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Buchenwald: per non dimenticare


Prendi posizione.

La neutralità favorisce sempre l’oppressore, non la vittima.

Il silenzio incoraggia sempre il torturatore, mai il torturato.”

Elie Wiesel

(sopravvissuto al campo di concentramento di Buchenwald)


buchenwal-per-non-dimenticareCi sono luoghi e situazioni che hanno la capacità di rimanere impressi sulla nostra pelle per ore, giorni, a volte mesi…

Approfittando del tempo quasi primaverile, ho accompagnato i miei ospiti in visita sino al Konzentrationslager di Buchenwald, a circa 15 minuti da Weimar.
Occupandomi di guide turistiche conoscevo già grosso modo la struttura, il percorso consigliato e qualche dettaglio di natura storica ma – credetemi! – ripercorrere i vari sentieri con un’appassionata di storia e una persona che fotografa ogni singolo angolo ti da la possibilità di soffermarti su dettagli che avresti preferito bypassare o relegare in un angolo della memoria, fosse anche solo perché una crudeltà simile sembra sempre inconcepibile.
Buchenwald fu costruito nel luglio 1937 a pochi kilometri dalla cittadina di Weimar e sin da subito fu deciso di rinchiudervi i cosiddetti Gemeinschaftsfeinde – i nemici della comunità – : zingari, socialisti, omosessuali, testimoni di Geova e  persino i senzatetto. I cosiddetti Haftlinge erano costretti a lavorare in condizioni disumane per produrre armamenti che sarebbero serviti all’armata tedesca durante il secondo Conflitto Mondiale.

In breve tempo il campo di concentramento divenne uno dei più grandi su suolo Tedesco e al momento della Liberazione nel 1945 da parte delle truppe americane si poterono contare almeno 56.000 morti, 8.000 dei quali erano prigionieri sovietici, periti a causa di esperimenti medico-scientifici, malnutrimento e molto spesso anche in seguito ad un’esecuzione di massa. (Il numero delle vittime fa fede a quanto registrato dalle SS negli appositi registri, ma la realtà delle morti – soprattutto durante gli ultimi frenetici mesi di vita del Campo – fa sospettare si tratti di una cifra quantomeno ottimista. NdA)
All’interno dell’area del campo vi era poi anche il cosiddetto Kleiner Lager dove le condizioni di vita erano ancora peggiori e il lavoro – per quanto difficile a credersi – più duro. Pochi giorni prima della liberazione centinaia di prigionieri morirono all’interno della sua struttura, che oggi viene ricordata tramite una targa e una struttura fatta di panche su cui Buchenwald: esposizione di arte pre, post e durante la prigioniasedersi e raccogliersi un momento o – per chi lo desidera – pregare.
Dwight D. Eisenhower scrisse, a proposito di ciò che vide una volta aperto il campo: “Nichts hat mich je so erschüttert wie dieser Anblick.”. Nulla mi ha mai sconvolto così tanto, quanto questa vista. (La vista dei corpi denutriti e delle montagne di cadaveri, NdA)
Accanto alla struttura – che a causa dei continui bombardamenti è molto misera, rispetto ad esempio a ciò che ancora rimane del Konzentrationslager di Auschwitz – è possibile vedere una mostra fotografica composta da foto scattate di nascosto da un prigioniero e donate in seguito alla Buchenwald Stiftung e da fotografie scattate dalle SS, nonostante il divieto da parte del Führer di immortalare quanto accadeva all’interno del Lager. Si può inoltre vedere un’esposizione di opere d’arte prodotte all’interno del campo – spesso unico modo per avere una razione di cibo umana, altre volte motivo di un’esecuzione improvvisa o di un periodo di reclusione nelle prigioni -, accompagnate da opere prodotte in seguito o sculture realizzate per onorare le vittime di quel massacro senza senso.

Si tratta di una visita straziante, dolorosa sotto ogni punto di vista e – lo confesso – straniante. Sembra impossibile pensare che qualcuno abbia potuto pianificare un genocidio del genere e – soprattutto – sembra inconcepibile il fatto nessuno vi si sia opposto in maniera tale da impedirlo o da fermarlo prima.
Lo stupore sembra legittimo, l’amarezza d’obbligo e la voglia di lottare affinché tutto questo non venga dimenticato ci riempie le vene. Poi, però, voltandosi a destra e a sinistra una persona cinica come me non può fare a meno di pensare un’altra cosa: che le ultime elezioni hanno mostrato che un dramma del genere è possibile, che spesso la cultura e l’istruzione non possono comunque far nulla per combattere la paura e l’ignoranza.
Mi sono voltata verso i miei ospiti, presi a osservare forni crematori e – poco distante – la targa commemorativa per la Principessa Matilda di Savoia e mi sono concessa unabuchenwald-per-non-dimenticare riflessione amara, che però non sono riuscita a evitare: “Sapete? Su 100 di queste persone, il 20% ha votato AfD. Venti di queste persone marceranno il giorno del compleanno di Hitler, convinti che salvare la patria significhi chiudere le porte. E sapete un’altra cosa? Il 20 aprile io sarò in piazza, con buona parte dei miei amici, affinché il movimento di controprotesta dia un segno forte e chiaro.”
Si sono stupiti, prima di scrollare le spalle sapendomi idealista, pronta a combattere battaglie che non sempre sono solo mie, innamorata di un ideale di giustizia che forse nemmeno esiste più. Uno dei miei cantanti preferiti, Enno Bunger, ha dedicato una canzone bellissima – Wo bleiben die Beschwerden – alla situazione politica attuale e uno dei versi dice “Wir können was dafür, wenn wir nichts dagegen tun” (Ne possiamo qualcosa, se non fac
ciamo nulla per fermarlo). Per come la vedo io, è esattamente così, ed è con questo spirito che fra venti giorni scenderò in piazza, perché ho una voce ed intendo usarla. Perché – citando Primo Levi – “quello che è accaduto può ancora accadere”.
Ed è per tutte le persone che hanno perso la vita a Buchenwald, Mathausen, Auschwitz, Bergen Belsen, San Sabba e in ogni altro Konzentrationslager, Gulag, campo di prigionia… è per loro che non bisogna smettere di lottare. Per loro e per difendere un mondo che loro non hanno potuto godere nel suo essere difficile, a volte pauroso ma incredibilmente prezioso, capace di sorprenderci e in grado di affascinarci. Per loro e per non dimenticare. Mai.

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