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Famiglia è…

Qualche mese fa stavo facendo un giro sulla mia bacheca di Facebook e tra le notizie condivise dai miei contatti mi è capitato di leggere della battaglia legale che due ragazze quasi mie coetanee stavano affrontando.
Le analogie tra di noi tantissime: italiane, espatriate qui a Barcellona e sposate in Catalunya come me e Sara.
La loro storia mi ha colpito e ho perciò deciso di contattarle per intervistarle e per potervi raccontare la lotta che stanno conducendo attraverso le loro stesse parole: ho il piacere di presentarvi Marta Loi e Daniela Conte, due donne expat, cagliaritana l’una e napoletana l’altra, che, diventate mamme, si sono trovate a doversi scontrate con il vuoto legislativo che circonda i diritti civili in Italia e che, con coraggio, hanno combattuto per il loro piccolo Ruben.


  • Cosa vi ha condotto a Barcellona e come è iniziata la vostra storia?

Marta: “Principalmente ci sono state due motivazioni. Cercavo lavoro e in Italia non c’erano molte possibilità, quindi ho deciso di provare qui. E d’altro canto sentivo la necessità di cambiare aria e di vivere in una città con più stimoli.”

Daniela: “Avevo voglia di “cambiare aria” e continuare la mia formazione artistica. Sono partita a 30 anni, un biglietto di sola andata… E in valigia la macchinetta del caffè e la bandiera del Napoli!”

Marta: “Ci siamo conosciute quasi 3 anni fa, durante un evento che io organizzavo. Lei ha partecipato con un numero di clown bellissimo, mi ricordo che ho riso tantissimo. Quando l’ho vista ho subito pensato che fosse molto bella, ma non era il momento giusto per dirle niente. Eravamo in pieno evento e stavamo facendo ognuna il proprio lavoro. Una settimana dopo ho convinto due amici per andare a vedere un altro suo spettacolo e il giorno dopo le ho chiesto di uscire. Lei ha accettato e ci siamo viste quella stessa sera. Abbiamo parlato sino a tardi e ci siamo salutate, lei partiva per Napoli per un mese. Ci siamo riviste al suo ritorno e piano piano ci siamo innamorate.”

  • E poi è arrivato il desiderio di allargare la vostra famiglia…

Marta: “Siamo andate a convivere dopo qualche mese di relazione stabile e poco a poco abbiamo iniziato a parlare della possibilità di avere un bimbo. Abbiamo valutato vari aspetti, ma soprattutto avevamo e abbiamo molta fiducia nella nostra unione. Ci appoggiamo e rispettiamo in tutto e questo ci è sembrato una buona base per allargare la famiglia.

In Spagna ci sono stati dei tagli nel settore della sanità pubblica ma comunque l’inseminazione artificiale è molto frequente, sia per coppie etero, che per coppie di donne, che per donne single. Lo stato copre 4 tentativi gratuiti per donne al di sotto dei 40 anni.
Dopo alcune visite ginecologiche e una piccola stimolazione ormonale, il 5 novembre 2014 abbiamo fatto il primo tentativo e Daniela è rimasta subito incinta.”

  • Ruben, alla sua nascita, ha ottenuto entrambi i vostri cognomi, secondo la legislazione spagnola, ed è stato per alcuni mesi apolide. Cosa è accaduto e che tipo di difficoltà avete dovuto affrontare?

Marta: “La Spagna ha registrato la sua nascita ma non poteva dargli un documento di identità, perché essendo figlio di una donna italiana, è italiano a prescindere dal luogo di nascita. Quindi abbiamo richiesto la trascrizione dell’atto di nascita in Italia e sono iniziati i problemi. Sia per il doppio cognome ma soprattutto perché risultava figlio di due donne su tutti i moduli spagnoli che abbiamo allegato alla richiesta.

Inizialmente questa trascrizione sembrava impossibile, il consolato ci ha spiegato che altre coppie di donne nella stessa situazione, avevano messo tutto nelle mani di avvocati e dopo mesi di attesa avevano ottenuto la trascrizione e il documento di identità che ne consegue.Famiglia

Non potevamo nemmeno pensare di rimanere bloccate in Spagna per chissà quanto tempo. Dopo un mese di lotte e denuncia della situazione, il sindaco di Napoli ha deciso di trascrivere l’atto di nascita rispettando quello spagnolo. Quindi ha riconosciuto legalmente anche me come madre di Ruben. Purtroppo poco tempo dopo il prefetto di Napoli ha parzialmente cancellato la trascrizione, allegando sostanzialmente che per la legge italiana io non sono nessuno. Il comune di Napoli ha giá fatto partire il ricorso al Tar e noi stiamo preparando il ricorso al tribunale ordinario.”

  • Quale è stato il momento più triste e il più felice di tutta questa vicenda?

“Penso che il più triste sia stato la prima volta che siamo state in Consolato, dove non ci hanno dato speranza. Sembrava che veramente non si potesse fare niente. Per fortuna è subentrata la rabbia e abbiamo reagito.

Il più felice direi quando il comune di Napoli ha trascritto la sua nascita. Stava riconoscendo lui come cittadino e noi come famiglia.”

  • Che ruolo ha avuto la vostra rete di contatti qui a Barcellona e in Italia?

“Alcuni amici qui e a Napoli hanno funzionato come una rete di supporto assoluto. Molte persone hanno fatto piccole cose che ci hanno permesso di risolvere la situazione. Una sorta di azioni a catena.

Sarebbe molto bello se tutto funzionasse bene, in maniera veloce e non ci fossero intoppi. Ma purtroppo non è così. Noi abbiamo avuto fortuna, ma un’altra famiglia poteva rimanere bloccata in questa situazione e questo non dovrebbe succedere. L’unica maniera, però, sarebbe avere una legislazione chiara in merito a questioni di omogenitorialità.”

  • La legge Cirinnà non ha ancora terminato il suo percorso e, alle già enormi difficoltà che la sua approvazione sta incontrando, si affiancano gli anatemi e le sterili polemiche dei numerosi personaggi che hanno fatto dell’omofobia e della discriminazione un redditizio lavoro e una bandiera, ora anche politica. Come vivete e percepite queste vicende, da donne espatriate in un Paese in cui, sebbene la strada non sia ancora conclusa, la parità di diritti fra i cittadini indipendentemente dall’orientamento sessuale e affettivo è una realtà da tempo?

“Nonostante la distanza fisica, quella emotiva non c’è. Sentire e vedere tutto ciò che è successo durante la discussione del ddl è stato triste e frustrante. Il dibattito era molto superficiale e strumentalizzato. Non sarà facile superare la chiusura e l’ignoranza sull’argomento che c’è in Parlamento.”

  • Come procede la vostra nuova vita da mamme expat e come vedete il futuro di Ruben qui a Barcellona?

“Procede bene! Ovviamente siamo stanche come tutte le mamme alle prese con un bimbo di pochi mesi, ma molto felici. Ruben ogni giorno fa qualcosa di nuovo e diverso. Vederlo crescere è bellissimo.
Il futuro chissà dove ci porterà, per adesso facciamo giorno per giorno.”

  • Ed ora la domanda fatidica che ogni persona espatriata si è sentito fare almeno una volta (o 100) nella sua vita: tornereste a vivere in Italia? E perchè?

“Torneremmo con delle condizioni. Avere la possibilità di lavorare in primis. Poi c’è il discorso del riconoscimento delle famiglie omogenitoriali e più in generale dell’essere omosessuale in Italia. Torneremmo per lottare, ma non contro i mulini a vento.”


Ho parlato molto con Sara della vicenda di Marta e Daniela, una storia che potrebbe essere la nostra che, già da tempo ormai, siamo animate dal desiderio di allargare la nostra famiglia esattamente come loro.

Mentre da tutto il mondo continuano ad arrivare alle nostre orecchie notizie dei sempre più numerosi Stati esteri che hanno finalmente eliminato le discriminazioni sulla base di orientamento sessuale dalle legislazioni locali, tutelando l’omogenitorialità e la vita famigliare delle coppie dello stesso sesso, rimaniamo qui, lontane dal Paese che ci ha dato i natali, con appiccicata addosso una sensazione di impotenza nel vedere i nostri Diritti usati come merce di scambio nei giochi politici italiani, ma con dentro il fuoco inestinguibile della forza e della fiducia nel futuro che solo la sete di uguaglianza e l’amore reciproco possono regalare.

Un abbraccio quindi a Marta, Daniela, Ruben e a tutte le famiglie italiane che dallo stivale o dal resto del mondo continuano a sperare e sognare, come me e Sara, un’Italia senza discriminazioni.

Famiglia è dove c’è amore.

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La lingua e il lavoro

Per alcuni sembrerà assurdo, ma ormai capita quasi quotidianamente, nei vari gruppi di italiani interessati all’espatrio di leggere post di persone che, con il cocente desiderio di buttarsi all’avventura, di reinventarsi e di svoltare la propria vita cercano consigli, rassicurazioni, piccole “spinte social”:

Non conosco la lingua/me la cavo/mi faccio capire, basterà? troverò lavoro?

Ecco una delle domande ricorrenti, in innumerevoli varianti, che si trova in rete e che scatena accese discussioni fra coloro che hanno già fatto il grande salto verso l’espatrio.

E proprio parlando di lingua, specie chi considera la Spagna come propria meta, finisce per essere spesse volte tentato dal “fai da te”.
È indubbio che lo spagnolo abbia innumerevoli similitudini con la nostra lingua madre, ma fare affidamento su questo per il proprio espatrio trovo sia una gigantesca arma doppio taglio dal momento che, forse più che in altre lingue, è piuttosto semplice riuscire a capirla e farsi capire, ma estremamente complicato padroneggiarla.

La comunità di stranieri più folta di Barcellona è proprio quella italiana; camminare quindi per le sue strade e incrociare connazionali, tra residenti e turisti è un’evenienza lingua-e-lavorotutt’altro che rara.
Può capitare passeggiando di sentire persone cadere nei più classici tranelli che la lingua spagnola riserva a noi italiani (e no “Escuchame” non significa scusami, cara ragazza), o deliziare gli abitanti autoctoni con tripudi di esse alla fine delle parole che neanche Levante de “Il Ciclone”, o, ancor più semplicemente, vedere persone che, impavide, continuano a parlare in italiano lasciando all’interlocutore la responsabilità di capirlo.

La mia personale e onesta risposta alla fatidica domanda iniziale è quindi: “Solo avendo molta fortuna”.

Mi spiego meglio.
La crisi economica globale ha colpito duramente, come è noto, anche la Spagna anche se, fortunatamente, Barcellona rispetto ad altre città rimane una sorta di isola felice in cui, certo, le opportunità non fioccano, ma si riesce ancora ad avere un po’ di speranza.
Il pragmatismo, tuttavia, quando si parla di scelte radicali come lasciare il proprio Paese trovo sia assolutamente necessario, perciò, a costo di risultare antipatica, meglio ricordare anche i punti dolenti:

  • qui a Barcellona gli italiani, come ho già accennato, sono davvero tantissimi
  • il mercato, specialmente quello della ristorazione in cui percentualmente si cercano di buttare gran parte dei nuovi espatriati (a volte anche alla cieca e senza precedenti esperienze), è spietato, quasi saturo e capita che non offra condizioni lavorative gratificanti o quantomeno dignitose
  • l’arte dell’improvvisazione, assolutamente lodevole in molti altri campi, potrebbe non essere uno strumento sufficiente quando la concorrenza è spietata come effettivamente accade da queste parti

Farsi forti delle esperienze lavorative passate, presentarsi con i propri valori aggiunti rimane il miglior modo per tentare di sbaragliare la concorrenza e, in ogni caso, avere chiari quali siano i propri obiettivi e i propri limiti fin dall’inizio è fondamentale per riuscire a scavare la propria nicchia in questa meravigliosa città: c’è grande differenza infatti tra chi appena uscito dalla scuola dell’obbligo o dall’università cerca un’esperienza all’estero di uno o pochi anni e chi insieme alla propria famiglia pensa di trasferirsi definitivamente da queste parti.

Date queste poche ma importanti premesse quindi mi sento di dire che la conoscenza della lingua del luogo sia una base fondamentale, se non addirittura del tutto imprescindibile per potersi integrare nel tessuto sociale del Paese d’adozione.

Senz’altro vi capiterà di sentire storie di persone fortunate che, partite senza conoscere altro che l’italiano, sono lingua-e-lavororiuscite a trovare un lavoro soddisfacente imparando poi la lingua in loco, ed esistono inoltre aziende che, lavorando per lo più con l’estero, richiedono ai propri dipendenti per esempio solo la conoscenza dell’inglese o dell’italiano, ma mi sento di consigliarvi di non prendere queste esperienze come base di partenza per la vostra prossima mossa, quanto piuttosto come felici eccezioni: datevi il tempo di creare una base linguistica e vedrete che non ve ne pentirete!

D’altra parte, credo che nessuno di noi andrebbe in un supermercato italiano a chiedere dove trovare gli “espaguétis” o la misteriosa (e un tantino inquietante) “mortadela siciliana” -ve lo giuro, la vendono davvero!-, o no?

Capita poi, come alla sottoscritta, che dopo qualche mese, passeggiando per strada, si smetta improvvisamente di provare quel sottile, ma strisciante disagio derivante dal semplice fatto di non condividere la lingua madre degli altri passanti e ci si cominci a sentire perfettamente a proprio agio ovunque, e a quel punto, quando anche i pensieri iniziano a diventare bilingue…il gioco è fatto!

Poi qualcuno ti tocca la spalla e…”Em pot dir quina hora és, si us plau?” (“Mi puoi dire che ore sono, per favore?”), di colpo ti ricordi che in realtà vivi in Catalunya e che sei punto e a capo.

 
Deviazioni di Percorso-Chiara-Barcellona

Io & Lei: il nostro matrimonio. Cap. 2: “Il grande giorno!”

Visto che l’inverno si sta avvicinando a grandi passi, le illuminazioni a festa fanno luccicare le nostre strade e, personalmente, sento un po’ la nostalgia della piacevole calura estiva, ho pensato di farvi fare un salto indietro, un balzo temporale che, chissà, ci scalderà almeno un po’ le ossa prima di affrontare i grandi freddi che aspettano molte di noi.

Sant Feliu de Guixols-Chiara-Barcellona

Sant Feliu de Guixols

Come forse ricorderete io e Sara avevamo fissato data e luogo del nostro matrimonio: ancora con il petto gonfio di orgoglio di chi ha vinto una battaglia burocratica importante, ci ritrovavamo però ad avere pochissimi giorni per prenotare un ristorante e trovare qualcosa da indossare.

Se ho un pregio è quello di essere un’abile ricercatrice in rete (le donne che nella loro storia amorosa sono state spesso oggetto di tradimento affinano arti investigative degne di una giovane Miss Marple), perciò abbiamo stabilito cosa avremmo voluto mangiare (pesce) e ho in breve ridotto la selezione a 3 ristoranti.
Alla fine la vista mare ha avuto la meglio e già con il mano il telefono ho composto il numero scovato su internet del luogo prescelto (il ristorante El Dorado Mar) e prenotato un tavolo specificando che desideravo fosse sulla loro splendida terrazza.

L'aperitivo-Chiara-BarcellonaRistorante? Fatto!

Ora toccava all’abbigliamento: Sara ha sbrigato la sua parte di compito rapidamente e ha scelto, dopo solo un paio di tentennamenti, la canotta e il gilet da abbinare a jeans corti e sandaletti già in suo possesso.
Io e la mia insicurezza (odio fare shopping e il più delle volte non sopporto farlo in compagnia) invece abbiamo passato al setaccio tutti i negozi economicamente accessibili almeno due volte ciascuno, rischiando di macinare più kilometri di una maratoneta.
Disperata ho tempestato di messaggi la mia amica e prossima testimone di nozze Adriana che, Capricorno come Sara e molto pragmatica, ha trovato subito una soluzione nel suo armadio, con tanto di accessori da abbinare: a un’ora dalla chiusura dei negozi, il giorno prima della cerimonia mi ha quindi rassicurato con un “Se non troverai altro, ho già pronto il tuo abito“.

Di minuti ne passano altri 45 e come ultima tappa decido di tornare nel primo negozio visitato e provare e riprovare un paio di splendidi copricostume che mi avevano fatto brillare gli occhi anche se risultavano lievemente al di sopra del budget. Per la prima volta nella mia vita inizio a farmi alcune foto nei camerini da inviare a Sara (cercando disperatamente un angolo in cui ci fosse campo) per chiedere consiglio e, preoccupata che i commessi mi dessero per dispersa, finalmente optiamo entrambe per il modello bianco con disegni verde acqua (uno dei miei colori preferiti).

Esco dal negozio con un grande sorriso e la borsa del mio bottino.

La cerimonia-Chiara-BarcellonaAbiti? Per una cifra complessiva di meno di €70…Fatto!

E’ la sera prima delle nozze: vado a prendere in Plaça Universitat Sara, una nostra splendida amica che abita a Londra e che dopo un viaggio corredato di scottatura a sud della Spagna si è precipitata da noi per assistere alla cerimonia.
Valerio, il suo fidanzato, anche lui italiano espatriato a Londra ci avrebbe raggiunto eroicamente la mattina successiva dopo aver finito il turno lavorativo (è un grande chef) e essersi messo in viaggio durante la notte.
– Piccolo inciso: queste due persone straordinarie, sono tra le prime che ci hanno accolto quando abbiamo messo piede a Londra, ci hanno ospitato senza quasi conoscerci e senza volere nulla in cambio e oltre ad aver rubato parte del nostro cuore, sono due persone speciali che sono state capaci come
poche altre di restituirci speranza nell’umanità. –
Dopo un po’ di chiacchiere per aggiornarci sulle rispettive vite crolliamo esauste nel letto.

Il mattino dopo indossiamo gli abiti già pronti e corriamo all’appuntamento presso la stazione dei bus con la mia testimone di nozze e Giorgio, un altro nostro amico che avrebbe invece fatto da testimone a Sara: tra saluti e presentazioni ci affrettiamo ad acquiestare i biglietti di andata e ritorno direzione Sant Feliu de Guixols.

Il bus parte con pochi minuti di ritardo, ci sistemiamo, memori delle vecchie gite scolastiche, nell’ultima fila e l’intero tragitto scorre tra chiacchiere e risate. Durante il viaggio, Adriana estrae dalla borsa l’abito che mi aveva promesso nel caso in cui non avessi avuto successo nella mia ricerca ed è così carino che decido di utilizzarlo per la cerimonia. Indossando tutti noi sotto il costume da bagno, senza farmi troppi problemi, mi cambio rapidamente d’abito e qualche kilometro più avanti finalmente arriviamo a destinazione.

Scendiamo dall’autobus e, avendo preferito partire in anticipo (per evitare intoppi) ci troviamo ad avere tutto il tempo per sederci in un bar in cui bere un bell’aperitivo prima di dirigerci verso il Registro Civile che Google Maps ci indica a soli 15 minuti a piedi da lì. Foto, risate e alcool iniziano a scorrere e dopo un paio di bottiglie, con abbondamente anticipo sulla tabella di marcia, decidiamo di muoverci.

Camminiamo convinti fino al punto indicato nella mappa di Google e troviamo…assolutamente nulla! Proviamo a fare il giro dell’isolato, a capovolgere il cellulare, a cercare interpretazioni differenti della mappa, ma no, niente, il Registro Civile non c’è!!!
Disperata cerco un numero dell’ufficio che, come avevo già avuto modo di dire in precedenza, difficilmente è raggiungibile telefonicamente. Mentre la mia testimone di nozze prova a mettersi inPrima della cerimonia-Chiara-Barcellona comunicazione con le dipendenti dell’ufficio una carinissima coppia di ragazzi sbuca da un capannone e ci dice che, sì, anche altre persone hanno sbagliato, che non sanno proprio come mai il Registro Civile venga segnalato lì e che no, purtroppo non sanno dove si trovi, ma che, anche se il loro collegamento a Internet non funziona troppo bene, cercheranno di darci una mano.
La mia amica, con la sua manina fatata, fortunatamente prende la linea: mancano ormai 5 minuti all’orario fissato e si sbriga a spiegare alla segretaria che le indicazioni che abbiamo seguito ci hanno depistato e che abbiamo decisamente bisogno di suggerimenti su come arrivare.
La dipendente si stacca dal ricevitore e grida alla collega “Los italianos…Se han perdido!” (Gli italiani…Si sono persi!) e dopo qualche momento di ilarità ci ragguaglia su come muoverci.

E così, nonostante il largo anticipo con cui eravamo partiti, salutiamo la gentile coppia che ci aveva offerto aiuto e che ci fa le congratulazioni e acceleriamo il passo, ormai abbondantemente in ritardo, per raggiungere la meta. Il fidanzato della nostra amica, nel frattempo ci chiama e ci chiede preoccupato dove siamo, visto che si trova già lì davanti da tempo (notare che eravamo tutte preoccupate che non riuscisse ad arrivare visti i suoi tempi di percorrenza davvero strettissimi).
Trafelate finalmente giungiamo a destinazione!
Saltiamo felici al collo di Valerio e entrando nell’ingresso finalmente riabbraccio anche l’ultima persona che avrebbe partecipato ai festeggimenti: Manu, una mia cara amica di Milano che è da non molto espatriata in Francia e che ci ha raggiunto appositamente per l’occasione con il suo furgone meraviglioso e la sua bicicletta.
L’eccitazione è alle stelle e l’anziana guardia, dopo averci chiesto di fare un pochino più di silenzio, indica a me e Sara la porta dove entrare per, prima di tutto, consegnare i nostri documenti.

Fatto questo, insieme alle altre coppie lì con noi per lo stesso motivo, ci accampiamo fuori dalla porta dell’Ufficio e nell’attesa alcuni di noi volano ad acquistare uno shot di liquore per tutti (cominciamo bene!)

La tavolata-Chiara-BarcellonaFinalmente arriva l’ora.
Entriamo tutti composti e le due celebranti donne brevemente e in mezzo a scatti e sorrisi ci uniscono in matrimonio.
Ovviamente, indossando già normalmente le nostre fedi, ci dimentichiamo di toglierle prima della cerimonia e, maldestramente lo facciamo al momento per poi, come nei più classichi sketch, allo scambio, invertirle tra le risate e l’imbarazzo.
Stringiamo le mano alle celebranti, firmiamo i registri insieme ai nostri testimoni e ritiriamo poi il nostro “Libro de Familia”: il documento che certifica, se mai ce ne fosse ulteriore bisogno che, sì, siamo proprio una famiglia! (nonostante la politica italiana continui ad affermare il contrario)

Saltelliamo euforiche facendoci di nuovo richiamare dalla guardia, divertita a questo punto anche lei dalla nostra sconclusionata combriccola. Usciamo e, senza esitare un attimo, faccio il mio cambio d’abito sfoggiando il mio copricostume svolazzante.

Camminando a due metri da terra ci avviamo a piedi verso il ristorante, con una piccola deviazione di percorso alla vista di una mini giostra coi cavalli.
Il tavolo era come d’accordo affacciato alla spiaggia, il cibo paradisiaco, il vino scorreva a fiumi insieme all’affetto e alla palpabile felicità. Abbiato fatto chiusura e non ho potuto evitare di commuovermi quando, nonostante l’accordo fosse di pagare alla romana, gli altri commensali si sono offerti di regalare il pranzo a noi due spose.

Al termine del lauto pasto poi, quale miglior modo di proseguire la giornata se non un salto in spiaggia?
Sole, bagni, una chitarra ad accompagnare le più classiche canzoni intonate a squarciagola, tuffi dallo scoglio più alto, birra e tonnellate di gioia!

Dopo alcune ore il sole è piano piano tramontato e la coppia di amici londinesi che avevano un volo di ritorno ad attenderli, dopo aver volontariamente perso l’ultimo autobus disponibile per passare qualche ora in più in nostra compagnia, hanno dovuto tra la commozione (sì, sono una piagnona) necessariamente salutarci.
Chi era rimasto ne ha approfittato per raccogliere le sue cose e tornare con tutta calma alla fermata del bus. Dopo aver salutato anche Manu che doveva rimettersi al volante direzione Francia, abbiamo atteso con ancora l’adrenalina della giornata appena trascorsa l’autobus che ci avrebbe condotti verso casa.

Che altro dire? E’ stata una giornata di una perfezione semplice e genuina, che ha costruito ricordi che rimarrano indelebili nelle nostre menti.

Nonostante il rammarico per l’assenza di altre persone che mi sono care, credo non potesse esserci decisamente miglior modo per rinnovare il legame che unisce me e Sara e per, fra le altre cose, festeggiare il decimo anniversario dall’entrata in vigore della legge sui matrimoni tra persone dello stesso sesso qui in Spagna (3 luglio 2005).

Ricordo a tutte/i coloro che volessero scrivermi che nella nostra sezione “Autrici Blog”, cercando il mio nome tra le corrispondenti spagnole avrete anche modo di scovare il mio contatto personale: sono a disposizione di tutti coloro che volessero maggiori informazioni su Barcellona, su come sposarsi o anche solo fare quattro chiacchiere!

Felicità-Chiara-Barcellona

Io & Lei: il nostro matrimonio. Cap.1: “La Burocrazia”

Chi di voi  ha letto di me sulla nostra pagina Facebook ed ha acquistato il nostro favoloso libro, mi conosce come la complicata ragazza che vive a Barcellona e che divide la sua vita con sua moglie Sara e con Ebony, la gatta nera.

Ma quest’oggi vorrei fare un passo indietro, più precisamente a qualche settimana prima della nostra partenza per la Spagna. Eccoci qui: trovarsi in Italia, di fronte ad un documento e, per l’ennesima volta, davanti al fatidico spazio “stato civile” esitare e pensare di scrivere “mutevole“…non è decisamente da tutti!

Dritta attraverso le difficoltà

Dritta attraverso le difficoltà

Per noi  però è ancora così: dopo aver vissuto a Londra ed aver celebrato lì la nostra Civil Partnership (il matrimonio non era ancora legale, lo sarebbe diventato solo un mese e mezzo più tardi), essere poi tornate in Italia dove risultiamo single, aver fatto tappa in Germania dove il nostro legame inglese risultava valido -avevamo infatti diritto anche ad entrare nelle liste per la richiesta di una casa popolare come famiglia- la situazione, almeno dal punto di vista formale, era ben più che confusa e ci lasciava, talvolta, in imbarazzo anche di fronte a banalità quali il completamento di un formulario.

Ritenevamo poi –che sprovvedute!– che andando ad abitare in uno Stato in cui c’è completa tutela per ogni tipo di famiglia avremmo potuto tirare finalmente il fiato…e invece no!

Cariche delle migliori intenzioni e di tutti i documenti raccolti nei nostri spostamenti, poco dopo essere arrivate a Barcellona ci siamo dirette all’Ufficio del Registro per chiedere il riconoscimento della nostra unione contratta su suolo britannico, senza però fare i conti con il fatto che, da una parte, l’istituzione del matrimonio in Spagna non era assimilabile e superava di fatto la nostra Civil Partnership e che dall’altra, per giunta, nessun documento italiano (gli unici che potevano far fede per dirimere la questione, data la nostra nazionalità) ci poteva inquadrare diversamente da due complete estranee. E allora? “E allora ricominciamo tutto da capo!” ci disse con entusiasmo la dipendente dell’Ufficio senza accorgersi che quelle poche parole avevano avuto il magico potere di stremarci in un istante. Stremate? E perchè mai? Lascio a voi la risposta.
Richieste di documenti a 4 comuni italiani diversi. Cosa da nulla, no? No.
Dovevano essere in originale, emessi da meno di 6 mesi e tradotti da un traduttore giurato.
Ciò ha comportato: chiedere la collaborazione di estranei che viaggiavano verso Barcellona e potessero portarmi francobolli italiani con cui pre-affrancare buste da inviare ai differenti Comuni, secondo quanto da loro richiesto, per poi affidarsi al servizio di posta italiano e spagnolo con fede mistica per riaverli indietro per tempo (ho scoperto quanto 6 mesi possano volare); chiedere la collaborazione di cari amici in Patria per l’espletamento di altre pratiche tra le quali code in uffici e pagamento di bolli che non potevano essere portate a termine se non di persona; la scoperta della fondamentale ignoranza sulle leggi internazionali di molti dipendenti statali italiani e dell’umanità ed efficienza dei Comuni sotto i 2.000 abitanti, contro la disumanizzazione di quelli che sono o si atteggiano a cosmopoliti; la ricerca e il contatto con un adorabile e competentissimo traduttore giurato catalano…
Il tutto, considerando le ovvie tempistiche tecniche e il fatto che non ho avuto un solo giorno di ferie, è stato portato a termine, senza tirare un attimo il fiato, da metà dicembre 2014 a, più o meno, inizio maggio 2015. Spesa totale? Circa €100.

Pila di documenti

Documenti, documenti, documenti ovunque!

E’ quindi seguita la nuova visita al Registro Civile, la presentazione dei documenti raccolti e l’appuntamento fissato a breve distanza per inoltrare la richiesta del permesso matrimoniale e comunicare la data e l’ora dell’evento.

Ciò che mancava era solo scegliere il “dove e il quando” e avevamo meno di 10 giorni per farlo! Mille le email e le telefonate: non volevamo spendere neanche un euro e sembrava che qualsiasi posto gratis o, quantomeno, economico a Barcellona o dintorni avesse liste di attesa da 6 mesi ad un anno.
Non mi sono arresa e ho continuato imperterrita la ricerca.
Avremmo desiderato fissare una data in settembre ma, quando, durante una chiamata al Registro Civile del ridente Comune di mare di Sant Feliu de Guixols mi sono sentita dire “Abbiamo libero il 3 di luglio, segno?” ho esitato giusto il tempo di riprendermi dalla sorpresa e con trasporto ho risposto “Claro que sí!“.
La data e il posto c’erano, il 21 maggio 2015 ci siamo presentate in compagnia di una testimone (la mia favolosa amica Adriana) nuovamente al Registro Civile di Barcellona e dopo un po’ di firme e poco più di due settimane abbiamo avuto in mano il permesso firmato dal giudice e il pesante incartamento da spedire con posta assicurata (e dopo averne fatto copia di ogni pagina) al Comune che ci avrebbe sposate. Era fatta? Così sembrava.

Il 29 giugno, non avendo più avuto notizie della mia spedizione nè risposte alle mie e-mail cariche di crescente ansia, ho preso in mano il telefono mentre mi trovavo in pausa al lavoro e ho tentato di chiamare l’Ufficio del Registro di Sant Feliu de Guixols che, per loro stessa ammissione, il più delle volte era irraggiungibile telefonicamente.
La fortuna però sembrava essere dalla mia: dopo svariati squilli una voce femminile rispose e dopo avermi lasciato spiegare la situazione mi mise in attesa. La segretaria riprese il ricevitore.
-Lunga pausa-“Mi spiace, ma non sto trovando i suoi documenti“.
Bocca asciutta.
Iniziai a balbettare.
Ma, ma, ma come?
La donna dall’altro capo del telefono, rendendosi conto di aver appena scatenato un attacco di panico in piena regola mi chiese a che numero potermi richiamare per poterle permettere ricerche più approfondite.

Da quel momento e per i successivi minuti ho passato in rassegna nella mia mente (ero pur sempre al lavoro) tutte le parolacce che conoscevo, ho fatto poi un respiro molto profondo cercando di fermare il tremito che mi scuoteva da capo a piedi nonostante i 30 gradi all’ombra.

Il nostro "dove"

Il nostro “dove”

Dopo mezz’ora (tra le più lunghe della mia vita) il telefono ha finalmente suonato:
Trovati! Li ho trovati! Tutto a posto. Vi aspettiamo il 3!”

Dopo l’ennesimo picco emozionale e, lì per lì, incerta se ridere o piangere, nel dubbio, ho saltellato fino alla mia scrivania e ho terminato la giornata di lavoro con un inequivocabile e gigantesco sorriso. Avevamo decisamente vinto sulla burocrazia italo-spagnola ed era una soddisfazione davvero non da poco.

Prossimamente il racconto continuerà, amiche e amici: finite le scartoffie non poteva che essere tutto in discesa.

…O forse no?