Good Bye Lenin

Entrare in contatto empatico  con chi soggiorna  negli alberghi dove mi trovo a prestare servizio: ecco cosa ancora mi piace del mio lavoro.

Qui alle Seychelles  ho avuto modo di conoscere personaggi bizzarri: lords inglesi, calciatori, arabi spendaccioni, magnati russi, fricchettoni di ogni genere.

In questi giorni sto invece facendo conoscenza e tentando un interloquo con degli ospiti particolari, apparentemente timidi e riservati, eppure, quasi inaspettatamente, nell’intimo calorosi e  ricchi di sorprese: i teutonici della ex DDR.

Ovvero quei  tedeschi  che – per intenderci – ancora oggi parlano russo anziché inglese ma che, in giro per il mondo con garbata ed austera educazione, cercano di farsi comprendere; sono quei tedeschi che hanno iniziato a viaggiare da “grandi”, dopo che il famigerato muro nel 1989 ha smesso di esistere e di svolgere la sua funzione divisoria tra due piani diversi di realtà.

Mi avvicino e li annuso: ne sento le vibrazioni, ne colgo le paure, ne osservo i comportamenti.

Questi tedeschi mi piacciono. Sono piccole icone di un tempo che non esiste più.

Minuti o corpulenti  si muovono con tatto tra i tavoli del ristorante, cercando di non urtare nessuno mentre scelgono con cura le vivande della la loro cena a buffet. Si guardano intorno, attenti, gli occhi brillano curiosi, non vogliono perdersi nulla di ciò che li circonda, neppure la vista di un semplice mango esposto a fini decorativi.

La lingua ci divide ma ciò non ci impedisce di comunicare: restiamo tutti entusiasticamente sorpresi quando, nell’intento  di instaurare una conversazione, proprio io  riesco a identificare l’enorme pesce che mi viene mostrato sul display della loro macchina fotografica e gli sputo lì un nome : Zachenbarsch,  che vuol dire “cernia“. Incredibile: a volte non ci capiamo circa “che tempo fa”  ed ora ci siamo capiti sul nome di un pesce. Hanno catturato con uno scatto subacqueo  la più bella cernia che mi sia capitata sotto gli occhi, un grandissimo esemplare con la bocca aperta, immortalata proprio un attimo prima che corresse a nascondersi  in qualche anfratto, assecondando in questo modo la natura  timida e paurosa  dell’animale che è.

La voglia di conoscere li divora: ogni pianta, ogni mollusco, ogni conchiglia è motivo di curiosità.

Gli ex  cittadini della DDR capitati nel mio albergo mi rendono felice e mi ricordano che noi umani siamo bambini euforici  alla scoperta del mondo.  Sorrido quando vado loro incontro, e loro sorridono a me. E’ scattato il click. Possiamo toccarci, darci amichevoli colpetti  sulla spalla.

Quando  si apre uno squarcio nel buio delle nostre verbalizzazioni diventiamo visibili ed intellegibili  l’uno per l’altro: questo ci fa emozionare le mani iniziano a fremere e a non stare  più al loro posto, hanno voglia di aprirsi, di toccarsi, di far sentire che siamo presenti con tutto il nostro essere. Ci guardiamo negli occhi, ci incontriamo, ci vediamo: finalmente. 

Dura un attimo, poi la piccola estasi di totale empatia scompare ed ognuno torna ai propri ruoli impostati.

Che bellezza però essere stati  in empatia per un secondo.

Il fatto che tra di noi esiste un rapporto di “estraneità” rende la cosa ancora più rimarchevole: sentirsi in empatia con degli sconosciuti  – di cui si è appreso null’altro che il nome ed  il numero di camera  e della cui lingua si afferra poco – ci mette di fronte ad una realtà poco esplorata, quella che porta a pensare che noi umani siamo molto di più dei nostri nomi,  del nostro lavoro, della nostra nazionalità, dei nostri profili FB, degli alberghi che frequentiamo. Siamo esseri vibranti, radar biologici che cercano di intercettare  uno scambio in grado di procurarci  gioia, soprattutto quando avviene senza preavviso, veloce, inatteso.

Il vero scambio ci  innalza per un momento dalla nostra condizione terrestre per sua natura un po’ gretta e  limitata – ognuno con il proprio credo, la propria storia, ognuno inscatolato in confini mentali ben definiti –  e ci illumina.

Poi tutto finisce, le mani si liberano dall’intreccio, i sorrisi si smorzano, l’educazione di facciata si ricompone  sui nostri volti: i tedeschi della ex DDR tornano ad interrogarsi di fronte al buffet dei desserts, chiedendosi se sia meglio optare per il semifreddo alla banana o per la mousse al cocco verde.  Sono  lontani adesso, hanno di nuovo  attraversato lo spazio ed il tempo che li divide da questo mondo; i loro movimenti  ricordano ancora  una volta  quelli   dei cittadini della vecchia Europa dell’Est, un poco goffi ed impacciati.

Io torno ad osservarli, cauta.

E resto in attesa,  fiduciosa, del prossimo momento di  scomposta e luminescente empatia.

Excursus temporale dell’espatrio

Tramite le testimonianze di alcune di noi, abbiamo voluto creare una sorta di “storia dell’espatrio”, che è anche un raffronto tra expat di diverse generazioni. Com’era espatriare 30 anni fa? E 20? E 10? Cosa è cambiato in questo periodo di tempo? Sicuramente la tecnologia, i mezzi di trasporto, le mete scelte ed i luoghi stessi. Attraverso i nostri racconti viaggerete tra Europa, Africa, America del Nord e del Sud; il viaggio sarà anche temporale, perciò preparatevi a provare anche un po’ di nostalgia!


Agnese – USA
•Da Barcellona 2004 a New York 2015•

Barcellona 2004

Barcellona vista da Parc Güell, 2004

Sono nata nel 1987 e la mia prima esperienza di vita in un altro paese l’ho fatta a 17 anni a Barcellona. Per sentire il mio ragazzo di allora (che 10 anni dopo è diventano mio marito) inserivo una moneta da due euro nel telefono pubblico del dormitorio in cui alloggiavo, e siccome il vano che raccoglieva i soldi era stato manomesso, riprendevo la mia moneta e la reinserivo potendo allungare economicamente le mie telefonate da innamorata per ore ed ore. Poi un giorno la voce si è sparsa e quel telefono non ha più avuto pace.
Ricordo che si cominciava a parlare dei voli low-cost, di quanto sarebbe stato facile ed economico riuscire a viaggiare per l’Europa con solo 50 euro per tratta. A me Barcellona sembrava così lontana, addirittura due ore d’aereo o quasi un giorno di nave…

Agnes NJ vista NY

Vista di New York dal New Jersey, febbraio 2015

E poi il vero cambiamento della mia vita: meno di un anno fa quel ragazzo ed io ci siamo trasferiti a New York. Per arrivare qui le ore d’aereo sono dieci e i giorni di nave almeno quindici! Nonostante rimpianga spesso di non essere nata nel 1920 per una questione di stile e musica, mi ritengo fortunata ad essere una di quelle che può fare FaceTime con la mamma durante il tragitto da casa alla metro per “farle vedere quello che vedo io”, che può mandare un video di auguri alla prozia novantenne dalla punta della Tour Eiffel vedendo il suo viso modellarsi in un “OOOOOH” di stupore che vale mille regali;
mi ritengo fortunata nel poter scegliere quale aerolinea prendere per tornare a casa in base a promozioni, miglia, carte-accumula-punti, numero di scali e intrattenimento di bordo, a riempire gli smartphones dei miei amici con gruppi whatsapp nei quali ci manca poco che ci fotografiamo anche mentre ci laviamo i denti (anzi no, abbiamo fatto anche quello) e soprattutto, mi ritengo fortunata perché tramite la mia esperienza posso essere d’aiuto a tantissime persone che leggeranno queste mie parole un istante dopo che avrò premuto “invio”, senza dover aspettare una lettera per giorni e giorni.


Katia – Seychelles
• 2007-2016•

excursus-temporale-seychelles

Vecchia casa tipica seychellese

katia-seychelles

Io sulla spiaggia alle Seychelles nel 2011, con le tartarughe di mare appena nate

Il mio primo sbarco su queste isole fu connotato da un po’ di delusione perché arrivai con il Monsone del Sudest – quello fresco che increspa il mare – e con la marea alta che offuscava la trasparenza delle acque.
Avevo già lavorato su delle isole tropicali nei Caraibi, ma le Seychelles furono presto la scoperta di un mondo fantastico  che si svelava davanti ai miei occhi giorno per giorno: foreste, piante di cocchi tra i più grandi ed antichi del mondo, tartarughe giganti in libertà, rocce granitiche vecchie di milioni di anni ed una popolazione che ancora viveva ai ritmi lenti che si convenivano alle Colonie dell’Impero Britannico e a quelle della Corona di Francia.
Le donne indossavano i cappelli intrecciati di foglie di palma e la domenica mattina, per andare a messa, si riparavano dal sole con un ombrellino. Sulle tavole si mangiava ancora il kari sousouri, il curry di pipistrello e talvolta i seychellesi ti invitavano a partecipare ai loro pranzi o ai loro barbeque. Nella Valle de Mai, la foresta tropicale al centro dell’Isola di Praslin, dove cresce la famosa palma del Coco de Mer, già all’epoca parco protetto, si accedeva tramite una porticina di legno tutta sgarrupata, senza nessuno che ne fosse a guardia.
Poche macchine e poche patenti: tutti si sorprendevano quando mi vedevano guidare un’auto a noleggio!
I clienti che venivano nel resort dove lavoravo soggiornavano  per settimane e si innamoravano delle isole;  restavamo nottate a colloquiare sotto le stelle con un calice di vino in mano.
Poi le cose hanno cominciato a cambiare.
Anzitutto i turisti: sempre più affannati nei loro soggiorni sempre più brevi e compulsivi, sempre meno chiacchierate notturne da quanto il wifi ed i socials hanno raggiunto anche queste latitudini e tolto ogni chance  di una vera socialità. Ma non solo: assieme ai turisti sono cambiati i valori, i ritmi e le abitudini delle isole.
Sempre più spesso i dipendenti degli hotels si recano al lavoro in auto, guidano e si spostano in autonomia, mentre prima i seychellesi andavano per lo più a piedi nelle foreste ed al lavoro ci andavano con il pulmino aziendale che andava a prenderli sotto casa.
Gli expat come me si contavano sulle dita di una mano e rappresentavano una minoranza. Oggi, con il sorgere di tanti nuovi alberghi e di tante nuove  attività commerciali  gli expat sono piuttosto numerosi e non ci si conosce più tutti come prima. La competizione sul lavoro è molto forte e sempre meno spazio viene lasciato alla convivialità tra colleghi.
La Valle de Mai è diventato un centro di ricavi iper-efficiente, con visite guidate, caffetteria e museo annesso. I seychellesi cercano di adeguarsi ed oggi se vuoi andare a mangiare nelle loro case devi pagare. Loro poi non mangiano quasi più il pipistrello ma preferiscono gli hamburgers e le patatine fritte.
La cosa curiosa è che qui si ha la percezione che il tempo passi più velocemente che altrove. Nove anni di Seychelles  equivalgono a quaranta dei nostri in Europa: in pratica ho assistito allo sviluppo di un intero paese come chi, reduce dalla seconda guerra, si è ritrovato a vivere da un’Europa coperta dalle macerie ai baldanzosi, quanto fittizi, anni 80′ dove si credeva che lo sviluppo non avesse mai fine. 


Luigina – UK
Un nuovo millennio a Limerick•

Cork Street 1999

Cork Street, 1999

Limerick From Castle

Vista di Limerick

Alla fine del 1999 mi accinsi al mio primo espatrio “a lungo termine” (che per me significava più di un mese) verso Limerick in Irlanda, senza sapere nulla del paese e della città dove sarei andata a vivere. Per fortuna già parlavo inglese molto bene grazie alle mie esperienze precedenti negli USA. Gran parte dei soldi ricevuti come regali di laurea finirono in un biglietto aereo (comprato ovviamente non su internet ma al Centro Turistico Studentesco) da Fiumicino a Shannon, passando per Parigi CGD, dove mi persero la valigia con quasi tutti i vestiti. Quando me la ritrovarono, la spedirono a Shannon e un tassista doveva consegnarmela a casa. Finì per portarla alla casa sbagliata, visto che c’erano due porte con lo stesso numero civico sulla stessa strada: fu un primo assaggio degli eccentrici indirizzi irlandesi!
L’Irlanda tra il 1999 e il 2000 era appena all’inizio del boom economico conosciuto come la “Tigre Celtica”. Limerick è una delle città irlandesi dal passato più difficile, e ancora lo si vedeva chiaramente. Lungo le strade della città si vedevano palazzi con l’intonaco scrostato, e le bellissime facciate georgiane erano per la maggior parte sporche e mal curate. Mi colpì moltissimo il mercato di Limerick (che ora è completamente trasformato): un quadrangolo secolare di edifici di pietra grigia e all’interno pile di cassette di frutta e verdura ancora carica di terriccio; grandi forme di pane nero, burro e formaggio. In autobus per andare al lavoro al campus universitario passavamo accanto a un campo verdissimo pieno di mucche.
Molto presto i campi vennero sostituiti dai “retail parks” e da file e file di villette tutte uguali. L’università sembrava uscita da un altro universo: nuovissima, tutta vetro e cemento, con prati curatissimi, sculture e una grande sala da concerti. Era il segnale che qualcosa stava per cambiare.  Comunicavo con la famiglia tramite un oggetto che adesso è quasi da scavo archeologico – la scheda telefonica internazionale, e chiamate dai telefoni fissi. Lentamente tutto fu sostituito dalle email, dopo aver insegnato ai miei come aprire e usare un account. Gli amici si sentivano per email e per darsi notizie importanti ci si dava appuntamento davanti al telefono fisso a ore improbabili per spendere meno. Arrivavano da casa anche molti pacchi pieni di rifornimenti, visto com’era difficile trovare ingredienti italiani…E pensare che ora si trova di tutto! Nel corso di un anno dal mio arrivo, con i soldi della “Tigre Celtica” arrivarono palazzi di appartamenti nuovi, auto nuove, gadget tecnologici, vacanze in Spagna e Francia con Ryanair, e catene di negozi, ristoranti e migliaia di stranieri arrivati a lavorare o studiare nella “Tigre”. E così l’Irlanda smetteva di essere il parente povero d’ Europa. 
Intorno al 2007, un crollo economico durissimo ha spazzato via imprese, negozi e famiglie. Alla fine ha spazzato via anche me: nel 2012 ho lasciato L’Irlanda dopo 13 anni, portandomi dietro il mio compagno ma lasciando lì amici che sono per me come una famiglia. Per fortuna adesso ci sono FaceTime, Facebook, Instagram e quant’altro!


Margherita – Irlanda
•Un salto lungo 13 anni•

The Shelbourne Hotel Dublino 2004

The Shelbourne Hotel, Dublino 2004

Ponte della Pace, Derry

Ponte della Pace, Derry

Sono emigrata per la prima volta nel 2003, destinazione Dublino, Irlanda e mi sembra di ricordare che il costo del volo, anzi dei voli (Bergamo Londra Dublino) fosse circa 50-60€, anche se poi Ryan Air si è  rifatta con i, circa, 150€ di bagaglio in eccesso (quando ancora si viaggiava con mezza casa in valigia) che mi son portata dietro.
Scelsi Dublino perché all’epoca chi voleva andare all’estero per imparare l’inglese, o migliorarlo, optava per Londra, io invece non volevo ritrovarmi ad imparare l’inglese in mezzo agli Italiani, quindi decisi di provare l’esperienza irlandese completamente inconsapevole di due dati di fatto:
1. Dublino era piena di italiani.
2. Dublino era una delle città più care d’Europa, se non la più cara al momento.
Non cambierei nemmeno una virgola se potessi tornare indietro, ma devo ammettere che questo genere di errori ora li avrei pagati molto più cari.
A quei tempi giravo con un Nokia 2100, uno di quei, normalissimi ed innovativi allo stesso tempo, cellulari che mandavano messaggi, facevano telefonate e forse, se non ricordo male, ti davano la possibilità di giocare a Snake.. (Ma è facile che mi stia confondendo). Insomma gli iPhone erano pura fantasia, Skype, Viber, Whatsapp pure. Chiamavo mia madre ed i miei amici da dei preziosissimi call center, nei quali spesso mi rinchiudevo per ore, in cubicoli maleodoranti e dove la privacy urlava GIUSTIZIA PLEASE, perché ovviamente sentivi tutto ciò che il vicino diceva ai suoi cari (spesso in un’altra lingua per fortuna), e viceversa.
Vivevo a due passi dal prestigioso hotel in cui lavoravo “The Shelbourne”, pagavo 540€ mensili per una stanza grande quanto il mio bagno attuale, pochissimi metri quadri, con un finestrino grande come quello di una macchina che si apriva solo in modalità basculante quindi il riciclo dell’aria non era dei più veloci. Vivevo in un palazzo circondato da pubs quindi il weekend era vivace per non dire rumoroso… Sopratutto le notti… Ma sono stati due anni meravigliosi, in cui ho migliorato il mio inglese ed ho incontrato l’uomo della mia vita, un Irlandese Doc nonché padre dei miei due bimbi. Già quando, nel 2005, abbiamo lasciato Dublino le cose iniziavano a cambiare in peggio, l’Hotel chiudeva per ristrutturazione e cambio gestione e non riassumeva nessuno del vecchio staff, eravamo abituati a troppi privilegi d’altronde.
Dal 2007 viviamo a Derry, nell’Irlanda del Nord. Quando siamo arrivati qui le scelte in campo professionale erano varie e i datori di lavoro facevano a pugni per trovare staff. La domanda era alta, i salari più bassi, molto più bassi di Dublino, ma il costo della vita più sostenibile.
Durante questi 13 anni i cambiamenti non sono stati solo positivi (avvento di Internet, degli iPhone, delle nuove compagnie low cost); la crisi ha colpito anche l’Irlanda, il mercato immobiliare è crollato e si è portato dietro tutto. Quella stessa crisi qualche anno più tardi è arrivata anche qui al Nord , e qualche strascico è tutt’ora visibile, mentre Dublino di nuovo pullula di occasioni. Adesso qui non è così semplice trovare lavoro, e non si ha alcuna possibilità se il livello d’inglese è penoso come lo era il mio 13 anni fa. Sono più selettivi anche con gli stranieri. Prima davano sostentamento a tutti, se arrivavi dall’estero e non lavoravi per mesi avevi diritto al Dole (una sorta di disoccupazione), ed altri benefit, adesso, per fortuna, queste cose non esistono più (e dico per fortuna perché molta gente se n’è approfittata). Nonostante ciò, il futuro dei miei figli Italo-Irlandesi lo vedo qui. Mi sento più sicura a farli crescere in Irlanda, magari saranno loro i prossimi expat della nostra famiglia, e chissà se scriveranno per il sito “Uomini che emigrano all’estero”? 


Daina – Messico
•Dalla fredda Olanda al “cielito lindo” messicano•

Daina Olanda

In Olanda, il mio primo espatrio

Daina Messico

In Messico, oggi

La prima volta che sono emigrata, tanti anni fa, l’avevo fatto per amore… ero andata a vivere ad Amsterdam ad inseguire l’Olandese volante (ovvero il mio moroso di allora).
Era il 1993, non c’era ancora l’Euro, né la Comunità Europea. Io ero considerata né più né meno dei migranti Africani, Indiani o Sudamericani… Come loro dovevo fare la fila ogni 3 mesi alla Vremdelingenpolitie (solo il nome mi faceva tremare i polsi…) e sottostare a lunghi e insolenti interrogatori per rinnovare il mio permesso di soggiorno; sarà per quello che sono solidale con ogni migrante.
Moltissime cose sono cambiate da allora. Le comunicazioni prima di tutto, allora si usavano i primi “telefonini” (grandi e pesanti come mattoni) e di certo comunicare con famiglie e/o amori lontani era molto piu’ difficile e costoso! Figuratevi che, prima di andare a vivere in Olanda, comunicavamo scrivendoci lunghe lettere su carta, usando una penna e spedendole per posta con busta e francobollo! Cosa di cui ho una certa nostalgia…
I viaggi poi… si facevano in treno! In cuccetta sugli Euronotte. Non c’erano voli low cost, e l’aereo era ad appannaggio dei ricchi.
Adesso potrei lavorare tranquillamente in Olanda senza chiedere permesso di soggiorno, non dovrei cambiare valuta ogni volta. Potrei andare e tornare da Amsterdam in 3 ore, con meno di 80 euro. Invece no, tanto per non farmi mancare problemi sono emigrata in Messico! Ma sono felice così! Quello che mi pesava di più dei Paesi Bassi era il clima: freddo, piovoso, grigio, 11 mesi su 12. In Messico ci sono mille difficoltà da superare, e di ore di volo ce ne vogliono almeno 13. In compenso si trova il wi-fi gratuito ovunque e posso fare Skype con mia figlia e nipotina (che vivono ad Amsterdam) ogni giorno, e farle ammirare il “cielito lindo” Messicano.


Maria – Finlandia 
•un amore senza tempo•

MAria-finlandia

Con Olli, all’inizio della nostra relazione

maria-finlandia

Con Olli, oggi

Quattro anni fa sono riuscita finalmente a vivere in Finlandia, con il mio fidanzato Olli, e a restaurare assieme una casetta unifamiliare, in legno colorato con giardino. Il mio avvicinamento alla Finlandia è stato graduale e continuo per lunghi anni. Dapprima essa mi appariva come un sogno lontano e splendido; poi c’è stato il mio primo incontro con la Scandinavia e con Olli: il mio uomo finlandese. Le vicende della vita mi avevano poi allontanata da lui, tanto vicino a me con lo spirito, ma lontano geograficamente. Negli anni ottanta si poteva restare in contatto solo per lettera o per telefono. Le lettere le scrivevo a mano o con la macchina da scrivere, pigiando con forza sui tasti; esse impiegavano una settimana per arrivare a destinazione. Nel 1986 ci fu l’entusiasmo del mio primo viaggio lassù, in treno, assieme al mio fidanzato italiano Benny; Olli ci ospitò in Finlandia e ci fece da guida. A quei tempi il treno era il mezzo più conveniente, il viaggio fu molto interessante ma anche interminabile attraverso la Germania, la Danimarca e la Svezia, utilizzando tutta una serie di traghetti e di navi per passare nei diversi Stati. Facemmo sosta in molte città, apprezzammo molto i servizi di prenotazione degli alberghi, i carrelli e le cassette per i bagagli, i pasti veloci nei grandi magazzini: allora tutte cose rare in Italia. Benny fu entusiasta del sistema scolastico finlandese, oggi come allora considerato ovunque molto efficiente, quando il suo “amico e collega insegnante Olli ” gli fece visitare la sua scuola. Facemmo un escursione al Circolo Polare, ascoltando cassette di musica italiana sull’autoradio. Il cartello sulla linea artica era in sei lingue; ora nello stesso punto, a dimostrazione della diffusione dell’inglese in ogni campo, il cartello è solo bilingue: “Napapiiri” in finlandese e “Arctic Circle”. Sposai Benny, che purtroppo qualche anno dopo morì improvvisamente. Lentamente, ma decisamente, mi riavvicinai ad Olli, ed alla sua terra: allora le distanze si erano riavvicinate, potevo comunicare con lui virtualmente via computer, cellulare e Skype. Ritorno spesso in Italia, soprattutto quando il freddo scandinavo è troppo intenso. Da Helsinki molti voli, a buon prezzo, mi portano in due ore a Monaco di Baviera e da qui un treno diretto mi porta a Trento. Anche in macchina il percorso è più agevole e più facile: si usa il navigatore e due ponti collegano la Danimarca alla Germania ed alla Svezia. Ho ora la splendida sensazione di sentirmi ugualmente italiana e finlandese, con lo stesso amore e la stessa consapevolezza: un sentimento che trasmetto anche al mio fidanzato, che pure comincia a sentirsi per metà italiano.

8 Marzo & le Donne: fugaci visioni dal Mondo

8 Marzo: Donne in Belgio.Belgio donne

Alte, bionde o afro, curate, con lunghi capelli raccolti in casuali chignon o con un velo, lavoratrici, con figli, indipendenti, tanto da non aver bisogno di una festa a loro dedicata. Ci sono anche le donne schiave, quelle in vetrina vicino alla Gare du Nord a Bxl, quelle con mariti-padroni, rinchiuse in casa e nella prigione della lingua d’origine. Poi ci sono quelle come me, venute in questo paese per un breve periodo, che popolano la metro al mattino e che camminano a passo svelto la sera, tenendo stretta la borsa e che guardano le locali con un misto di ammirazione per la sicurezza raggiunta e di rimprovero per l’apparente vacuità.

Lidia – Bruxelles


donna 8 marzo zanzibar8 Marzo: Donne a Zanzibar

L’8 marzo su questa isola non si festeggia,del resto anche qui le donne di strada da fare ne hanno:  sono la colonna portante di questa società e sono molto più affidabili degli uomini.

Annamaria – Zanzibar


8 Marzo: Donne a Rio de Janeirodonna 8 maro rio

Penso che hanno una relazione molto più serena di noi col proprio corpo, lo mostrano senza sentirsi a disagio, molte si allenano tantissimo per modellarlo (qui piace una donna molto muscolosa, per i miei standard decisamente mascolina), alcune mettono silicone nei glutei che qui piacciono enormi… Però Rio resta una città molto maschilista e ho scoperto che la maggior parte delle donne non va in spiaggia senza il marito o non esce con le amiche.

Sara – Rio

 

 

 


donna 8 marzo8 Marzo: Donne a Barcellona

Io se penso alla “donna” a Barcellona penso subito che mi sento più sicura. A Milano in molti posti avevo paura ad andare da sola; qui sto attenta però in generale c’è molta più gente per strada. Gli italiani sono visto come dei “toccaccioni”, e infatti devo dire che la brutta abitudine della mano morta che ricordo provare in alcune discoteche milanesi non mi è mai successa qua: in generale li vedo più rispettosi. La donna mi pare avere un rapporto con il proprio corpo più sereno rispetto al nostro di italiane: vedo la facilità del topless, esibito come qualcosa di comodo e naturale, indipendente dalla taglia e forma fisica che ci si ritrovi, e non come qualcosa da esibire.

Caterina – Barcellona


8 Marzo: Donne in Arabia Saudita

donna 8 marzo arabiaQui a  Riyāḍ non si festeggia la festa della donna  l’8 marzo ma quella della MAMMA!
Ed è una festa molto sentita, stamattina sono stata alla festa della mamma alla scuola delle mie figlie, non ho fatto foto perché ero troppo impegnata a godermi lo spettacolo!
Mi sono emozionata molto perché entrando su un grande schermo venivano proiettate le foto dei nostri figli da piccoli e più recenti.
I bambini di ogni grado (2,3,4,5) hanno cantato tre canzoni:  una in inglese, una in francese ed una in arabo, hanno fatto una piccola recita ed infine hanno cantato un’ultima canzone tutti insieme!
L’emozione e’ stata tanta…fortuna che sul tavolo c’erano già pronti i fazzoletti
La sala era addobbata con fiori colorati e tulle viola e bianchi.
Sui tavoli, oltre agli utilissimi fazzoletti (perché di lacrime ne sono scese tante) c’erano un programma delle canzoni, un vaso di fiori, il mio tanto amato caffè arabo, delle mini cheese cake e dei mini tramezzini.
Alla fine i bambini davano un regalo alla mamma ed io che ho 3 figlie, sono uscita con le mani piene di doni, tra cui due tazze con il mio nome in ARABO!

Giovanna – Riyāḍ


8 Marzo: Donne nel Regno Unito (Devon)

Come tutti o quasi tutti sanno, la Festa della Donna in Inghilterra non esiste. Si festeggia la mamma in un giorno diverso rispettodonna 8 marzo regno unito all’Italia, ma nessun giorno é dedicato alla Donna. Quando ne ho parlato alle mie colleghe e amiche, la loro reazione è stata molto positiva. Ho raccontato che si celebrano le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne ma anche le discriminazioni e le violenze subite del corso dei secoli. Poi ho raccontato anche il modo in cui, al giorno d’oggi, si festeggia questa ricorrenza e sono rimaste un tantino sbalordite. Non nego che quando ero più giovane, anche io ho assistito a “simpatici” spettacoli nei locali della mia città, ma adesso mi rendo conto che tutto questo non ha senso. Bisognerebbe pensarci sopra ogni tanto e trovare un modo alternativo per celebrare le donne. Perché la Donna è forte, la Donna è sveglia, la Donna è orgogliosa e, come tutte tutte noi concordiamo e tramite questo sito lo affermiamo, “il bello delle donne è che hanno paura, ma alla fine trovano il coraggio di fare tutto”.

Luana – Devon


8 Marzo: Donne nel Regno Unito (Londra)

fashion-woman-cute-airport-largeL’8 marzo non si celebra, e quando in passato qualche collega italiano venne in ufficio con la mimosa, i colleghi inglesi ci guardarono con aria divertita e un po’ stupita. La situazione della donna a Londra sicuramente e’ certo progredita: ci sono varie donne imprenditrici e in posti di potere, sia nel governo sia in societa’ private (soprattutto) e pubbliche. Detto questo, e’ sempre vero che anche qui si parla di un “glass ceiling”, cioe’ un livello di “posizione” oltre il quale e’ difficile andare, come anche e’ vero che a parita’ di posizione, le donne sono pagate meno degli uomini. Sicuramente ad una donna in fase di colloquio non verra’ chiesto se ha intenzione di avere dei figli, come avviene in Italia. E nei casi in cui la donna e’ discriminata sul posto di lavoro, puo’ portare in tribunale il datore di lavoro ed ottenere un giusto risarcimento: strada un po’ impervia ma sicuramente percorribile da chi ha veramente subito dei torti. Ci sono stati casi sui giornali di vittorie di alcune donne che sono state discriminate ed hanno vinto. Ricordiamoci anche che questo e’ il paese delle suffragette, che ottennero il voto per le donne nel 1928. Per citare un altro esempio piu’ recente, nel 1968 le donne scioperarono in massa alla sede Ford di Dagenham in quanto discriminate, ed ottennero migliori condizioni di lavoro (evento reso noto nel film “Made in Dagenham”). E come dimenticarsi della Signora di Ferro, The Iron Lady, Mrs Margaret Thatcher, primo e finora unico capo donna di un governo inglese (1979-1990). E’ vero che la violenza sulle donne esiste anche qui, soprattutto casi di violenza domestica che sfociano anche nella morte. Esiste tuttavia una serie di organizzazioni a protezione delle vittime che decidono di lasciare il compagno violento. Insomma, non e’ tutto rose e fiori ma sicuramente la donna in UK se la gioca alla pari – o quasi. Io ho sicuramente avuto delle opportunita’ professionali qui a Londra che non avrei avuto in Italia.

Elena – Londra


8 Marzo: Donne in Senegal donne senegal calcio

Le donne in Senegal sono onnipresenti, polivalenti, instancabili e piene di risorse. Sabato scorso per esempio le donne del mio villaggio hanno organizzato una partita di calcio “donne sposate contro nubili” per raccogliere fondi per le attività delle scuole dei loro figli. Tamburi, danze e tifo dalle altre donne del villaggio per le 22 prescelte ! La migliore partita di calcio mai vista.

Francesca – Casamance (Senegal)



8 Marzo: Donne alle Seychelles

L’8 marzo è una festa di importazione, come quasi tutte le feste su queste Isole. Le donne sono la forza motrice del paese: donne ministro, donne giudice, donne manager. Ma anche donne casalinghe, donne pescatrici, donne che intrecciano panieri e cappelli con le foglie di palma. Donne dai capelli lisci e corvini o dagli occhi verdi e la testa piena di ricci. Donne che sfoggiano abiti dai mille colori, che non si intimidiscono se  una maglietta troppo stretch mette in evidenza i rotolini di ciccia. Donne che ballano e che cantano in ogni occasione del giorno e della notte.  “Enjoy your body” canta un certo rapper…detto fatto: donne che vivono il proprio corpo –giovane, vecchio, esile o grasso non importa –  con l’istinto selvaggio delle lupe e senza il giudizio un po’ bacchettone dell’emisfero nord del mondo.

Katia  – Seychelles

WOMAN SEY

cosa-cambiato-torni

Cosa troverai di cambiato…se torni.

katia seychelles in ufficioSe si torna in Italia dopo un lungo soggiorno all’estero si potrebbe trovare  un mondo diverso ad attenderci  e vivere uno shock culturale all’inverso. 

Paradossale, vero?  Eppure oggi, a distanza di undici mesi dal mio inaspettato rientro, sono piuttosto sicura della veridicità di questa affermazione.

Dopo averci pensato a lungo ho deciso di mettere per iscritto ciò che chi vive all’estero  per periodi importanti potrà osservare se mai dovesse trovarsi nella situazione di rientrare.

Queste riflessioni si basano sulla mia esperienza personale e sono strettamente soggettive 🙂  


  • Relazioni con amici e conoscenti

FB, Twitter, Instagram, Linkedin…impossibile non tenersi in contatto tra chi vive in  continenti diversi.

Tuttavia una chiacchierata su Skype non può sostituire l’amico che ti versa del vino a fine pasto durante una conversazione sui massimi sistemi.

Su FB ho trecentotrentuno amici. Chi sono costoro?

(Secondo il Prof. Robin Dunbar https://goo.gl/AFhqQX, antropologo evoluzionista a Oxford, la nostra mente non è predisposta a livello evolutivo a concepire un numero elevato di amici. Dunbar ha calcolato questo numero ed ha ritenuto che possiamo entrare in contatto in maniera significativa con un  massimo di 150 persone)

I miei amici veri sono pochi:  hanno un odore, lasciano il segno sul divano dove sono stati seduti, possono dimenticarsi  qualcosa a casa mia, come una sciarpa o un cappello. Attraverso questi segnali ricordano la loro presenza anche quando non ci sono.  Gli amici non si fanno spaventare dalla lontananza, dagli oceani che ci dividono, gli amici restano.

I conoscenti no, quelli scompaiono.

Le vite delle persone – inclusa la mia – sono andate avanti per le strade più disparate: c’è chi si è sposato, chi ha divorziato, chi ha cambiato sesso, chi ha dei marmocchi cui badare, chi si è ritirato in un convento buddista.

Il cerchio di persone che frequentavo prima del trasferimento all’estero e che costituiva la rete di protezione sociale all’interno della quale mi sono mossa per un certo periodo di tempo, oggi non esiste più. Amen.

  • Lingua

Undici mesi fa credevo di aver conservato intatta la lingua che l’Accademia della Crusca protegge con orgoglio. Salvo rendermi conto che, dopo poche settimane dal mio rientro, non ero in grado di sostenere conversazioni complesse. Capivo tutto, ma mi esprimevo con dei  limiti imbarazzanti ed avevo sempre le parole che mi si bloccavano sul nascere. Le sapevo, diavolo se le sapevo, ma si nascondevano sotto la lingua mentre cercavo di tirarle fuori. In compenso sapevo come dirle in inglese e in francese anche se intuivo che non era il caso di fare innesti linguistici di stampo anglo-francofono durante le conversazioni. Oggi mi sono riappropriata quasi completamente della lingua italiana mentre appena tornata,  in caso di disputa verbale, non ero in grado di sostenere le mie ragioni, linguisticamente parlando, con efficacia.

Di contropartita,  giorno dopo giorno, mi accorgo di dimenticare espressioni e parole delle lingue nelle quali mi sono espressa per tanti anni all’estero. E di queste lente ed inesorabili perdite mi rammarico, consolandomi solo con il tenere ben presente a a me stessa che tutto è maya.

  • La mente e la mappatura geografica del territorio

I primi tempi dopo il mio rientro in Italia mettevo in atto  questa procedura prima di sedermi alla guida di un’auto: entravo in macchina, accendevo il motore e non partivo finché non mi passava accanto un’altra macchina che fungeva da indicatore per la corsia sulla quale immettermi. Facevo confusione tra guida a destra e guida  a sinistra per cui mi affidavo all’esempio degli automobilisti  locali per trovare la giusta collocazione sulla carreggiata.

Inoltre conoscevo a menadito una decina di percorsi del tipo casa mia-casa di mia madre , casa mia-supermercato più vicino, casa mia-ufficio postale e via  di seguito. Percorrevo  solo questi itinerari. Dopo un po’ ho cominciato ad allargare il raggio di percorrenza con il risultato di perdermi nelle campagne circostanti la città o di rimanere perplessa quando, ad esempio, mi suggerivano di prendere alcune scorciatoie per raggiungere un determinato luogo. Di quelle “scorciatoie” ricordavo il nome ma non sapevo dove collocarle nella mappatura mentale del territorio  che era diventata assai lacunosa. Per farla breve: il cervello aveva smemorizzato parecchie informazioni e la cosa curiosa era che chi mi stava vicino mi osservava come fossi un’aliena. Chi è sempre rimasto  qui e ti ha vista tornare una o due volte l’anno nel corso del tuo soggiorno all’estero non si capacita dei cambiamenti avvenuti involontariamente nella tua testa. Neppure noi, nel momento in cui veniamo in Italia solo in vacanza, ce ne rendiamo conto.

  • Valore del denaro

Ho cominciato solo adesso a darmi una regolata con il denaro. Mondi diversi, percezioni diverse del valore dei soldi.  Intuisco una corsa diffusa per trovare l’offerta migliore, il prezzo più basso, l’acquisto più conveniente. Noto la tendenza a svalutare chi non si adegua alla logica del prezzo al ribasso. Dovrò adeguarmi in fretta adesso perchè non sto vivendo  alle Seychelles dove le logiche sono diverse. Un paio di settimane fa, mentre mi trovavo temporaneamente al lavoro in una struttura ricettiva  in zona termale, ho scoperto  che il cameriere extra del sabato sera veniva pagato per la sua prestazione di circa sette ore 25 euro (al nero). Questa cifra a me esce dalle tasche come fosse aria. Urge un ripensamento: sono io spendacciona o le cifre di cui si parla sono del tutto relative e necessitano di una contestualizzazione per acquisire il giusto peso? Lascio a voi esprimere un opinione in merito.

  • Carriera professionale

Sono tornata in Italia senza un lavoro (pazza) e dunque adesso ne sto cercando uno.

Esempio lampante di come le cose sono cambiate: nel 2007, prima di partire per le Seychelles la prima volta, ricevetti  cinque offerte di lavoro ancora pochi giorni prima della mia partenza.

Oggi, dopo aver inviato circa cinquecento CV negli ultimi tre mesi, non risponde nessuno. Se rispondono, curiosamente, sono sempre delle trappole dove non inquadrano a norma o non pagano o dicono di cercare una figura mentre in realtà ne cercano un’altra. Inutile sperare di far valere l’onorevole carriera sviluppata altrove: in terra italica chi è seduto su una poltrona non si schioda, neppure avesse cento anni ed avesse esaurito totalmente le proprie forze innovative e rigeneratrici, e non lascia dunque spazio agli altri. Insomma, per guadagnare la pagnotta occorre reinventarsi a 360° perchè trovare uno spazio vitale e dignitoso dove inserirsi con le pregresse esperienze estere non è facile come sembra. 

  • Età anagrafica

Sono partita giovane – insomma – e sono tornata che proprio giovane non ero più. Qui ci si mantiene giovani esteriormente: la palestra che frequento, che è anche un centro medico-estetico, vende i “ritocchini” al viso a rate, con l’addetto della finanziaria che girottola spesso da una stanza all’altra dell’edificio.

Sul mercato del lavoro invece non c’è ritocchino che tenga: a trent’ anni si è vecchi,  in gran parte perché dopo i ventinove non ci sono sgravi fiscali sulle nuove assunzioni. Per cui dopo i ventinove  anni, se non sei occupato,  entri  in una selva oscura, perdi ogni speranza e non ne esci più. Oppure espatri.

  •  Lifestyle

Aspetto frivolo. Non leggetelo se cercate in questo post uno spessore aristotelico. Cosa è saltato ai miei occhi  quando ho cominciato a guardarmi intorno dopo il mio sbarco in Italia? C’è chi vede la sporcizia e  chi il degrado dei monumenti.  Io ho visto persone – ragazze e ragazzi – vestite tutte uguali, pettinate tutte uguali, truccate tutte uguali. L’omologazione è per me fonte di costernazione e costituisce, a mio avviso,  l’essenza del brutto e della mancanza di stile. In Italia poi questa è l’ultima cosa che dovrebbe accadere vista la fama di esportatori di classe e di buon gusto di cui godiamo e di cui tanto ci vantiamo. Anzi, direi che all’estero ne facciamo un punto di forza inespugnabile.

Sarà che dopo che ho vissuto con gli indiani, ai quali gli unici trend che interessano sono quelli finanziari, immobiliari ed astrologici, ho imparato ad essere meno legata ai diktat dei vari signori della moda. Grazie agli indiani sono tornata indietro di qualche decennio, quando ancora era sufficiente disporre di un unico “vestito buono” stirato e profumato e magari anche  un po’ demodé . Ed è così che vado in giro oggi: pulita, profumata di sapone di marsiglia, senza eccessivi orpelli modaioli o “stilosi” addosso.  “Stiloso” è una delle tante parole orribili – io l’ho appresa dalla bocca di  Morgan,  giudice competente e un po’ debosciato che vidi  nel 2015 al format TV  “The Voice” – di cui si fa ormai largo uso per denotare una persona la cui personalità è messa in evidenza dalla scelta del proprio look (per chi desiderasse aggiornarsi sul nuovo lessico in voga).

Altra cosa che va di moda sono i bar dove si gioca. Il “gaming” va forte: non solo slots o pocker, no, intendo i vecchi giochi di società. Ho frequentato in maniera intensiva uno di questi  luoghi per una settimana circa, mimetizzandomi tra gli avventori 16-45enni –prevalentemente maschi – che spesso mi sottraevano il  tavolino dove stavo sorseggiando un latte macchiato allo scopo di guadagnare spazio per le loro battaglie navali.

Grande Movida serale notturna, fatto nuovo per la mia città. Apertura di nuovi punti dove mangiare o spilluzzicare. Oltretutto questi luoghi dove si mangia o si spilluzzica sono dannatamente belli, giovani e modaioli. Li ho girati tutti da quando sono tornata. Mi sono drogata di locali  fino a non sopportali più.

Le mode sono così: ti drogano e  ti beano fino a che, completamente stomacata, non passi alla fase del rifiuto totale.

  •  Immigrati

Ce ne sono davvero tanti adesso. Me ne sono accorta alla prima lezione di yoga, diversi mesi fa, quando dopo la lezione ci siamo scambiati un po’ di convenevoli e non ho riconosciuto nessuna parlata locale. La mia città non è più abitata dalle persone del luogo. Vengono ad abitare qui da Roma, da Napoli, da Reggio Calabria, da Potenza, da Palermo, da Bologna, da Milano,  dalla Tunisia, dall’Egitto, dal Marocco, dal Senegal, dalla Costa d’Avorio, dal Brasile, da Cuba (la pianista sotto casa mia è cubana) dalla Spagna (la vecchia pizzeria al taglio all’angolo non esiste più, ora fanno la paella e lei, la nuova proprietaria, è spagnola) dagli Stati Uniti (base militare), dalla Svizzera, dalla Germania (c’è un vecchio borgo qui nelle vicinanze dove si parla tedesco: una comunità di crucchi  ha comprato la quasi totalità delle case del paese e se giri da quelle parti ti sembra di essere in Baviera), dalla Russia, dalla Polonia, dalla Macedonia, dall’Albania, dalla Turchia, dallo Sri Lanka.

Un’ umanità multietnica e cangiante mi circonda. Il mondo è tutto qui, rappresentato in questo piccolo centro urbano.

Oggi ho comprato la frutta in uno di quei negozi senza porte – tipo garage – dove ci sono montagne di mandarini, arance e mele che sporgono ed invitano all’acquisto. Sono stata servita da due ragazzi turchi. Sopra la cassa un grande drappo con una scritta dorata in arabo su fondo nero. Poco più sotto, l’annuncio di un calzolaio che ripara scarpe con la dicitura bilingue, italiano e arabo.

Se sono altrove non le noto queste cose. Se sono qui (ma non in modalità vacanza, quando il cervello è in modalità “off“) le noto. E’ una metamorfosi che investe tutti gli aspetti della città e si porta via le immagini del luogo dei miei ricordi. E’ un’energia vibrante che, attraverso l’istantanea del momento, ti mostra il passato e ti scaglia nel futuro. Fotogrammi veloci, accostamenti improbabili,  colori che si mescolano e forme plastiche che si ricompongono.  Capisci veramente che il mondo è movimento e trasformazione e che non esiste mai una sola realtà o un’unica verità.

  • Partire di nuovo 

Se i primi anni del mio espatrio ogni volta che tornavo mi ripetevano “non partire-resta qui-che parti a fare” adesso tutti mi chiedono “quando riparti?”

Ed io rispondo sempre che non lo so, ma chissà…

Non  nascondo che, dopo un primo periodo di shock culturale dove ogni notte facevo incubi da rientro e non mi capacitavo del mio rimpatrio che vivevo  quasi come una punizione divina,  adesso non mi dispiace sollazzarmi   in questo paese che, seppur  decadente, mi permette di essere vicina ai miei familiari, di andare a raccogliere cavoli e zucchine nell’orto di famiglia, di partecipare ai pranzi ed agli eventi che mi sono persa per anni. Partire di nuovo  significa correre il rischio di non trovare  più i membri della mia famiglia al mio ritorno, considerata la loro età. Questo è  un pensiero che mi ha accompagnato in maniera costante negli ultimi anni che ho trascorso  a 10.000 chilometri di distanza dai miei.

Per questo, se  dovessi di nuovo espatriare, oltre alla solita Africa, considererai  possibili alternative in paesi meno lontani.


So che a volte si ritiene superfluo parlare dell’Italia perché tutte noi reputiamo di conoscerla come le nostre tasche, essendoci nate. In verità credo che, partendo, ci lasciamo dietro anche un po’ della familiarità con il nostro habitat, e che bastano pochi anni di lontananza per far diventare questo paese, almeno  in parte, un “luogo mitico”.

Un luogo che, esattamente come hanno fatto gli espatriati nostri avi  può diventare una fotografia dal magico color seppia  di qualcosa che esiste solo nella nostra mente.

Questo perché mentre noi viviamo all’estero e ci trasformiamo, lei – la terra natia – si trasforma a sua volta cambiando pelle, abitudini, stili di vita e linguaggio. 

cosa-cambiato-torni

A Denis Island – Seychelles

 

lezzione-bilogia-marina

Lezione di biologia marina

Lezione di biologia marina dalle Seychelles

lezione-biologia-seychellesIl Corallo questo sconosciuto. Ancora oggi molte persone identificano il corallo come una “pianta” o ancor peggio come una pietra, e lo calpestano a volte senza alcuna remora oppure lo scalciano maldestramente con le pinne mentre nuotano. Invece il corallo e’ un essere vivente e precisamente un “animale”, o meglio una colonia di polipi, inseriti in uno scheletro di calcare. Lo si può immaginare facilmente se si pensa al fatto che strutturalmente è molto simile ad una medusa, solo che è rovesciata: i tentacoli sono rivolti verso l’alto con al centro la bocca, mentre la parte dorsale è quella che si attacca al substrato.

I coralli hanno dei tempi lunghissimi per formarsi: se una tartaruga raggiunge l’eta’ di circa 100 anni, e ci sono vongole che possono vivere fino a 400, una colonia di coralli ha vita centenaria ed a volte anche millenaria.

Nei mari tropicali, nelle notti di luna piena tra il mese di novembre e di dicembre si puo’ assistere ad un fenomento incredibile: la riproduzione dei coralli.

In un’unica notte, all’unisono e contemporaneamente negli oceani di tutto il mondo, avviene il rilascio massivo di uova e gameti maschili che dovranno affidarsi alle correnti marine per incontrarsi e così riprodursi. Affascinante vero?

Ma il mare riserva molte sorprese e modi inconsueti di riproduzione soprattutto per i nostri schemi mentali di “terrestri”.

In mare il fenomeno dei “transgender”, conosciuto nel mondo animale come ermafroditismo, che tra noi umani sulla terraferma suscita infinite discussioni e a tutt’oggi scandali e diatribe, e’ cosi’ frequente che viene da pensare se non sia un modo piu’ evoluto del nostro per riprodursi e tenere sotto controllo il numero della popolazione.

lezione-biologia-seychellesVi ricordate il pesce pagliaccio Nemo?

Ebbene,  i pesci pagliaccio sono dei “transgender”.

Di solito, la mamma pagliaccio (l’individuo più grosso della coppia o del nugolo di pesci che vedete sull’anemone urticante) depone circa un migliaio di minuscoli ovetti sulla roccia sotto il mantello dell’anemone, dove passerà poi il maschio per la fecondazione.

Per i Nemo, sarà papà pagliaccio a fornire importanti cure ai pagliaccetti, prendendo un tentacolo dell’anemone e passandolo sopra le uova. In questo modo il muco di cui è coperto il tentacolo, insieme anche a qualche cellula urticante, inizia a coprire le uova portandole ad avere “profumo di anemone”, coprendo cioè qualsiasi stimolo chimico che potrebbe indurre l’anemone a scatenare le sue cellule urticanti. La mamma ed il papà, insieme, si occuperanno delle uova, controllandole spesso e mettendole occasionalmente in bocca per mantenerle pulite.

Le stranezze non si fermano qui!

Alla scomparsa della femmina…il maschio riproduttivo cresce rapidamente in dimensioni e inverte il sessolezione-biologia-seychelles trasformandosi in una nuova “femmina”.

Lo stesso accade ad un altro pesce che forse molti di voi conosceranno.  Il suo nome e’ “Anthias”o Castagnola. Solo che in questo caso e’ la femmina che si trasforma in maschio.

Ma  il Cavalluccio Marino batte tutti .

Eh si, perche’ e’ il maschio che riceve le uova dalla femmina e dopo averle fecondate ed aver provveduto a portarle in grembo…le “partorisce”!

La sacca di papà cavalluccio è come una camera incubatrice!

Allora che ne dite, non vi e’ venuta voglia di fare un giro con maschera e boccaglio in biologia-marinaqualche barriera corallina?

Una curiosita’ sul romanticismo dei Greci:Il termine “ermafroditismo” deriva da: Hermes (Mercurio) + Afrodite (Venere). Secondo la leggenda i due ebbero un figlio, il “Dio Ermafrodito” il quale si unì con una ninfa: Salace. Dall’amore di un Dio ed una Ninfa ne risultò un organismo che racchiude in se le due polarità, maschio e femmina. Che  differenza dal nostro concetto attuale!

Per questo post ringrazio Carlotta, biologa marina, che si e’ prestata ad integrare il testo di precisazioni scientifiche e che ci ha regalato la curiosita’ sul romanticismo greco.

Pipistrello per cena!

Il piatto forte della cucina creola Seychellese  e’ il  CURRY DI PIPISTRELLO.sey boy

I pipistrelli qui sono diversi dai  nostri: li chiamano volpi volanti e somigliano in effetti  a  delle volpi, un po’ rossicci di pelo. A vederli da vicino sembrano dei cagnolini.

Quando  sulle isole non c’erano ancora  importazioni di carne dall’estero il PIPISTRELLO  era un piatto molto comune. Veniva catturato  con delle gabbie di legno  che sono ancora usate  dalla popolazione locale.

Oggi è piuttosto   raro trovarlo sulla tavola e viene preparato per lo più durante le serate creole. Io nel 2007, appena arrivata sulle Isole,  frugando nel congelatore di un emporio locale, pescai con le mani quello che sembrava uno strano pollo congelato, di dimensioni molto più piccole e poco convincente nella forma come pennuto. Solo alla cassa il gestore mi informò che quello era ottimo pipistrello fornitogli proprio il giorno prima dal vecchio Ron,  specialista nella cattura delle volpi volanti, e che stavo facendo un ottimo acquisto.

Pipistrello  a parte, che comunque vanta i suoi cultori, la  CUCINA CREOLA E’ DELIZIOSA. I seychellesi,  pur vivendo su delle isole, sono fortemente CARNIVORI e se possono scegliere tra pesce e carne non hanno dubbi: scelgono sempre la carne. Amano servirsi i cibo  dentro delle CIOTOLE , rigorosamente con il CUCCHIAIO o direttamente con le mani.

Fino  a qualche anno fa  si era soggetti a periodi di carestia da certi tipi di alimenti: a volte non si trovava  il latte per un mese, altre volte non erano disponibili  i limoni per 40 giorni oppure diventava irreperibile  il caffè ed  il fenomeno accadeva anche per generi  non alimentari. Questo era dovuto al fatto che  prima del 2009 le Seychelles erano molto  isolate dal resto del mondo ed avevano contatti e scambi commerciali  solo con altri stati socialisti come la Cina e Cuba. Solo  la comunità indiana, che qui è piuttosto numerosa, riusciva a far arrivare  i  propri prodotti.  Quando  entravi in un negozio ti capitava di dover comprare qualcosa dei cui componenti  o del cui funzionamento  non eri mai sicuro al 100% visto che la descrizione era in sola lingua TAMIL o HINDI … ma non avendo scelta dovevi comprare quell’articolo per forza e sperare che il buon senso ti guidasse nel suo uso e consumo.

Gli indiani, quando si si installarono sulle Isole durante la colonizzazione inglese,  portarono  l’abitudine alle VERDURE attraverso  gli CHATINI  (verdure scottate, sminuzzate e
condite con aglio, zenzero, cipolla, spezie e lime).  E poi hanno introdotto il CURRY, o « KARI » come dicono in creolo,  intendendo  qualsiasi cosa fosse  cusey ristornte spiaggiacinata con il LATTE DI COCCO.

Quindi  ecco che esistono Chicken Curry, Fish Curry , Banana Curry ecc. insieme ai quali viene consumato  il riso al vapore BASMATI e  le insalate con  gli chatini.

I dolci sono quasi tutti a base di COCCO e molto famoso è
il cocco caramellato che qui  chiamano « NOUGAT COCO ».

I Ristoranti CREOLI hanno l’abitudine di offrire  il BUFFET la sera e sono aperti  ad orari fissi generalmente tra le   19h00 e le 21h30 : dopo quell’orario chiudono.  Da Marie Antoinette, ristorante  poco distante dal centro di Victoria e considerato il santuario della cucina creola, si mangia “Kreol autentico ” in un ambiente molto coloniale. Vecchio pianoforte, sedie a dondolo in bambù all’entrata, tovaglie rigorosamente di carta o di plastica a imitazione delle vecchie tovaglie ricamante a mano di una volta.

I TAKE AWAY sono invece il posto dove i locali amano tantissimo andare a mangiare, soprattutto a pranzo, perché la sera di solito non escono. Si  fanno incartare o mettere nelle vaschette il riso al vapore, un qualche tipo di curry  e delle verdure  oppure il gettonatissimo pollo e patatine fritte.

Fino a 15 anni fa  tutti i seychellesi erano MAGRI e SLANCIATI: ora si comincia a vederne alcuni davvero OBESI ed i Take Away sono in parte i responsabili di questo fenomeno (assieme alle  bevande gasate ed  ai litri  di alcol che trangugiano senza  freno).

Ci sono anche dei CHIOSCHETTI che vendono frutta e frullati fatti al momento di stampo  casalingo estremo. Ecco come funzionano i chioschetti: la signora creola sistema un tavolo di fortuna per la strada di fronte alla propria casa, si attrezza con una prolunga per far lavorare  il mixer nella preparazione di succhi di frutta. Ogni qualvolta che i frutti stanno per finire a causa delle tante richieste di frullati e macedonie da parte dei  turisti che passano di lì, la signora chiama i suoi figli, che nel frattempo giocano a pallone, affinché la riforniscano di un secchio di manghi o di papaie raccolti dagli alberi adiacenti alla sua casa. Appena le secchiate di frutta arrivano la signora ricomincia freneticamente a sbucciare, spremere e servire fino a sera. Poi sbaracca tutto e rientra in casa.

Lungo la strada ci sono anche  i pescatori che vendono i PESCI che hanno pescato durante il giorno: il pesce è molto economico infatti costa circa Euro 3,00 al Kg.  (dorado, bonito, tonno ecc..) .

Ma la vera delizia è riuscire a FARSI INVITARE A CASA  di qualche seychellese. Una volta la cosa era spontanea ma  adesso i locali non sono più così disposti ad ospitare gli stranieri. Se lo fanno si fanno pagare e l’esperienza diventa un po’ artefatta.

Fregate myself at the RestaurantI BBQ seychellese della domenica  sulla spiaggia sono imbattibili. Intere famiglie si spostano con  le loro barchette e raggiungono  le spiagge più disparate. Si mangia, si ascolta la musica rigorosamente creola, si beve la birra locale SEYBREW…nel gran vociare generale può succedere che ci  invitino a mangiare qualcosa  con loro : è un’ esperienza imperdibile di gioia e di vitalità.

In quel caso si diventa subito « MON DALON » che in creolo significa « amico mio».