Il carnevale Coyano: viaggio tra quello di ieri e quello di oggi

carnevale-Perù

Caro Carnevale Coyano,

mi manchi, eccome se mi manchi.

Ci siamo incontrati ogni anno a Coya, mi hai rotto tutte le notti con la tua musica fino a dopo l’alba. Ti ricordi le mie borse sotto gli  occhi il lunedì di carnevale? Il primo fine settimana di carnevale coyano è stato un trauma. Rammento che erano le 5 del mattino, ma tu ancora non la smettevi con la musica a tutto volume, quella classica “no me dejes amorcito”.

A un certo punto, mi ero detta che mai più sarei rimasta in paese in quei giorni,  festa troppo selvaggia.

L’anno scorso, infatti, avevo pensato di scappare via da te, prima che cominciassi.

Avevo deciso di andare a Lima a fare delle cose e pure un giretto in spiaggia, già che in quel periodo sulla costa sarebbe stata estate.

Eppure, qualcosa all’ ultimo secondo mi ha fatto cambiare idea.

Sabato notte ho posticipato il volo per poter passare, una volta ancora, insieme a te il Carnevale.

E mi ricordo bene, alle 5 della mattina, la cannonata dinamitarda, quella che fa tremare tutto il paese, quella che ti butta giù dal letto. E invece no, todo el pueblo se levanta e si prepara per il famoso carnaval coyano.

Ore 6 del mattino: marcia la banda del paese e io faccio colazione. Un bel brodo di gallina come si deve!

Ore 7: le due comunità, i Coya Runa e Coya Cosco mettono ancora le ultime sedie e i banchi nella piazza. Controllano i microfoni, si assicurano che tutto sia a posto sul palco della giuria.

I coyanos preparano i loro stand di cibo e bevande tipiche.

Per il carnevale questo piccolo paesino del Valle Sagrado de Los Incas si è sempre trasformato in una grande sagra. Ci saranno almeno una cinquantina di stand caserecci.

Cosa propongono? Il Cuy al palo, il piatto andino, brodo di pecora, brodo bovino, brodo di gallina, grasso di maiale fritto, salchipapa, la cassa cinese, dolci di tutti i tipi. E da bere? Ah, il carnevale coyano beve litri e litri di birra. E poi c’è la chicha de hora, una bevanda locale fermentata che si beve per bicchieroni da 1 litro alla volta. La migliore dicono sia la frutillada, che sarebbe la chicha mescolata con frullato di fragola.

Ore 10: cominciano ad arrivare i gruppi. Qui li chiamano comparsas. Ogni paese del Valle Sagrado de Los Incas ha un suo gruppo di comparse e ballerini. Sono vestiti negli abiti tradizionali della loro comunità. Ogni gruppo è diverso. Ci sono gli Ukukus, che rappresentano i guardiani dei ghiacciai Andini, ci sono Le principesse Amazzoni, ci sono i condor, le tortorelle e tante altre figure. Dietro ogni vestito c’è l’orgoglio di appartenere ad una certa comunità, lo sforzo di chi lo ho cucito, le gocce di sudore di chi lo ha vestito, l’onore di ballare per la Pachamama e gli Apus.

A me questi vestiti delle comparse piacciono tutti.

Mi sono sempre fermata volentieri ad ammirarli durante le loro esercitazioni, ovunque fossero. Vedere questi balli è sempre stato qualcosa che ha riempito il mio cuore. Posso vederli anche 10 volte, non mi stufo.

Però, l’anno scorso, c’era qualcosa di particolare: al vederli, mi sono commossa più del solito, mi è venuta giù anche qualche lacrimuccia. Benedicevo ogni secondo, ammiravo la bellezza dei balli, i colori dei vestiti, le dedizione di ogni ballerino e ballerina, in qualche modo mentalmente accarezzavo e ringraziavo ciascuno di loro per essere questi meravigliosi danzantes in onore agli Apus e alla Pachamama. Che gran tradizione!

Oggi, un anno dopo, capisco come mai la mia anima ha voluto tanto essere lì in quei giorni, nonostante sapesse che implicava diventare una zombie il giorno seguente.

Que vivan los Carnavales, que viva Coya, Que viva el Carnaval Coyano, quein lo vive es quien lo goza!

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