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Tip Yogico # 6: la Dieta Verde

La Dieta Verde serve per cambiare la composizione del sangue da acido in alcalino. Come tutti voi sapete, in un ambiente acido prosperano le malattie. Questa dieta aiuta ildieta-verde ringiovanimento cellulare, purifica il sistema linfatico, aiuta a perdere peso, elimina le tossine, migliora i problemi di acne e i problemi di pelle in generale, purifica il fegato e il pancreas, pulisce l’intero organismo, riduce il muco in generale e nell’intestino in particolare, migliora le allergie e le intolleranze e il corpo radiante brilla! Anche i vostri pensieri saranno più leggeri, e avrete molta più energia fisica. La dieta verde ha un principio molto semplice: potete mangiare tutto quello che è verde, sia dentro che fuori (anche solo nella buccia). Le verdure crude o cucinate al vapore (avocado, cetrioli, lattughe, broccoli, sedano, peperoni verdi, peperoncino verde, zucchine, rucola, spinaci, germogli, fagiolini, biete…insomma, tutto ciò che è verde! Come condimenti usate pure le spezie (io uso spesso la curcuma), l’olio extra vergine di oliva a crudo, il limone e l’aceto di mele. Sì anche all’aglio e ai cipollotti, zenzero se vi piace, di certo aiuta. Frutta secca come i semi di zucca, di girasole e i pistacchi. La frutta verde come i kiwi, l’uva, le pere, le mele verdi, e altra frutta verde, ora non mi viene in mente.

I legumi come la soya verde, ma anche i fagioli mung, i piselli. Se vi sentite deboli, includete un alimento proteico neutro come tofu, quinoa, amaranto, grano saraceno o aggiungete alla dieta (a pranzo) un pò di riso basmati. Fate uso delle alghe, come la spirulina. Vi consiglio di eliminare lo zucchero, se proprio dovete, usate un poco di miele. Bevete yogi tea per il sistema nervoso e come energizzante (il caffè no, neanche quello verde), thè verde (io adoro quello in polvere, giapponese), ma anche le tisane (a me piace quella di betulla!), e le centrifughe (vi consiglio di usare quelle di sedano, che è un grande amico del sistema nervoso). Evitate totalmente i prodotti raffinati.

Bevete tanta acqua, e se state cambiando dieta in modo repentino, per qualche settimana prima di cominciare iniziate a diminuire lentamente gli alimenti forti (carne, pesce,dieta-verde formaggi), prima di intraprendere questa purificazione profonda. Yogi Bhajan ha consigliato di fare la dieta verde per 40 giorni, di solito in primavera, io la pratico una volta al mese per 1 settimana/10 giorni, ma se non avete mai fatto un monodieta vi consiglio di iniziare con 3 giorni e di farlo lentamente, senza cambiamenti drastici. Le monodiete generano un sacco di conflitti interiori e purificano energie accumulate da tanto tempo, siate gentili con voi stessi, con rispetto e tranquillità! Chiedete al vostro insegnante di Kundalini Yoga i kriya e le meditazioni che possono aiutarvi a sostenere il cambiamento di abitudini. Il cibo ha molto a che fare con l’affetto, la madre, è una consolazione, e cambiare abitudini ci destruttura molto, ma è miracoloso su tutti i piani della nostra psiche! Ovviamente, non si tratta di un’indicazione medica, pertanto è saggio chiedere un consiglio al vostro medico/terapeuta/omeopata di fiducia prima di iniziare la monodieta.

Pagina FB di Kundalini Yoga Amuri Palermo

caffè-infinto

Tip Yogico # 5. Un caffè con l’infinito

Conversazioni col mio super coinquilino

Conversazioni col mio super coinquilino.
Fibra germanica: il mio coinquilino gira per casa in boxer e t-shirt.
Fibra sicula: io giro per casa con un paio di maglioncini (-ini, peró, mi sto abituando).
Ora è tornato a casa tutto felice, andiamo a correre? Mi fa.
Io sono un attimo dispiaciuta perché ho perso un lavoro sotto casa per una settimana (ma ne arriveranno di migliori, certo), però me rode un pò.
Quindi no, J. nun ja faccio (a parte che iddu è fresco come una rosa, e io non so ancora come cabasisi vestirmi).
Ad un tratto corre in camera: ululà! yuuuuuu! Mi ha mandato un messaggio! La ragazza di stamattina mi ha mandato un messaggio!
Io: chi?
Stamattina sulla usbann ho visto una ragazza bellissima, così ho strappato un pezzo di carta, e prima di scendere alla mia fermata le ho lasciato il mio numero di telefono.
Cool! Faccio io.
Cool mi fa lui. Ma ora devo risponderle fra due orette.
E perché? Ti si è congelato l’indice? Gli chiedo io.
No, è che se le rispondo subito lei poi non mi caca più.
Be yourself, gli dico io, o almeno, dille che stai correndo e le scrivi dopo, almeno pensa che sei uno sportivone che a noi donne piacciono gli uomini che si prendono cura di sé.
Nein, mi fa, non funziona.
Io le risponderei subitissimo, ma ogni volta che ho fatto così they running away.
Purtroppo a voi non va bene niente, se vi abbordiamo, siamo tamarri perché vi abbordiamo.
Se non vi abbordiamo siamo gay.
Se siamo presenti, vi soffochiamo.
Se siamo distanti, invece, ci desiderate.
Io sbuffo, e dico, bah, che palle.
Per me è bellissimo quello che hai fatto, e mi aspetto lo stesso da un uomo a cui piaccio, ma manco che per rispondere a un messaggio devono passare 6 ore di strategia.
Gli dico, hai ragione da una parte, ma perché non si può essere aperti e trasparenti?
Ora è andato a correre, poi le dobbiamo rispondere insieme.
Penso che intanto mi ubriacherò col te verde giapponese, che sakè non ne abbiamo.
Perché non può essere tutto più semplice?
minigonne-afghane

Minigonne alle afghane.

Distribuire minigonne alle bambine afghane è una delle cose più belle del mondo

(alla facciazza dei talebani!)

minigonne-afghane

Mia nonna Pina era sartina ed aveva vissuto la sua giovinezza negli anni della guerra.

La giovinezza di mio nonno Pippo, invece, lo fece viaggiare in Africa per vivere in una colonia di popolamento del fascismo, portando poi indietro con sé mille racconti da cui ho ereditato l’amore per l’Africa, lo stesso che mi ha portato a studiare swahili ed arabo. Lì faceva il falegname, come lo faceva nel piccolo paese dei Nebrodi da cui venivano entrambi. Dall’Etiopia fu chiamato in guerra e fatto prigioniero dagli inglesi.

Nel frattempo mia nonna Pina la sartina, faceva le file coi buoni per il pane e i beni di prima necessità nel paesino dei Nebrodi, e trasformava lenzuola in camicie per il suo bello che un giorno – lei lo sapeva – sarebbe tornato.

Mia nonna, che cucinava le penne al pomodoro più buone del mondo dalla sua cucina a legna e dava da mangiare ai passerotti dalla finestra, mi raccontava che a quei tempi, i tempi della guerra, bisognava portare vestiti lunghi e camicie accollatissime. Ma lei non ci stava, e si faceva da sola lo scollo rotondo. Mi raccontava queste cose mentre mi insegnava a cucire e ricamare. Recuperava scampoli da una fabbrichetta, e insieme alla mia mamma mi cuciva vestiti bellissimi, con inserti d’uncinetto, arte che inutilmente cercarono di insegnarmi, purtroppo. Io preferivo andare in campagna a raccogliere nuciddi ed armeggiare con chiodi, legno e martello nella bottega del nonno, e rimanere incantata davanti alle sue serenate per me col mandolino (che aveva portato con sé in guerra). Il nonno mi diceva che visto che mi chiamo Elisabetta, che suona un po’ come Addis Abeba, io ero etiope (e io ci credevo), e prima di morire mi giurò che assomigliavo ad una sirena che aveva visto su una spiaggia del Mar Rosso.Il nonno era un motociclista e ci portava in moto con lui in montagna. Ed io indossavo la mia minigonna che avevo cucito con l’aiuto della mia nonna. Perché la mia nonna si vantava che le sue figlie (mia mamma e mia zia) negli anni ’60 erano state le prime del paese ad indossare la minigonna (autoprodotta, chiaramente).

Insomma, io sono cresciuta col mito della minigonna, che assurdi complessi non mi hanno poi fatto indossare per decadi, solo un paio di anni fa ho ripreso a farlo, con grande gioia delle mie cosce che finalmente prendono aria e si sentono amate ed accettate. Sono cosce di una certa importanza, Beyonce style, di cui andare fiere, finalmente. (E come dice Marco Palillo: Liberté, Fraternité, Beyoncé!).

Oggi sono stata a dare una mano come volontaria alla distribuzione dei vestiti ai rifugiati. Ieri notte non chiudevo occhio perché non sapevo quanto dolore avrei dovuto affrontare, né come affrontarlo.
Mi sono svegliata presto per meditare, ho sbattuto conto i -7° che il 2016 ha portato con sé e sono arrivata all’hangar 1 di Tempelhof. Ho iniziato a dare una mano a piegare e smistare i vestiti offerti, mentre una donna mi parlava in francese, convinta che lo fossi, io pensavo che lo fosse lei, e poi si è scoperto che non lo era nessuna delle due: mistero del 2016, tutti mi prendono per francese.

Alle 10 abbiamo aperto alle famiglie. Tante famiglie colorate. La bellezza del popolo afghano è ineffabile. Le prime signore che ho servito sono state 4 bambine peperine. Mentre cercavo una cosa della loro taglia, tiro su da uno scaffale per sbaglio una minigonna, e le sento urlare. Mi giro e mi stavano chiamando perché la volevano! La mia felicità non si conteneva, ho preso tutte le minigonne della loro taglia, e gliele ho date con una contentezza che ha gli anni che ho io, che viene da quella mia nonna Pina. Mettetevi le minigonne, ragazze. Alla faccia di ogni tipo di talebano nelle vostre vite!
Così è iniziato il mio primo giorno di volontariato, che mi ha resa molto felice, perché avevo altre aspettative. I volontari sono persone bellissime, e tutto è davvero ben organizzato, c’era anche un ragazzo che parlava farsi, ed uno arabo. A metà mattina ci è stato servito un bicchiere d’acqua da una delle responsabili con un sorriso enorme.
La percezione delle famiglie dei rifugiati era quella di un mercato, quanto di più gioioso e familiare possa esistere nelle città.
Non volevano, giustamente, e con grande dignità, i vestiti danneggiati, sfuggiti nello smistamento. Una giacca molto buona era rovinata, e una volontaria ha detto: me la porto a casa, l’aggiusto e la riporto. Ci sono vestiti che proprio culturalmente non vanno bene, ma leggins e jeans stretti sono un must per tutte le donne del mondo, evviva!
Le donne comandano questa bella riffa: prima chiedono i vestiti per i bambini, poi per i mariti, che aspettano silenziosi, poi per loro. Spesso i mariti cedono loro il posto per scegliere.
Sarò una romanticona, ma ho visto coppie molto solide, belle famiglie, davvero. Inutile immaginare cosa hanno affrontato insieme, non se ne puó avere un’idea.
I bambini piangono come tutti i bambini per un giocattolo, ed anche questo mi ha rinfrancata.

Dopo tre ore, invece, era il mio ginocchio a piangere, ma era anche finito il mio turno. Ed era ora di raggiungere una cara amica turca per andare a Stadtbad Neükolln, una piscina di quartiere. La vasca era piena di gente, ma è stato bello nuotare nell’acqua calda, guardare l’inverno dalle finestre in costume, e soprattutto realizzare che tutto un mondo multiculti stava facendo il bagno, senza che nessuno rivendicasse qualche strano ius soli.
E’ stato bello mangiare il cibo preparato dalle mani benedette di Kebire, una musicista meravigliosa che ho conosciuto 12 anni fa, e ora la vita ci ha rimesse vicine, sempre grazie a Daniela.
E’ stato bello ascoltarla suonare il mandolino, e ricevere i suoi doni sbrilluccicanti: stamattina ero uscita come l’omino michelin, e sono tornata a casa chic come un’attrice. Francese, ovviamente.

E con una borsa di suoi vestiti da portare a Tempelhof.
Evviva l’amicizia e la solidarietà.
Evviva Berlin. Evviva la minigonna!

mondo-cambiando-berlino-cambiamento

Se il mondo sta cambiando, è da Berlino che inizia il cambiamento

mondo-cambiando-berlino-cambiamento

Ieri sono tornata, dopo un mese fuori, e mi sono messa a cercare le cose vitali: un abbonamento ai mezzi in sconto sui gruppi fb, e un modo per superare un po’ di tristezza, quindi: DARE, l’unico modo per scordasi di sé.
Così ho trovato l’abbonamento (per me e pure per un amico), ed ho scritto un messaggio in cui chiedevo dove portare dei vestiti ai rifugiati vicino casa mia, e dal quel messaggio si è innescato qualcosa di molto bello: andiamo insieme?
Ma vi racconto tutto, perché il mondo deve sapere cosa succede in questa città, e che un altro mondo è davvero possibile.*
Stamattina, dopo una notte di lavoro, un ragazzo simpaticissimo mi è venuto a portare l’abbonamento suo e del suo compagno sotto casa perché gli ho detto che sto un po’ zopparella. Mi ha offerto il caffè e soprattutto la sua storia. Domani partono per Amburgo, ed io gli auguro ogni bene.
Subito dopo ho raggiunto tre ragazze sconosciute sorte dal mio post sul gruppo, e tutte e quattro (una brasiliana, una filippina, un’australiana, e l’italiana la faccio io) ci siamo date appuntamento a una metro, riconoscendoci dai sacchi. Una di loro, la brasiliana, aveva un trolley enorme, perché ha raccolto vestiti di tutti i suoi amici.
Chiacchierando e raccontandoci, siamo andate all’hangar 1 dell’aeroporto dismesso di Tempelhof (che collegava Berlino est e Berlino ovest, oggi è un parco meraviglioso, ma anche casa di passaggio per i rifugiati), in cui si può prestare il proprio volontariato e/o portare qualcosa per i rifugiati.
Per strada incontriamo una donna e due bambini. Ci chiedono qualcosa, ma parlano solo arabo. Apriamo le borse e vestiamo la bambina, che era a maniche corte e senza calze dentro scarpe troppo grandi (c’è il sole, ma fa abbastanza freddo). Purtroppo non mi veniva in mente nemmeno una parola di arabo, maledizione, le riesco solo a chiedere come si chiama. Appena mi sente parlare in arabo le si illuminano gli occhi: Safa! mi dice. Accettano i doni, in silenzio. In tristezza. La bimba si gira ogni tanto, saluta con la manina. Il bimbo, per cui non avevamo niente a portata di mano, rimane dignitoso nel suo non ricevere. La madre, o forse la nonna, cammina con pesantezza, loro due per mano.

Io mi chiedo cosa sarà di questi bambini. Di questi piccoli profughi di guerra senza calze, senza niente. Ci pensate? Sono affari di tutti noi, è una responsabilità di tutti noi. Dove andranno, cosa faranno, come faranno?
Arriviamo all’hangar 1. Entriamo in aeroporto, un edificio austero e pesante. Ci accoglie unmondo-cambiando-berlino-cambiamento volontario, e dopo di lui, tanti volontari, che distribuiscono i vestiti. Sono contentissimi, e super accoglienti.
Una donna brasiliana che non si può dire quanto è dolce, ci spiega tutto, come diventare volontarie. Ci fa vedere dove è tutto. Condivide la sua esperienza. I vestiti sono divisi per taglia e genere, ci dice quello che serve, ci racconta come funziona (disegni degli indumenti appoggiati sui tavoli, i rifugiati indicano col dito cosa serve. Gli viene data una scelta fra 3/4 oggetti, per il gusto di scegliere: mi sembra una cosa bellissima).
Riflettiamo sul fatto che abbiamo troppe cose, e cavoli, c’è chi non ne ha. Pare ovvio, lo so, ma me ne ricorderò la prossima volta che vorrò una cosa nuova. Ognuna di noi comprerà meno e sfoltirà il proprio guardaroba, ne sono certa.
Mancano pantaloni e scarpe da uomo: gli uomini tedeschi sono troppo grossi e alti e hanno piedi troppo lunghi rispetto a siriani, iracheni, afghani.
E’ tutto un abbracciarsi, e darsi, e collaborare. Senza distinzione di nulla, colore, nazionalità, religione, niente di niente. Solo prestare il proprio lavoro.
Bisogna registrarsi ad un sito, e semplicemente controllare gli spazi in cui c’è un vuoto, dare la propria disponibilità, ed andare a prestare il proprio servizio per 3 ore.
Torno verso casa con le ragazze, siamo felici, e saremo tutte volontarie.
Il cuore è pieno, ci si incontra così.
Sempre dai gruppi, ieri leggo il messaggio di una ragazza che – ammettendo di non avere il pollice verde – affidava il suo ficus benjamin a mani più amorevoli.
Siccome sono giorni in cui rifletto sul fatto che chi non ama le piante è – passatemi il termine – uno stronzo, mi è sembrato un buon modo per far parte della soluzione. Le scrivo, vado a recuperare la pianta, mi apre la porta, me la dà, ciao ciao.
Si può dare. E qui si può dare con facilità, senza barriere.
Sono stanca in altri luoghi di spiegare perché bisogna accogliere i rifugiati.
Perché bisogna condividere.
Perché bisogna darsi da fare.
Qui non ce n’è bisogno.
Si lavora ad un mondo migliore e basta.
E queste sono solo le mie prime 24 ore in città.

Ein glückliches Neues Jahr!
*Come turisti non si può capire Berlino. Io sto vivendo questo dopo 3/4 mesi che sono qui, e dopo una pausa italiana per capire cosa stavo facendo e se ne ero convinta (e sì, lo sono), ora mi sento pronta a vivere la “mia” Berlino.
cambiamento-berlino
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Integrationskurse e compagni di classe

Come sapete, frequento il livello A1 di tedesco dell’Integrationskurse con grande gioia, e con grande gioia ho compagni datutto il mondo.
Siriani, francesi, polacchi, svedesi, albanesi, giapponesi, coreani, turchi, svedesi, bosniaci, americani, albanesi nella mia classe. Io rappresento l’Italia, pensate un pò. La prof. la Germania.
Ovviamente la scuola conta più nazionalità e nella pausa parli in tutte le lingue, se vuoi (tanti brasiliani, anche, amiche).
Qual è il punto e la mia grande fortuna?
Che passi tanto tempo, ogni giorno, con persone provenienti da differenti culture. Ti aiuti, parli, prendi il caffè, ti racconti un po’.
Riguardo ai problemi di integrazione italiani, questo è per me un grande sollievo e un’enorme opportunità.
Se io passo del tempo ALLA PARI con dei siriani – per esempio – che hanno un nome, una faccia, una voce, che hanno una storia, dei talenti, di cui vedo le cicatrici orribili, i denti mancanti (scopro dopo a causa di pestaggi per mano della mafia greca, per esempio), il loro problema diventa anche mio. Diventa accessibile a me, ed io posso fare la differenza, fino ad assorbire ed annullare la differenza. Posso far parte della soluzione, senza chiedere a nessuno di rinunciare alla propria cultura, in uno spazio neutro.
In Sicilia ci sono centinaia, migliaia di sbarchi, ma chi entra in contatto con chi? E dove?
E’ vero, anche qui ci sono i neonazisti, ma ci sono pure i locali e bar con l’adesivo “qui i nazisti non possono entrare”.
E’ coraggio, è una presa di posizione.
Non importa da dove vieni, e qui, mi sembra molto chiaro.
integrationskurse

 

Tip yogico # 4 Fai la spesa con il terzo occhio

Fai la spesa con il terz’occhio!

Insomma, non intendo uno sguardo laser che dalla fronte mette i vostri biscotti preferiti sul carrello, ma del modo di portarvi a casa quello di cui avete veramente bisogno.

Con questo intendo quello di cui il vostro corpo, o meglio, il vostra “sistema” ha bisogno.

Vitamine, proteine, zuccheri di varia natura.

A me capita di andare a fare la spesa quando sono affamatissima, quindi mi farei incartare anche la commessa e il magazziniere, ed anche il carrello.

Poi però arrivo a casa e non sento di nutrirmi seriamente.

Per esempio mangio in piedi, oppure mi preparo una cosa veloce.

E poi non mi sento né bene e in forze, né di essermi presa cura di me.

Così ho sperimentato una cosa.

Prima di fare la spesa mangio un po’ di frutta secca. Un po’ significa 5 nocciole, per esempio.

Ed entro al supermercato o al mercato concentrandomi sul mio corpo, su quello di cui ho davvero bisogno.

Mi accorgo che scelgo meglio le verdure, la frutta, che immagino i miei pasti, cosa voglio preparare e come voglio che appaia il mio piatto. Perché si mangia anche con gli occhi, no?

Secondo me dovremmo cucinare per noi come quando lo facciamo per qualcun altro e vogliamo far bella figura, ce ne vogliamo prendere cura.

Dunque respiro e provo a rilassarmi.

Nei supermercati è un po’ più difficile, anzi per me molto, perché sono proprio immaginati per stressare e spingere all’acquisto compulsivo. Provate a ricordare che con le famose “offerte” comprate cose di cui non avete assolutamente bisogno, e che sono di qualità così scadente che non vi fanno bene.

E’ ovvio che sarebbe sempre meglio comprare biologico, ma a volte preme sulla tasca. Meglio i gruppi di acquisto solidale, spesso, che le botteghe bio.
Per i cosmetici io mi regolo così: non metto nulla in faccia e sul corpo che non mi mangerei.

Scelgo ottima qualità e cruelty free, se possibile.

In Germania è facile, rispetto all’Italia, perché il rapporto qualità-prezzo dei cosmetici è incredibilmente adeguato.

Io sono vegetariana verso il veganesimo, semplicemente perché così mi sento meglio, e perché riflettendoci è una carneficina incredibile, e poco sostenibile.

Ma seguite i vostri gusti e le vostre tendenze. La vostra consapevolezza del momento.

Come insegnante di yoga so che posso ispirare i miei studenti, ma non forzarli.

Quello che personalmente noto è che il mio corpo sta bene dopo anni e anni di buona alimentazione, yoga e movimento.

E’ un corpo giovane, e con questo intendo una pelle idratata, e la forza di fare quello che mi fa stare bene, in termini di movimento.

Non sono una fanatica di nulla, anzi ho paura dei fanatismi, ma sono ubriaca di Prana.

Prana è l’energia vitale.

E’ il respiro, ed anche il sole.

La quantità di sole (fuoco) e buona acqua, terra e aria in cui crescono le verdure di cui ci nutriamo (ma estendibile a tutti gli alimenti) li rende davvero nutrienti per il nostro sistema, oltre ad essere gustosi e soddisfacenti.

Purtroppo il mondo in cui viviamo non è fatto per le poche quantità di qualità.

Per questo io uso una piccola tecnica. E’ alla base di tutte le preghiere di ringraziamento.

Saranno stati gli anni in Africa e India a darmi la consapevolezza che poter mangiare quanto e quando ci pare sia un privilegio incredibile.

Quindi davanti a qualsiasi piatto, io ringrazio. Velocemente e molto discretamente.

Ma ringrazio davvero. Tocco il piatto con le mie due mani e poi le unisco nel mudra della preghiera e sussurro semplicemente: grazie.

Non importa dove sono e con chi sono. Certo, mi è capitato di ricevere risolini e critiche, a cui ho sempre risposto con un sorriso, senza spiegare né cercare di convincere nessuno.

Io ringrazio il cibo che ho nel piatto. Lo benedico. Ne miglioro la portata pranica.

E ringrazio il lavoro di tutti coloro che lo hanno portato fino a me e il miracolo di potermelo permettere, di poterlo scegliere, e di usarlo per coocreare energia per fare le cose che amo, come scrivere per voi, adesso.

soup Fai la spesa con il terz’occhio! Insomma, non intendo uno sguardo laser che dalla fronte mette i vostri biscotti preferiti sul carrello, ma del modo di portarvi a casa quello di cui avete veramente bisogno. Con questo intendo quello di cui il vostro corpo, o meglio, il vostra “sistema” ha bisogno. Vitamine, proteine, zuccheri di varia natura. A me capita di andare a fare la spesa quando sono affamatissima, quindi mi farei incartare anche la commessa e il magazziniere, ed anche il carrello. Poi però arrivo a casa e non sento di nutrirmi seriamente. Per esempio mangio in piedi, oppure mi preparo una cosa veloce. E poi non mi sento né bene e in forze, né di essermi presa cura di me. Così ho sperimentato una cosa. Prima di fare la spesa mangio un po’ di frutta secca. Un po’ significa 5 nocciole, per esempio. Ed entro al supermercato o al mercato concentrandomi sul mio corpo, su quello di cui ho davvero bisogno. Mi accorgo che scelgo meglio le verdure, la frutta, che immagino i miei pasti, cosa voglio preparare e come voglio che appaia il mio piatto. Perché si mangia anche con gli occhi, no? Secondo me dovremmo cucinare per noi come quando lo facciamo per qualcun altro e vogliamo far bella figura, ce ne vogliamo prendere cura. Dunque respiro e provo a rilassarmi. Nei supermercati è un po’ più difficile, anzi per me molto, perché sono proprio immaginati per stressare e spingere all’acquisto compulsivo. Provate a ricordare che con le famose “offerte” spesso comprate cose di cui non avete assolutamente bisogno, e che sono di qualità così scadente che non vi fanno bene. E’ ovvio che sarebbe sempre meglio comprare biologico, ma a volte preme sulla tasca. Meglio i gruppi di acquisto solidale, spesso, che le botteghe bio. Per i cosmetici io mi regolo così: non metto nulla in faccia e sul corpo che non mi mangerei. Scelgo ottima qualità e cruelty free, se possibile. In Germania è facile, rispetto all’Italia, perché il rapporto qualità-prezzo dei cosmetici è incredibilmente adeguato. Io sono vegetariana verso il veganesimo, semplicemente perché così mi sento meglio, e perché riflettendoci è una carneficina incredibile, e poco sostenibile. Ma seguite i vostri gusti e le vostre tendenze. La vostra consapevolezza del momento. Come insegnante di yoga so che posso ispirare i miei studenti, ma non forzarli. Quello che personalmente noto è che il mio corpo sta bene dopo anni e anni di buona alimentazione, yoga e movimento. E’ un corpo giovane, e con questo intendo una pelle idratata, e la forza di fare quello che mi fa stare bene, in termini di movimento. Non sono una fanatica di nulla, anzi ho paura dei fanatismi, ma sono ubriaca di Prana. Prana è l’energia vitale. E’ il respiro, ed anche il sole. La quantità di sole (fuoco) e buona acqua, terra e aria in cui crescono le verdure di cui ci nutriamo (ma estendibile a tutti gli alimenti) li rende davvero nutrienti per il nostro sistema, oltre ad essere gustosi e soddisfacenti. Purtroppo il mondo in cui viviamo non è fatto per le poche quantità di qualità. Per questo io uso una piccola tecnica. E’ alla base di tutte le preghiere di ringraziamento. Saranno stati gli anni in Africa e India a darmi la consapevolezza che poter mangiare quanto e quando ci pare sia un privilegio incredibile. Quindi davanti a qualsiasi piatto, io ringrazio. Velocemente e molto discretamente. Ma ringrazio davvero. Tocco il piatto con le mie due mani e poi le unisco nel mudra della preghiera e sussurro semplicemente: grazie. Non importa dove sono e con chi sono. Certo, mi è capitato di ricevere risolini e critiche, a cui ho sempre risposto con un sorriso, senza spiegare né cercare di convincere nessuno. Io ringrazio il cibo che ho nel piatto. Lo benedico. Ne miglioro la portata pranica. E ringrazio il lavoro di tutti coloro che lo hanno portato fino a me e il miracolo di potermelo permettere, di poterlo scegliere, e di usarlo per coocreare energia per fare le cose che amo, come scrivere per voi, adesso. tip-yogico-4-fare-la-spesa-con-il-terzo-occhio tip-yogico-4-fare-la-spesa-con-il-terzo-occhio

mercato-turco-aeroporto-tempelhof

Il Mercato turco e l’ex aeroporto di Tempelhof

mercato-turco-aeroporto-tempelhofHo l’anima in brodo di giuggiole.
Un giorno glorioso e ancora non è finito!
Il venerdì lungo il canale c’è il mercato turco.
E’ turco proprio, solo che si parla in tedesco. Sì, ci sono anche bancarelle molto tedesche, ed altre molto naïf. E poi cibo e bevande di strada.
Ci vado dopo la scuola, e sono abbonata a succo d’arancia appena spremuto (1 pinta 2 euro), e pollanchia (pannocchia) arrostita.
Il solito.
Mi piace entrare nel mercato turco, sembra Palermo, Napoli, Istanbul e Berlin. Mi piacciono gli odori, e le voci e le persone. Mi piace che dove finiscono le bancarelle inizia la musica, c’è sempre qualche artista che suona, e tutti seduti al sole che ancora ci benedice.
E poi c’è un poeta, un bellissimo giovane poeta, con la sua macchina da scrivere.
Dunque oggi sono uscita dal mercato turco con in tasca: una poesia dedicata a me che si chiama Blue Daughter (gnègnègnè), dell’incenso, due saponi artigianali, uno al sale e uno all’avocado, e due spezie, curcuma sia in polvere che radice e peperoncino.
Mi sono resa conto che avevo bisogno di sottigliezza e delicatezza, profumi, in varie forme.
E poi ho recuperato gratis un phon, attraverso un gruppo su fb che si chiama free your stuff. Ho scritto ieri che ne avevo bisogno, e in mezz’ora una ragazza mi ha dato l’indirizzo di casa sua, ho bussato, mi ha aperto la porta e mi ha regalato un phon.
Ma la cosa più incredibile di oggi è la mia prima volta a Tempelhof. Un ex aeroporto che è diventato il paradiso.
Non si può spiegare. Lasciandomi andare ai pedali, ci sono arrivata dopo il phon (scoprendo poi che io abito a due minuti dall’entrata, due!), e niente, mi sono commossa.
Immaginate un enorme aeroporto con tutte le piste, però al posto degli aerei e dei negozi e degli hangar e dei controlli e dei gate, c’è gente felice che se la gode.
Un’infinità di gente di ogni età in bici pattini skate, un gruppo che suonava manouche, chi balla, chi corre, chi si ama, chi legge, chi prende il sole, chi raccoglie bacche rosse (non mi chiedete che sono, non lo so, magari sono proprio giuggiole, ma la scena era bellissima: donne velate fra i cespugli a raccogliere bacche mentre un runner hi-tech sfrecciava loro vicino).
Ho steso la mia sciarpa troppo grande sull’erba (capendo che forse ho comprato un plaid, ma avevo la febbre, mi sembrava adatta), mi sono tolta le scarpe e sono scappati tutti.
SCHERZO!
Mi sono lasciata baciare dal sole, mentre avrei immortalato ogni momento, suono, uccello in volo, bimbo che veniva a salutarmi, sole che ci riscaldava, tutti, belli e brutti (che qui i brutti sono proprio rari, il che è rilassante, ad un tratto smette di essere una cosa da notare).
Mi sono accorta che li amo tutti e che amo Berlin, ecco perché sono qui.
La prima volta a Tempelhof non si scorda mai.
E ora vado a farmi bella…stasera vado a ballare, come tutti credo (ho comprato club mate per rimanere sveglia al club matto )
Il tedesco va sempre meglio.

integrazione

Integrazione

Ho ottenuto il foglio per l’Integrationskurse, il che significa che, oltre al corso di lingua, del quale mi verrà restituita una parte della retta, seguirò un corso sulla cultura tedesca ai fini della mia “integrazione”, appunto.
E’ una cosa da “poveri”, ed è interessante averla ottenuta, così come sarà interessante seguire il corso.
In effetti sto svolgendo esperimenti sociali piuttosto profondi e dolorosi, a tratti, per la mia sensibilità. Ma è solo la mia proiezione che vede dolore dove c’è realtà.
Oggi, per esempio, sono andata a fare la famosa ceretta.
Mi ha accolta una di quelle ragazze che ho conosciuto a Napoli nei miei 15 anni nel suo grembo e nei suoi bassi. Una bimba che sembra donna, o una donna che sembra bimba. In vestaglietta, ma con lunghe unghie laccate. Il volto un po’ triste, intriso di una forza da leonessa e uno shatush rosso fuoco per metà dei capelli.

integrazioneSi pensa a Berlino come un posto cool in cui emigrare, in effetti, per me lo è. Ma ci sono ovviamente un’infinità di motivi che spingono le persone ad emigrare qui, di cui è pieno il mio quotidiano, con la scuola per esempio e i miei compagni siriani, palestinesi, polacchi e serbi. Ho sempre pensato che la violenza di Napoli, sebbene città amata, facesse male solo a me e alla gente che frequentavo. Pensavo che il disagio di chi vive in un basso non fosse come il mio, che la mancanza di giustizia e legalità ferisse solo una parte della popolazione, e fosse un’abitudine per l’altra, quella che ci era nata, nei quartieri che io abitavo (l’eccezione era la Signora Nunzia, la mia amata Signora Nunzia, che adesso tifa per me dal cielo. Faceva yoga da sola nel suo basso e aiutava noi ragazze studentesse con la sua cucina, la sua intuizione, la sua saggezza e intelligenza da dea).

Invece oggi ho conosciuto una ragazza dolcissima, ferita da quelle modalità, che ha seguito il marito venuto a fondare una piccola azienda a Berlino, e che aprirà qui il suo centro estetico. Si alza alle 6 del mattino per preparare al marito la colazione e il pranzo espresso (parmigiana, mi diceva, ed io quanto avrei voluto assaggiarla!). E’ timida e portatrice di un amore bello, profondo e vero. Studia tedesco, segue un corso per ottenere un certificato come estetista, le manca il sole e la sua famiglia, ma se ne infischia: le piace come si vive qui, le piace non aver paura, le piace poter progettare ed emergere, le piace che qui nessuno la giudichi, quindi per la prima volta in vita sua pensa di iscriversi in palestra.

Io le auguro ogni bene, e sì, mi ha offerto o’ caffè.

Detto questo, tante cose belle e ordinarie e straordinarie avvengono nella mia giornata, incontri fatati, sguardi sul mondo, sorrisi, e il mio straordinario coinquilino, che è il tedesco meno tedesco della Germania.
Mi saluta abbracciandomi, sorride un sacco e cucina benissimo.
Ah! Abbiamo acceso i termosifoni, qui 7°.
Faccio un bagno caldo e poi meditiamo insieme, anzi, vuole invitare degli amici a fare yoga con me qui in casa, fra le nostre piante bellissime.
Lentamente,  tutto si aggrazia.

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