Io e la capoeira, un rapporto doloroso

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Al Brasile ci sono legata da sempre. Da prima di arrivarci, a dire il vero.

L’anno che ho trascorso in Portogallo mi ha fatto conoscere tantissime persone provenienti dalle colonie portoghesi – molti infatti vanno a cercare fortuna in Portogallo da Angola o Capo Verde, e molti altri sono giovani brasiliani che decidono di sfruttare il loro passaporto europeo per qualche anno di studi nella madrepatria, dove di certo non avranno problemi a integrarsi linguisticamente.

Non solo. Il Portogallo mi ha fatto scoprire una cultura che ignoravo, una storia ricca di conquiste ma anche di ‘mélanges’ tra varie culture e varie storie. Gente ‘bianca’ che è diventata meticcia mescolandosi a popoli africani e asiatici, occhi neri e pelli chiare, occhi blu e capelli afro.

Durante il tempo libero andavo spesso in giro perdendomi nelle salite e discese della città. Era molto frequente che giovani del conservatorio suonassero per strada e anche che ragazzi e ragazze muscolosi dai pantaloni bianchi ‘giocassero’ capoeira.

Si dice giocare, non danzare né combattere.

La capoeira si gioca.

È una lotta antica; si crede sia nata come danza per dissimulare il combattimento. Pare che gli schiavi angolani deportati in Brasile studiassero il modo di combattere per la propria libertà facendo credere stessero solo ballando dei balli tradizionali.

Quando arrivai in Brasile la capoeira semplicemente mi chiamò.

Il mio rapporto con la capoeira ‘regional’ è durato parecchi anni ma sempre a singhiozzo. Tornata in Italia cominciai ad allenarmi con un gruppo molto affiatato. Come in molti sport di gruppo si diventa amici, e la capoeira ti mette davanti a persone di ogni classe e con qualsivoglia trascorso.

Noi italiani avremmo fatto qualsiasi cosa pur di aiutare i capoeristi brasiliani a integrarsi, a imparare la lingua e a ottenere un lavoro stabile. I più fortunati finivano per sposarsi e fare famiglia con un’italiana. I muscoli non mancavano di certo!

Dopo un incidente durante una ‘roda’ di allenamento, fui costretta a lasciare per quasi un anno.

Nel frattempo lasciai l’Italia di nuovo e ricominciai ad allenarmi con un nuovo gruppo in Belgio. Non fu la stessa cosa e casualmente diventai amica solo di un portoghese che si allenava con me. La paura dell’incidente e lo stravolgimento delle mie abitudini mi fecero cominciare e interrompere altre mille volte gli allenamenti, finchè capii che avevo creato una relazione tossica con la capoeira, come a volte succede con un fidanzato. Non ne sapevo uscire, anche se in fondo lo volevo. Vedevo la differenza nel rapporto con il mio gruppo in Italia e non volevo ammettere di avere ancora paura dai tempi dell’incidente.

Oggi non mi alleno più, eppure non faccio che pensare a Mestre Samuca e Gaivota, e quando passo davanti alla palestra, ancora mi soffermo a guardare gli orari dei corsi.

Il mio rapporto con la capoeira, esattamente come quello con il Brasile, sarà per sempre difficile, un tira e molla che mi prende e mi lascia come fossi seduta su un elastico.

E se mi conosco abbastanza, dopo questo post, andrò di nuovo a iscrivermi.

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