Excursus temporale dell’espatrio

Tramite le testimonianze di alcune di noi, abbiamo voluto creare una sorta di “storia dell’espatrio”, che è anche un raffronto tra expat di diverse generazioni. Com’era espatriare 30 anni fa? E 20? E 10? Cosa è cambiato in questo periodo di tempo? Sicuramente la tecnologia, i mezzi di trasporto, le mete scelte ed i luoghi stessi. Attraverso i nostri racconti viaggerete tra Europa, Africa, America del Nord e del Sud; il viaggio sarà anche temporale, perciò preparatevi a provare anche un po’ di nostalgia!


Agnese – USA
•Da Barcellona 2004 a New York 2015•

Barcellona 2004

Barcellona vista da Parc Güell, 2004

Sono nata nel 1987 e la mia prima esperienza di vita in un altro paese l’ho fatta a 17 anni a Barcellona. Per sentire il mio ragazzo di allora (che 10 anni dopo è diventano mio marito) inserivo una moneta da due euro nel telefono pubblico del dormitorio in cui alloggiavo, e siccome il vano che raccoglieva i soldi era stato manomesso, riprendevo la mia moneta e la reinserivo potendo allungare economicamente le mie telefonate da innamorata per ore ed ore. Poi un giorno la voce si è sparsa e quel telefono non ha più avuto pace.
Ricordo che si cominciava a parlare dei voli low-cost, di quanto sarebbe stato facile ed economico riuscire a viaggiare per l’Europa con solo 50 euro per tratta. A me Barcellona sembrava così lontana, addirittura due ore d’aereo o quasi un giorno di nave…

Agnes NJ vista NY

Vista di New York dal New Jersey, febbraio 2015

E poi il vero cambiamento della mia vita: meno di un anno fa quel ragazzo ed io ci siamo trasferiti a New York. Per arrivare qui le ore d’aereo sono dieci e i giorni di nave almeno quindici! Nonostante rimpianga spesso di non essere nata nel 1920 per una questione di stile e musica, mi ritengo fortunata ad essere una di quelle che può fare FaceTime con la mamma durante il tragitto da casa alla metro per “farle vedere quello che vedo io”, che può mandare un video di auguri alla prozia novantenne dalla punta della Tour Eiffel vedendo il suo viso modellarsi in un “OOOOOH” di stupore che vale mille regali;
mi ritengo fortunata nel poter scegliere quale aerolinea prendere per tornare a casa in base a promozioni, miglia, carte-accumula-punti, numero di scali e intrattenimento di bordo, a riempire gli smartphones dei miei amici con gruppi whatsapp nei quali ci manca poco che ci fotografiamo anche mentre ci laviamo i denti (anzi no, abbiamo fatto anche quello) e soprattutto, mi ritengo fortunata perché tramite la mia esperienza posso essere d’aiuto a tantissime persone che leggeranno queste mie parole un istante dopo che avrò premuto “invio”, senza dover aspettare una lettera per giorni e giorni.


Katia – Seychelles
• 2007-2016•

excursus-temporale-seychelles

Vecchia casa tipica seychellese

katia-seychelles

Io sulla spiaggia alle Seychelles nel 2011, con le tartarughe di mare appena nate

Il mio primo sbarco su queste isole fu connotato da un po’ di delusione perché arrivai con il Monsone del Sudest – quello fresco che increspa il mare – e con la marea alta che offuscava la trasparenza delle acque.
Avevo già lavorato su delle isole tropicali nei Caraibi, ma le Seychelles furono presto la scoperta di un mondo fantastico  che si svelava davanti ai miei occhi giorno per giorno: foreste, piante di cocchi tra i più grandi ed antichi del mondo, tartarughe giganti in libertà, rocce granitiche vecchie di milioni di anni ed una popolazione che ancora viveva ai ritmi lenti che si convenivano alle Colonie dell’Impero Britannico e a quelle della Corona di Francia.
Le donne indossavano i cappelli intrecciati di foglie di palma e la domenica mattina, per andare a messa, si riparavano dal sole con un ombrellino. Sulle tavole si mangiava ancora il kari sousouri, il curry di pipistrello e talvolta i seychellesi ti invitavano a partecipare ai loro pranzi o ai loro barbeque. Nella Valle de Mai, la foresta tropicale al centro dell’Isola di Praslin, dove cresce la famosa palma del Coco de Mer, già all’epoca parco protetto, si accedeva tramite una porticina di legno tutta sgarrupata, senza nessuno che ne fosse a guardia.
Poche macchine e poche patenti: tutti si sorprendevano quando mi vedevano guidare un’auto a noleggio!
I clienti che venivano nel resort dove lavoravo soggiornavano  per settimane e si innamoravano delle isole;  restavamo nottate a colloquiare sotto le stelle con un calice di vino in mano.
Poi le cose hanno cominciato a cambiare.
Anzitutto i turisti: sempre più affannati nei loro soggiorni sempre più brevi e compulsivi, sempre meno chiacchierate notturne da quanto il wifi ed i socials hanno raggiunto anche queste latitudini e tolto ogni chance  di una vera socialità. Ma non solo: assieme ai turisti sono cambiati i valori, i ritmi e le abitudini delle isole.
Sempre più spesso i dipendenti degli hotels si recano al lavoro in auto, guidano e si spostano in autonomia, mentre prima i seychellesi andavano per lo più a piedi nelle foreste ed al lavoro ci andavano con il pulmino aziendale che andava a prenderli sotto casa.
Gli expat come me si contavano sulle dita di una mano e rappresentavano una minoranza. Oggi, con il sorgere di tanti nuovi alberghi e di tante nuove  attività commerciali  gli expat sono piuttosto numerosi e non ci si conosce più tutti come prima. La competizione sul lavoro è molto forte e sempre meno spazio viene lasciato alla convivialità tra colleghi.
La Valle de Mai è diventato un centro di ricavi iper-efficiente, con visite guidate, caffetteria e museo annesso. I seychellesi cercano di adeguarsi ed oggi se vuoi andare a mangiare nelle loro case devi pagare. Loro poi non mangiano quasi più il pipistrello ma preferiscono gli hamburgers e le patatine fritte.
La cosa curiosa è che qui si ha la percezione che il tempo passi più velocemente che altrove. Nove anni di Seychelles  equivalgono a quaranta dei nostri in Europa: in pratica ho assistito allo sviluppo di un intero paese come chi, reduce dalla seconda guerra, si è ritrovato a vivere da un’Europa coperta dalle macerie ai baldanzosi, quanto fittizi, anni 80′ dove si credeva che lo sviluppo non avesse mai fine. 


Luigina – UK
Un nuovo millennio a Limerick•

Cork Street 1999

Cork Street, 1999

Limerick From Castle

Vista di Limerick

Alla fine del 1999 mi accinsi al mio primo espatrio “a lungo termine” (che per me significava più di un mese) verso Limerick in Irlanda, senza sapere nulla del paese e della città dove sarei andata a vivere. Per fortuna già parlavo inglese molto bene grazie alle mie esperienze precedenti negli USA. Gran parte dei soldi ricevuti come regali di laurea finirono in un biglietto aereo (comprato ovviamente non su internet ma al Centro Turistico Studentesco) da Fiumicino a Shannon, passando per Parigi CGD, dove mi persero la valigia con quasi tutti i vestiti. Quando me la ritrovarono, la spedirono a Shannon e un tassista doveva consegnarmela a casa. Finì per portarla alla casa sbagliata, visto che c’erano due porte con lo stesso numero civico sulla stessa strada: fu un primo assaggio degli eccentrici indirizzi irlandesi!
L’Irlanda tra il 1999 e il 2000 era appena all’inizio del boom economico conosciuto come la “Tigre Celtica”. Limerick è una delle città irlandesi dal passato più difficile, e ancora lo si vedeva chiaramente. Lungo le strade della città si vedevano palazzi con l’intonaco scrostato, e le bellissime facciate georgiane erano per la maggior parte sporche e mal curate. Mi colpì moltissimo il mercato di Limerick (che ora è completamente trasformato): un quadrangolo secolare di edifici di pietra grigia e all’interno pile di cassette di frutta e verdura ancora carica di terriccio; grandi forme di pane nero, burro e formaggio. In autobus per andare al lavoro al campus universitario passavamo accanto a un campo verdissimo pieno di mucche.
Molto presto i campi vennero sostituiti dai “retail parks” e da file e file di villette tutte uguali. L’università sembrava uscita da un altro universo: nuovissima, tutta vetro e cemento, con prati curatissimi, sculture e una grande sala da concerti. Era il segnale che qualcosa stava per cambiare.  Comunicavo con la famiglia tramite un oggetto che adesso è quasi da scavo archeologico – la scheda telefonica internazionale, e chiamate dai telefoni fissi. Lentamente tutto fu sostituito dalle email, dopo aver insegnato ai miei come aprire e usare un account. Gli amici si sentivano per email e per darsi notizie importanti ci si dava appuntamento davanti al telefono fisso a ore improbabili per spendere meno. Arrivavano da casa anche molti pacchi pieni di rifornimenti, visto com’era difficile trovare ingredienti italiani…E pensare che ora si trova di tutto! Nel corso di un anno dal mio arrivo, con i soldi della “Tigre Celtica” arrivarono palazzi di appartamenti nuovi, auto nuove, gadget tecnologici, vacanze in Spagna e Francia con Ryanair, e catene di negozi, ristoranti e migliaia di stranieri arrivati a lavorare o studiare nella “Tigre”. E così l’Irlanda smetteva di essere il parente povero d’ Europa. 
Intorno al 2007, un crollo economico durissimo ha spazzato via imprese, negozi e famiglie. Alla fine ha spazzato via anche me: nel 2012 ho lasciato L’Irlanda dopo 13 anni, portandomi dietro il mio compagno ma lasciando lì amici che sono per me come una famiglia. Per fortuna adesso ci sono FaceTime, Facebook, Instagram e quant’altro!


Margherita – Irlanda
•Un salto lungo 13 anni•

The Shelbourne Hotel Dublino 2004

The Shelbourne Hotel, Dublino 2004

Ponte della Pace, Derry

Ponte della Pace, Derry

Sono emigrata per la prima volta nel 2003, destinazione Dublino, Irlanda e mi sembra di ricordare che il costo del volo, anzi dei voli (Bergamo Londra Dublino) fosse circa 50-60€, anche se poi Ryan Air si è  rifatta con i, circa, 150€ di bagaglio in eccesso (quando ancora si viaggiava con mezza casa in valigia) che mi son portata dietro.
Scelsi Dublino perché all’epoca chi voleva andare all’estero per imparare l’inglese, o migliorarlo, optava per Londra, io invece non volevo ritrovarmi ad imparare l’inglese in mezzo agli Italiani, quindi decisi di provare l’esperienza irlandese completamente inconsapevole di due dati di fatto:
1. Dublino era piena di italiani.
2. Dublino era una delle città più care d’Europa, se non la più cara al momento.
Non cambierei nemmeno una virgola se potessi tornare indietro, ma devo ammettere che questo genere di errori ora li avrei pagati molto più cari.
A quei tempi giravo con un Nokia 2100, uno di quei, normalissimi ed innovativi allo stesso tempo, cellulari che mandavano messaggi, facevano telefonate e forse, se non ricordo male, ti davano la possibilità di giocare a Snake.. (Ma è facile che mi stia confondendo). Insomma gli iPhone erano pura fantasia, Skype, Viber, Whatsapp pure. Chiamavo mia madre ed i miei amici da dei preziosissimi call center, nei quali spesso mi rinchiudevo per ore, in cubicoli maleodoranti e dove la privacy urlava GIUSTIZIA PLEASE, perché ovviamente sentivi tutto ciò che il vicino diceva ai suoi cari (spesso in un’altra lingua per fortuna), e viceversa.
Vivevo a due passi dal prestigioso hotel in cui lavoravo “The Shelbourne”, pagavo 540€ mensili per una stanza grande quanto il mio bagno attuale, pochissimi metri quadri, con un finestrino grande come quello di una macchina che si apriva solo in modalità basculante quindi il riciclo dell’aria non era dei più veloci. Vivevo in un palazzo circondato da pubs quindi il weekend era vivace per non dire rumoroso… Sopratutto le notti… Ma sono stati due anni meravigliosi, in cui ho migliorato il mio inglese ed ho incontrato l’uomo della mia vita, un Irlandese Doc nonché padre dei miei due bimbi. Già quando, nel 2005, abbiamo lasciato Dublino le cose iniziavano a cambiare in peggio, l’Hotel chiudeva per ristrutturazione e cambio gestione e non riassumeva nessuno del vecchio staff, eravamo abituati a troppi privilegi d’altronde.
Dal 2007 viviamo a Derry, nell’Irlanda del Nord. Quando siamo arrivati qui le scelte in campo professionale erano varie e i datori di lavoro facevano a pugni per trovare staff. La domanda era alta, i salari più bassi, molto più bassi di Dublino, ma il costo della vita più sostenibile.
Durante questi 13 anni i cambiamenti non sono stati solo positivi (avvento di Internet, degli iPhone, delle nuove compagnie low cost); la crisi ha colpito anche l’Irlanda, il mercato immobiliare è crollato e si è portato dietro tutto. Quella stessa crisi qualche anno più tardi è arrivata anche qui al Nord , e qualche strascico è tutt’ora visibile, mentre Dublino di nuovo pullula di occasioni. Adesso qui non è così semplice trovare lavoro, e non si ha alcuna possibilità se il livello d’inglese è penoso come lo era il mio 13 anni fa. Sono più selettivi anche con gli stranieri. Prima davano sostentamento a tutti, se arrivavi dall’estero e non lavoravi per mesi avevi diritto al Dole (una sorta di disoccupazione), ed altri benefit, adesso, per fortuna, queste cose non esistono più (e dico per fortuna perché molta gente se n’è approfittata). Nonostante ciò, il futuro dei miei figli Italo-Irlandesi lo vedo qui. Mi sento più sicura a farli crescere in Irlanda, magari saranno loro i prossimi expat della nostra famiglia, e chissà se scriveranno per il sito “Uomini che emigrano all’estero”? 


Daina – Messico
•Dalla fredda Olanda al “cielito lindo” messicano•

Daina Olanda

In Olanda, il mio primo espatrio

Daina Messico

In Messico, oggi

La prima volta che sono emigrata, tanti anni fa, l’avevo fatto per amore… ero andata a vivere ad Amsterdam ad inseguire l’Olandese volante (ovvero il mio moroso di allora).
Era il 1993, non c’era ancora l’Euro, né la Comunità Europea. Io ero considerata né più né meno dei migranti Africani, Indiani o Sudamericani… Come loro dovevo fare la fila ogni 3 mesi alla Vremdelingenpolitie (solo il nome mi faceva tremare i polsi…) e sottostare a lunghi e insolenti interrogatori per rinnovare il mio permesso di soggiorno; sarà per quello che sono solidale con ogni migrante.
Moltissime cose sono cambiate da allora. Le comunicazioni prima di tutto, allora si usavano i primi “telefonini” (grandi e pesanti come mattoni) e di certo comunicare con famiglie e/o amori lontani era molto piu’ difficile e costoso! Figuratevi che, prima di andare a vivere in Olanda, comunicavamo scrivendoci lunghe lettere su carta, usando una penna e spedendole per posta con busta e francobollo! Cosa di cui ho una certa nostalgia…
I viaggi poi… si facevano in treno! In cuccetta sugli Euronotte. Non c’erano voli low cost, e l’aereo era ad appannaggio dei ricchi.
Adesso potrei lavorare tranquillamente in Olanda senza chiedere permesso di soggiorno, non dovrei cambiare valuta ogni volta. Potrei andare e tornare da Amsterdam in 3 ore, con meno di 80 euro. Invece no, tanto per non farmi mancare problemi sono emigrata in Messico! Ma sono felice così! Quello che mi pesava di più dei Paesi Bassi era il clima: freddo, piovoso, grigio, 11 mesi su 12. In Messico ci sono mille difficoltà da superare, e di ore di volo ce ne vogliono almeno 13. In compenso si trova il wi-fi gratuito ovunque e posso fare Skype con mia figlia e nipotina (che vivono ad Amsterdam) ogni giorno, e farle ammirare il “cielito lindo” Messicano.


Maria – Finlandia 
•un amore senza tempo•

MAria-finlandia

Con Olli, all’inizio della nostra relazione

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Con Olli, oggi

Quattro anni fa sono riuscita finalmente a vivere in Finlandia, con il mio fidanzato Olli, e a restaurare assieme una casetta unifamiliare, in legno colorato con giardino. Il mio avvicinamento alla Finlandia è stato graduale e continuo per lunghi anni. Dapprima essa mi appariva come un sogno lontano e splendido; poi c’è stato il mio primo incontro con la Scandinavia e con Olli: il mio uomo finlandese. Le vicende della vita mi avevano poi allontanata da lui, tanto vicino a me con lo spirito, ma lontano geograficamente. Negli anni ottanta si poteva restare in contatto solo per lettera o per telefono. Le lettere le scrivevo a mano o con la macchina da scrivere, pigiando con forza sui tasti; esse impiegavano una settimana per arrivare a destinazione. Nel 1986 ci fu l’entusiasmo del mio primo viaggio lassù, in treno, assieme al mio fidanzato italiano Benny; Olli ci ospitò in Finlandia e ci fece da guida. A quei tempi il treno era il mezzo più conveniente, il viaggio fu molto interessante ma anche interminabile attraverso la Germania, la Danimarca e la Svezia, utilizzando tutta una serie di traghetti e di navi per passare nei diversi Stati. Facemmo sosta in molte città, apprezzammo molto i servizi di prenotazione degli alberghi, i carrelli e le cassette per i bagagli, i pasti veloci nei grandi magazzini: allora tutte cose rare in Italia. Benny fu entusiasta del sistema scolastico finlandese, oggi come allora considerato ovunque molto efficiente, quando il suo “amico e collega insegnante Olli ” gli fece visitare la sua scuola. Facemmo un escursione al Circolo Polare, ascoltando cassette di musica italiana sull’autoradio. Il cartello sulla linea artica era in sei lingue; ora nello stesso punto, a dimostrazione della diffusione dell’inglese in ogni campo, il cartello è solo bilingue: “Napapiiri” in finlandese e “Arctic Circle”. Sposai Benny, che purtroppo qualche anno dopo morì improvvisamente. Lentamente, ma decisamente, mi riavvicinai ad Olli, ed alla sua terra: allora le distanze si erano riavvicinate, potevo comunicare con lui virtualmente via computer, cellulare e Skype. Ritorno spesso in Italia, soprattutto quando il freddo scandinavo è troppo intenso. Da Helsinki molti voli, a buon prezzo, mi portano in due ore a Monaco di Baviera e da qui un treno diretto mi porta a Trento. Anche in macchina il percorso è più agevole e più facile: si usa il navigatore e due ponti collegano la Danimarca alla Germania ed alla Svezia. Ho ora la splendida sensazione di sentirmi ugualmente italiana e finlandese, con lo stesso amore e la stessa consapevolezza: un sentimento che trasmetto anche al mio fidanzato, che pure comincia a sentirsi per metà italiano.

messico-bruxelles

Pasqua: l’odio e l’amore. Da Bruxelles al Messico.

Era mia intenzione scrivere sulla Pasqua in Messico: sulle tradizioni della “Semana Santa”, forse la festivita’ piu’sentita e celebrata in questo Paese, da sempre in bilico tra dolore, morte e Resurrezione…con le rappresentazioni della via crucis e le processioni che si snodano in molte citta’ Messicane. Ma i recenti orribili attentati di Bruxelles mi hanno gelato le parole in gola. O meglio, le dita sulla tastiera.
Come si fa a rappresentare e ricordare il dolore e la passione di Yeshua di Nazareth 20 secoli fa, quando ne abbiamo una reale manifestazione, con sangue vero di vittime innocenti a due passi da noi, o comunque nel nostro mondo, nel nostro secolo.
Gesu’ Cristo si e’ immolato sul Calvario 2000 anni fa per renderci liberi, per darci la salvezza e la vita eterna, e per seguire il suo esempio di vita, che significa amare il prossimo al punto di scrificarsi fino alla morte. Ma credo che sia lui che il Padre Eterno stiano piangendo scuotendo la testa dicendosi che non abbiamo capito nulla.
Che in nome della religione e di un Dio (Yaveh, Allah) ancora uccidiamo, odiamo, condanniamo…
Ma cio’ che mi fa ancora piu’ tristezza e terrore degli attentati e’ l’accanimento contro i rifugiati ed immigrati, come se fossero loro i colpevoli e responsabili di questa tragedia. Loro, che stanno fuggendo da una tragedia mille volte peggiore: la guerra, i massacri, la paura quotidiana da mesi e anni….
Diceva Martin Luther King “Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni“.

Ho letto un post su facebook di una certa Cristina, ragazza Italiana che vive a Bruxelles, scrive : Io vivo in Belgio; quando tutto è successo ero a scuola: nella mia classe ci sono diversi ragazzi rifugiati. Loro erano gli unici che non ricevevano chiamate per sapere se stavano bene perché non hanno più nessuno che li chiami. Le loro non erano facce da paura ma facce di persone che avevano già vissuto l’esperienza milioni di volte. Credo di averli capiti fino in fondo solo questa mattina: ed è stato orribile.

Tornando in Messico, oggi qui a San Miguel de Allende, dove vivo, come ogni anno dal Santuario di Atotonilco parte la Via Crucis. Inizia con l’ultima cena, quando il Dio fattosi uomo lava i piedi ai discepoli, spezza il pane e offre il vino, dicendo “fate questo in memoria di me”, poi va a pregare nell’ Orto dei Getsemani, dove chiede al Padre di allontanare il calice della morte, ma poi si rimette alla Sua volonta’ e viene arrestato…  persone del popolo rappresentano Jesus, gli Apostoli, Pilato, Erode ed i centurioni, Maria e Maddalena…
Una marea di fedeli – e non – assistono in silenzio a questa rappresentazione abbastanza cruenta (le frustate sono vere).
Il Venerdi’ Santo, che gli Americani chiamano Good Friday (perche’, dicono , come chiameresti un giorno in cui qualcuno muore al tuo posto?)
per le strade acciottolate del pittoresco centro di San Miguel si snoda la Procesion del Silencio: una lenta parata, Croce in testa, seguita da centurioni romani, dagli anacronistici calzini rossi e bianchi. Seguiti da donne velate di nero e bimbe vestite di bianco, una banda, un coro di bambini, statue di Angeli, Madonne, immagini del gallo che canta 3 volte, della sindone…
Quest’anno si dovrebbe aggiungere alla processione anche un simbolo per ogni posto nel mondo dove muoiono innocenti.
E ricordare le parole del Cristo: Sono la via, la verità, la vita.

L’odio porta la morte, l’Amore la Resurrezione.

messico processioe donna bella

Messico: abbandoniamo i luoghi comuni

I primi luoghi che bisogna assolutamente abbandonare espatriando sono i “luoghi comuni”: cosi’ come l’Italia per molti stranieri e’ “mafia, pasta pizza e mandolino”, ogni paese ha i suoi…
Basti leggere i commenti che a volte si trovano su facebook o le becere dichiarazioni di Donald Trump. Oppure, come mi e’ recentemente capitato dopo l’intervista pubblicata su “il fatto quotidiano”, dove racconto la mia esperienza di espatriata in Messico con mamma ottuagenaria affetta da demenza senile…. leggendo con stupore e rabbia lo stupidario di luoghi comuni  tra le righe dei commenti dei miei “compatri-di-oti” che si riassumono con:
“Cosa sei andata a fare in Messico che e’ un Paese povero, pericoloso e terzomondista?”,  oppure ” non vorrai farci credere che il Messico e’ il Paese di Bengodi, dove la gente sparisce, viene ammazzata o emigra negli Stati Uniti perche’ fa la fame…”

Per prima cosa devo sfatare un luogo comune: Il Messico non e’ un Paese sudamericano, ne’ centroamericano… bensi’ nordamericano, come Stati Uniti e Canada.
Ed e’ ormai molto piu’ simile a questi ultimi che non ai Paesi latinoamericani , purtroppo per certi versi.

Altro luogo comune da sfatare: il Messico e’ povero e terzomondista.
Se a causa di retaggi culturali puo’ essere ancora considerato per certi versi “terzo mondo”, di certo non e’ un paese povero, al contrario, e’ un paese ricchissimo: di cultura, di metalli e minerali preziosi, di petrolio e produzioni industriali. Lavoro ce n’e’ per tutti, la disoccupazione e’ attualmente ai minimi storici ed e’ molto piu’ bassa che in Italia, e persino Stati Uniti…
I Messicani non sono poveri, lo sono le minoranze etniche, ovvero i pochi indigeni sopravvissuti che vengono sottopagati e sfruttati, come in ogni paese del “primo mondo”.
Quelli che passano il confine, rischiando la pelle come “illegales” , per andare a lavorare negli Stati Uniti, non lo fanno perche’ altrimenti morirebbero di fame, ma perche’ con quello che guadagnano in un mese al “otro lado” in dollari, mantengono la loro numerosa famiglia per un anno e, dopo qualche anno, se non sperperano in alchool e vizi, tornano in patria e si costruiscono la casa o mettono su un’impresa.

messico iguanaAltro mito da prendere con le pinze: il Messico e’ pericoloso
Non dico non lo sia… ma lo e’ quanto se non meno molte citta’ Americane ed Europee…
Certo, se si gira soli, di notte, vestiti in modo appariscente, magari con costoso smartphone o macchina fotografica digitale in bella vista, in alcuni quartieri malfamati di Citta’ del Messico, o Guadalajara, puo’ capitarti che ti rapinino. Ma, sinceramente, succede la stessa cosa in certi quartieri di Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova. A me personalmente qui in Messico da 3 anni non e’ ancora successo niente, ho persino dimenticato la mia macchina fotografica, con carte di credito e cellulare in un ristorante e li ho ritrovati… viaggio tranquillamente in metropolitana e sui mezzi pubblici, anche quando vado a Citta’ del Messico (con i suoi 25 milioni di abitanti…)  dove trovo persino scompartimenti riservati alle donne per evitare molestie… e dove poliziotte donne regolano salita e discesa per evitare sgradevoli spintoni e sovrafollamenti.
Poi, se ficchi il naso o ti metti in affari sporchi o hai a che fare con traffici illeciti, be’… te le vai proprio a cercare! Ed una cosa e’ certa e non e’ un luogo comune: i narcos esistono e non hanno scrupoli.
Come la camorra o l’andrangheta in Italia.

Poi ci sono i luoghi comuni al contrario… ovvero che in Messico sia tutto lecito, che basti allungare qualche dollaro di mancia per ottenere qualsiasi cosa. Che si possa vivere da nababbi con “pochi euri”…
Niente di piu’ falso: bisogna rimboccarsi le maniche come in qualsiasi altro Paese e la burocrazia e’ a volte snervante, si puo’ vivere discretamente con una pensione Italiana, grazie al cambio favorevole, ma in alcune zone molto turistiche, tipo Riviera Maia, Los Cabos, alcune spiagge del Pacifico, ornai la vita costa quasi come da noi.
Mentre nei luoghi meno battuti si trova ancora una casa di 3 locali in affitto a 200 euro al mese, un pasto al ristorante costa 8 euro, un taxi in citta’ per un percorso medio 3 euro.

Che i Messicani siano pigri, e facciano lunghissime “siestas” e’ poi davvero una leggenda metropolitana: lavorano piu’ di noi, alcuni fanno doppio o triplo lavoro, fanno pochissime vacanze… magari poi hanno poca attenzione al dettaglio e non eccelleno nello zelo…. ma e’ piu’ per pigrizia mentale che fisica.

Quindi, se intendete emigrare o visitare il Messico, abbandonate tutti i luoghi comuni, che in valigia non c’e’ spazio per loro.

Chile en nogada

Nonsolotacos

Hola donne di mondo!
Une delle tante attività che svolgo qui a San Miguel de Allende, Guanajuato, e’ dare lezioni di cucina regionale Italiana. Cosi’ come costa fatica far comprendere ai Messicani che Italia non e’ solo sinonimo di pizza e spaghetti, ma che ci sono migliaia di piatti differenti ed in ogni regione si cucina in modi e con ingredienti diversi. Altrettanto difficile e’ spiegare al resto del mondo che la cucina Messicana non e’ solo tacos! E’ una cucina molto varia, anche qui cambia molto a secondo della zona. E se pensate che il Messico e’ almeno 6 volte l’Italia…..

Tacos del Messico

Nonsolotacos, ma come vedete anche di tacos ce ne sono diversi…

Nei numerosi ristoranti pseudo-messicani che si trovano ormai in ogni paese, il menu’ e’ composto per lo piu’ da tacos (tortillas di mais ripiene di carne e formaggio) riso e fagioli, fajitas (carne di polo o di manzo grigliata e tagliata a listarelle con peperoni e cipolle) oppure burritos (tortillas di farina ripiene di carne, formaggio, verdure). Il tutto accompagnato da salsine piccanti (ma mai come quelle che trovate qui) in cui inzuppare i nachos.  In realta’ questi piatti non sono nemmeno l’ombra di quelli originali…come quando inorridisco nel vedere i menu’ dei ristoranti “Italiani” qui in Messico, che propongono “Espaguetti a la Bolognesa”, “Lasaña”, “Fettucini Alfredo”…. ovvio che di Italiano c’e’ poco se sbagliano addirittura a scriverlo…

La cucina Messicana, cosi’ come quella Italiana, non esiste! Esistono LE cucine regionali Messicane: nella regione di Puebla, centro-sudest, ad esempio uno dei piatti tradizionali e’ il “Pollo con Mole”, ovvero pollo ricoperto da una salsa a base di diversi tipi di peperoncino essiccati e cacao… oppure il “Chile en Nogada“, prelibatezza stagionale che consiste in un peperone ripieno di carne macinata e mischiata con pezzetti di frutta e noci, il tutto ricoperto da una crema di formaggio con noci e grani di melograno, e’ un piatto patriottico verde bianco e rosso!

Piu’ a Sud, in Oaxaca, famoso per i suoi formaggi, vanno matti per i “chapulines” (simpatici grilli fritti e ricoperti con sale, limone e l’immancabile peperoncino) li trovate in ogni mercato e ve li servono in tacos, ricoperti di cipolla e  foglie di coriandolo) o cosi’ semplici da sgranocchiare tipo patatine.

Al Nord del Messico invece e’ la carne a farla da padrone: immense grigliate parilladas di “res“, manzo, nonsolotacos-daina-mexicoaccompagnate da guacamole (composto di avocado, pomodori, cipolla, foglie di coriandolo il tutto schiacciato nel mortaio di pietra che chiamano molcayete), la “arrachera” e’ un taglio di carne marinata in spezie e poi grigliata. O il “cabrito” (un capretto intero allo spiedo).

Nello stato di Hidalgo sono famosi per la loro “barbacoa“, carne di borrego (maschio castrato della pecora) cucinato lentissimamente in un buco scavato nella terra riempito di brace e la carne avvolta in foglie di agave, delizioso!

Altra specialita’ di Pachuca, nello stato di Hidalgo sono “los Pastes” tipo panzerotti di pasta sfoglia ripieni di carne o tonno, patate. Il “pozole” e’ una zuppa di grani di mais, con carne di maiale stufata, verza e altre verdure, sopra si sparge rapa, cipolla e immancabile coriandolo e peperoncino. Nella penisola Yucateca ovviamente si mangia molto pesce, specialmente fritto o al “mojo de ajo“(sugo di aglio)

Ma un piatto tipico e’ anche il “cochinita pibil”, maialino cotto e poi marinato con cipolle rosse.

A Veracruz invece si cucina il pesce alla “veracruzana”, con pomodori, cipolla e olive.

Come vedete la cucina messicana e’ molto piu’ dei tacos… ma persino quelli esistono di moltissimi tipi diversi, a cominciare dalle tortillas, che possono essere di farina di grano, di mais giallo, rosso colorato o “azul”. I tacos possono essere ripieni di carne “al pastor“(tipo quella dei gyros turchi), o arrachera, o bistecca di manzo, di pollo, di carnitas di maiale, o maiale in salsa di pomodori verdi o con “guisados” (stufati) diversi, patate, nopales (le foglie di cactus), di pescado, camarrones (gamberi)…. oppure di “huitlacoches” (un fungo che cresce sul mais) o di “chicharrones“, la pelle del maiale fritta e poi ammorbidita in un sugo. Ecco, quest’ultimo non l’ho mai nemmeno voluto provare perche’ mi fa accapponare la pelle! A proposito di pelle accaponata, nei villaggi indios mangiano anche serpenti e roditori vari… ma questa e’ un’altra storia.

Buen provecho! Buon appetito!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le Balene di Baja California

Hola donne di Mondo! Que tal?

Io sono appena tornata da un’emozionante viaggio in “Baja” (Bassa California) a rivedere per la seconda volta le Balene grigie, oltre a visitare luoghi meravigliosi nei deserti della penisola e le isolette del Mar di Cortez con i loro endemismi di flora e fauna.

balena 1Il leit motiv di questo viaggio e’ stato il “soffio”: il soffiare del vento, unico suono costante, nel deserto tra i cactus ed i buffi “Cirios” (alberi a forma di carota pelosa della famiglia delle fouquerie) il vento in barca verso le isole o che solleva la sabbia sulle immense spiaggie del Pacifico. Il soffio del serpente a sonagli sull’isola Santa Catalina (crotalus catalinensis) unico nel suo genere ad essere privo di sonagli, che pero’ mi ha cortesemente avvisato della sua presenza soffiandomi come un gatto, giusto in tempo prima che il mio piede si avvicinasse troppo e fosse suo malgrado costretto a mordermi, il che sarebbe stato fatale per me…

Infine il soffio soave delle grandi balene grigie nella laguna Ojo de Liebre, che si avvicinano silenziose ed aggraziate alle barche dei turisti a salutare e giocare.

Fa riflettere pensare che fino a non molti anni fa, in questa stessa laguna, allora battezzata con il nome del terribile baleniere Scammon, la balena grigia veniva ferocemente uccisa, proprio qui dove viene da sempre a riprodursi. “Le Balene lo Sanno” (come recita il titolo di un racconto di Cacucci) alcune di loro, le piu’ anziane, sono scampate a quegli arpioni e ancora ne portano i segni. Pero’ hanno perdonato ed ora si avvicinano senza timore e posano per noi, per le nostre fotografie e selfie, si fanno accarezzare, baciare , si esibiscono in divertenti balletti salutandoci con la coda. Il contatto non e’ casuale, si alzano e ci guardano, si avvicinano e stazionano intorno alle piccole imbarcazioni che potrebbero benissimo rovesciare e affondare con un colpo di coda.

Il contatto e rapporto tra esseri umani e balene e’ molto diverso da quello che si puo’ sperimentare, ad esempio, con lo squalo balena che e’ un pesce e non un mammifero: lo squalo balena, gigantesco ma innocuo, nuota ignaro non cerca nessun contatto con l’uomo che gli nuota o passa accanto, anzi casomai lo evita.

La balena ci riconosce, si avvicina e comunica, interagisce con noi, sembra volerci dire qualcosa di molto importante sulla vita e su questo pianeta che condividiamo. E si’, ha misericordia di noi.

I serpenti invece, specie quelli a sonagli, mi hanno da sempre terrorizzato. Sara’ che, come dice la Bibbia in Genesi 3, Dio ha punito il serpente ponendo inimicizia tra lui e la donna. Fatto sta che solo l’idea di incontrarne uno mi fa tremare, in tutta la mia vita per fortuna ne ho visti solo 2, entrambi mi hanno risparmiata. Il primo, in Arizona, dormiva tranquillo sotto un albero, non si e’ scomodato ma ci guardava di sottecchi mentre lo fotografavamo a distanza di sicuezza.

Questa volta invece ero stata avvisata: Isa, una compagna di viaggio, ne aveva appena avvistato uno, camminando tra i bellissimi ferocactus diguetii dell’isola Santa Catalina. Lo aveva visto arrotolato tra le roccie su cui si mimetizza ed anche quello le aveva soffiato. Pochi minuti dopo anche Giuliana, altra amica, ne ha avvistato un altro. Quindi procedevo abbastanza guardinga, ma dopo un salto in discesa ho sentito un soffio ed era li’ a meno di un metro dal mio scarpone, in posizione di attacco, per difesa. Un salto di un metro all’indietro con il cuore che mi era andato in gola e le gambe con la tremarella…e la consapevolezza di averla scampata. Dio mi vuole su questa terra ancora per un po’