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Il paese più felice del mondo: Costa Rica

Ogni giorno mi scrivono italiani che desiderano trasferirsi in Costa Rica perché hanno letto da qualche parte che questo è il paese più felice del mondo.

La New Economics Foundation di Londra pone infatti da diversi anni la Costa Rica nella lista dei “paesi più felici del mondo”, secondo parametri quali il benessere della popolazione, la salute, l’istruzione, l’aspettativa di vita, la sostenibilità ecologica e l’atteggiamento delle persone nei confronti di ciò che le circonda. Questi parametri vanno ovviamente osservati e ragionati. paese-piu-felice-mondo-costa-ricaChateaubriand scriveva che la felicità costa poco e che se è cara, è di cattiva qualità. Qui gli indigeni che vivono in sperduti villaggi sulle montagne dicono che l’uomo bianco si affanna per “vivere meglio”, inseguendo il potere che deriva dal possedere cose. Loro invece, che non hanno bisogno di colmare vuoti esistenziali, concepiscono la quotidianità e la vita come “vivere bene”, ovvero vivere in maniera che tutti abbiano il giusto e che l’equilibrio governi le relazioni tra le persone e l’ambiente.

Un concetto che più che attrarci dovrebbe farci arrossire. Nel nostro mondo dove “sostenibilità” è un concetto di gran moda, l’idea di comprendere quali siano effettivamente le nostre necessità ancora risulta alla maggioranza qualcosa di arduo e insolubile. Gli individui si ritrovano incastrati nel meccanismo di produzione e consumo del sistema occidentale che pone la persona al centro del mondo e il modello di benessere materiale al centro dell’uomo. Si tratta di un sistema fondato su bisogni indotti e quindi destinato alla perenne insoddisfazione.
In Costa Rica si tenta di essere felici nel significato più vero della parola
. Motivi storici hanno permesso a questo paese di essere un’isola di pace nel fervore di guerre e violenza che per centinaia di anni hanno caratterizzato le vicende politiche delle nazioni confinanti.

Le ripetute ondate migratorie che hanno caratterizzato lo sviluppo sociale di questo piccolo paese nel suo complesso si sono stabilizzate oggi in una forma di convivenza pacifica e tollerante che vede i discendenti degli spagnoli integrati con quelli afro caraibici, con la mano d’opera che inonda il mercato del lavoro proveniente dal vicino Nicaragua e con i nuovi immigrati europei e americani che vedono la Costa Rica come l’oasi per la loro vecchiaia o la possibilità di ricostruire una nuova vita,
basata su nuovi principi.

Un paese senza esercito, che ha investito i fondi degli armamenti in salute e istruzione pubblica, un paese che ha avuto un presidente Nobel per la Pace ed ha trovato la forza politica di incarcerarne due per corruzione, un paese che ha scelto di destinare un terzo del proprio territorio a parchi e riserve naturali, che promulga leggi contro la caccia, gli zoo, i maltrattamenti e le reclusioni degli animali, che possiede la più alta biodiversità del mondo, che produce la quasi totalità dell’energia da fonti rinnovabili e che fonda la propria vocazione all’apertura commerciale sull’ecoturismo.

Un paese disposto a scegliere e lottare per tutto questo. Ecco perché la Costa Rica.

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Italiani all’estero, nostalgici e detrattori del bel paese.

Appena tornata da una breve vacanza in Italia, mi siedo al tavolo del solito baretto gestito da italiani, dove si sfornano pizzette e cornetti vagamente simili a quelli della madre patria, ma dove ogni mattina i nostalgici si incontrano, chiacchierano e discutono di tasse, politica e sport tricolore. Si da un’aggiustatina alla politica italiana e già che ci siamo anche una sistemata alle sorti del pianeta, ma sempre con la vena un po’ sorniona di chi si può permettere di non preoccuparsene più… I nuovi arrivati che si stupiscono o quelli che vorrebbero capire se anche per loro la Costa Rica possa essere lo spazio per una nuova vita, i turisti incuriositi dalla comunità italiana, i vecchi pionieri che ascoltano imperturbabili le lamentele di sempre, insomma tutto un mondo che converge verso l’immancabile espresso di mezza mattina.

La chiacchierata finisce sempre in discussione, i nostalgici rimpiangono e i detrattori disprezzano: la madre patria, in qualche modo, è lì e imperversa senza pietà nelle giornate di quelli che per i più svariati motivi se la sono lasciata spesso solo geograficamente alle spalle.

A chi mancano i vecchi amici, a chi manca il gorgonzola, a chi manca la neve. C’è chi va in Italia solo in vacanza, chi solo per vedere i figli ormai grandi o le madri-che-non-volano, chi invece non la vuole neanche sentire nominare, la patria natia, colpevole di qualche vecchio torto fiscale o giudiziario.

I primi anni all’estero sono stati per me un vero e proprio banco di prova, un’avventura giocata con entusiasmo e senso pratico, voglia di fare e di cambiare. Quando sono partita, ad una vecchia zia mi accusava con malcelato disprezzo di “non avere radici” ho risposto con assoluta serenità di non essere un albero.

Con il passare degli anni e’ aumentata forse un pochino la presenza a me stessa e con essa la sensazione che, per quanto l’ostinato aggrapparsi alle radici continui ad apparirmi una forma di difesa dalle nostre paure più che di vera e propria mancanza di stabilità, non sia effettivamente possibile né sensato sradicare un bagaglio culturale e sociale che da sempre ci identifica,  per quanto un nuovo paese possa essere per noi uno spazio dove ridisegnare noi stesse e la nostra esistenza

A volte mi chiedo se i rapporti sociali superficiali, il carattere un po’ aleatorio delle amicizie che si instaurano all’estero, l’innegabile mancanza di stimoli emotivi e culturali che hanno in qualche modo caratterizzato i miei ormai quasi venti anni fuori dall’Italia, il vivere in paesi dove si sente spesso la mancanza di un buon libro o di una serata a teatro, non siano semplicemente effetti collaterali della lontananza ma veri e propri campanelli d’allarme del nostro essere parte di una cultura molto più forte e radicata di quanto io stessa sia disposti ad ammettere.

Al tavolo mi guardano esterrefatti. Ma come, proprio io, l’entusiasta, l’iperattiva, l’inquieta vagabonda ora intrappolata dalla nostalgia o affetta da sindrome dell’emigrante? Proprio io che accuso il colpo dell’inefficienza, della poca puntualità e dei mille difetti della realtà in cui vivo e la affronto sempre con un sorriso?

Mi ritrovo a sorridere, appunto, di me stessa e di tutti noi, ciascuno diversamente e ugualmente incastrato nella propria italianità. Spirito critico, capacità di osservazione, senso pratico e un’eterna, intramontabile serena certezza che, in fondo, come noi, nessuno.