: ogni volta che una nuova coinquilina (scelta dal proprietario) entrava a far parte del Palais A., la invitavamo a bere qualcosa all’”Artichaut”, un locale di Grand Rue.

È buffo come, in Francia, il livello di integrazione sia direttamente proporzionale al numero di bar frequentati!

Il “Café Atlantico”

Il ritrovo preferito dagli stagisti, che rimane tutt’oggi uno dei miei locali preferiti della capitale alsaziana, era però il “Café Atlantico”, una péniche (barca) rossa che spicca tra il Pont Saint Guillaume e Gallia. Quello che mi piace fare, di ritorno a Stras, è sorseggiare un Ricard seduta ad un tavolino a prua, mentre guardo i cigni e i Batorama (i battelli turistici che fanno il giro dell’Ill) sfilare davanti a me. Ma è anche il luogo perfetto per bere un caffè o godersi un brunch di domenica mattina.

Ho passato talmente tanti momenti “a bordo” di quella péniche, che quando ho cominciato a dipingere, a Lione, non potevo non dedicargli un quadro.

bar-di-strasburgo-dipinto-da-me

Musica irlandese e primi incontri

O., un giorno, mi disse che vicino a casa nostra avrebbero inaugurato un nuovo Irish pub. Decidemmo di andarci e lei passò la serata a guardare il barista, un ragazzo moro e barbuto, con occhi sognanti. Le dissi, con un sorriso, di lasciargli il numero, ma quella sera preferì non osare. Chissà se ora se ne pente!

Arrivò una band e per l’occasione suonò musica irlandese. Il ragazzo con il violino era davvero bravo e la musica mi mise allegria. Poco prima avevo scritto un messaggio a C. e ad A., due compagne dell’università francesi, che conoscevo a malapena ma che sarebbero diventate due grandi amiche. Ci raggiunsero alla fine del concerto, quando i musicisti erano già seduti al nostro tavolo e chiacchieravano con noi. Si unirono al gruppo, i ragazzi della band ci dissero che avevano un altro concerto previsto al “Local”, un bar della Krutenau (il quartiere studentesco) e noi li seguimmo senza esitazione.

Dopo qualche mese, seppi che C. aveva continuato a frequentare il chitarrista, che diventò poi il suo fidanzato e con cui trascorremmo molte altre serate, con molta altra gente, in molti altri bar di Strasburgo.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi con chi vuoi