Catcalling, questo sconosciuto.

Lo street harassment, ossia le molestie per strada

Sono anni che penso di scrivere qualcosa su questo argomento, ma lo faccio solo adesso.

Ci avevo iniziato a pensare nel 2014 in Nuova Zelanda, quando erano usciti dei video virali su YouTube, in cui delle donne camminavano tutto il giorno per strada, in varie città del mondo, ricevendo mille mila commenti, apprezzamenti, fischi e quant’altro da parte dei passanti.

Nel video, girato ad Auckland, la protagonista è stata fermata solo due volte durante la sua passeggiata. Questo esperimento sociale mi ha fatto pensare molto e mi ha fatto notare l’atteggiamento delle persone per strada, in ogni paese in cui sono stata negli ultimi anni.

In Nuova Zelanda ho capito che ciò che era “normale” in Italia, ossia tutti questi fischi, i “ciao bella”, le occhiate e le mani sul culo in discoteca, in realtà non erano normali. Erano molestie.

Quando tornavo in Italia e parlavo di queste cose, la gente mi prendeva in giro: io ero “la bacchettona”, non loro i cafoni.

Ma cosa pretendo io da un popolo che, quando al bar si racconta della notizia di uno stupro, commenta con frasi come “chissà com’era vestita, se l’è cercata” e cose così.

Dopo quel video ho capito l’importanza della mia libertà di movimento, del mio diritto di poter camminare senza che nessuno mi guardi con malizia, che si avvicini per infastidirmi, che mi fischi come se fossi un cane. Del mio diritto di sentirmi sicura, di giorno e di notte, senza che qualcuno mi importuni con discorsi e comportamenti non richiesti ne graditi. Senza che nessuno mi molesti.

Se in Italia e Spagna questi episodi di catcalling erano frequenti ma gestibili, perché questi maschi alfa sono più cani che abbaiano ma non  mordono, in Africa ho notato una situazione più difficile con cui convivere.

Quando sono stata in vacanza in Marocco, mi aspettavo catcalling come se non ci fosse un domani, invece mi sono sentita in pericolo solo due volte. Una sera a Rabat, quando un uomo ha iniziato a inseguirmi in macchina, a parlarmi, e per “seminarlo” mi sono rifugiata in un bar a mangiare un kebab che neanche mi andava.

A Casablanca due uomini hanno iniziato a seguirmi, mi dicevano cose che non capivo in arabo e mi stavano offrendo dei soldi, chissà per cosa poi! Anche li mi sono data alla fuga, lasciando il mio percorso di Google Maps, per addentrarmi in una strada piena di bidonville, e durante quella camminata mi sono chiesta per tutto il tempo se fosse stato meglio farsi seguire da quegli uomini, o infilarsi in un quartiere così povero e malandato.

In Etiopia il catcalling è una cosa a cui mi sto abituando da una parte, ma che mi limita parecchio da un’altra.

Vi ricordate quando il mese scorso dicevo che ancora non avevo fatto una passeggiata da sola, perchè avevo paura? Ecco, non è cambiato niente. Stamattina ho visto un pantaloncino nell’armadio, me lo sono messa, mi sono guardata allo specchio, mi sono detta che mi stava bene, l’ho tolto e l’ho rimesso nell’armadio. Ho pensato ai vari episodi che mi capitano ogni giorno per strada, chiusa in macchina e vestita con una felpa e i leggins, ho pensato che se quegli uomini avessero visto un pezzo di gamba in più, chissà cosa avrebbero detto o fatto. Non sono loro che ti devono rispettare, no, sei tu che devi subire e ti devi adattare.

Ogni giorno, bloccate nel traffico, riceviamo vari saluti, occhiate, occhiolini, baci volanti.

Nel quartiere di Merkato, il più grande mercato all’aperto dell’Africa, nel giro di un paio d’ore ho ricevuto una decina di interazioni non richieste da parte di uomini. Uno, da dietro, mi ha detto “ferenji you like”, forse ha provato a dirmi che gli piacevo, o meglio gli piaceva il mio didietro. Quello che mi da piu’ fastidio sono le “radiografie”. Quelle occhiate dalla testa ai piedi, magari anche per due volte, non sia mai che alla prima ti sei perso qualche dettaglio!

Un’altra volta al parco, ero con un’amica e arriva un signore con una chitarrina, che ci chiede i nostri nomi e inizia a suonarci una sorta di serenata (anche quella non richiesta, ma va beh), dopo un po’ decidiamo di andarcene perché era molto più piacevole il canto degli uccellini, il signore prova a battere cassa, la mia amica gli da qualche soldo, io non gli do nulla.

Arriva il castigo: “nice breast, nice body”. Veramente era necessario questo commento? Pensi che se fai un apprezzamento sul mio corpo, ci guadagni qualcosa? Queste cose mi fanno innervosire. E poi, dopo situazioni così, mi passa la voglia di mettermi i vestiti di sempre. Perché quel pantaloncino che stamattina ho rimesso nell’armadio, l’ho potuto usare in tutto il mondo e qua no? Con le scollature profonde non ho ancora avuto il coraggio di confrontarmi.

Ma torniamo alle avventure in macchina.

Un giorno un uomo inizia a farci gesti e occhiolini vari, noi eravamo parcheggiate, lui va avanti, ferma la sua macchina in mezzo alla strada, scende dalla macchina e inizia a gesticolare verso di noi.

Quella scena è stata epica e divertente, perché certo, noi quando succedono queste cose siamo chiuse dentro alla macchina a sghignazzare, lo sapete della bubble no? Ma pensate se la stessa cosa succedesse ad una ragazzina, immaginate se la situazione degenerasse, immaginate se ci fossero delle conseguenze gravi nella vita di questa ragazzina e immaginate anche che a quest’uomo probabilmente non succederà mai nulla e continuerà a comportarsi così con altre donne. Perché per lui è normale. Per tutti è normale. Per me non è più normale.

Ora, se non avete capito cos’è il catcalling o non capite cosa ci sia di grave in questo comportamento, non sarò io a spiegarvelo.

Vi lascio però delle letture da fare, se vi va.

Mi piacerebbe sentire la vostra opinione riguardo al tema e le vostre esperienze nei vari paesi del mondo.

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Ines, Addis

Catcalling is not a Compliment, it’s Harassment
Catcalling: perché non è un complimento
Catcalling: che cos'è e come reagire di fronte a questa molestia
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PS: Qualcuno sicuramente starà pensando che in Etiopia prevalgano i musulmani e per questo, per rispetto alla religione, dovrei andarmene in giro coperta dalla testa ai piedi. No, gli etiopi sono prevalentemente ortodossi e le loro donne, quando escono la sera, si vestono esattamente come si vestono le donne nel resto del mondo. Però c’è da dire che loro, almeno a voce, possono difendersi. Io in amarico ancora non so mandare a quel paese.

2 commenti
  1. Solare
    Solare dice:

    È vero sai, noi donne soprattutto non più ragazzine come sono io, abbiamo vissuto tutta la vita con questo disagio o consapevolezza di poter essere notate e apprezzate fisicamente anche quando non richiesto e quando questo apprezzamento si discosta notevolmente dal semplice complimento per dirigersi verso la molestia. Ci si convive e in certi luoghi si usano strategie per non finire in situazioni più pericolose e non soltanto spiacevoli ma certo che sarebbe meglio se proprio non ce ne fosse bisogno. Io ho viaggiato tanto sia da sola che in compagnia e mentre in Egitto dove ero sola non ho avuto nessun problema, in Marocco con il mio compagno abbiamo avuto problemi ed eravamo insieme! In Jamaica mentre passeggiavo da sola in piena mattina ho avuto problemi e tanti maniaci innocui ma fastidiosi li ho trovati in Italia. Forse l’unica soluzione è invecchiare un po’ sperando di diventare più intimidatorie che non intimidite da questi stupidì soggetti.

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  2. Isabella
    Isabella dice:

    Io non ho mai vissuto all’ estero ma abito in un quartiere multietnico e ho avuto a che fare con fischi, commenti e simili, soprattutto da parte di uomini stranieri, abituati ad una certa mentalità. Non so perché, ma con gli italiani non mi è mai successo.
    Dopo un paio di vaffa urlati a squarciagola, magicamente hanno smesso 😀
    Sinceramente non saprei come gestire il catcalling in Etiopia, perché non penso che la legge sia dalla parte delle donne. Credo che la soluzione migliore sia chiedere consiglio ai tuoi amici locali.

    Rispondi

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