acc-logo

Il mio volontariato al canile di Harlem

Eccomi. Finalmente dopo mesi di orientamento, riunioni e training, sono ufficialmente una dog companion volunteer del canile di Harlem, New York City.
Non ci sono parole per descrivere la gioia di essere entrata a far parte di questo magnifico team che si dedica con amore, passione e professionalità non solo ai cani, ma anche ai gatti, ai conigli e a tutti gli animali bisognosi – una volta hanno ospitato anche una giraffa scappata dallo zoo del Bronx!

Parlando di volontariato, sembra quasi scontato che ti accettino, e invece non è proprio così. Dopo la giornata di orientamento, nella quale hanno presentato in tutto e per tutto la loro associazione, ho dovuto registrarmi di nuovo per un’altra giornata di orientamento, questa volta in loco. Durante queste due ore al canile, che in inglese chiamano shelter [rifiugio] e che mi sembra un appellativo più adatto, ci hanno mostrato le varie stanze dove sono gli animali, le procedure di accoglienza, le procedure igienico-sanitarie, ci hanno presentato i veterinari, gli amministrativi, gli altri volontari, ci hanno mostrato la stanza dei giochi, quella delle lavatrici/asciugatrici che sono in funzione notte e giorno per assicurare che tutto sia sempre pulito (giochi, copertine, teli, guinzagli…) ed infine, ci hanno portato nella stanza dei volontari. Lì abbiamo fatto un corso con tanto di dispensa, sul comportamento dei cani – per chi si sarebbe occupato di loro – e dei gatti – idem.
Finito il corso, siamo stati sottoposti ad una piccola intervista per assicurarsi che fossimo davvero intenzionati a prenderci questo incarico, e sopratutto che le nostre ideologie combaciassero con quelle del rifiugio (mi riferisco alla sterilizzazione ed all’eutanasia, che loro attuano solamente in caso di malattia incurabile o comportamento pericoloso e ingestibile).

agnese-volunteerDue giorni dopo mi è arrivata la mail di conferma, avrei dovuto aspettare il mio kit del volontario che comprende una bellissima maglietta, un badge, una password, un tesserino di riconoscimento ed il mio guinzaglio personale, e poi finalmente mi sarei potuta registrare tramite il sito per fare il mio primo turno!

Il loro team è fantastico, c’è una collaborazione sorprendente: ci sono i veterinari, i volontari di livello 1 e 2 (si diventa livello 2 dopo 50 ore di esperienza e quindi si può avere a che fare anche con i cani malati o problematici), i supervisori, gli amministrativi, i consiglieri (coloro che, nel giorno delle adozioni, aiutano la famiglia a scegliere quale animale prendere) ed i trainer, ovvero personale qualificato che studia ogni singolo animale che arriva al rifiugio e crea una scheda che servirà poi ai volontari ed ai consiglieri.

Le gabbie sono davvero grandi, ogni cane ha la sua cuccia con la sua copertina, i suoi giochi, le sue ciotole con acqua sempre fresca e croccantini a seconda di taglia e razza. Non c’è mai cattivo odore perché l’equipe delle pulizie è sempre presente. La stanza dei gatti è addirittura rilassante, le loro gabbiette sono a due piani, così possono arrampicarsi e infilarsi nei tunnel che gli piacciono tanto. Anche loro hanno acqua, cibo e giochini a disposizione. I conigli invece hanno delle gabbie normali, con fieno, acqua e qualcuno che a turno li libera nel recinto e li coccola.

In quanto volontaria per i cani, il mio compito è portarli fuori, al parco che si trova vicino al rifugio. Ogni cane tutte le mattine gioca in gruppo con gli altri nel patio della struttura, sotto la supervisione dei trainer. Inoltre escono tre volte al giorno individualmente insieme a noi volontari.

Io non ho un percorso tipo, lo adatto a seconda del mio compagno di passeggiata. Ci sono dei cani che amano giocare nell’erba, allora di solito porto un gioco con me e li faccio sfogare, altri magari più vecchiotti che camminano lentamente e apprezzano un momento di riposo sulla panchina con coccole annesse, altri ancora che tirano come dannati e allora cerco di far diventare la passeggiata “educativa”.

agnese-jolie

La mia Jolie ed io, coinquiline dall’ottobre 2006, quando l’ho trovata che vagava per le vie del centro di Roma.

Amo da sempre i cani, ne ho uno a casa e mi sa che presto diventeranno due! Se potessi li prenderei tutti, ma una cosa che ho notato con estremo piacere è che gli ospiti del rifugio non rimangono ospiti per molto tempo. Durante la giornata delle adozioni ci sono sempre molte persone che si aggirano curiose tra le gabbie cercando di capire chi di loro portare a casa.
Ci sono anche delle giornate dedicate all’adozione che hanno luogo nelle piazze dei vari borough newyorchesi, e noi volontari siamo chiamati a dare una mano per gestire il tutto.
Un altro pogramma che adoro è il fosterage, ovvero l’affido temporaneo: possiamo portarci a casa uno di loro per un tot di tempo, e non vi nascondo che molte delle adozioni definitive sono nate da questa occasione.

Cliccando qui potete vedere il profilo Instagram dell’associazione.

Se vivete nella zona di New York e dintorni e volete fare un gesto d’amore adottando, o diventando volontari, potete contattarmi tramite la pagina di Donne che Emigrano all’Estero.

È un’esperienza che vi cambierà la vita in positivo, promesso.

?

man-suitcase

Uomini che emigrano all’estero: stavolta parla lui.

Ebbene sì, mio marito è un nostro lettore, e sicuramente non è l’unico uomo che ci legge.

Mi è venuto in mente di fargli questa intervista perché, in effetti, molte di noi hanno deciso di espatriare in coppia e, raccontandosi, capita spesso di citare i propri mariti. Ma loro, per l’appunto, che cosa ne pensano della loro vita di expat?

Prima di tutto ve lo presento, si chiama Daniele e ha 32 anni. Lo potrei definire senza dubbio un irriducibile dell’espatrio: a 24 anni ha capito che Roma gli stava stretta, l’Italia in generale gli stava stretta, e che se avesse voluto approfondire le sue due passioni – l’inglese e l’ingegneria informatica – era il caso di fare la valigia e partire. Essendo anche un capricorno non è certo andato all’avventura: dopo una serie di curricula inviati a Dublino, seguiti da vari colloqui, è stato assunto da un’azienda di giochi online ricoprendo la posizione di sviluppatore. Questo ha segnato un punto di non ritorno che, a distanza di otto anni, ci ha portato a vivere a New York.

daniele-dublino

Ma perché proprio Dublino?

All’epoca Dublino era il centro dell’informatica europea se consideri che c’erano tutti i grandi nomi come Microsoft, Apple, Twitter, Facebook, Google, erano proprio tutti lì.

Basta così? Non ti importava niente se la città era brutta, bella, piccola, grande, sporca, pulita, vivibile o no?

(questa è una bella domanda)
No, non mi importava, nonostante non la conoscessi bene. C’ero stato solo una volta per quattro giorni e l’unica cosa che ricordo di quel viaggio è la puzza di cipolla e una lasagna liquida che avevo mangiato in un ristorante pseudo italiano. Non avrei mai pensato che potesse essere il posto giusto per me, anche se in realtà ad essere sincero una certa attrazione l’ho provata, sopratutto per l’atmosfera cupa che si respira, probabilmente dovuta alla storia turbolenta vissuta dall’Irlanda. Sembrava, come dire, un posto vissuto.

Che cosa hai provato nei confronti dell’Italia durante i tuoi tre anni di permanenza a Dublino?

Inizialmente c’è stata una fase di elaborazione del distacco, mi sono ritrovato a provare un ampio raggio di emozioni nei riguardi dell’Italia: c’e stato l’odio, il disconoscimento, la necessità di staccarmi dalle mie vecchie abitudini e dalla mia cultura, c’e stata la nostalgia, e anche l’indifferenza a volte, che forse è la parte più equilibrata dello spettro di emozioni che ho provato. Quando dico indifferenza non vuol dire che ignoravo tutto, ma semplicemente percepivo che io stavo andando avanti con la mia vita in Irlanda e l’Italia andava avanti da un’altra parte. Era come se fossi una persona che per uno strano caso parlava italiano.

Dopo tre anni hai lasciato Dublino sempre per questioni lavorative, avevi ricevuto un’offerta di lavoro irrinunciabile e così hai traslocato a Londra. In che modo questa scelta ha condizionato la tua vita?

A Londra sono cresciuto, mi sono sentito più maturo. La differenza tra Dublino e Londra è enorme, nella cultura, nelle persone che vivono la città, nel modo in cui i problemi vengono affrontati, nella stessa dimensione della città. Dublino, quando ci vivevo io, aveva 600.000 abitanti ed era all’apice della crisi economica che ancora adesso condiziona il suo presente, Londra invece è sempre stato un centro finanziario attivo e pulsante e conta sette milioni di persone. Ovviamente il paradigma di vita è differente.

Come sei riuscito, se ci sei riuscito, a viverti gli affetti da quando vivi all’estero?

Dublino sotto questo aspetto è fenomenale perché è una città di expat e quindi le amicizie e anche gli amori avvengono in una maniera molto spontanea; c’è sempre questa grande apertura nei confronti degli altri.
In più essendo l’Italia molto vicina da raggiungere era praticamente impossibile perdere di vista gli amici di sempre.d-a-brooklyn bridge
A Londra, nonostante alcuni pensino che la città e le persone siano fredde, ho trovato il calore delle mie coinquiline con le quali mi è sembrato di rivivere un “Friends” britannico. Queste sono state le uniche certezze in termini di affetto perché il lavoro chiedeva così tanto in termini di tempo e viaggio che sarebbe stato impossibile vivere ulteriori esperienze. A questo proposito, dopo due anni di vita frenetica londinese, per la prima volta mi sono chiesto: vale la pena tornare in Italia per riappropriarmi della mia vita e mettere su famiglia?

Ok, adesso svelo a tutti che ne è valsa la pena perché, dopo esserci rincontrati, ci siamo sposati ❤ Ma dopo il nostro matrimonio, non avendomi sposato a caso, l’intolleranza ai soliti problemi italiani si è raddoppiata ed i curricula sono volati oltreoceano, fino a raggiungere New York, città della quale ci eravamo perdutamente innamorati durante il nostro viaggio di nozze. Come ti sei sentito prima di partire?

Come per Dublino, non avevo una grande conoscenza pregressa della città. Ho viaggiato spesso per lavoro negli Stati Uniti e per questo l’unica mia certezza era che sarei rimasto saldamente in Europa. Invece sono bastati quattro giorni per realizzare che questa grande anomalia americana chiamata New York avrebbe potuto fare per me. All’inizio mi sono sentito affascinato e sopraffatto da questa città, ma è bastato poco tempo per smaltire lo shock di un passo così lungo. Per una persona che vive e ragiona alla velocità della luce, New York è la città ideale in cui sentirsi amalgamati.

d-a-w-ny

Per me si trattava del primo vero espatrio. Cosa hai provato nei miei confronti? Eri preoccupato? Adesso hai la possibilità di dirmi quello che non mi hai mai detto.

Non mi sono mai preoccupato dal momento che mi hai detto che New York, dopo Roma, avrebbe potuto essere la tua seconda casa. Questa affermazione è stata la mia bussola durante il periodo che entrambi abbiamo trascorso ad ambientarci. Ho conosciuto New York attraverso le tue descrizioni e sensazioni, perfino attraverso le tue indicazioni stradali, prima ancora di metterci piede. Mi è bastato questo per capire che New York sarebbe stata la nostra città.

[Dietro le quinte: realizzare questa intervista è stato molto divertente, ma anche emotivamente toccante. Ho potuto ascoltare la sua storia ponendomi da un punto di vista esterno e, se possibile, ho capito di amarlo ancora di più.]

Excursus temporale dell’espatrio

Tramite le testimonianze di alcune di noi, abbiamo voluto creare una sorta di “storia dell’espatrio”, che è anche un raffronto tra expat di diverse generazioni. Com’era espatriare 30 anni fa? E 20? E 10? Cosa è cambiato in questo periodo di tempo? Sicuramente la tecnologia, i mezzi di trasporto, le mete scelte ed i luoghi stessi. Attraverso i nostri racconti viaggerete tra Europa, Africa, America del Nord e del Sud; il viaggio sarà anche temporale, perciò preparatevi a provare anche un po’ di nostalgia!


Agnese – USA
•Da Barcellona 2004 a New York 2015•

Barcellona 2004

Barcellona vista da Parc Güell, 2004

Sono nata nel 1987 e la mia prima esperienza di vita in un altro paese l’ho fatta a 17 anni a Barcellona. Per sentire il mio ragazzo di allora (che 10 anni dopo è diventano mio marito) inserivo una moneta da due euro nel telefono pubblico del dormitorio in cui alloggiavo, e siccome il vano che raccoglieva i soldi era stato manomesso, riprendevo la mia moneta e la reinserivo potendo allungare economicamente le mie telefonate da innamorata per ore ed ore. Poi un giorno la voce si è sparsa e quel telefono non ha più avuto pace.
Ricordo che si cominciava a parlare dei voli low-cost, di quanto sarebbe stato facile ed economico riuscire a viaggiare per l’Europa con solo 50 euro per tratta. A me Barcellona sembrava così lontana, addirittura due ore d’aereo o quasi un giorno di nave…

Agnes NJ vista NY

Vista di New York dal New Jersey, febbraio 2015

E poi il vero cambiamento della mia vita: meno di un anno fa quel ragazzo ed io ci siamo trasferiti a New York. Per arrivare qui le ore d’aereo sono dieci e i giorni di nave almeno quindici! Nonostante rimpianga spesso di non essere nata nel 1920 per una questione di stile e musica, mi ritengo fortunata ad essere una di quelle che può fare FaceTime con la mamma durante il tragitto da casa alla metro per “farle vedere quello che vedo io”, che può mandare un video di auguri alla prozia novantenne dalla punta della Tour Eiffel vedendo il suo viso modellarsi in un “OOOOOH” di stupore che vale mille regali;
mi ritengo fortunata nel poter scegliere quale aerolinea prendere per tornare a casa in base a promozioni, miglia, carte-accumula-punti, numero di scali e intrattenimento di bordo, a riempire gli smartphones dei miei amici con gruppi whatsapp nei quali ci manca poco che ci fotografiamo anche mentre ci laviamo i denti (anzi no, abbiamo fatto anche quello) e soprattutto, mi ritengo fortunata perché tramite la mia esperienza posso essere d’aiuto a tantissime persone che leggeranno queste mie parole un istante dopo che avrò premuto “invio”, senza dover aspettare una lettera per giorni e giorni.


Katia – Seychelles
• 2007-2016•

excursus-temporale-seychelles

Vecchia casa tipica seychellese

katia-seychelles

Io sulla spiaggia alle Seychelles nel 2011, con le tartarughe di mare appena nate

Il mio primo sbarco su queste isole fu connotato da un po’ di delusione perché arrivai con il Monsone del Sudest – quello fresco che increspa il mare – e con la marea alta che offuscava la trasparenza delle acque.
Avevo già lavorato su delle isole tropicali nei Caraibi, ma le Seychelles furono presto la scoperta di un mondo fantastico  che si svelava davanti ai miei occhi giorno per giorno: foreste, piante di cocchi tra i più grandi ed antichi del mondo, tartarughe giganti in libertà, rocce granitiche vecchie di milioni di anni ed una popolazione che ancora viveva ai ritmi lenti che si convenivano alle Colonie dell’Impero Britannico e a quelle della Corona di Francia.
Le donne indossavano i cappelli intrecciati di foglie di palma e la domenica mattina, per andare a messa, si riparavano dal sole con un ombrellino. Sulle tavole si mangiava ancora il kari sousouri, il curry di pipistrello e talvolta i seychellesi ti invitavano a partecipare ai loro pranzi o ai loro barbeque. Nella Valle de Mai, la foresta tropicale al centro dell’Isola di Praslin, dove cresce la famosa palma del Coco de Mer, già all’epoca parco protetto, si accedeva tramite una porticina di legno tutta sgarrupata, senza nessuno che ne fosse a guardia.
Poche macchine e poche patenti: tutti si sorprendevano quando mi vedevano guidare un’auto a noleggio!
I clienti che venivano nel resort dove lavoravo soggiornavano  per settimane e si innamoravano delle isole;  restavamo nottate a colloquiare sotto le stelle con un calice di vino in mano.
Poi le cose hanno cominciato a cambiare.
Anzitutto i turisti: sempre più affannati nei loro soggiorni sempre più brevi e compulsivi, sempre meno chiacchierate notturne da quanto il wifi ed i socials hanno raggiunto anche queste latitudini e tolto ogni chance  di una vera socialità. Ma non solo: assieme ai turisti sono cambiati i valori, i ritmi e le abitudini delle isole.
Sempre più spesso i dipendenti degli hotels si recano al lavoro in auto, guidano e si spostano in autonomia, mentre prima i seychellesi andavano per lo più a piedi nelle foreste ed al lavoro ci andavano con il pulmino aziendale che andava a prenderli sotto casa.
Gli expat come me si contavano sulle dita di una mano e rappresentavano una minoranza. Oggi, con il sorgere di tanti nuovi alberghi e di tante nuove  attività commerciali  gli expat sono piuttosto numerosi e non ci si conosce più tutti come prima. La competizione sul lavoro è molto forte e sempre meno spazio viene lasciato alla convivialità tra colleghi.
La Valle de Mai è diventato un centro di ricavi iper-efficiente, con visite guidate, caffetteria e museo annesso. I seychellesi cercano di adeguarsi ed oggi se vuoi andare a mangiare nelle loro case devi pagare. Loro poi non mangiano quasi più il pipistrello ma preferiscono gli hamburgers e le patatine fritte.
La cosa curiosa è che qui si ha la percezione che il tempo passi più velocemente che altrove. Nove anni di Seychelles  equivalgono a quaranta dei nostri in Europa: in pratica ho assistito allo sviluppo di un intero paese come chi, reduce dalla seconda guerra, si è ritrovato a vivere da un’Europa coperta dalle macerie ai baldanzosi, quanto fittizi, anni 80′ dove si credeva che lo sviluppo non avesse mai fine. 


Luigina – UK
Un nuovo millennio a Limerick•

Cork Street 1999

Cork Street, 1999

Limerick From Castle

Vista di Limerick

Alla fine del 1999 mi accinsi al mio primo espatrio “a lungo termine” (che per me significava più di un mese) verso Limerick in Irlanda, senza sapere nulla del paese e della città dove sarei andata a vivere. Per fortuna già parlavo inglese molto bene grazie alle mie esperienze precedenti negli USA. Gran parte dei soldi ricevuti come regali di laurea finirono in un biglietto aereo (comprato ovviamente non su internet ma al Centro Turistico Studentesco) da Fiumicino a Shannon, passando per Parigi CGD, dove mi persero la valigia con quasi tutti i vestiti. Quando me la ritrovarono, la spedirono a Shannon e un tassista doveva consegnarmela a casa. Finì per portarla alla casa sbagliata, visto che c’erano due porte con lo stesso numero civico sulla stessa strada: fu un primo assaggio degli eccentrici indirizzi irlandesi!
L’Irlanda tra il 1999 e il 2000 era appena all’inizio del boom economico conosciuto come la “Tigre Celtica”. Limerick è una delle città irlandesi dal passato più difficile, e ancora lo si vedeva chiaramente. Lungo le strade della città si vedevano palazzi con l’intonaco scrostato, e le bellissime facciate georgiane erano per la maggior parte sporche e mal curate. Mi colpì moltissimo il mercato di Limerick (che ora è completamente trasformato): un quadrangolo secolare di edifici di pietra grigia e all’interno pile di cassette di frutta e verdura ancora carica di terriccio; grandi forme di pane nero, burro e formaggio. In autobus per andare al lavoro al campus universitario passavamo accanto a un campo verdissimo pieno di mucche.
Molto presto i campi vennero sostituiti dai “retail parks” e da file e file di villette tutte uguali. L’università sembrava uscita da un altro universo: nuovissima, tutta vetro e cemento, con prati curatissimi, sculture e una grande sala da concerti. Era il segnale che qualcosa stava per cambiare.  Comunicavo con la famiglia tramite un oggetto che adesso è quasi da scavo archeologico – la scheda telefonica internazionale, e chiamate dai telefoni fissi. Lentamente tutto fu sostituito dalle email, dopo aver insegnato ai miei come aprire e usare un account. Gli amici si sentivano per email e per darsi notizie importanti ci si dava appuntamento davanti al telefono fisso a ore improbabili per spendere meno. Arrivavano da casa anche molti pacchi pieni di rifornimenti, visto com’era difficile trovare ingredienti italiani…E pensare che ora si trova di tutto! Nel corso di un anno dal mio arrivo, con i soldi della “Tigre Celtica” arrivarono palazzi di appartamenti nuovi, auto nuove, gadget tecnologici, vacanze in Spagna e Francia con Ryanair, e catene di negozi, ristoranti e migliaia di stranieri arrivati a lavorare o studiare nella “Tigre”. E così l’Irlanda smetteva di essere il parente povero d’ Europa. 
Intorno al 2007, un crollo economico durissimo ha spazzato via imprese, negozi e famiglie. Alla fine ha spazzato via anche me: nel 2012 ho lasciato L’Irlanda dopo 13 anni, portandomi dietro il mio compagno ma lasciando lì amici che sono per me come una famiglia. Per fortuna adesso ci sono FaceTime, Facebook, Instagram e quant’altro!


Margherita – Irlanda
•Un salto lungo 13 anni•

The Shelbourne Hotel Dublino 2004

The Shelbourne Hotel, Dublino 2004

Ponte della Pace, Derry

Ponte della Pace, Derry

Sono emigrata per la prima volta nel 2003, destinazione Dublino, Irlanda e mi sembra di ricordare che il costo del volo, anzi dei voli (Bergamo Londra Dublino) fosse circa 50-60€, anche se poi Ryan Air si è  rifatta con i, circa, 150€ di bagaglio in eccesso (quando ancora si viaggiava con mezza casa in valigia) che mi son portata dietro.
Scelsi Dublino perché all’epoca chi voleva andare all’estero per imparare l’inglese, o migliorarlo, optava per Londra, io invece non volevo ritrovarmi ad imparare l’inglese in mezzo agli Italiani, quindi decisi di provare l’esperienza irlandese completamente inconsapevole di due dati di fatto:
1. Dublino era piena di italiani.
2. Dublino era una delle città più care d’Europa, se non la più cara al momento.
Non cambierei nemmeno una virgola se potessi tornare indietro, ma devo ammettere che questo genere di errori ora li avrei pagati molto più cari.
A quei tempi giravo con un Nokia 2100, uno di quei, normalissimi ed innovativi allo stesso tempo, cellulari che mandavano messaggi, facevano telefonate e forse, se non ricordo male, ti davano la possibilità di giocare a Snake.. (Ma è facile che mi stia confondendo). Insomma gli iPhone erano pura fantasia, Skype, Viber, Whatsapp pure. Chiamavo mia madre ed i miei amici da dei preziosissimi call center, nei quali spesso mi rinchiudevo per ore, in cubicoli maleodoranti e dove la privacy urlava GIUSTIZIA PLEASE, perché ovviamente sentivi tutto ciò che il vicino diceva ai suoi cari (spesso in un’altra lingua per fortuna), e viceversa.
Vivevo a due passi dal prestigioso hotel in cui lavoravo “The Shelbourne”, pagavo 540€ mensili per una stanza grande quanto il mio bagno attuale, pochissimi metri quadri, con un finestrino grande come quello di una macchina che si apriva solo in modalità basculante quindi il riciclo dell’aria non era dei più veloci. Vivevo in un palazzo circondato da pubs quindi il weekend era vivace per non dire rumoroso… Sopratutto le notti… Ma sono stati due anni meravigliosi, in cui ho migliorato il mio inglese ed ho incontrato l’uomo della mia vita, un Irlandese Doc nonché padre dei miei due bimbi. Già quando, nel 2005, abbiamo lasciato Dublino le cose iniziavano a cambiare in peggio, l’Hotel chiudeva per ristrutturazione e cambio gestione e non riassumeva nessuno del vecchio staff, eravamo abituati a troppi privilegi d’altronde.
Dal 2007 viviamo a Derry, nell’Irlanda del Nord. Quando siamo arrivati qui le scelte in campo professionale erano varie e i datori di lavoro facevano a pugni per trovare staff. La domanda era alta, i salari più bassi, molto più bassi di Dublino, ma il costo della vita più sostenibile.
Durante questi 13 anni i cambiamenti non sono stati solo positivi (avvento di Internet, degli iPhone, delle nuove compagnie low cost); la crisi ha colpito anche l’Irlanda, il mercato immobiliare è crollato e si è portato dietro tutto. Quella stessa crisi qualche anno più tardi è arrivata anche qui al Nord , e qualche strascico è tutt’ora visibile, mentre Dublino di nuovo pullula di occasioni. Adesso qui non è così semplice trovare lavoro, e non si ha alcuna possibilità se il livello d’inglese è penoso come lo era il mio 13 anni fa. Sono più selettivi anche con gli stranieri. Prima davano sostentamento a tutti, se arrivavi dall’estero e non lavoravi per mesi avevi diritto al Dole (una sorta di disoccupazione), ed altri benefit, adesso, per fortuna, queste cose non esistono più (e dico per fortuna perché molta gente se n’è approfittata). Nonostante ciò, il futuro dei miei figli Italo-Irlandesi lo vedo qui. Mi sento più sicura a farli crescere in Irlanda, magari saranno loro i prossimi expat della nostra famiglia, e chissà se scriveranno per il sito “Uomini che emigrano all’estero”? 


Daina – Messico
•Dalla fredda Olanda al “cielito lindo” messicano•

Daina Olanda

In Olanda, il mio primo espatrio

Daina Messico

In Messico, oggi

La prima volta che sono emigrata, tanti anni fa, l’avevo fatto per amore… ero andata a vivere ad Amsterdam ad inseguire l’Olandese volante (ovvero il mio moroso di allora).
Era il 1993, non c’era ancora l’Euro, né la Comunità Europea. Io ero considerata né più né meno dei migranti Africani, Indiani o Sudamericani… Come loro dovevo fare la fila ogni 3 mesi alla Vremdelingenpolitie (solo il nome mi faceva tremare i polsi…) e sottostare a lunghi e insolenti interrogatori per rinnovare il mio permesso di soggiorno; sarà per quello che sono solidale con ogni migrante.
Moltissime cose sono cambiate da allora. Le comunicazioni prima di tutto, allora si usavano i primi “telefonini” (grandi e pesanti come mattoni) e di certo comunicare con famiglie e/o amori lontani era molto piu’ difficile e costoso! Figuratevi che, prima di andare a vivere in Olanda, comunicavamo scrivendoci lunghe lettere su carta, usando una penna e spedendole per posta con busta e francobollo! Cosa di cui ho una certa nostalgia…
I viaggi poi… si facevano in treno! In cuccetta sugli Euronotte. Non c’erano voli low cost, e l’aereo era ad appannaggio dei ricchi.
Adesso potrei lavorare tranquillamente in Olanda senza chiedere permesso di soggiorno, non dovrei cambiare valuta ogni volta. Potrei andare e tornare da Amsterdam in 3 ore, con meno di 80 euro. Invece no, tanto per non farmi mancare problemi sono emigrata in Messico! Ma sono felice così! Quello che mi pesava di più dei Paesi Bassi era il clima: freddo, piovoso, grigio, 11 mesi su 12. In Messico ci sono mille difficoltà da superare, e di ore di volo ce ne vogliono almeno 13. In compenso si trova il wi-fi gratuito ovunque e posso fare Skype con mia figlia e nipotina (che vivono ad Amsterdam) ogni giorno, e farle ammirare il “cielito lindo” Messicano.


Maria – Finlandia 
•un amore senza tempo•

MAria-finlandia

Con Olli, all’inizio della nostra relazione

maria-finlandia

Con Olli, oggi

Quattro anni fa sono riuscita finalmente a vivere in Finlandia, con il mio fidanzato Olli, e a restaurare assieme una casetta unifamiliare, in legno colorato con giardino. Il mio avvicinamento alla Finlandia è stato graduale e continuo per lunghi anni. Dapprima essa mi appariva come un sogno lontano e splendido; poi c’è stato il mio primo incontro con la Scandinavia e con Olli: il mio uomo finlandese. Le vicende della vita mi avevano poi allontanata da lui, tanto vicino a me con lo spirito, ma lontano geograficamente. Negli anni ottanta si poteva restare in contatto solo per lettera o per telefono. Le lettere le scrivevo a mano o con la macchina da scrivere, pigiando con forza sui tasti; esse impiegavano una settimana per arrivare a destinazione. Nel 1986 ci fu l’entusiasmo del mio primo viaggio lassù, in treno, assieme al mio fidanzato italiano Benny; Olli ci ospitò in Finlandia e ci fece da guida. A quei tempi il treno era il mezzo più conveniente, il viaggio fu molto interessante ma anche interminabile attraverso la Germania, la Danimarca e la Svezia, utilizzando tutta una serie di traghetti e di navi per passare nei diversi Stati. Facemmo sosta in molte città, apprezzammo molto i servizi di prenotazione degli alberghi, i carrelli e le cassette per i bagagli, i pasti veloci nei grandi magazzini: allora tutte cose rare in Italia. Benny fu entusiasta del sistema scolastico finlandese, oggi come allora considerato ovunque molto efficiente, quando il suo “amico e collega insegnante Olli ” gli fece visitare la sua scuola. Facemmo un escursione al Circolo Polare, ascoltando cassette di musica italiana sull’autoradio. Il cartello sulla linea artica era in sei lingue; ora nello stesso punto, a dimostrazione della diffusione dell’inglese in ogni campo, il cartello è solo bilingue: “Napapiiri” in finlandese e “Arctic Circle”. Sposai Benny, che purtroppo qualche anno dopo morì improvvisamente. Lentamente, ma decisamente, mi riavvicinai ad Olli, ed alla sua terra: allora le distanze si erano riavvicinate, potevo comunicare con lui virtualmente via computer, cellulare e Skype. Ritorno spesso in Italia, soprattutto quando il freddo scandinavo è troppo intenso. Da Helsinki molti voli, a buon prezzo, mi portano in due ore a Monaco di Baviera e da qui un treno diretto mi porta a Trento. Anche in macchina il percorso è più agevole e più facile: si usa il navigatore e due ponti collegano la Danimarca alla Germania ed alla Svezia. Ho ora la splendida sensazione di sentirmi ugualmente italiana e finlandese, con lo stesso amore e la stessa consapevolezza: un sentimento che trasmetto anche al mio fidanzato, che pure comincia a sentirsi per metà italiano.

bagno-nyc

Il mio bagno newyorchese

Sì. Il mio bagno newyorchese merita un post tutto suo.

Noi donne, si sa, passiamo parecchio tempo in bagno, a volte perché trucco e parrucco -e tutto quello che c’è dietro- richiede tempo, a volte solo per estraniarci dagli altri coinquilini.IMG_2713

Quando stavo cercando casa, la prima cosa che guardavo era proprio il bagno. Se notavo la presenza di muffa, o il silicone intorno ai sanitari era annerito, o addirittura le tubature erano esposte e gocciolanti, l’intera casa era da scartare. Non importava se la cucina era nuova, il parquet levigato, oppure se gli armadi erano grandi abbastanza da permettermi di appendere sia i miei vestiti che quelli di Daniele: la casa era indiscutibilmente da scartare.

Partiamo dal principio: nel bagno newyorchese non c’è il bidet. E non ci si abitua, ve l’assicuro. Quelle che dicono che ormai non ci fanno più caso in realtà stanno mentendo spudoratamente per non far trasparire l’immensa desolazione data dall’assenza del suddetto. Anzi, credo che gli psicologi dovrebbero riconoscere la “sindrome da assenza di bidet” che affligge tutte le donne italiane che emigrano in paesi dove l’oggetto in questione non esiste, e se gliene fai vedere uno in foto credono che sia l’abbeveratoio del gatto. In realtà ho scoperto che noi italiane non siamo le sole a soffrire di questa sindrome, anche le donne giapponesi ne risentono parecchio. Durante la mia parentesi londinese ne ho conosciuta più d’una che, una volta entrate in confidenza, mi ha confessato quanto fosse terribile non solo vivere senza bidet, ma non avere neanche il copriwater di pelo da apporre durante l’inverno per non gelarsi le chiappe.

L’assenza di bidet, inoltre, fa sì che il bagno sia ancora più piccolo del normale. Il mio, per esempio, misura 2,7 m².

IMG_2745Alterniamo, però, una cosa negativa ad una positiva: lo scarico del water si trova proprio sulla tazza, è chiuso e può essere comodamente usato come un ripiano. Avendolo vicino al lavandino ci ho posizionato una bella scatola con trucchi, creme ed accessori per i capelli, in modo da averli a portata di mano. A mio marito invece ho destinato un piccolo porta oggetti che abbiamo messo sotto il lavandino, ma sto iniziando ad invadere anche quello!

Altra caratterista fondamentale del bagno newyorchese è il mobiletto a specchio di un centimetro di spessore che ci entrano giusto i blister della tachipirina messi per verticale. Ogni volta che lo apro mi sembra di vivere nei Roaring Twenties, e mi aspetto di trovare preparazioni galeniche dentro a bottigliette di vetro, insieme a sonniferi e gocce di laudano per sonni tranquilli.
Proprio sotto il mobiletto a specchio, ad incorniciare il lavandino, ci sono i due immancabili porta saponetta da una parte e porta spazzolini dell’altra. Anche questi due accessori mi riportano indietro nel tempo, precisamente agli anni ’40, quando c’erano le saponette fatte in casa e gli spazzolini tradizionali. Adesso tra Silkepil, Clarisonic e OralB elettrici mi servirebbe una mensola con gli attacchi USB!

Passiamo alla vasca, così piccola da non poterci fare il bagno ma troppo grande per poterla chiamare doccia. Il rubinetto è chiaramente maschilista: spruzzo unico e dall’alto, tanto per rimarcare che lavarsi accuratamente le parti intime è superfluo. Prima ancora di aver comprato i mobili l’ho cambiato, mettendo al suo posto una bella doccia a braccio. Tiè.

Last but not least la famigerata grata. Lei mi fissa dall’alto, con i suoi buchini pieni di polvere, avvolta da un’oscurità profonda; lo so che è la casa di qualche animale che prima o poi mi verrà a trovare, ma io non mi faccio fregare: adesso spengo il computer, mi alzo e la vado a murare.

La sposa italiana

È ormai noto che senza un visto non è possibile entrare negli Stati Uniti; quello più comune, e anche il più semplice da ottenere, è l’ESTA, ovvero un permesso di soggiorno turistico che concede una permanenza di massimo 90 giorni. Tutti gli altri visti, che qui chiamano visas, vengono rilasciati a seconda dello scopo per il quale si intende trasferirsi -sempre temporaneamente- negli States.
agnese visa approved
Io sono qui con un H4, anche detto “visto sposa”, ottenuto conseguentemente all’H1B di mio marito, ovvero un visto lavorativo di tre anni. Prima di partire mi sono informata molto sulle possibilità lavorative nel mio campo, e sono stata molto felice quando ho scoperto che, grazie ad una legge passata a Maggio 2015, i possessori di H4 avrebbero potuto lavorare, possibilità che che prima non era ammessa. Così, una volta arrivata a New York, anche detta “la terra delle opportunità” mi sono subito attivata per cercare una chance di lavoro nel campo dell’editoria.

A pochi giorni dal nostro arrivo siamo andati all’ufficio centrale per iscriverci come residenti e avere un Social Security Number (un codice numerico che identifica la posizione fiscale), e lì la triste scoperta: l’impiegata mi ha gentilmente spiegato che, secondo quella legge del Maggio 2015, io sarei abilitata a lavorare solo se facessi richiesta di Green Card (quindi di un visto permanente) e successivamente pagassi una tassa di $380.

La burocrazia italiana è strana e complicata, ma anche quella americana non scherza!

Scoprire che la mia istruzione e il mio valore professionale è subordinato ad una tassa non è stato piacevole, e non lo è stato neanche vedermi negata l’apertura di un conto in banca, o la possibilità di avere una carta di credito, di prendere una casa in affitto, di fare una internship e persino di avere un abbonamento telefonico.


poster-316690_1280Senza contare il fatto che non poter lavorare comporta un disagio non solo evidentemente economico, ma anche psicologico. Ho passato giorni molto tristi, mi sono sentita inutile, ho pensato di aver fatto una scelta di vita sbagliata, mi sono sentita come le donne degli anni ’60, quelle casalinghe americane rinchiuse nella gabbia dorata di cui parlava Betty Friedan nel suo saggio femminista; poi ho preso una decisione, ho capito che dipendeva solo da me non lasciare che questi giorni d’attesa passassero come una perdita di tempo e li ho trasformati in una possibilità da dare a me stessa dedicandomi a quello che più mi piace, in attesa di potermi fare strada nel mondo del lavoro.

Vivere qui è senz’altro un’esperienza che cambia la vita, ma se partite come “spose italiane”, armatevi di pazienza e ricordatevi sempre chi siete e quanto valete!