Barcellona, odi et amo

Il mio primo giorno da expat a Barcellona è stato una tragedia.

L’ostello Ramos in Carrer de l’Hospital probabilmente ancora si ricorda di questa “strana coppia” dai musi lunghi che manco gli fosse morto un gatto. La strana coppia eravamo io e mio padre, fedele compagno di viaggio venuto non solo per aiutarmi con le valigie, ma anche – e soprattutto – per controllare in che guaio (o meglio dire, appartamento) si sarebbe andata a cacciare sua figlia.

Sua figlia: io, me medesima, la sottoscritta. Fresca di laurea, reduce da un Erasmus a Tarragona (sí, si fa l’Erasmus a Tarragona ed è una vera figata) che mi aveva stravolto l’esistenza e con voglia di tornare in terra iberica, no matter what. Ecco, il no matter what mi aveva proprio fregata e con l’incoscienza di un bambino di 5 anni – ma sempre dimostrando la sicurezza di un adulto di 50 – avevo prenotato dall’Italia una stanza senza finestra nel Bronx barcellonese, che scoprì qualche tempo dopo chiamarsi L’Hospitalet de Llobregat.

“Tu qua da sola non ci resti neanche mezz’ora” – disse il grande capo. E per magia sparirono la stanza, i 100 euro di caparra che avevo lasciato e il sorriso dalle nostre belle ma stanchissime facce. Come scritto all’inizio, una tragedia. Diciamoci la verità, col senno di poi, quasi quattro anni dopo quel brutto giorno, posso dire con sicurezza che trovare una stanza decente a Barcellona non è difficile, se sai come cercare… Ma quella volta, davvero, mi stavo già immaginando sul volo di ritorno, sconfitta. L’ostello Ramos probabilmente mi avrà anche sentita piangere e, come mio padre, quella sera, avrà fatto finta di niente.

Il secondo giorno, dopo una ciambella e un pessimo caffé al Dunkin Donuts sulle Ramblas – su speciale richiesta di papà – è (r)iniziata la nostra ricerca alla stanza perduta. Non starò ad elencare la sconfinata varietà di persone, case e stanze stesse che abbiamo avuto la (s)fortuna di vedere. Dirò semplicemente che nei pressi di quel gioiellino dell’Hospital de Sant Pau, una massaggista, un architetto, un trombettista e una gatta persiana mi hanno aperto le porte al loro piso e hanno ridato un sorriso –tirato- alla strana coppia.

Serena - BarcellonaAl terzo giorno ho accompagnato papà all’aereoporto. Il suo dovere l’aveva fatto, la sua bambina era sana, salva e con un tetto sulla testa e un letto in cui dormire. Ho aspettato che superasse i controlli e ho pianto un po’: erano stati giorni difficili e la mia avventura, quella vera, doveva ancora iniziare. Non so se l’ho mai ringraziato abbastanza per essere stato presente in quel momento. Un momento chiave nella mia vita perchè lì ebbe inizio tutto. Tutto quello che sono stata negli ultimi tre anni e mezzo, e tutto quello che sarò in futuro.

Grazie “papone”.

P.S = consigli per gli “acquisti”. Se mai deciderete di fare “il” passo, prenotatevi 3-4 giorni in un ostello (non necessariamente il Ramos), e assicuratevi di avere con voi un laptop e una connessione internet. Il resto lo faranno idealista.com, loquo.com, e web varie di stanze condivise.

 

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