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Africanissima Malindi by night

Era una caldissima serata di febbraio.
Non avevamo ancora intrapreso l’attività’ attuale e in quegli anni , i miei primi quattro anni a Malindi, io e John avevamo un locale al centro della città. Uno di quei locali che allora andava alla grande. La band dal vivo era il completamento delle serate malindine di quel periodo. Si esibivano in diversi locali e anche noi, come tutti, organizzavamo da tempo le serate con la band.
Il mercoledì, il venerdì e il sabato. In periodo festivo, come ad esempio poteva essere durante il periodo natalizio, anche tutti i giorni. Ci si divertiva veramente e la popolazione locale insieme ai turisti erano sempre fuori la sera a godere di serate come questa.
Perché fini’ quel bel periodo? Perché’ improvvisamente tutti i villaggi turistici introdussero il sistema all inclusive.
I turisti non uscivano più per pranzare, cenare o anche solo bere qualcosa in compagnia. Era tutto pagato al villaggio.
Noi  iniziammo a soffrire della diminuzione del movimento turistico serale.
Noi, come tutti i locali di Malindi. Peccato. Potrei quasi dire che quella fu la fine della Malindi by night.
Durante le serate con la band, io ero sempre indaffarata con il personale tra i tavoli, un po’ per aiutare a servire, un poì per mettere in atto le mie capacita’ di pubblic relation. Mi piaceva. In fondo mi e’ sempre piaciuto chiacchierare, conoscere e dialogare anche con gente che mai ho visto prima. Era, ed e’, un modo per confrontarmi. Per conoscere e comunicare con nuove persone. E perché no, anche per fare amicizia. E di amici me ne sono fatta tanti. Certo, tante sono solo conoscenze, ma ci sono anche tanti amici che, dal 2005 – anno in cui abbiamo smesso con quella attività –   sono restati tali nel tempo fino ad oggi. E alcuni sono qui. Mai persi di vista anche se solo virtualmente in contatto. Amici che continuano a leggermi. A leggerci. E di questo ne sono estremamente felice.
africanissima-malindiTornando alla sera di febbraio, ricordo che, come sempre tra i tavoli , c’erano tantissimi africani su di giri.
La birra , e l’alcool in genere , e’ veramente gradita agli africani. La bevono uomini e donne di tutti i ceti sociali.
La birra, bevuta a temperatura ambiente. quindi calda – di  modo che arrivi prima alla testa. Alcohol che riusciva a dare un tono ancora piu’ allegro alle serate africane.
Ad un certo punto una ragazza si avvicino’ a un tavolo dove, come spesso accadeva, c’erano seduti  tre uomini europei. Tre bianchi attempati e tre ragazze keniote. Tre belle ragazze. Bevevano e, tra una risata e un altra, notai che le ragazze si alzavano, bevevano un po’ di birra e andavano in pista ad esibirsi con i loro movimenti sensualissimi . Quei balli africani confusionari che solo la gente del posto, i neri, riescono a rendere sexy. Al tavolo erano rimasti i tre uomini a chiacchierare tra di loro e nel mentre vidi un altra ragazza arrivare affannatissima, di corsa, al loro tavolo. Non era una delle tre amiche precedenti. Si trattava di un’ altra ragazza. Si mise a urlare contro uno degli uomini e si diresse in pista. Qui afferro’ una delle tre ragazze e le mollo’ uno schiaffo. Ci fu un attimo di smarrimento da parte dei tre uomini. Un po’ anche da parte mia, nonostante fossi  già abituata a vedere scene di gelosia tra donne che spesso si contendevano lo stesso uomo. Ops…: lo stesso bianco.
Le due ragazze si diressero verso l’uscita gesticolando e urlando l’una contro l’altra. Logicamente le loro urla erano parole di offesa. E tutte esclusivamente in italiano. Si, perché i tre uomini erano italiani e quello era il solo modo di far comprendere all’interessato cosa si stessero dicendo. Non sto a ripetere i termini poco carini che si sono dette. Ma credo possiate immaginare.
Improvvisamente una delle due, subito davanti l’uscita del mio locale, tiro’ i due lembi laterali dell’abito già cortissimo che indossava e – spettacolo per tutti –  si spoglio’. Resto’completamente nuda.
Certo, era molto bella. Era bella di viso e di corpo, ma ciò’ non impedì a  me e a un altro amico lì presente a correre a per coprirla di corsa  con una tovaglia che era adagiata su un tavolo vicino. Quando le fui accanto capii, o forse ebbi la certezza al mio sospetto iniziale, che era ubriaca. Talmente tanto ubriaca che mi cadde tra le braccia piangendo, quasi a voler chiedere aiuto.
L’altra ragazza scappo’ via con una vettura  di amici che nel frattempo l’avevano bloccata e tenuta vicino al loro tavolo. Notai velocemente che le sue treccine erano solo in parte lunghe. Le altre non c’erano piu’. Nella lite furibonda le erano state strappate. Erano extensions, logicamente. Caricai la ragazza ubriaca su un tuk tuk e , sempre con un amico del quale mi fidavo, la accompagnai a casa.
Lasciai  il locale pieno di gente e John  a districarsi  tra i tavoli al mio posto.
La  casa della ragazza era non distante ma per fortuna lei stessa , nonostante non fosse  perfettamente presente per via dell’alcool, riusci’ a indicarmi la strada.
Davanti alla porta, rossa a chiazze marroni, in un quartiere africanissimo di Malindi, c’era una donna. Appena ci vide,guardo’ la ragazza che era con noi e che aiutavamo a scendere dal mezzo , e scosse la testa. Si giro’ ed entro’ velocemente in casa, chiudendo la porta. Allora non eravamo davanti alla casa giusta…pensai. Ma la ragazza insistette. Io bussai, senza avere risposta risposta.
Il ragazzo del tuk tuk allora chiamo’, o meglio urlo’ di aprire alla signora che era dentro , e la porta si spalanco’.
La donna , di mezza eta’ e malconcia, con un abito coperto da un pareo sporco, era ubriaca.
Un odore acre, misto a birra a vino di cocco. Bevanda tipica fatta in casa della popolazione locale. Anche lei ubriaca. Ci guardo’, e si rifugio’ in un altra stanzetta della casa. Adagiammo la ragazza su un divanetto che si trovava nell’ingresso e uscimmo velocemente per tornare al mio locale. Fummo molto veloci nel rientrare, per paura di fare altri incontri indesiderati.
Lungo il tragitto  non potei fare a meno di chiedere al ragazzo del tuk tuk chi fosse quella donna in casa e la risposta mi lascio’ di stucco:era la madre della ragazza ubriaca. Anche lei. Anche lei come la figlia. E  come forse il padre, se un padre esisteva, e come altri figli che probabilmente non erano ancora rientrati a casa in quella calda notte di febbraio.
Ripresi a lavorare nonostante il mio pensiero fosse fisso su quanto era accaduto.
Quella sera iniziai a conoscere alcuni aspetti prima a me sconosciuti  della mia Africa…
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This is Africa

Ieri pomeriggio, girando per le vie di Malindi, ho visto una scena che mi ha riportato indietro nel tempo.
Una di quelle scene che molti di voi avranno anche vissuto. Una stradina interna del mercato, una di quelle vie caotiche con gente che va da una parte all’altra, con il rumore assordante di una miriade di mezzi da trasporto , come solitamente accade nelle vie strette di Malindi, dove il richiamo del muezzin si confonde tra le urla di bambini che giocano per strada , i clacson delle auto, il fracasso dei tuk tuk, le donne che si incontrano e scambiano due chiacchiere mentre il sole cocente illumina le giornata di questo caldissimo marzo.
africaHo notato una bimba (avra’ avuto circa dieci anni) che aveva il capo rivolta verso l’alto. Aveva una piccola busta in mano e ..(qui sta il mio ritorno al passato) la mamma che le scendeva dal balcone della sua casa al primo piano un cestello appeso a una corda. Lo chiamavamo dalle parti mie in Sicilia “il paniere”. Quante volte ho vissuto io stessa questa scena. Quante volte non ho avuto voglia di rientrare a casa, dopo aver anche solo comprato le uova nel negozietto sotto casa. Questa scena mi ha proiettato indietro nel tempo quando ero in cortile e mia mamma da casa si affacciava e mi “calava” il paniere. Tutte vecchie abitudini che purtroppo non vivo piu’ e che confesso non ho mai piu’ visto. Mi chiedo se e’ dovuto al fatto che i figli non sono piu’ cosi’ disponibili con i genitori o se e’ solo perche’ e’ ormai piu’ difficile vedere nelle citta’ europee i figli giocare sotto casa, nel cortile, come facevamo noi un tempo.
Ricordo ancora le urla di mia mamma che, dopo avermi chiamato perche’ era ora di rientrare, io facevo spesso finta di non sentire. Ricordo che dopo la prima, la seconda o anche a volte la terza volta, il richiamo diventata sempre piu’ forte e con esso la frase di rito : Donaaaaa….se non sali entro un minuto ti dimentichi di scendere in cortile per sempre. E quello era il momento in cui realizzavo che era meglio obbedire per non perdermi in futuro  i momenti di giochi con i miei amici.

Qui, in Kenya, rivedo spesso scene di un tempo. E, la semplicita’ e spontaneita’ con la quale queste accadono, mi fanno comprendere che qui c’e’ forse ancora piu’ quella che era un tempo la vera famiglia tradizionalista . Qui poi c’e’ anche il momento, e questo accade spesso, che comprendo quanto i bambini piccoli o le ragazzine e i ragazzini siano un grosso aiuto per la famiglia stessa.
Tornando a casa, o anche girando per i villaggi africani, mi capita sovente di incontrare giovanissimi bimbi con mucchi di legna sulla testa. Mi capita spesso di incontrarli con taniche di acqua, anche da dieci litri, sul capo. A volte, vista la pesantezza della tanica stessa, vedo bambini che la fanno rotolare per non far gravare il suo peso sul loro corpo gia’ esile e veramente minuto. E allora torno indietro e mi domando: ma se mia mamma mi avesse detto di andare a prendere quattro litri di acqua al negozio sotto casa – io –  lo avrei fatto ? Non so. Forse avrei probabilmente risposto: non ce la posso fare. Magari una bottiglia o forse due avrei potuto portarla ma quattro no. Sono troppo pesanti. Oppure avrei potuto rispondere che mi sarei stancata  troppo, o che in quel momento avevo da  fare (forse per continuare a giocare alla play station).
Invece qui i bambini non danno queste risposte. Non possono darle. Sono un tutt’uno con la mamma e sono di grande aiuto nella gestione della casa. Una casa spesso fatta di fango, ma che per loro e’ certamente il giaciglio importante da curare.
Io, a mio figlio, cerco di insegnare che in casa ci si aiuta a viceda. Non ho modo di far scendere dal balcone il cestino per le piccole spese perche’ abito al pian terreno ma una cosa e’ certa: se ho bisogno in casa di acqua lui di certo non si lamenta e va a comprarle alla bottega vicino casa.

I ricordi, quante cose ci fanno rivivere.

Un consiglio? Portate in Africa i vostri bambini se ne avete occasione. Mostrate loro queste realtà . Sicuramente sono delle belle e importanti lezioni di vita.

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Una normalissima giornata nella mia casa africana

donatella 17 Marzo 2016
Sono in veranda.
Il silenzio e’ surreale.
Sono le 7,42.
Il cielo stamani e’ offuscato da tanti nuvoloni.
Il cinguettio degli uccelli e’ come il vociare dei bambini che la mattina si ritrovano sulla viuzza di casa e insieme si dirigono verso la scuola.
Stamani non ho ancora visto un corvo come solitamente vedo ogni mattina.
I corvi sanno sempre che al mattino riescono a beccare qualche chicco di riso che i miei amici pelosi fanno cadere dalla loro ciotola.
Che strana giornata. Le nuvole portano ombra, ma di certo non portano refrigerio. ANZI. Il tasso di umidità credo sia elevatissimo. Mi diletto a guardare il mio giardino. La buganvillea e’ coloratissima.
Qualche moto inizia a passare dalla strada principale del villaggio. Saranno i giovani in cerca di qualche cliente che cercano il modo di raggiungere il centro della cittadina. Li , oggi e come sempre, alcuni di loro si metteranno alla ricerca del solito turista da accompagnare per negozi. La speranza di poter riuscire a guadagnare qualche euro grazie alle commissioni che
alcuni negozianti sono soliti dare a chi porta loro clienti. MI rendo conto che oggi non c’e’ veramente un alito di vento . Sara’ sicuramente una giornata afosa e caldissima. A volte spero che la pioggia possa arrivare e che con essa arrivi anche il tanto desiderato freschino, che forse da anni non riesco mai a percepire, almeno da quando risiedo qui. E sono passati oltreDONATELLA quindici anni. Chissà se ne passeranno ancora altrettanti. Come dice l’Africano dovrei dire ….se Dio vorra’. …o alzare gli occhi al cielo e sussurrare: Inshallah .
In lontananza ora sento il vociare di operai che da giorni arrivano, sempre verso questa ora, nella casa difronte la mia. Sono intenti a demolire il tetto in makuti (tetto tipico da queste parti fatto con foglie di palma). Abitando nella strada che porta verso il carcere di Malindi ….so che tra non molto passera’ un camion carico di detenuti. … che verranno in parte portati in tribunale , per li essere processati e, in parte, verranno lasciati davanti alcune strutture comunali per poter essere utili socialmente. In Kenya i carcerati già con condanna definitiva devono pulire la stazione di polizia, le zone limitrofe l’aria dell’ospedale comunale , il municipio. ..e altri uffici sempre di proprietà’ statale.
Il cancelletto di casa mia , quello secondario, si apre. I cani abbaiano festosi. La ragazza che collabora in casa mia e’ appena arrivata. E’ lei che da loro il mangiare al mattino e loro la adorano . Se penso che e’ anche musulmana mi rendo conto di essere stata fortunata anche in questo. Non avrei potuto assumere qualcuno che non amava e rispettava i miei tre monelli pelosi. Entra anche il giardiniere. Non e’ uno dei migliori nel suo lavoro, ne sono consapevole, ma e’ un bravo ragazzo, volenteroso e  lavoratore. Ha famiglia e sa che occorre faticare per poter dare qualcosa da mangiare a moglie e due figli (e meno male che ne ha fatti solo due). Il  loro arrivo mi fa Donatellacomprendere  che sono le otto del mattino.
La mia giornata inizia cosi’.
In fondo non e’ proprio male.
Buona giornata. Ho proprio la certezza che ora la città’ si sia completamente svegliata.
Peccato perdere il silenzio che avvolgeva la mattinata in veranda.
Aspetterò ancora una volta e con piacere il risveglio di domattina…..
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Il Segno del Masai

“Dona, perche’ John e Solomon (rispettivamente mio marito e mio figlio) hanno delle cicatrici circolari sul viso ?”
“Che vuol dire ? E’ casuale che siano rotonde per ambedue ? “

Un tempo i Masai, pastori ex nomadi provenienti dalla zona del Nilo (infatti stiamo parlando di tribù’ nilotica) avevano  iniziato una battaglia  con una tribu’ nemica  da sempre ritenuta la piu’ importante e  piu’ forte del Kenya : i Kikuyo.
I Masai e i Kikuyo infatti erano ormai in continua lotta per via del bestiame da pascolo e si era arrivati a uno scontro che dava quasi giornalmente decine di morti: Morti da ambedue le fazioni .
I Kikuyo, da sempre al potere del paese (attualmente al governo in gran parte sono Kikuyo) avevano deciso che i Masai davano loro troppi problemi per quanto riguardava il discorso della pastorizia.
I Masai, da parte loro, erano invece convinti di aver ragione e continuavano nella loro totale ignoranza a lottare contro chi deteneva il potere e contro chi in quanto a forze era probabilmente piu’ numeroso e piu’ preparato.
I pastori Masai  infatti erano convinti che, tra l’animale da pascolo e il Masai stesso, ci fosse un legame voluto dal progetto di DIO. Erano addirittura arrivati ad affermare che gli animali da pascolo esistevano perche’ esistevano i Masai. Un’ unione unica e indissolubile. Un disegno di Ngai (Dio) da rispettare. Questa loro convinzione li aveva portati a pensare che a ogni mucca corrispondesse un padrone Masai. Nessun altra persona, non appartenente alla tribu’ dei Masai, poteva essere padrone di una mucca, o capra o pecora.
La loro testardaggine, e quindi questa loro voglia di continuare a lottare contro tutti e tutto , ma soprattutto contro i Kikuyo che da parte loro erano possessori di tantissimi animali da pascolo, fece si che questi ultimi dovettero unirsi e prendere una
decisione unica e realmente drastica, ma risolutiva. Si decise che i Masai avrebbero dovuto  essere decimati e pian piano si doveva anche arrivare all’estinzione della tribu’ stessa. Niente masai, niente piu’ problemi di pastorizia. Ma come raggiungere questo obiettivo ? Il solo modo era quello di rapire i bambini masai, facili prede , in quanto iniziano a portare il piccolo
gregge al pascolo anche alla tenera eta’ di tre anni circa. Rapito il bambino piccolo lo si faceva diventare un piccolo schiavetto nelle case dei possidenti terrieri o anche solo adottandolo e avendo cosi’ nuove braccia nelle proprie
abitazioni.
Insomma….niente bambini masai significava niente adulti segno-masaitestardi, quelli convinti che a ogni mucca corrispondesse un Masai . Avendo scoperto questo tentativo di distruzione della razza tribale, i masai avevano iniziato a non mandare i bambini al pascolo, nonostante per loro fosse una gran perdita in termini di manovalanza familiare. Allora si decise di usare lo stesso sistema che si usa per gli animali da pascolo : incidere a fuoco due cerchietti sulle guance dei piccoli e poterli cosi’ un domani riconoscere qualora fossero rapiti. “Hai i cerchietti ?” Sei sicuramente un Masai e come tale, nonostante magari non si riuscisse a risalire ai genitori biologici, sei comunque un fratello e devi vivere con la tua gente. Devi vivere con i Masai che ti adottano per sempre. Infatti, nessun bambino masai, anche orfano di genitori e senza parente alcuno, verra’ mai dato in adozione fuori dal villaggio. Un Masai  e’ fratello di un altro Masai. Anche se non consanguineo.
Ecco perché John e Solomon hanno i cerchietti sul viso.
Certi giorni  le cicatrici sono piu’ evidenti certi altri  meno. I veri masai (loro dicono) devono portare i cerchietti sul viso.
Oggi, la lotta tribale e’ terminata ma le famiglie legate alle tradizioni di un tempo continuano a ”marchiare” i loro piccoli.

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Mama Masai al mercato di Malindi

mama-masaiStamani subito dopo aver preso la moto, ed essermi posta come meta casa dei miei, mi e’ venuto il desiderio di andare a fare un giro al mercato: erano diversi giorni che non andavo al mercato  e devo dire che un giretto tra odori e colori a me piace sempre farlo.
Non dovevo comprare nulla di particolare, ma so che sarei tornata a casa con qualche sacchetto pieno di frutta e verdura locale. In fondo, come si resiste al loro profumo quando ci sei davanti ? Sono veramente buoni e per alcuni frutti i gusti sono decisamente diversi da quelli ai quali ero abituata in Italia. Parlo di Mango, di Ananas, di Papaya e via dicendo. Non amo molto il Passion fruit , ma mi sento obbligata a comprarlo perché Solomon, mio figlio, lo adora. Trovato posteggio lateralmente a una baracca di mango ho chiuso la moto e mi sono diretta a piedi dentro il mercato: Mama masai…compra qui oggi.
Mama masai, non vieni mai da me ?
Mama masai ….guarda che pomodori che ho oggi !
Insomma, …mi sono sentita quasi in imbarazzo nello scegliere dove andare a far spesa.

Quella spesa di cui non avevo bisogno, oltretutto!! Mentre camminavo e cercavo di scegliere la bancarella con il pomodoro più’ bello alla vista…mi sono soffermata a guardare una vecchietta seduta a terra.

mama-masaiEra li , con un cesto soltanto , pronta a vendere qualche kilo di pomodoro e spinaci. Probabilmente tutta roba del suo orticello personale. Era minuta e vestita con qualche pareo coloratissimo che le copriva tutto il corpo , testa compresa. Non so se fosse stata musulmana, ma era proprio una bella vecchina.
Probabilmente era arrivata al mercato dopo aver percorso chilometri e chilometri  a piedi per poter racimolare qualche euro in più del solito.
La vecchietta, veramente minuta e con un viso dolcissimo ma segnato da una vita sicuramente dura e piena di dolore, mi ha letteralmente stregata. Incantata. Sara’ che io i nonni li ho persi veramente da piccola e non ho ricordi nitidi da poter dire che ho anche giocato con loro o anche solo avuto il piacere di stare a farmi raccontare storie di un tempo. Si, forse i nonni mi sono mancati . Per fortuna ho avuto una vita piena di affetti grazie ai pochi familiari vicini di casa. In primis i genitori e sicuramente poi gli zii.
Mi sono avvicinata alla vecchietta e, dopo aver sfoderato un sorriso degno della Durbans, le ho chiesto quanto costavano il pomodoro e gli spinaci. Confesso che visti da vicino i pomodori non erano un granché, ma gli spinaci non sembravano affatto male.
mama-masaiMi sono seduta accanto a lei , proprio su un sasso che la stessa nonnina usava come base per appoggiarsi e poi adagiarsi sulla terra nuda del mercato e, al solito mio, ho cominciato a farle alcune domande. Sono curiosissima quando incontro queste persone sole e anziane. Come mai a quella eta’ era li. Come mai aveva cosi’ poca roba. Da dove veniva e come era arrivata li, al mercato di Malindi.
La prima risposta fu per la mia ultima domanda. Mi disse che era arrivata a Malindi a piedi e veniva dalla zona di Mambrui. Zona Ponte Sabaki , a nord di Malindi. Beh, ho pensato. Sono tanti chilometri. Ma come si fa a fare tanta strada a piedi e alla sua eta’ e carichi di merce da  vendere al mercato? Sempre sperando che si riesca a vendere… Aveva solo due chili di pomodoro (perché altri due li aveva già venduti) ed un paio di chili di bietole (qui le chiamano spinaci) che lei stessa aveva raccolto dal suo orticello. L’eta’ non ha saputo dirmela. La risposta e’ stata: mimi Nyanya (non so se si scrive cosi, ma vuol dire nonna).

Voleva certamente dirmi “sono anziana“. Ma non sapeva in che anno era nata. Era la nonna di sette nipotini, tutti abbastanza grandicelli per potersi dare da fare. Tutti, come lei stessa mi ha precisato, lavoratori in spiaggia. In spiaggia? Che fanno in spiaggia ho chiesto: sono pescatori ? No, no, in spiaggia a cercare femmine. In spiaggia con i turisti a passeggiare. Ho capito subito di cosa parlava la nonna. Non ho saputo certo dirle altro. L’ho guardata e le ho detto: sicuramente anche loro porteranno qualcosa da mangiare a casa e insieme farete una bella festa. Dammi i tuoi due chili di pomodoro e quello che ti resta della  bietola.

Ora che hai venduto tutto, non hai altro da vendere. Vai a casa.

Oggi mi sentivo più buona  del solito.
Le ho dato credo cento scellini in piu’ e le ho detto di prendere il matatu e tornare a casa con quei soldi. Spero lo abbia fatto.
Non so se questo l’ha resa felice.
So che quanto ho fatto ha reso felice me.
Con poco, ma sono andata via con un sorriso dolce-amaro.

Per il resto: lunga vita a nonna Zena (il suo nome)

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Kenya, biciclette e scolari

In Africa accadono  delle cose che mai avresti potuto immaginare.kenya-scolari-bicicletta

Eppure, in Africa, ricevi lezioni di vita che non dimenticherai mai.

Voi come andavate a scuola? Mio figlio aveva una bicicletta per andare a scuola. Ha fatto tanto, bucando prima una ruota, poi l’altra, riparandola  migliaia di volte e poi rompendo anche le marce…..(era una bella Mountan Bike) finché, un giorno, si ruppe per bene…Da quel giorno quella bici non la vidi per lungo tempo, avendola lui depositata in terrazza , tra tutte le attrezzature del padre e tra i ferri vecchi delle auto riparate.

Non la volle mai più riparare quella benedetta bicicletta.  Andava a scuola a piedi perché  così preferiva fare.
Un giorno gli chiesi di aiutarmi a portare la bici a riparare . Si rifiutò e io non capivo. Non ero preparata a questo rifiuto e mi domandavo il perché. Soprattutto lo domandavo a lui insistentemente. Ma la risposta era sempre: mamma, io preferisco andare a piedi.

Sapendo quanto lui non ami camminare, nonostante sia un Masai (e di solito i Masai e gli africani in genere sono abituati a camminare parecchio) mi ostinavo a forzare la riparazione della bici. E la sua risposta continuava ad essere identica alle volte precedenti:un No categorico. Addirittura ricordo che alcune volte tergiversava e cambiava discorso. Ero una mamma incapace di comprendere cosa volesse dirmi, o ero solo contrariata perché il mio pensiero era che, forse, lui , voleva una bicicletta nuova? Ero io malpensante?
Arrivò il giorno del suo compleanno (il due luglio) e la nonna, ossia mia mamma, dall’Italia mi chiamò e mi disse di fare gli auguri a Solomon e di acquistare per lui una nuova bicicletta. Doveva essere il suo regalo di compleanno. Una bicicletta speciale. Come lui l’avrebbe preferita. Quando lei sarebbe venuta a Malindi mi avrebbe restituito i soldi.

Attesi Solomon al rientro da scuola, pensando di fargli una bella sorpresa con questa notizia. Quando arrivò come sempre entrò tutto sudaticcio e sporco e, dopo i saluti a mamma e papà, andò nella sua stanza. Si spogliò e  fece una doccia. Tutto era  normale ed i suoi movimenti al rientro erano,e sono ancora oggi, sempre gli stessi. Finita la doccia si avvicinò a me e si sedette vicino, nel divanetto dove stavo comodamente a guardare la televisione.
Fu in quel preciso istante che decisi di cantargli la canzoncina di auguri e di comunicargli della telefonata della nonna. E del regalo che lui stesso avrebbe potuto scegliere in quanto al modello. Gli riferii infatti che la nonna aveva dato precisi ordini che il tipo, modello e colore lo avrebbe scelto lui, e che non mi sarei dovuta fermare davanti a nessuna cifra. Certo, sempre nella logica di una scelta di biciclette da ragazzo.
Ricordo che  gli dissi di non esagerare, magari di non chiedere  una bici da mille euro!
Mi guardo’ e mi disse: io non voglio una bici.
E automatica fu la mia contro-domanda : ma perché no,  se puoi andare  a scuola in bicicletta  evitando così di fare strada a piedi
anche durante le ore calde ? O vuoi un regalo diverso? 

Finalmente arrivò  la risposta tanto attesa e che comunque mai avrei immaginato: non so che regalo potrei desiderare..ma sicuramente non voglio una bici. Mamma, i miei compagni non hanno la bici. Io voglio andare a piedi con loro. Io “sono come loro”, e insieme ci divertiamo ad andare ed a tornare da scuola a piedi…
Non ebbi il coraggio di dire altro.
Stavolta fu lui a darmi una bella lezione di vita…

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Decisioni che cambiano la vita

Eravamo fidanzati da poco.
O meglio, era da poco iniziata la nostra storia.

Nonostante tutto avevo deciso che era meglio vivere insieme. D’altronde, che senso avrebbe avuto stare dalla mattina alla sera insieme, e poi, ad un certo orario dire: ok, vado a casa  mia. Anche perché lui non aveva una casa sua, ma divideva una stanza con altri due Masai.

Decidemmo così di restare insieme, sotto lo stesso tetto. In fondo anche per me, sola e senza amici e senza alcun contatto in città, sarebbe stato meglio: avrei avuto sempre e comunque qualcuno accanto. Otre al fatto che ne ero fondamentalmente e comunque felice.

donatella-masaiA volte ci sono decisioni che si prendono su due piedi. Senza grandi valutazioni: ed io in questo sono sempre stata una campionessa. Quante decisioni ho preso senza valutarne le conseguenze. Ma alla fine posso affermare che il mio istinto non ha fatto grandi errori. O almeno, per me ha funzionato così.
La decisione più grande doveva essere pero’ quella di parlare a lui e dirgli di lasciare il suo ”lavoro”in un albergo di Mombasa. Stavamo mettendo su casa insieme a Malindi e, nonostante ci fossero solo 100 km di distanza tra le due città, non avevo intenzione di rimanere sola per diversi giorni a settimana. Altrimenti che senso avrebbe avuto andare a vivere insieme ? Fu nel momento che gli proposi di lavorare insieme a me che si presentarono i primi tentennamenti da parte sua. In ogni caso il problema maggiore non era lui, bensì tutta la comunità Masai che era presente a Malindi, e della quale lui faceva parte. Si, perché i Masai della costa sono riuniti in una cooperativa foratasi proprio per continuare ad essere una tribù unita come sono soliti esserlo nei loro villaggi. I membri di questa comunità sono anche registrati al comune di Malindi con domicilio periodico ed ogni Masai appartenente alla cooperativa ha un numero di riconoscimento assegnato. Una sorta di numero di identità. John faceva  parte di questa cooperativa e in più era membro importante, in quanto fu lui stesso, insieme ad altri quattro masai, a fondarla, registrandola e legalizzandola nel comune di domicilio della costa : Malindi, Watamu, Kilifi, Mombasa e Diani.amboseli-masai
I Masai, per chi non lo sapesse, non sono di questa zona e provengono da territori  più lontani come  Amboseli e Masai Mara.  John appartiene ai Masai di Amboseli, così come la maggior parte di quelli presenti sulla costa.
Ma torniamo alla mia richiesta. Occorreva che lui lasciasse il lavoro a Mombasa nell’albergo a cinque stelle chiamato Paradise e, in questo modo, sarebbe stato anche un grande aiuto per me che avevo deciso di rilevare un locale a Malindi. Un bar, con annesso ristorante e discoteca, che in seguito decidemmo di chiamare Black & White. Dopo la mia richiesta i dubbi iniziarono giustamente a insinuarsi nella sua testa. E, forse, anche giustamente. Se lasciava il lavoro voleva dire perdere la sola entrata certa, il solo stipendio sicuro che la costa da anni  gli stava garantendo e che gli dava la possibilità di avere una vita un poco più decente di quella da pastore, che aveva deciso di abbandonare da quando, andato via da Amboseli, era arrivato a Malindi. Ma, soprattutto, penso che la sua grande disperazione fosse quella di  abbandonare il gruppo Masai. La cooperativa di cui si sentiva (e si sente) un po’ il creatore. Lui oltretutto era l’economo del gruppo, e questo avrebbe creato non pochi problemi alla cooperativa, in quanto avrebbero dovuto a quel punto cercare un altro Masai  in grado di sostituire John nella gestione dei conti . Certo, per me era un problema che non mi creava ansie, ma a lui le creava eccome! Io lo spingevo a decidere. Ne discutemmo tanto. Ero veramente convinta che la sua decisione avrebbe dato seguito alla nostra vita in comune. Insomma, fu quasi come dire: o con me a lavoro o per sempre con i tuoi Masai.
Decise. Dovette indire una riunione e cercare di comunicare al gruppo la sua decisione. Si, la sua decisione di venire a vivere e lavorare con me. La  sua scelta era ferma. Con tutte le richieste e le spinte da parte del gruppo di non accettare perché, in fondo, la vita con una bianca non avrebbe avuto lungo seguito. Dopo questo incontro ”tribale” John si dovette armare di coraggio e andò a Mombasa , zona Mtwapa, e dare le dimissioni. Lo fece quasi subito dopo la mia insistente richiesta, senza prendersi tanto tempo. Era passato intanto quasi un anno da quando avevo acquistato il locale ed ero veramente intenzionata a cederlo se lui non avesse deciso in fretta. Non riuscivo a mandare da sola tutto avanti: era un locale aperto 24 ore, e la mole di lavoro era enorme. Si guadagnava tanto, ma non si guadagnava di certo in salute. Se fossimo stati in due avremmo unito le forze e il lavoro sarebbe stato meno pesante. Gestire una quindicina di camerieri ed un  cuoco non e’ facile. Soprattutto in un paese dove spesso la professionalità equivale a zero. Ed io, essendo figlia di commercianti nella ristorazione, so cosa vuol dire lavorare  cercando di dare il massimo e sorridendo  a tutti. Anche se la stanchezza ti porta a chiudere gli occhi. E la soluzione migliore era che John si unisse a me nella conduzione del locale. In fondo poteva sempre dire di essere  il co-titolare dell’azienda. Avevamo formato una società, della quale ancora oggi siamo i due direttori unici. A maggio 2002 quindi arrivo’ la sua decisione. Andò a Mombasa e comunicò le sue dimissioni.
Tornato a Malindi, mi sembrava di iniziare una nuova vita. Decidemmo  anche di ristrutturare il tetto del locale, tetto in stile africano fatto di palma, che era molto grande ma che,  rimesso a nuovo,  avrebbe dato luce a tutta la struttura. Ne approfittammo addirittura per andare cinque giorni a Lamu, a fare quel viaggio di nozze che, per lavoro, non avevamo mai fatto. Il locale riaprì a fine luglio. Era il luglio del 2002. Un anno esatto dopo che lo avevo acquistato. Un anno di sacrifici ben ripagati. Ero certa pero’ che da lì in poi sarebbe iniziato un anno ancora più bello,  perché ero con un aiutante di eccezione: mio marito.
Novembre 2002. Era il 28 novembre del 2002 quando la notizia rimbalzò su tutti i TG e su tutti i quotidiani del mondo. A noi ci fu comunicato tramite una telefonata da amici masai di Mombasa. Il viso di John cambiò  espressione e fu così che compresi subito che qualcosa di grave era successo. Una Jeep piena di esplosivo era andata a schiantarsi ad alta velocità contro l’albergo Paradise di Mombasa.  Erano morte una quindicina di persone. Erano  tutti ex colleghi di JOHN. Una tragedia, una vera tragedia per tutto il mondo.
Riporto alcune note di giornali italiani che diedero la notizia immediatamente. 
Da “La Repubblica” : 
 …drammatico il bilancio dell’attentato nell’albergo, completamente distrutto dall’incendio: la polizia kenyota afferma che ci sarebbero almeno quindici i morti (compresi i tre kamikaze) e decine di feriti. Tre delle vittime sono israeliane, due bambini e una persona anziana, nove sono invece africani, alcuni di loro dei danzatori che stavano dando il benvenuto ai nuovi ospiti dell’albergo. Nessun italiano, come informa la nostra ambasciata a Nairobi, è rimasto coinvolto nella strage nell’hotel.
I due attentati sono stati rivendicati da una sigla sconosciuta, “L’esercito della Palestina”…..segue….

I danzatori. I danzatori Masai! John era sempre stato uno di loro durante l’accoglienza dei clienti in arrivo all’hotel Paradise.

John era scioccato e io non avevo parole per poterlo consolare. Mi restava la grande meravigliosa soddisfazione, se così la si può chiamare, di dire a me stessa che, forse, per la mia testardaggine e la mia voglia di stare insieme…gli avevo salvato la vita.
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“Serena”, partorita a Malindi durante una notte africana

Malindi sunsetEra un imbrunire in cui l’afa si stava facendo veramente quasi insopportabile.
Scendemmo da casa dove vivevamo, in centro a Malindi, e stavamo per aprire la portiera della nostra auto quando un lamento poco lontano attirò  la nostra attenzione. L’orologio segnava  le nove di sera e non c’erano tanti mezzi che passavano per la strada. Il silenzio fu spezzato da lamenti e urla. Urla soffocate di dolore.

Ci spostammo a guardare da dove provenivano…un po timorosi perché non avevamo idea di cosa stessa succedendo. Sul ciglio della strada un uomo teneva in piedi una bici e una donna era seduta a terra ai suoi piedi.
Immediatamente pensammo a un incidente stradale. Ci precipitammo a vedere cosa fosse accaduto e la sorpresa fu nel vedere la donna a terra e l’ uomo incredulo e incapace di spiegare cosa stessa accadendo. Cosa fosse accaduto.
Nessuna ferita, nessun segno di colluttazione. Niente che ci rendesse chiara la situazione. Urlai alla donna di spiegarmi. Non parlava inglese. Lui…preso in disparte da John, mio marito,  riuscì a spiegarci  cosa stesse accadendo, timoroso e impaurito per la situazione.

Lei era a terra…e stava per partorire.
Incredibile. Le si erano rotte le acqua e lui, il suo compagno,  non era stato più capace di portarla in
ospedale in quanto la donna,  giovane e minuta, non riusciva a stare ferma sulla bici. Immediatamente la caricammo sulla mia auto. Il marito con la bici – che non voleva affatto abbandonare- fu cmalindi-serena-donatellaaricato di forza sul mezzo (per fortuna avevo una vecchia Jeep ). John salì anche lui sul retro. Durante la strada e fino all’ospedale comunale, distante circa 4 /5 km da casa, la donna si accucciò davanti al sedile della mia auto: era talmente sofferente che io non avevo profferito parola e non avevo idea di cosa dire.
Le uniche parole che mi uscirono dalla bocca furono….no problem…no problem!
Arrivammo in ospedale suonando  il clacson come se avessi la certezza che fosse quasi impossibile salvare la vita a quella donna e al suo bambino. La testa del nascituro  era quasi fuori …..e la mia impressione nel vedere quella testolina fu di una bambolina verde scuro. Era cianotico. Ero quasi certa che fosse morto.
Ma speravo ancora nel miracolo.

Riuscimmo a prendere la donna  in braccio e a farla entrare in sala parto. John e il marito della donna attesero all’esterno….

Il marito era come scioccato. Incapace di dire e di fare. Seguiva alla lettera le indicazioni che John e i medici gli davano: rimanere  li seduto e aspettare. E cosi’ fece.
Non appena fu stesa sul lettino…plafffff…..uscì questo esserino incredibilmente bianco. Era chiaro…era chiaro e sporco di sangue. Mi voltai quasi impressionata da quella scena. Non mi ero mai impressionata davanti a niente….ma quello che per me era un corpicino di neonato morto mi fece immediatamente impressione. Un paio di sberle. Sentii solo questo. E subito dopo un urlo!
Ngeeeeeee….Ngeeeee….Ngeeee…
Era vivo. Era VIVA!
Le lacrime stavano rigando il mio volto. Corsi fuori e urlai..SIIIIIIII ….e’ uan femmina..Sta benone..e anche la mamma…stanno benoneeeeee!
Il papa’ rimase pietrificato. Non rideva. Non piangeva. Era come sorpreso Forse era pronto a ricevere la notizia del decesso….rimase basito dalla  notizia ch invece la neonata era viva ?? Solo dopo un istante di lucida presenza realizzò e  sorrise. Mi sorrise. Sorrise a John: Ci abbracciò entrambi. Era la sua terza figlia femmina. Madonatella-malindi-serena non avrebbe cercato certamente ancora il maschio…(ci tenne a precisare).
Fu con mia sorpresa che mi chiese se ero cristiana. E alla mia risposta positiva mi disse : tu hai fatto nascere mia figlia. Tu devi decidere il suo nome. Rimasi per un attimo incredula. E non sapevo che dire. Insistette.
La mia risposta non tardo’ ad arrivare. SERENA. Era il nome di mia nipote, e per quella bimba nata in quella circostanza poco tranquilla pensai che Serena era il nome che ci sarebbe voluto: Serena, come speravo fosse  la sua vita in futuro.
Serena oggi ha circa 11 anni. E oggi John l’ha incontrata con la mamma andando alla festa degli eroi !

Beh..devo confessare che una coincidenza simile mi ha fatto tanto piacere e per un attimo mi sono presa, anzi ci siamo presi,  il nostro momento di gloria.
Anche noi quella sera fummo eroi!  (Perdonate la poca modestia…)

Ecco a voi come abbiamo visto SERENA questa mattina : e’ la bimba con il vestitino bianco e verde!

serena-malindi-donatella

masai africa kenia

Clitoridectomia, ovvero quando le ragazzine diventano vere Donne

Condividete questo post….è importante far conoscere la verità.
Più saremo e più facilmente si arriverà all’eliminazione delle mutilazioni genitali nel mondo.

Grazie, Donatella.


In Somalia, e in tanti altri paesi dell’Africa, la circoncisione, la clitoridectomia e l’infibulazione sono pratiche tutt’ora in uso.

Personalmente, avendo un marito Masai, ho partecipato alla cerimonia dei festeggiamenti nelle ore immediatamente successive ad una clitoridectomia e devo dire che il ricordo che mi è rimasto di quell’esperienza e l’impressione che ne ho tratto è  che i Masai vivono quel momento come una festa ancora più brillante ed emozionante di quella di una nascita.

Si… perché per i Masai (e suppongo per tutte le tribù che praticano questa ORRIBILE tradizione ) quello è il vero momento della rinascita, o meglio, della vera nascita di una donna o di un uomo.

Per i Masai infatti la pratica della mutilazione genitale viene effettuata verso i 13/15 anni.

Una ragazzina diventa donna e un ragazzino diventa uomo; quest’ultimo sarà un guerriero pronto a sfidare la savana e tutti i pericoli che ne conseguono.

Ciò farà sì che, dopo un periodo di totale immersione nel mondo wild, tornerà a casa e sarà capace di proteggere una famiglia. Moglie e figli. Ecco che anche lui potrà quindi sposarsi.

Ho tentato di capire le ragioni profonde di questo rito, mi sono messa a parlare  con le ragazzine che stavano per sottoporsi a questa orribile pratica e devo dire che, nella mia vita, non ricordo di aver visto emozioni così gioiose e cariche di attese come sembrava le stessero vivendo loro.

Se dovessi fare un paragone, direi che le ragazzine Masai con la loro eccitazione pre-clitoridectomia mi hanno fatto venire in mente il momento in cui stavo per diventare maggiorenne,  quel momento  che apre la porta alla maturità anche a noi occidentali e che, finalmente, ci legittima al conseguimento di benefici di vario ordine come ad esempio il prendere  la patente di guida , o il sentirsi  più liberi di decidere per sé stessi  e per il proprio  futuro.

Sì, perché le ragazze che si sottopongono a questo rito, sanno che nel momento in cui verranno private di ”quella” parte del loro corpo considerata inutile  (addirittura alcune tribù la considerano un di più) diventeranno delle  vere donne. Donne con la “D” maiuscola.

Inoltre, potranno prendere marito e questo è, per le ragazzine Masai, l’evento più atteso, perché presumo (e in parte ne sono convinta) che,  grazie al matrimonio, potranno finalmente avere  una casa tutta loro.

In quella condizione di Donne, diventeranno loro le “matriarca” e fuggiranno così da una situazione in cui, nella famiglia paterna, erano state trattate da schiave in miniatura svolgendo varie incombenze quali prendere la legna e l’acqua, badare ai fratellini minori, portare al pascolo le capre e le pecore, mungere il latte, preparare i pasti per la famiglia nel recinto di casa.

Insomma, non è che poi saranno  meno schiave di un marito, ma,  finalmente, potranno  decidere quando e come esserlo e, magari, essere loro stesse a dare ordini ai figli che verranno dal loro matrimonio. Figli visti come aiuti e manovalanza (diremmo noi) per la famiglia. Un figlio in più: un aiuto in più in casa per la madre.

Questa è la mentalità Masai che ho voluto raccontarvi vivendola da vicino da molti anni.

autriceEd ecco ora  la clitoridectomia dal racconto di Hirsi Ali Hadyaan …che l’ha vissuta sulla sua pelle:

(Ayaan Hirsi Ali, nata Ayaan Hirsi Magan, è una politica e scrittrice somala naturalizzata olandese, nota soprattutto per il suo impegno in favore dei diritti umani e in particolare dei diritti delle donne all’interno della tradizione islamica – Wikipedia)

“Poi toccò a me. Ormai ero terrorizzata.
– Quando avremo tolto questo “kintir” (clitoride) tu e tua sorella sarete pure.- Dalle parole della nonna e degli strani gesti che faceva con la mano, sembrava che quell’orribile kintir, il mio clitoride, dovesse un giorno crescere fino a penzolarmi tra le gambe. Mi afferrò e mi bloccò la parte superiore del corpo … Altre due donne mi tennero le gambe divaricate. L’uomo che era un cinconcisore tradizionale appartenente al clan dei fabbri, prese un paio di forbici. Con l’altra mano afferrò quel punto misterioso e cominciò a tirare…Vidi le forbici scendere tra le mie gambe e l’uomo tagliò piccole labbra e clitoride. Sentii il rumore, come un macellaio che rifila il grasso da un pezzo di carne. Un dolore lancinante, indescrivibile e urlai in maniera quasi disumana. Poi vennero i punti: il lungo ago spuntato spinto goffamente nelle mie grandi labbra sanguinanti, le mie grida piene di orrore … Terminata la sutura l’uomo spezzò il filo con i denti…Ricordo le urla strazianti di Haweya, anche se era più piccola, aveva quattro anni, scalciò più di me per cercare di liberarsi dalla presa della nonna, ma servì solo a procurarlo brutti tagli sulle gambe di cui portò le cicatrici tutta la vita.
Mi addormentai, credo, perché solo molto più tardi mi resi conto che le mie gambe erano state legate insieme, per impedire i movimenti e facilitare la cicatrizzazione (dato che c’è stata una perdita di sostanza, clitoride e piccole labbra, le gambe legate insieme permettono la cicatrizzazione, ma la cicatrizzazione avviene in retrazione. Non c’è più tutto il tessuto necessario perché le gambe possano essere divaricate completamente. Nessuna farà più la spaccata. Anche dare un calcio a un pallone può essere impossibile, come andare a cavallo o, nei casi più gravi, nuotare a rana. Nei casi più gravi, dove infezioni riducono ulteriormente il tessuto, le donne non possono più divaricare le gambe per accovacciarsi e urinare e, dove non esistono water, devono urinare dalla posizione in piedi con l’orina che scola tra le gambe, scola un filino alla volta, una goccia alla volta.) Era buio e mi scoppiava la vescica, ma sentivo troppo male per fare pipì. Il dolore acuto era ancora lì e le mie gambe erano coperte di sangue. Sudavo ed ero scossa dai brividi. Soltanto il giorno dopo la nonna mi convinse a orinare almeno un pochino. Oramai mi faceva male tutto. Finché ero rimasta sdraiata immobile il dolore aveva continuato a martellare penosamente, ma quando urinai la fitta fu acuta come nel momento in cui mi avevano tagliata. Impiegammo circa due settimane a riprenderci. La nonna accorreva al primo gemito angosciato. Dopo la tortura di ogni minzione ci lavava con cura la ferita con acqua tiepida e la tamponava con un liquido violaceo, poi ci legava di nuovo le gambe e ci raccomandava di restare assolutamente ferme o ci saremmo lacerate e allora avrebbe dovuto chiamare quell’uomo a cucirci di nuovo. Lui venne dopo una settimana per esaminarci. Haweya doveva essere ricucita. Si era lacerata urinando e lottando con la nonna…L’uomo ritornò a togliere il filo dalla mia ferita. Ancora una volta furono atroci dolori per estrarre i punti usò una pinzetta. Li strappò bruscamente mentre di nuovo la nonna e altre due donne mi tenevano ferma. Ma dopo questo anche se avevo una ruvida spessa cicatrice tra le gambe che faceva male se mi muovevo troppo, almeno non fui più costretta a restare sdraiata tutto il giorno con le gambe legate. Haweya dovette attendere un’altra settimana e ci vollero quattro donne per tenerla ferma… Non dimenticherò mai il panico sul suo viso e nella sua voce…Da allora non fu più la stessa…aveva incubi orribili. La mia sorellina un tempo allegra e giocosa cambiò. A volte si limitava a fissare il vuoto per ore. (svilupperà una psicosi) … cominciammo a bagnare il letto dopo la circoncisione.”
grafico mutilazioni

Ayaan Hirsi Ali ha vissuto tutto questo….e ora lotta affinché’ si possa arrivare a un cambiamento