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Tra biscotti e divagazioni con/su mia madre: il mio compleanno sui tetti di New York

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Lungo la via degli Artisti di Brooklyn

Solo il treno “L”  porta a Williamsburg, quartiere trendy e “cool” di Brooklyn. Chiamato simpaticamente “Billisburg” dai giovani residenti, molti dei quali artisti.

Prima di dirigermi verso il profondo  sud scendo  in Union Square per comprare dei CD alla Virgin. Union Square e’ giovane e fresca. Io la considero una piazza sebbene negli Stati Uniti non esistano le piazze vere e proprie.

La piazza , intesa come centro, come spazio fisico che si sviluppa  attorno ad una chiesa o al municipio, rimane un concetto tutto europeo. Usualmente i ragazzi Italiani si danno appuntamento “in centro”  per un aperitivo .  I giovani newyorker decidono di incontrarsi invece  davanti ad uno  Starbucks, oppure di fronte a Barnes and Nobles , o all’incrocio fra una street e una avenue.

Union Square e’ particolare, variopinta, dinamica, affascinante.

Da un punto di vista archittetonico si presenta  in effetti come una piazza “petite”. Una sorta di piccola arena incompleta, iniziata ,ma mai finita, lasciata li’.

Generalmente, funge da punto di riferimento per   manifestanti, simpatizzanti e leaders di qualche cosa.

Il sabato mattina si trasforma in un luogo piu’ che godereccio dove si raccolgono le bancherelle di un mercato rionale fatto di prodotti organici e tenuto in piedi da venditori ambulanti che espongono la loro merce etnica.

Union_Square_Farmers_MarketLa struttura ad arena attrae vivacemente  gli skaters, soprattutto i principianti ,che  si divertono a sperimentare diversi percorsi , piroette, ed altre acrobazie, mentre scendono a zig zag dai piccoli gradini.

Alla domenica pomeriggio e’ facile trovare gruppi di ragazzi che allietano i passanti con le loro performances artistiche o pseudo tali. Giovani uomini dai corpi flessuosi  ed instancabili che propongono esercitazioni  di break  dance, capoeira, balli latini. Io mi faccio trasportare sempre  da tutto questo subbuglio, da questo crogiolo di lingue e culture, da questa mescolanza di grida, canti e suoni di strumenti musicali.

Mi sembra veramente di trovarmi al centro del mondo, nel mezzo di una comunita’ che si tiene unita al cordone della globalizzazione.

Quando vado a Brooklyn cerco sempre di optare per un look da alternativa, da creativa nevrotica , da scrittrice paranoica, da aspirante attrice, da stilista emergente, da leader girl  di una boy band squattrinata ma trendy.

brooklynOggi rammento un po’ Emily The Stranger, Emily la Stramba, con il mio vestitino corto, le calze a rete, i miei Doc Martins’ fuchsia, il mio anellino al naso, le mie unghie nere, il mio caschetto scuro di capelli stirati meticolosamente con la piastra professionael, lo strato spesso di mascara, e la mia borsa di tela a tracolla color verde militare, con gli orli sfilacciati.

Scendo alla fermata Bedford Street e mi immergo subito nell’atmosfera rarefatta e pacifica dell’artistica comunita’ locale.

Arrivo al Fleahmarket domenicale dove ho appuntamento con Merrill, la mia amica designer che vende raffinate scarpe vintage di produzione propria.

Potrei spingere Merrill  dall’altra parte del globo con un soffio. Un solo soffio. Fffss. Merrill e’ un essere minuscolo e quasi etereo, sembra un uccellino pronto a spiccare il volo. Si muove con un’eleganza naturale, senza fare rumore, aggraziata e composta come una ballerina classica d’altri tempi. Il suo corpo estremamente magro e’ tenuto in piedi da un ammasso caotico, aggrovvigliato e denso di capelli riccissimi , disordinati e scomposti a regola d’arte. Il naso minuscolo dal taglio perfetto e’ bilanciato da un paio di occhi verdi enormi incorniciati da sopracciglia lunghissime e naturalmente arquate.

Un viso struccato che non ha bisogno di aggiungere ne’ colori ne’ sapori artificiali.

Io e Merrill ci siamo conosciute ad uno dei party serali organizzati all’interno del museo di storia naturale ogni primo venerdi’ del mese. Il nostro e’ stato amore a prima vista, abbiamo fatto click da subito, si e’ creata spontaneamente e dolcemente quell’intesa destinata a durare per sempre, e sfociata  rapidamente in un’amicizia senza regole ne’ tabu’.

La sua bancherella si trova alla fine dello spazio interno del mercatino delle pulci.

shoes vintagMerrill se ne sta graziosamente seduta in un piccolo sgabello laccato di rosso , sommersa da una moltitudine di scarpe che odorano di pelle, di tele disegnate, di sogni e di segreti gelosamente custoditi.

Mi vede e si illumina, corre verso di me, mi stringe con le sue braccia sottili, senza carne ne’ ossa, mi saluta con un bacio profumato e una scia candida  di denti al mentoloBellissima. Merrill non sa di essere cosi’ bella.

Secondo me e’  una creatura solo di passaggio in questo girotondo inarrestabile che noi persone normali chiamiamo vita.

A me piacciono le cose belle. Per questo non riesco a staccarmi da Merrill. Le donne non mi attirano sessualmente , per niente. Dopo anni di confuso e divertente  nomadismo in questo pianeta, sono sicura che voglio fare l’amore solo con gli uomini. Anzi, l’idea di essere anche solo sfiorata da una persona del mio stesso sesso, non mi eccita per niente, forse un po’  mi infastidisce persino.

Ma le donne sono molto piu’ belle degli uomini. Verita’ incontestabile. Punto.

Mi soffermo sempre ad ammirare una bella ragazza. La scruto con pedante perseveranza, mi immergo nei suoi lineamenti, contorno idealmente i tratti del suo viso, la fronte , il naso, la forma delle labbra, e poi proseguo verso le linee delle spalle, le braccia, la curva del ventre, le rotondita’ del sedere, non mi sfugge nulla, come se stessi seguendo
una lezione di anatomia e di estetica fuse insieme.

Merrill abita in un loft dismesso posto ad un isolato dal mercatino vintage dove ci troviamo in questo momento.

Capisco subito dalla sua espressione che la giornata non le sta dando molti frutti, si sta annoiando e ,soprattutto, non vede l’ora di sbaraccare, chiudendo un altro paragrafo della sua vita da artista.

Bea, qui oggi non va proprio, davvero, onestamente, direi che tu potresti venire a casa mia, ci beviamo un the’ , ci rilassiamo un pochino e poi vediamo come butta- riesco a malapena a carpire le sue parole perche’ le pronuncia sbadigliando nello stesso tempo.

Aspettavo trepidante che lei me lo chiedesse. Mi prende assai bene l’idea, il suo loft e’ cosi’ fico, fa molto “Brooklyn”.

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Aiuto la mia amica  a riporre le scarpe nei contenitori di plastica rigida trasparente, quelli con le rotelle, quelli facili da trasportare da una street all’altra, quelli che non creano problemi. Pieghiamo le lunghe tavole in legno , infiliamo i cartellini coi prezzi in una busta gialla malmessa.

brooklynMerrill raccoglie i suoi rifiuti,  testimonianze viventi della sua giornata trascorsa lenta e noiosa in questo pomeriggio di inverno.

Ci trasciniamo dietro le pesanti scatole con la merce.

Appena apriamo la porta del loft ci invade un profumo misto di spezie ,  di incenso ,e di erba. I miei occhi si socchiudono di fronte alla luce abbagliante che entra dalle ampie finestre distese lungo  l’intera parete.

Merrill divide questo spazio con altri due coinquilini, che gli Americani chiamano piu’ simpaticamente “roommates”, compagni di stanza.

Individui appartenenti alle piu’ svariate sfere socio-culturali e linguistiche che spesso  finiscono con il diventare anche  compagni di bevute, di abuso di sostanze illecite, di performances sessuali e amorose.  I roomates , come mutanti, si  possono a seconda dei casi trasformare in qualcun altro e in qualcosa d’altro, che ben poco hanno  a che vedere con l’innocente parola italiana “compagno di stanza”.

Mi affaccio come una bimba  ai finestroni del loft per ammirare il panorama. La vista da qui e’ veramente imperdibile, il punto migliore per conquistare  uno sguardo a 360 gradi dell’isola di Manhattan, di quell’isola aldila’ del ponte di Williamsburg.

Si tratta di due diverse prospettive, solo di questo si tratta.

Manhattan e’ concettualmente il centro di New York, il centro dell’ universo anche,  mentre il Queens, Brooklyn e il brooklyn Bronx risultano essere come dei satelliti che orbitano attorno all’isola. Tuttavia, dalle  finestre logore e sporche del loft di Merrill, Manhattan non e piu’ nel mezzo di nulla, non e’ piu’ il fulcro di niente e perde decorosamente la sua funzione di epicentro, mentre e’ uno dei satelliti, in questo specifico caso il territorio di Brooklyn, ad imporre la sua supremazia dall’alto.

Vado in bagno a lavarmi le mani.

Bagno. Solo una parola come un’altra.

Mi aspetta la  tipica toilette vecchio stile, unta e logora, col pavimento dismesso e graffiato, il lavandino segnato da profondi squarci neri e la vasca ovale, col fondo grigio, le piastrelle con le crepe, il soffitto alto e stinto, la maniglia della porta che non funziona piu’ .

Il solo pensiero di farmi una doccia qui mi fa rivoltare lo stomaco.

Sfortunatamente a Brooklyn cio’ che e’ fico, “cool”, non e ‘detto possa essere anche pulito e aggiustato, anzi.

L’acqua scorre fredda, la sfioro con le unghie e poi con le dita e poi con il polso, mi asciugo  le mani strofinandomi sulle cosce perche’ voglio evitare di usare l’asciugamano.

Bagno a parte, in questo loft mi sento cosi’ bene e in pace con me stessa che ne vale la pena.

Tutto vale la pena.

Rimanere con le mani sporche ma essere felice. Felice.

Esco dal bagno,  e Merrill sta gia’ rulllando una canna, se ne sta sdraiata sul divano, inspira un po’ di fumo e poi mi  passa lo spinello.

Andiamo al Surf Bar a farci una sangria – mi propone con la sua voce naturalmente fumosa, che adoro.

Il surf bar resta uno dei miei locali preferiti a Williamsburg dove andare a prendere un aperitivo.

Centra poco o nulla con il resto del quartiere, ha uno stile tutto suo, californiano e marittimo. Al soffitto sono appese  tavole da surf. Tutte diverse una dall’altra. La nota piu’ interessante resta comunque il pavimento, un pavimento che in realta’ non esiste perche’ al suo posto c’e’una distesa  di sabbia, sabbia vera, sparpagliata al suolo. Soprattutto d’inverno, nella stagione fredda,  il surf bar acquista piacevoli connotati di oasi felice, sembra un chiosco di mare, un rifugio in mezzo ad una palude di melma e fango.

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Io e Merrill prendiamo posto al bancone del bar.

Ho questa idea strana che lei condivide con me.

Voglio sempre sedermi al bar quando vado a bere un drink. Non mi va di di stare seduta  ad un tavolo. Mi piace sedermi sugli sgabelli, alti, di legno o di acciaio,  persino sopra a quelli di plastica. Mi sembra di dominare la scena stando posizionata li’,  in alto.

Il contatto con i baristi e’ piu’ immediato e per questo la maggior parte delle volte permette di relazionarsi in modo piu’ amichevole e meno formale.

Trovo divertente spiare gli altri personaggi seduti al banco di un bar. Soprattutto quando sto sorseggiando una bibita in solitudine.

A volte capita anche questo a New York.

A volte mi capita di essere  da sola , di non aver  voglia di rimanere a casa, cosi’   scelgo molto spesso di andare in un pub vicino a dove abito e di stare li’ tranquilla.

In queste circostanze mi trovo ad essere circondata da persone che come me se ne stanno sedute da sole di fronte al banco bar.  Sta a me   decidere se avvicinarmi a loro oppure no, dipende dal mio umore.  Ho  conosciuto la gente piu’ strana e stravagante stando seduta sugli alti sgabelli.

In genere,  faccio subito click con i baristi. Mi basta poco, un sorso di Vodka, un soffio di birra, una bollicina di Martini, Mi  sento subito elettrizzata, rilassata, e comincio a parlare in modo pacato e dolce, mai volgare ne’ appiccicoso. Questa deve essere la mia arma vincente. Dai baristi non ti devi mai aspettare nulla. Abbassare le proprie aspettative sentimentali amorose. Questo e’ il segreto. Chiaramente alcuni baristi   si aspettano una mancia piu’ appetttitosa, percio’ si comportano con le clienti di conseguenza. Ma ormai io ho l’esperienza e l’acume per rendermi  conto da subito se il “bartender” vuole essere ricompensato in moneta o con il mio amore gentile.

Richard e’ il barista di stasera. Al Surf Bar.

Conosco Richard da alcuni mesi ormai. Il  nostro rapporto si e’ mantenuto sempre nei limiti della decenza, eccezion fatta per  qualche sorriso in piu’, e per qualche occhiata ambigua buttata qua e la’ durante le nostre conversazioni di una superficialita’ quasi nauseante,spesso rese ancora piu’ insulse dai parecchi shots di Tequila offerti da lui verso fine serata. Molto generoso il giovane. Il “mio” barista. Fisicamente non è  il mio tipo, lo trovo tuttavia molto carino e tremendamente sexy. Il suo look e’ quello del surfer. Ovvio. Scontato. Mai noioso pero’.

Richard ha i capelli biondi e ricci, lunghi fino alle spalle, gli occhi verdi, una scia di denti bianchi e regolari, una carnagione ambrata e un corpo sottile e robusto nello stesso tempo. Stasera indossa skinny jeans, un paio di scarpe Vans gialle coi graffiti, una maglietta nera con la scritta “ Free Buzz” e una bandana rossa che fa capolino dalla tasca dei pantaloni. Tutto sembra trasandato, buttato li’ , disordinato, eppure  tutto e’ stato studiato nei minimi particolari. Una fashion victim come me lo riconosce facilmente.

Merrill e’ convinta che io piaccia a Richard. Io sono convinta che sia solo una questione di noia. Per esempio, adesso, in questo preciso istante, mi sto annoiando. Allora mi metto a flirtare con lui.

Incredibile come ci si possa annoiare persino in una citta’ multi culturale, multirazziale, iperstimolante e dinamica come New York. Eppure succede. La noia te la porti dentro, non importa dove ti trovi.

Deglutisco la sangria e il bicchiere rimane vuoto. Nel fondo solo i cubetti sfatti di ghiaccio e le fette sottili di frutta.

A questo punto non so mai cosa fare. Cosa inventarmi. Voglio mangiare la frutta ma non riesco a trovare un modo educato e pulito per farlo. A volte provo ad immergere la cannuccia e a  far scivolare i pezzettini dolci lungo la parete bagnata del bicchiere. Nella maggior parte dei casi, fallisco miseramente. Altre volte mi porto con interessante velocita’ il bicchiere alla bocca, lo sollevo, e con la mano colpisco il fondo ,sperando che la frutta si riversi nella mia bocca. Non sempre funziona perche’ di solito il primo ad arrivare e a toccare le mie labbra e’ il ghiaccio rimasto sul fondo, piu’ pesante delle fette di mela. Il metodo migliore sembra essere quello di guardarmi in giro, per assicurarmi che nessuno mi stia osservando, infilare frettolosamente le mie piccole dita nel bicchiere , e rubare cosi’ i pezzetti teneri da ingoiare avidamente. Il tutto deve avvenire a velocita’ della luce prima che qualche spione mi colga in flagrante. Nel caso in cui mi piaccia  il barista devo pero’ cercare un’alternativa piu’ elegante.

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Richard mi piace. Un poco. Non tanto tanto tanto. Un pochino. Non mi sta indifferente.

Cosi’ decido,  semplicemente,  di chiedergli un cucchiaio,  e di adoperarlo in modo civile per raccogliere decorosamente le fette di frutta. Richard mi sorride divertito. Deve avermi beccata mentre cercavo inutilmente di sollevare i pezzetti con la cannuccia. Alternativa numero uno. Divoro la frutta come una bimba iperattiva e affamata. Dai su, andiamo al Galappagos, suonano i New Young Pony Club– mi propone Merrill fra l’ubriaco e il divertito.

Credo che sia l’effetto dell’erba. Merrill la tiene parecchio bene, ma quando comincia a bere poi diventa davvero  selvaggia. -Ok- le rispondo un po’ indifferente. Mi sto concentrando su Richard, porca miseria.

Richard ha intuito le mie intenzioni perche’ mi accarezza il dorso della mano ,  e mi dice: Dai, vi raggiungo piu’ tardi- Non so se crederci oppure no, ma a dire la verita’ poco mi importa.

Io e Merrill usciamo, e ci trasciniamo al Galappagos, ridendo come due stupidine.

Al Galappagos quasi sempre  suonano bands poco conosciute,  sconosciute,  oppure emergenti. La differenza e’ minima per quanto mi riguarda. I Pony Club sono ok. La lady della band ha una voce da folletto dei boschi che ricorda molto la Bijork degli esordi. Nuovo locale. Il Galappagos. Di nuovo il banco del bar.

Io e Merrill sedute. Io che ordino una vodka liscia, lei un dirty Martini. Un tipo seduto a fianco a me comincia a flirtare , ma io non ho voglia. Fammi un piacere, vai ad amoreggiare da un’altra parte, ritardato. Ho solo voglia di  ascoltare della  bella musica adesso, per non  pensare ad altro. Voglio solo la musica.

Mi immergo nelle note, completamente, inizio a girovagare con la mente e l’anima, me ne vado per i fatti miei e non penso piu’ neppure all’amore. O al sesso. Neppure al sesso. Sono come un angelo. Anzi, sono un angelo. Una creatura alata. Leggera. Spirituale. Una creatura assessuata.

Richard e’ di parola, lo vedo entrare calmo e sorridente mentre si scambia un five con il buttafuori all’entrata. E’ proprio carino, inutile negarlo. Ma io non ho voglia.

Non ho voglia di ricominciare a flirtare, di entrare nei miei panni di seduttrice, di assumere atteggiamenti da divetta sexy, di gesticolare con i miei capelli, di accavallare le mie gambe seminude , ne’ di offrirgli  dello humor scadente.

Bye ragazzi, divertitevi, non mi sento molto bene purtroppo , che schifo…mi sa che ritorno ad Astoria...”.-  gorgheggio ,poco convinta, rivolgendomi a Merrill e Richard, mentre sollevo il mio bel sedere e apro rapidamente la borsa alla ricerca della metro card.

Ma come? Io sono venuto qui per te..e tu sparisci-mi risponde Richard, molto languido. Merrill mi conosce fin troppo bene per tentare un qualsiasi tipo di commento. Richard, sono sicura che non sei venuto qui per niente– ribatto calma e suadente. Gli strizzo l’occhio e me ne vado, senza girarmi, senza sollevare il braccio per accennare ad un saluto anche minimo , senza catturare le ultime note di una canzone che non ricordero’ mai piu’.

La fermata della metro e’ distante, ma non ho paura. La zona e’ abbastanza sicura e comunque ci sono ancora un sacco di giovani in giro che stanno facendo baldoria. Stringo forte nel mio pugno la tessera della metro, questo pezzetto giallo di carta semi lucida che mi porta a casa, e non solo. Con la metro io posso andare  dapperttutto, sono libera. Completamente libera. Senza padroni. Senza amanti noiosi.

Le mie sono corse infinite ed interminabili, su e giu’ per l’isola , e per i suoi arcipelaghi.

Non mi sbaglio. Sono sicura che dopo il mio congedo Richard si sara’ sicuramente seduto al banco a flirtare con un’altra ragazza  qualsiasi e probabilmente i due finiranno col fare  l’alba sdraiati sullo stesso letto.

New York e’ anche questo.La citta’ degli incontri fortuiti, delle copulazioni brevi ma intense, di teneri abbracci che il giorno dopo non esistono gia’ piu’.

Meno male. Niente sensi di colpa per stasera.

Adoro questa città.


Racconto facente parte di una collezione di storie autobiografiche newyorkesi “Diario di un filo di perle” scritte dall’autrice Alessandra G. e concesse  per la pubblicazione sul web a “Donne che Emigrano all’Estero”.

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Il Taxi giallo lungo le streets di Downtown

Basta.

Non ne posso piu’.

La festa e’ finita per me. The party is over. Ho ballato tutta la notte. Mi fanno male i piedi. Ho rotto gli stivali. Non ho preso nulla. Non ho fumato erba, non ho sniffato cocaina. Il mio corpo e’ pulito. Sono stanca.

Alan mi accompagna fuori , all’uscita del club, per farmi prendere un taxi. Se lui venisse a casa con me, prenderei la metropolitana, ma lui ha ancora voglia di ballare.

Io no. Io  devo fermarmi. Ad un certo punto devo pur fermarmi. Non voglio che lui si senta obbligato a seguirmi. Alan e’ uno fra i miei migliori amici qui a NY. E’ un messicano. Bianco. E’ un mestizo, e lo dice con orgoglio, quando lo dice. Mi ha spiegato che si chiamano in questo modo i Messicani che discendono dagli Spagnoli.

Io sono europeo , come te. Mi guarda con quel suo viso da bambino, mentre mi parla.

Ha un cervello da persona adulta rinchiuso in un corpo da adolescente. Abbiamo 10 anni di differenza. Io sono piu’ vecchia.  Io sono una giovane donna. Alan sa trattarmi con onesta’ e rispetto, come solo i Messicani sanno fare.

Sento dietro di me la musica proveniente dal club. E’ stata una bella serata, non c’e’ che dire

Il dj e’ stato molto abile ed intelligente, ha saputo dare vita a mixes sorprendenti che invitavano  chiunque a buttarsi in pista. Welcome to the dancefloor, sento ancora questa frase martellarmi in testa.

Mi guardo in giro per cercare di ristabilire un equilibrio fra me e l’esterno.

Il quartiere pullula di locali  notturni ad ogni angolo e lungo le streets principali.

Il giovane e dinamico Soho. Soho, il quartiere trendy e hip di New York City. Adoro Soho. Quando  miParty bicchieri sento depressa, per qualsiasi ragione, a qualsiasi ora del giorno,  io prendo la metro  e mi butto in picchiata a Soho.

Alan e’ l’unica persona che quando cammina con me da un block all’altro di questa citta’ incredibile mi tiene per  mano. E’ persino piu’ basso di me, da vero Messicano. Considerando che  io sono piuttosto bassa, rispetto alla media femminile italiana, la sua statura potrebbe essere realmente un problema. Invece non lo e’. Mi sento molto  sicura quando sono con lui .

Ho visto Alan arrabbiarsi poche volte. In questi casi riesce a costruirsi una forza che proviene dai nervi e dall’interno, non e’ una forza basata sulla prestanza fisica, e’ piuttosto una forza tutta cerebrale.

Ho assistito, mio malgrado, a lotte furiose, fra Alan e qualcun altro.  Alla fine, lui  ne e’ sempre uscito salvo e integro, mentre i suoi avversari hanno sempre riportato qualche osso spezzato.

Alan si accende una sigaretta. I suoi amici che incrociamo per strada si fermano a salutarlo.

Ehi, ciao fratello, proprio un bel party, complimenti, alla prossima, yo…

Giovani newyorkesi del downtown, popolo della notte, alternativi di tutti i colori e di tutte le etnie.

Non frequentano i locali e i bars della  New York bene, quella dell’Upper East Side, e non sfilano nemmeno in  Meatpacking  District dove un drink lo paghi venti bucks, venti dollari.

A New York e’ quasi un dovere  autocollocarsi all’interno di un ceto sociale. Se non lo fai tu, ci pensano gli altri . A New York , quando ti incontrano per la prima volta, non ti chiedono come ti chiami,  ma ti domandano  che lavoro fai. Eppure, io non  riesco a collocarmi da nessuna parte. Sto nel mezzo. Nel mezzo di tante realta’ sociali e culturali. Non posso neppure pormi fra due soli estremi, perche’ sto esattamente nel mezzo di un gruppo fatto di piu’ estremi .

Posso avere qualche soldo in tasca in piu’ rispetto ad altri miei amici, ma nello stesso tempo non ho abbastanza money per potermi permettere un appartamento nelle zone residenziali della citta’.

Abito fuori Manhattan, il che gia’ mi classifica come out of the city, not in the city . Piu’ che un outsider, da un punto di vista della moda e delle tendenze, sono un po’ out of budget. Ma abito da sola, non divido la mia casa con nessuno, sono priva di roomates, per esempio, e questo mi differenzia dalla maggior parte delle persone giovani con le quali esco.

Mi vesto sempre all’ultima moda, ho un taglio di capelli molto trendy, mani e piedi curati e posso permettermi di andare dal medico con regolarita’ perche’ la compagnia per la quale lavoro mi fornisce una copertura assicurativa piu’ che decente.

D’altra parte, non ho abbastanza cash per  vestire Gucci o Prada.

Onestamente, non so se il mio non essere collocata in una casta ben definita sia un problema per le altre persone. Non credo, perche’ tutti quelli che mi conoscono, mi trattano con rispetto, gentilezza e simpatia.

Dopo averci provato con me le prime volte, in modo comunque spontaneo e divertente, e dopo essersi reso conto che io non ci sarei mai stata, solo a questo punto  si e’ reso conto  che possiedo tuttavia  tutte le qualita’ necessarie per poter diventare una fra le sue migliori amiche. Questo mi va piu’ che bene.

Saluto un ragazzo con un cenno della mano ed un sorriso. Stasera, sulla pista del Love, ho ballato con lui una rapida e veloce coreografia  hip hop. E’ un tipo bianco, con i capelli sparati in alto.

Strano. Per me e’ strano ballare hip hop al suono della musica house o techno. In Italia questo non si verifica molto spesso. Qui a New York accade. Tutto e’ possibile.

Alla fine non e’ affatto vero che i giovani  nella Grande Mela si mescolano fra loro…

Le diverse etnie presenti tendono  a starsene fra di loro e a seguire  codici interni al gruppo, in fatto di musica, di moda e di locali da frequentare.

Forsel’unico gruppo dove i diversi colori e i diversi caratteri fisiognomici si fondono  uno con l’altro, mantenendo  un delicato equilibrio, e’ quello degli skaters.

Gli skaters , ragazzi di tutte le eta’ e di tutte le origini la cui presenza e’ massiccia  soprattutto nei quartieri piu’ cool di Brooklyn e che, una volta giunti a  Manhattan , si spostano zigzagando fino in Est Village e nella Lower East Side.

Io  stasera mi trovo a Soho e ho deciso di mescolarmi ai seguaci della musica house. E a quelli che ballano Okinawa_club hip hop con la musica house.

Alan parla  slang e usa espressioni molto crude che ovviamente fanno parte di un linguaggio diffuso prevalentemente fra i giovani. Certi modi di dire non sarebbero adatti ad una giovane donna. Non mi interessa. Se volessi  parlare in modo estremamente sofisticato, uscirei  con altre persone. Stasera ho deciso di parlare meno bene e di sentirmi piu’ libera.

Ti chiamo domani, baby, vai tranquilla, stai attenta, mettiti sulla 6 Avenue e alza la tua bella manina per chiamare un taxi di merda…stasera sei stata una ballerina stupenda, come al solito, come cominci a muovere quel tuo culetto grazioso, e’ fatta….I love you, sweetie… Questo e’ Alan. Un giovane adulto di 27 anni. Il mio migliore amico in questa citta’ dove nulla e’ impossibile. Nato in New Mexico, la sua famiglia si e’ trasferita a NY quando lui aveva solo nove anni. Cresciuto in Bronx, si e’ spostato poi in Queens, dove vive attualmente con sua mamma. Io sono nata e vissuta per 37  lunghissimi anni in un piccolo paese della pianura padana.

Eppure, in questo stesso istante della mia vita e della sua vita, io e Alan siamo accomunati da un’esistenza che sfugge alle classificazioni sociali e culturali della gerarchia newyorkese. Anche lui, come me, non e’  riconducibile a nessuno standard collettivo definito. Non ha nulla dei Messicani scuri che lavorano come sguatteri nelle cucine dei numerosi ristoranti della citta’, e non ha neppure varcato il confine americano a piedi, Alan e’ giunto negli Stati Uniti con un qualsiasi mezzo di trasporto, ha studiato nelle scuole di  New York, ha giocato con  bambini bianchi e con bambini neri, divide ogni giorno soddisfazioni ed insoddisfazioni professionali  con molti colleghi Asiatici, adora il sushi e snobba i tacos.

Io e Alan, a NY , in un mattino di inizio autunno. Una brezza leggera, il profumo del kebab proveniente dai tracks  dei venditori ambulanti. Io, che mi lascio alle spalle il party assordante di un sabato qualunque. Io che voglio andare a casa. A casa mia. Subito.

Do’un’occhiata al mio orologio da uomo.  Indosso solo orologi da uomo. Sono le sei del mattino. Ho freddo. Comincio a camminare verso ovest per incrociare la  6 Avenue, alla ricerca di un taxi. Giallo. Potrei prendere un taxi nero o blu , ma non sarebbe la stessa cosa. I taxi gialli impongono una tariffa standard, quelli scuri fanno parte di compagnie private per cui bisogna stipulare il prezzo  prima di salire. Non ho voglia ne’ di discutere ne’ di contrattare. Non adesso. Sono troppo stanca.

I taxi gialli sono molto piu’ sporchi, vivaci e divertenti. A seconda della tipologia del  conducente, un taxi giallo all’interno puo’ trasformarsi nei piu’ interessanti e svariati contesti olfattivi, visivi e tattili.

Nei week-ends le avenues e le steets di  Manhattan si riempono di taxi, a tal punto che una vista panoramica dall’alto mostrebbe solo una lunga vivace scia tutta gialla.

Riesco dopo pochi minuti ad attirare l’attenzione di un taxi che accosta maldestramente lungo il ciglio della strada.

Il mio taxi giallo. Almeno per stanotte.

I vetri polverosi mi impediscono di identificare subito il conducente. Mi preparo la frase consueta da dire:

Ehi, ciao, devo andare in Queens.

Per alcune ragioni,  a me un po’ oscure, non tutti i taxi gialli si spostano da Manhattan in Queens. Apparentemente, alcuni decidono per scelta di  viaggiare solo all’interno del territorio dell’isola.

Questo e’ un altro dei motivi per cui una ragazza del Queens, come me, a volte puo’ sentirsi leggermente inadeguata, qualche volta persino imbarazzata. Se abiti “in the city”  puoi andare dove vuoi, senza restrizioni ne’ di tempo ne’ di spazio, invece se abiti in Queens, a Brooklyn, oppure nel Bronx, allora no, sfortunatamente a volte devi prepararti ad estenuanti attese  con la mano alzata ,che comincia ad afflosciarsi dopo qualche minuto, per poi infine  cedere all’ennesimo tentativo non andato in porto. A quel punto impari ad odiare  tutti i maledetti drivers dei taxi gialli che non ti danno uno strappo fino a casa.

Apro la porta posteriore e lo vedo. Il conducente. E’ un uomo di colore, non giovanissimo, anzi, potrebbe avere pure 70 anni, posso scorgergli dei capelli bianchi  nonostante la luce opaca  della notte.

New_York_night_during_a_break_in_the_rain_(9492518284)E’ un rasta. Per un attimo mi si gela il sangue. Mi sento paralizzata.

Lui mi risponde che si’, quel mattino, alle sei, mi avrebbe accompagnata fino in Queens, al numero 31-50 della 33esima Street, all’incrocio con la Broadway.

Prima di spostarmi in Queens, appena arrivata a New York, ho vissuto per  otto mesi a Spanish Harlem. Una tragedia. Per me. I mesi piu’ lunghi e terribili della mia vita.

In un pomeriggio di mezza estate, poco prima di raggiungere la palazzina dove abitavo, sono stata derubata da due ragazzini, uno Afroamericano e uno Portoricano. Mi sono rivolta alla polizia, ho dovuto prima identificare uno dei due tipi , in seguito mi sono  recata in tribunale a depositare la mia testimonianza. Tutto cio’ e’ stato di per se’ abbastanza snervante, ma  ho in seguito ripreso la mia vita normalmente.

Una sera di dicembre,stavo rincasando dal lavoro, sono entrata nel mio palazzo,  e un ragazzo di colore mi ha puntato un coltello allo stomaco e mi ha chiesto i soldi e il mio anello.

Era un rasta. Probabilmente fatto, drogato e pieno di crack.

Ho riportato anche quella volta il fatto alla polizia, ma poi non ho voluto procedere oltre. Non ne volevo sapere. Volevo solo che mi lasciassero in pace, Tutti. Dopo lo spiacevole episodio non riuscivo neppure ad aprire la porta del mio appartamento perche’ mi tremava la mano. Da quella volta i rasta mi fanno paura.

Questo  taxi driver e’ un rasta. Di origini giamaicane, a giudicare dal suo accento inglese.

Deglutisco piano, cercando di non darlo a vedere. Di non fargli capire che ho paura.

Mi riesce bene, perche’ il  conducente si volta verso di me, e mi sorride cordialmente.

Allora, partenza! mi avverte il conducente rasta.

Salgo. Mi viene spontaneo afflosciarmi sul sedile posteriore. Lo faccio sempre quando sono stanca. Soprattutto quando sono ubriaca. Mi aiuta a rilassarmi, a dimenticare certe  situazioni tragiche, molto spesso mi aiuta anche a soffocare i singhiozzi  di un amore non corrisposto,   il piu’ delle volte  consumato in un week end veloce e privo di senso.

Il taxi giallo e’ pulito. C’e un odore di buono all’interno, un’ esotica mescolanza di sandalo e di tabacco, di quello prezioso, che dolcemente si congiungono  ad  un’essenza lievemente percettibile di vaniglia. E’ il mio punto di forza.

Riesco a riconoscere odori e profumi ovunque, li memorizzo facilmente dentro la mia testa e la mia anima, e sono in grado di farli rivivere nei miei ricordi, a volte in contesti cosi’ assurdi che non hanno nessun legame con gli ambienti  dove  avevo annusato quegli aromi la prima volta.
Mi sento a mio agio.

Da dove vieni signorina?

E’ il taxi driver che mi rivolge la parola. Non e’ la prima volta. Non e’ la prima volta che un conducente cerca di intavolare una conversazione con me. Anzi, direi che e’ raro il caso in cui un tassista non mi parli, specialmente quando sto viaggiando  da sola. Praticamente, sempre.

Taxi drivers a New  York City.

Di tutte le razze, di tutti i caratteri, popolo della notte che non si diverte e non si ubriaca, che guida e che cerca di sopravvivere.yello cab perfetto

Gli spiego che sono Italiana e  che sono stata trasferita a New York per motivi di lavoro. E bla bla bla.

Quante volte, da quando abito in questa citta’,  ho dovuto raccontare sempre la solita trafila, la solita noiosa pappardella di prassi, senza ne’ emozione, ne’ convinzione, come se parlassi di un’altra persona, ma non di me.

Bla bla bla.

Come e’ andato il party stasera?  Mi chiede ancora.

Il driver, il taxi driver.

Lo guardo bene, lo osservo con i miei occhi interessati. Sono sveglia. L’incontro un po’ traumatico  con lui mi ha resa di nuovo vigile e attenta. Ho dimenticato i miei piedi stanchi e i miei stivali rotti. Il mio  alluce sporge nudo dalla vernice nera e lacerata della pelle della scarpa. Lo vedo fare capolino come il volto vivace di un bimbo che cerca delle risposte ai suoi mille infantili perche’.

Alzo di nuovo il mio viso. Mi sposto la frangetta scura che mi copre il viso. Voglio vedere.

Come e’ andato il party stasera?

Mio papa’.

Quando lo chiamo il venerdi’ dall’ufficio, mentre sto ancora lavorando, mio papa’ mi dice sempre: Fai un buon week-end! Mi raccomando!. Mio padre. Ho cominciato ad amarlo solo da quando mi sono spostata in un’altra citta’. Di un amore ancora aspro e adolescenziale. Il lunedi’ solitamente lo chiamo ancora dall’ufficio,  e lui : Allora, amore, come e’ andato il week-end?.

Un rasta che mi chiede come e’ andato il party. Suona come la voce di mio padre che mi chiede come e’ andato il week-end.

Affetto a  prima vista, in un mattino di autunno.

Cool! – ribatto, un po’ schematica , non ho altro da aggiungere.

Potrei avere detto anche “ganzo” o “fico”. Sto pensando in Italiano, la mia lingua. Non sto pensando in Inglese adesso. Sono ancora troppo scossa emotivamente per pensare in Inglese. Quando  sono scossa, io penso nella mia lingua. Mi aggrappo con le due mani all’orlo della piccola finestra aperta che in tutti i taxi divide lo spazio del conducente da quello del passeggero.

Sembro un pappagallino  un po’ impaurito e stanco,  appoggiato ad un trespolo. Sento la anomala necessita’ di avvicinarmi fisicamente a questo uomo che guida.

Un po’ di musica? e’ lui a riprendere la conversazione e il suono della sua voce e’ pacato e gentile.

Musica. Musica sempre, ovunque.

Non potrei nemmeno immaginarmi di vivere in un mondo senza musica. La prima cosa che faccio
quando rientro a casa e’ accendere la radio, la mia piccola vecchia radio, comprata a pochi soldi in un negozio invisibile di Harlem. La musica mi ha aiutata a sopravvivere in molte situazioni. Le note musicali sono  come una preghiera recitata ad alta voce.  Sono ricordi  idi ambienti familiari e di persone care.

taxi driverLa musica e’ il battito del mio cuore. E’ il profumo del mio corpo.

Grazie alla musica ho imparato ad amare  tutto il mio corpo. Ho imparato a non rincorrere la perfezione fisica con estenuanti digiuni.

Nel mio appartamento di Spanish Harlem ho ballato tante volte da sola, ammirando l’immagine di me
stessa in movimento riflettersi sui vetri scuri delle finestre del salotto. Con questa forma di ballo solitario ho cominciato a piacermi, a rispettarmi e a valorizzarmi. Ho cominciato a voler bene alle mie forme in movimento, alla mia immagine riflessa.

Il mio corpo ha imparato a seguire i diversi ritmi delle canzoni. Si e’ fatto piu’ flessibile, armonioso, scattante e aggraziato. Sono diventata piu’ sensuale. Non riesco a rimanere immobile quando ascolto della buona musica, non ce la faccio.

Perche’ no? rispondo rapida.

Non so cosa aspettarmi. Da questo driver rasta. Non lo conosco. Non provo neppure ad indovinare i suoi gusti musicali.

Immagino ambienti fumosi, locali bassi e poco illuminati, tavolini  rotondi di fronte ad un ristretto
palcoscenico, e nel mezzo un cantante di colore in completo gessato che intona pezzi di jazz. E poi un’orchestrina che lo accompagna  seduttiva e accattivante.

Buena Vista Social Club! lo sento dire.

Ah, Ecco. Non sono affatto sorpresa. Diamo inizio alle danze.

Mentre continua a guidare, il taxista ondeggia la testa al ritmo latino e un po’ melanconico della musica cubana. Queste note sono semplicemente adorabili.

Conosco a memoria le parole delle canzoni dei Buena Vista Social Club. Mi riesce facile e naturale canticchiare in Spagnolo. Lo faccio.

Il driver rasta mi segue, canta a voce alta insieme a me.  Sembriamo due amici al bar. Sto bene. Lui sposta lo specchietto retrovisore per catturare la mia immagine.

Posso vedere riflessi i miei occhi scuri che cantano. Li sento muoversi e ballare vivaci.

Il rasta  mi sta guardando  e cerca di adeguare il suo ritmo al mio. Al ritmo dei miei occhi. Tamburello ambo le mani sulla superficie liscia e appiccicosa del ciglio della finestrella divisoria.

Quattro occhi neri che cantano e che ridono.

Il ritorno alla realta’ e’ un po’ duro. Apro la mia piccola borsetta per controllare di non aver perso nulla , ne estraggo il mio portafoglio preferito dell Diesel e scopro con mio sommo disappunto di essere completamente al verde. Non ho neppure la carta di credito con me. Nulla. Zero. Ho speso tutti i miei soldi stasera. Non ho piu’ nulla.

Shit! Merda! Non ho neanche un soldo per pagare la corsa.

Non ho soldi. Niente.

Non ho soldi, non ho contanti, nulla. Non posso pagarti . Puoi fermarti davanti ad uno sportello bancomat che prelevo dei contanti? gli chiedo un po’ patetica e un po’ rassegnata.

Non e’ la prima volta che mi capita.

Il fine settimana non mi pongo nessun limite. Faccio tutto quello che ho voglia di fare. Spesso spendo i soldi la sera prima e il giorno dopo non mi ricordo nemmeno dove li ho spesi.

Altre volte ho dovuto espressamente richiedere ai tassisti di fermarsi ad uno sportello per farmi prelevare. Alcuni di loro, a questa mia richiesta, si infastidiscono.

I tassisti  Indiani solitamente sono i peggiori. Cominciano a storcere il naso e anche la bocca, imprecano, e  sbuffano, facendomi sentire in colpa per tutto il resto della corsa.

Nessun problema. Riusciremo pur a trovare una banca in questa citta’ dei balocchi, no?  mi dice il rasta e mi strizza l’occhio.

Il taxi giallo danza elegantemente attraverso la griglia di  Manhattan.

Le insegne rosse e blu di una Bank Of America  appaiono ben presto all’orizzonte. A pennello. Tengo il mio conto nella Bank of American. Non devo pagare tariffe aggiuntive per prelievi da banche diverse.

Scendo dall’automobile molto pigramente. Mi volto a guardare il mio conducente.

Mi chiamo Beatrice gli urlo dietro, pronunciando dal nulla questa frase apparentemente  banale  e senza senso.

Ma in  questo momento voglio solo che lui sappia il mio nome. Devi sapere come mi chiamo. Tu. Tu devi sapere. L’uomo solleva il pollice in alto con un cenno di approvazione.

Spero non se ne vada. Non andartene. Aspettami. Non puoi lasciarmi qui.

Ho bisogno di annusare ancora il profumo del tuo sigaro. Ho  bisogno di ballare ancora con i Buena Vista Social Club e la loro  Dos Gardenias para ti…….come vorrei che qualcuno mi portasse dei fiori adesso, per sentirmi meno sola.

Rose rosse per te, ho portato stasera, la ..la …la…

Mi volto a guardarlo. Di nuovo. Per la seconda volta.

Deve aver capito che mi sento persa. Abbassa il finestrino. Mi alza il pollice , mi fa l’occholino e mi fa cenno di ascoltare con le mie orecchie. E io lo ascolto, ascolto il suo consiglio che viene dal cuore.

E posso sentire dal finestrino aperto il battito delle canzoni dei Buena Vista che mi accompagnano  con il loro accento ispanico, che odora di mare e di rum. Raggiungo lo sportello bancomat e mi accorgo che il mio cuore batte forte.

Ho freddo.

Adesso mi giro e lui non c’e’ piu’ . Il mio cuore batte e batte. Tam . Tam . Tam. Non voglio che il mio taxi giallo sparisca. Sto per mettermi a piangere.

Digito il PIN sul display dello sportello.

Ho sempre paura di  dimenticarmi il mio PIN. Un giorno succedera’ . Dimentichero’ anche la mia password, il mio ID, e non esistero’ piu’ alla fine.

Mi chiamo Beatrice. Cerco di ripetermelo ogni giorno. Cerco di ripetermelo anche stasera.

Mi chiamo. Beatrice. Cosi’ mi chiamo. Non andare via, ti prego. Portami a casa. Resta con me..

Recupero le banconote sputate dalla fessura dello sportello. Non so neppure quanto ho prelevato. Soldi , soldi per vivere. Soldi per pagare il mio driver rasta.

Mi volto. E lo vedo. Eccolo li’. Il taxi giallo. E il rasta  sta ancora ondeggiando la testa per tenermi compagnia. Ho trovato Il mio rifugio per stasera. Salgo. Proseguiamo la corsa notturna. Potrebbe avere due ali questo yellow cab.

Attraversiamo delicati e leggeri il Queensboro, il ponte che unisce la citta’ di Manhattan al territorio del Queens. Lui mi parla della sua vita, della Giamaica, di sua moglie e dei suoi figli , e mi chiede di me.

Io parlo di me, della mia vita, dell’Italia, degli spaghetti al pomodoro , del Limoncello e di mia sorella.

Ci lasciamo alle spalle i grattacieli e le sirene della citta’ che non dorme mai.

Non voglio scendere mai piu’ da questo taxi giallo.

Non voglio.


Racconto facente parte di una collezione di storie autobiografiche newyorkesi “Diario di un filo di perle” scritte dall’autrice Alessandra G. e concesse  per la pubblicazione sul web a “Donne che Emigrano all’Estero”.

Yellow cabs night NY