Oggi non scrivo io.

Oggi dedico questo spazio alle parole di una delle prime persone (forse la seconda persona) che ho conosciuto a Barcellona al mio arrivo, nel 2012. Pierpaolo ha vissuto in questa città per quasi due anni e nel 2013 l’ha lasciata per inseguire il suo “American dream”. Al giorno d’oggi, dopo tanto tempo, è ancora uno dei miei più cari amici e proprio lo scorso weekend è tornato a Barcellona per pochi giorni, dopo quasi tre anni.

Credo di sapere cosa si prova nel tornare dopo tanto tempo in una città nella quale si ha lasciato un pezzo di cuore: la prima volta che son tornata a Tarragona dopo aver terminato l’Erasmus mi sentivo esplodere il petto. Ma Barcellona, beh… Barcellona è capace di mancarti dopo solo una settimana, non oso immaginare dopo tre anni. Non voglio, immaginarlo. Ed è per questo che ho chiesto a lui, a Pier, cosa si prova… Cosa si sente nel rivederla, nel riviverla, nel realizzare che tra tutte le città del mondo, lei, proprio lei, è unica.

Grazie a lui, alle sue parole, grazie allo sguardo commosso che gli si è dipinto in volto non appena arrivato a Plaça Catalunya, son riuscita a vedere una Barcellona diversa, per nulla scontata, banale. Perché non dovremmo mai dare nulla per scontato: le persone, le parole, i sentimenti… E neanche la città in cui abbiamo scelto di vivere.

Grazie, amico.

Serena


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Pierpaolo e la spiaggia di Barcellona

Pier, hai vissuto più di un anno a Barcellona: cosa ti ha spinto a trasferirti in questa città e cosa ti ha portato ad andartene?

Sì, ho vissuto più di un anno a Barcellona, quasi due anni indimenticabili! I motivi che mi hanno spinto a trasferirmi nella città più bella del mondo erano legati ai miei studi. La regione Puglia offriva 25.000 euro per un master all’estero e io ho fatto domanda alla UAB (Universitat Autònoma de Barcelona). Mi presero per il master “Didàctica de la llengua i literatura” ma l’Italia ha tentato di mettermi i piedi in testa piuttosto che aiutarmi: i cavilli burocratici e le incompetenze hanno fatto sì che non ricevessi la borsa e, senza dilungarmi troppo, ero talmente deciso che alla fine ce l’ho fatta comunque. Ho lavorato in tanti posti diversi ma ce l’ho fatta, Barcellona mi ha dato la possibilità di crescere che l’Italia aveva cercato di negarmi. Sono andato via perché il mio sogno sin da adolescente era quello di insegnare italiano e letteratura italiana negli Stati Uniti ed è quello che faccio attualmente presso la University of Illinois at Urbana–Champaign. Se tornerò mai a Barcellona? Spero tanto di sì, come dico a tutti quando me lo chiedono: “Ho vissuto e visto tante città ma Barcellona è completa e mi completa e spero vivamente di ritornarci perché è un posto magico in cui mi piacerebbe crescere ancora e chissà crescerci anche qualche marmocchio, chi lo sa.”

Cosa si prova nel tornare dopo tanto tempo?

“Serena ti prego, fai in modo che non mi re-innamori di Barcellona!” Questa è stata la mia esplicita richiesta al mio ritorno a Barcellona dopo tre lunghi anni. Ovviamente non è andata come mi ero timidamente e ipocritamente auspicato. È stato un po’ come rivedere quella vecchia fiamma che hai amato più di te stesso e che pur avendo avuto altre storie è sempre lì, non va via, ed è sempre lì perché in realtà sei tu che la rivuoi. Lei, la fiamma, ti capiva e ti abbracciava nel tuo sconforto, ti faceva ridere e divertire, eppure sapeva anche essere dolce e ti cullava, ti faceva sentire parte della sua stessa anima. Ed è proprio vero quel che si dice, una volta provato il meglio è difficile tornare indietro. A te questo non l’ho detto ma quella notte, la mia ultima notte a Barcellona di questo weekend, ho “fatto l’amore” con la mia “vecchia fiamma”.

Bicing

Bicing

È stato infinito, come ai vecchi tempi: prima siamo stati in giro, abbiamo bevuto un po’ e poi, come sempre, ci siamo divertiti a stuzzicarci, ma il bello è arrivato dopo. Quando tutte le cañas (birre) sono risalite ed eravamo solo io e lei, io e Barcellona, ho preso il Bicing (bicicletta in affitto) e ho pedalato ore, ore ed ore. Sere, un po’ te la sei cercata: io ti dico di non farmi re-innamorare di Barcellona e tu che fai? Mi dai le chiavi di casa tua e la tua tessera del Bicing! Maledetta tesserina bianca e rossa che ti apre le strade di tutta la città e poi sei solo tu e lei, per tutta la notte…

Dico grazie a Barcellona per…

Arrivo all’aeroporto e già dai primi istanti in cui scendo dall’aereo, provo quel gradevole sconforto di urtare per sbaglio qualcuno e di non saper in che lingua chiedere scusa. Vabbè –direte- sei in un aeroporto, è normale… Sì, può darsi, ma a Barcellona questo diventa normale anche fuori dalle mura dei check-in. Non mi riferisco all’incredibile marea di gente da tutto il mondo che visita quotidianamente la “sagrada” città, mi riferisco al “catalano”. Già, il catalano… Ricordo ancora la prima volta che andai a lezione alla UAB e sentii parlare questa brillante professoressa in catalano… Onestamente mi spiazzò, mi sembrava strano, molto strano. Spero di non dilungarmi troppo ma questo punto per me, linguista e amante delle lingue/culture, merita più di una parola perché, a mio avviso, è qualcosa di unico. Onestamente, chi di noi (italiani) appena sbarcati a Barcellona per la prima volta, non ha provato quella strana sensazione di sentir parlare il catalano e di pensare “Ma questi parlano il catalano, non lo spagnolo!” Quanti di noi non hanno prematuramente e inconsapevolmente accostato il catalano a uno dei nostri dialetti? Eppure il catalano non è un dialetto… O forse sì? Ma alla fine dei conti qual è differenza tra una lingua e un dialetto? Non serve a nulla dare una definizione tecnica, ci hanno provato in tanti del settore, anche pezzi grossi…

Questa differenza è controversa, è scomoda, è politicizzata, è difficile. Eppure Barcellona ce l’ha fatta laddove tutti hanno fallito. Scusate le mie ripetute domande ma, quanti di noi italiani da piccoli hanno assistito a scene nelle quali la maestra sgridava l’alunno perché “Il dialetto in classe non si parla!” Eppure la mia professoressa alla UAB parlava in catalano in classe! E qui di nuovo, purtroppo dobbiamo chiarire cos’è un “dialetto” e che c’entra col catalano che è una “lingua”? Perché il dialetto veneziano, il dialetto salentino, ecc. sono dialetti e non lingue come lo è il catalano?  Dopo anni di studi, l’unica distinzione che per me ha un senso nel descrivere la differenza tra una lingua e un dialetto è questa: “A language is a dialect with an army and navy” (Mair). Già, il dialetto è la lingua dei poveri, la lingua degli incolti, la lingua che non si parla a scuola… Cazzate! Ci hanno mentito e fatto credere che il dialetto fosse sinonimo di ignoranza, quanto si sbagliavano e quanto abbiamo perso senza lottare. Cultura, origini, tradizioni… Tutto perso o appeso alle bocche di qualche vecchietto seduto in piazza… Noi italiani abbiamo fallito in questo.

L’errore più stupido sarebbe pensare che a Barcellona sia andata meglio perché è più simpatica… Niente affatto: i catalani si sono fatti, si fanno e si faranno in quattro per proteggere la loro lingua, perché in essa risiede la loro identità, il loro essere catalani. Qualcuno leggendo queste parole dirà: “Beh, anche il siciliano e il sardo sono ufficialmente riconosciute come lingue” ma, obiettivamente, per quanto sia (im)possibile, con il cuore in mano, chi di noi scommetterebbe un centesimo sulle possibilità che ha un sardo o un siciliano colto e istruito, diciamo un avvocato, di parlare in sardo o in siciliano davanti a un giudice a Cagliari o Palermo? Eppure, domandiamoci, senza darlo per scontato, perché un avvocato di Sant Cugat o di Badalona (entrambe città in provincia di Barcellona) davanti a un giudice in un’aula a Sants o nel Born o a Gràcia (quartieri della città), può parlare liberamente il catalano? Perché il catalano, anche in una città multietnica e multilingue come Barcellona, ha molto di più che “army and navy”, ha il cuore e l’orgoglio dei catalani, la costanza di una terra unica che lotta per mantenere la sua identità nonostante il mondo stia remando esattamente nella direzione opposta. Quindi la prossima volta che vedete un volantino con un corso gratis di catalano offerto dalla Generalitat, o semplicemente quando sentiamo parlare catalano e noi vorremmo sentire il castigliano, pensiamoci due volte. Forse questa è l’ennesima lezione che Barcellona ci ha insegnato.

Dico grazie a Barcellona, anzi no, dico “merci” (“grazie” in catalano) per averci creduto e lottato e per avermi insegnato a credere che tutto sia possibile ma che nulla avviene per caso.

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Bunkers del Carmel (foto di Matteo Bollini)

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