Buon lavoro a me

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Quando la sveglia suona, alle sei in punto, sono sveglia da almeno una decina di minuti. Sorrido e penso ai tempi del liceo quando, davvero, svegliarmi era un’impresa. Mi alzo in silenzio, recupero gli occhiali e vado in cucina. Chiudo la porta alla mie spalle proprio mentre lui mormora un “Buon lavoro” assonnato. Fuori è ancora buio: intravedo le luci del porticciolo e i fari delle macchine. Ascolto il rumore curioso dei pneumatici sull’asfalto bagnato. Un mercantile carico di container sfila silenzioso ed elegante.

È una quotidianità fatta di gesti ripetuti mille volte, la mia: bollitore, caffè, colazione, libro. Appoggio tazza e piatto sul tavolino, apro il mio libro e inizio la giornata così. 

Chefsachen, il libro della direttrice del rifugio animali di Coblenza, mi strappa un sorriso.

Mi preparo mentalmente al giorno che verrà. Mi vesto in fretta, recupero la borsa, infilo giaccone, cappello e sciarpa e via: si parte.

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Scendo le scale del palazzo e mi chiedo come mai, dannazione, qua faccia sempre così freddo.

Senza nemmeno rendermene conto, penso a mia nonna. Anzi: a mia nonna bis.

Quando ero piccolina, diceva sempre che le case vecchie avevano i muri spessi. E che, se non riscaldate a dovere, erano fredde. Ecco: qua di riscaldamento non se ne parla proprio.

Chiudo il portone alle mie spalle e sorrido, nonostante il freddo, la stanchezza, la vita. L’inquilina del piano terra ha decorato l’ingresso con un alberello, delle luci colorate e qualche candela. Sono piccole lucine brillanti nel buio della notte.

Sono un faro improvvisato che mi ricorderà, ancora una volta, la via di casa.

Raggiungo la macchina e mi concedo un sospiro di sollievo: questa volta la gelata ci ha risparmiati. Apro la portiera e, puntualmente, mi incastro in un groviglio fatto di zaino, borsa del pranzo e cintura di sicurezza. Una volta sbrogliata la matassa accendo la radio, faccio partire il riscaldamento e sospiro di sollievo. Non dover più fare sette chilometri in bicicletta, soprattutto d’inverno, è proprio una gran comodità.

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Mi immetto in strada e, in una manciata di secondi, lascio la cittadina alle mie spalle diretta a lavoro. È un tragitto breve ma piacevole, questo qui. Alla mia sinistra scorre il Reno e alla mia destra la parete di roccia.

Sembra di essere in Liguria o, perlomeno, nella Liguria della mia infanzia.
In nemmeno dieci minuti arrivo al parcheggio. Oggi è stranamente vuoto. Scendo, cercando di non rimanere impigliata nella cintura di sicurezza, e respiro l’aria fredda di questo inverno un po’ anomalo. Attraverso la strada poi, un passo per volta, mi incammino nel fitto del bosco.

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Accendo la torcia e, cercando di non far cadere nulla per terra, recupero la posta. Ad attendermi trovo qualche pubblicità, alcune lettere di ringraziamento e un certificato di malattia. Chiudo la cassetta delle lettere e mi rimetto in marcia, cercando di prestare attenzione ai rumori della natura. Qualche corvo che si sposta da un ramo all’altro, un paio di gatti che si azzuffano e l’abbaiare eccitato degli ultimi arrivati. Speriamo che non ci arrivino di nuovo lettere di lamentele.

Apro il portone facendo leva con il piede, entro e lo chiudo alle mie spalle. Ad attendermi trovo sacchi di biancheria, una carriola piena di cibo per cani e gatti e la consapevolezza che sarà, di nuovo, una giornata campale.

Cercando di resistere all’impulso di iniziare a sistemare tutto, entro in ufficio e appoggio la posta sulla scrivania.

Vado a controllare la lavatrice, la faccio ripartire e do un’occhiata alla quarantena: a salutarmi sono occhi curiosi, ancora un po’ diffidenti.

Un poco alla volta riusciremo a conquistare anche la loro fiducia. Ci vuole solo un po’ di tempo.

Recupero Mitena, le infilo il suo cappottino e la porto in giardino. Controllo che entrambe le porte siano chiuse e, con un “bin gleich wieder da” (torno subito NdA), mi infilo in cucina. Accendo la macchina del caffè, individuo la mia tazza preferita e mi guardo attorno. Osservo i sacchi pieni di lenzuola, le scatole di croccantini e Mitena che mi aspetta in giardino. Sorrido di fronte a questa quotidianità un po’ bizzarra e a tratti incomprensibile, prima di chiudermi la porta della cucina alle spalle. Raggiungo Mitena e, con lei, aspetto l’arrivo dei miei colleghi.

I rumori del bosco ci fanno da sottofondo mentre il cielo inizia a schiarirsi lasciando posto ad un azzurro carico di promesse. Buon lavoro.

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