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Brexit: aspettando il verdetto

In attesa del verdetto referendario su Brexit – ecco tre riflessioni dall’Inghilterra (Luigina, Sheffield ed Elena, Londra) e dall’Irlanda del Nord (Margherita, Derry) su questa difficile settimana in UK.


 

DA LONDRA

brexitNei miei 18 anni a Londra sono spesso tornata in Italia, per lavoro o in vacanza, dove ho spesso sognato di dovere rimanere in Italia senza poter ritornare a quella che per me è casa. Ogni volta il risveglio angosciato, seguito poi dalla realizzazione che era solo un sogno, o meglio un incubo. Ora, con Brexit, sembra che il mio incubo si stia avverando!

Facciamo un passo indietro: perché si è arrivati a questo referendum? I motivi sono vari ma quello che, erroneamente, viene considerato il motivo principale è l’immigrazione. La prima grossa ondata immigratoria, in tempi recenti ovviamente, si è avuta negli anni di Blair (fine anni 90, inizio 2000) quando, all’insaputa della popolazione, il governo aprì le porte, soprattutto agli extraeuropei. Ci fu grande malcontento nella popolazione quando questi fatti vennero alla luce, soprattutto per la carenza di scuole, case e strutture sanitarie. Una immigrazione che sicuramente cambiò la struttura della società. Con l’ingresso dei paesi dell’est Europa nella UE, c’è stata una grande migrazione da parte di questi paesi, unitamente a quella dei paesi “tradizionali”, Italia in testa. La conseguenza più tangibile è nella quotidianità: carenze di scuole, di abitazioni, lunghe code al pronto soccorso, dai dottori. La Gran Bretagna  ha accolto e continua ad accogliere con molta tolleranza ma è chiaro che non può accogliere tutti, soprattutto chi viene solo per accedere al generoso sistema di sussidi.

In realtà il vero tema è economico/politico: dalla difficoltà ad espellere i criminali per rispettare i loro diritti umani alle quote latte. Nonché il contributo annuo che il paese deve pagare alla UE. La percezione è che i politici che siedono nel parlamento europeo siano solo dei “fat cats“, cioè persone che pensano solo ad intascare alti stipendi e benefici, in più senza considerare il benessere dei popoli. Ma questo è un argomento che potrebbe riguardare tutti i paesi europei: pensiamo ad esempio alle arance siciliane che vanno al macero per non superare le quote comunitarie.

E’ vero che la GB è uscita dalla crisi post 2008 prima degli altri paesi europei per aver mantenuto la propria moneta, a dimostrazione forse che la moneta unica era un’utopia. Ma è un’Europa unita, federale, sul modello americano, un’altrettanta utopia?

Torniamo a Brexit. Nessuno ha spiegato finora cosa un’eventuale uscita dalla UE comporterebbe per gli stranieri che vivono e risiedono in GB, né tantomeno agli inglesi che vivono nel “continente”. Diventeremo improvvisamente stranieri in bisogno di visto? Dovremo rimpatriare? Nessuno sa o vuole rispondere a queste domande, togliendo il sonno agli expat!

Fino a qualche giorno fa i sondaggi davano per certa la vittoria degli “out”, cioè fuori dall’Europa. La campagna ha puntato soprattutto sull’immigrazione, indicandolo come uno strumento per fermarla. In realtà sembra che questo non sarà comunque possibile. C’è anche un forte desiderio di riprendere la propria sovranità, senza dover sottostare a quanto impone il Parlamento Europeo.

La tragica uccisione della parlamentare Jo Cox, uccisa da un folle mentre si recava al proprio ufficio, in pubblico ed in pieno giorno, ha scosso gli animi. I sondaggi ora indicano la vittoria dell’ “in”, cioè rimanere. La parlamentare infatti era una sostenitrice del rimanere in Europa, manifestando anche il giorno prima della sua morte in barca sul Tamigi con marito e figli, mentre il suo uccisore era uno xenofobo.

Tra pochi giorni sapremo per certo: a mio parere, vinceranno i sì. La GB ha bisogno dell’Europa e soprattutto l’Europa ha bisogno che la GB resti.

Elena – Londra


DA SHEFFIED

Giovedì 16 Giugno era iniziato come una giornata ad alta tensione. Ho passato la mattina ad un incontro di lavoro per discutere di finanziamenti europei e il clima nella stanza, tra i colleghi e gli esperti che erano venuti a spiegarci i dettagli dei programmi di quest’anno, era di pura e semplice paura – paura riguardo al nostro futuro: cosa succederà se perdiamo accesso a questa fonte di sopravvivenza per la nostra ricerca? Cosa succederà a noi, ai nostri collaboratori riguardo lavoro, visti e tasse? Cosa succederà a questo paese? Nessuno, ovviamente, ha le risposte. Sono ormai settimane che ascolto discussioni infinite ovunque vado tra “Leave” e “Remain”, tra chi vuole lasciare l’Unione Europea e chi vuole rimanere, e sono tutte basate su scenari ipotetici su cosa succederà all’economia, all’immigrazione, ai posti di lavoro, al sistema sanitario. La realtà è che tutti ci stanno pensando costantemente. Io non ho il diritto di voto, quindi di solito rimango in silenzio e mi limito ad ascoltare, a meno che qualcuno non mi faccia una domanda precisa. C’è anche un altro motivo per cui preferisco tenere la bocca chiusa, ed è che, per la prima volta in quasi 20 anni da emigrata, ho un po’ paura che qualcuno senta il mio accento straniero e mi aggredisca verbalmente, come è successo a un’amica pochi giorni fa. Incredibile ma vero: molti nella Gran Bretagna multiculturale e tollerante in questo periodo sembrano aver riscoperto un atteggiamento molto nazionalista nel senso negativo del termine. Purtroppo infatti c’è chi si è impossessato della campagna referendaria per usarla come argomento contro gli immigrati, ed anche nella tollerante e “lefty” Sheffield purtroppo ci sono persone che si sentono incoraggiate ad esprimersi in toni molto forti. Nella zona dove abito, a giudicare dai manifesti referendari alle finestre, sembrano quasi tutti orientati a rimanere – e sinceramente mi sento sollevata e anche più sicura, indipendentemente da quale sarà il risultato.

referendum sheffield

Nelle case di Sheffield sono spuntati i poster referendari

Tra amici e colleghi tutti ci stavamo dicendo che il clima stava diventando insostenibile, ma nessuno si aspettava quello che poi è successo giovedì pomeriggio: il brutale attacco alla “Member of Parliament” Laburista Jo Cox, una persona rispettata, appassionata e onesta – oltreché una giovane mamma di due bambini ancora piccoli. Al lavoro tutto si è fermato per alcune ore mentre seguivamo le “breaking news” su Internet, ed un silenzio innaturale e scioccato è caduto quando è stata data la notizia della sua morte. La dichiarazione di suo marito Brendan è stata bellissima e tragica insieme, e infinitamente coraggiosa. Ci vuole coraggio a rispondere ad un gesto tanto pieno di odio con un appello al rispetto reciproco. La sua forza e la sua dignità hanno commosso tutti, di qualsiasi schieramento. Una mia collega abita in una barca sul Tamigi proprio accanto alla famiglia Cox. Ci ha mostrato le bellissime foto dei fiori e pensieri lasciati per Jo da amici e vicini. Ma non sono solo i suoi amici più cari che manterranno vivo il ricordo di questa donna straordinaria che ha segnato così tante vite in così poco tempo.

La campagna elettorale, interrotta per due giorni in segno di rispetto, sta per riprendere e spero che queste parole abbiano l’effetto di far riflettere tutti su quanta violenza sia nell’aria in questi giorni, e su quanto è importante invece non farsi sopraffare dall’odio, dal rancore, dalle divisioni.

Possiamo solo sperare che, qualunque sia il risultato del 23 Giugno, tutti si impegnino alla solidarietà reciproca. Senza dubbio aspetterò i risultati con il fiato sospeso – una buona parte del mio futuro si deciderà il 23 Giugno.

Luigina – Sheffield


DA DERRY, IRLANDA

Si respira un clima un po’ pesante anche a Derry, da quando la notizia della morte di Jo Cox, deputata laburista, è apparsa su tutte le breaking news di tutto il mondo, pochi giorni dopo l’orribile massacro di Orlando, che ancora risuonava nelle nostre orecchie. Qui sono ancora freschi i ricordi del Bloody Sunday e dei Troubles, anche se la maggior parte della popolazione nord irlandese, cattolica e protestante, non ci pensa assolutamente a riviverli e si stanno impegnando tutti a garantire un futuro migliore e pacifico per i loro figli.

Le parole del marito di Jo Cox, Brendan, pero’ hanno spento qualche animo acceso, e mi hanno commosso tanto. Incredibile l’amore che questa donna ha seminato in soli 41anni. Brendan Cox ha ribadito che non ci sarà spazio nelle loro vite per quell’odio che ha ucciso sua moglie e la madre dei suoi bimbi, nonostante la loro vita d’ora in poi sarà meno ricca di amore e gioia. Che uomo coraggioso e saggio.

Ponte Derry

Il Ponte della Pace a Derry

Quindi non ci resta che impegnarci al massimo, ognuno nel proprio piccolo, a far sì  che questo mondo sia per tutti pacifico e pieno di amore, soprattutto per chi è più debole o ne ha più bisogno. Questo deve essere il senso della morte di Jo Cox, teniamola viva in questo modo. Il referendum è alle porte, c’è chi dice che usciremo da questa Europa un po’ malandata, io non ho diritto di voto perché non ho rinunciato al voto italiano, ma il mio compagno irlandese ha già espresso la sua volontà via posta, visto che non sarà in Irlanda quel giorno.

Sono qui da tanti anni, mi sento anche Irlandese,  non  ho mai subito nessun tipo di torto per il mio essere prima di tutto Italiana, anzi le mie sensazioni sono frutto del loro senso di accoglienza e di generosità. Mi auguro che il messaggio di Brendan Cox passi chiaro e forte, e mi auguro di consegnare ai miei figli un futuro migliore di questo. Mi impegnerò perché ciò accada.

Riposa in pace Jo.

Margherita – Derry – Irlanda del Nord


Excursus temporale dell’espatrio

Tramite le testimonianze di alcune di noi, abbiamo voluto creare una sorta di “storia dell’espatrio”, che è anche un raffronto tra expat di diverse generazioni. Com’era espatriare 30 anni fa? E 20? E 10? Cosa è cambiato in questo periodo di tempo? Sicuramente la tecnologia, i mezzi di trasporto, le mete scelte ed i luoghi stessi. Attraverso i nostri racconti viaggerete tra Europa, Africa, America del Nord e del Sud; il viaggio sarà anche temporale, perciò preparatevi a provare anche un po’ di nostalgia!


Agnese – USA
•Da Barcellona 2004 a New York 2015•

Barcellona 2004

Barcellona vista da Parc Güell, 2004

Sono nata nel 1987 e la mia prima esperienza di vita in un altro paese l’ho fatta a 17 anni a Barcellona. Per sentire il mio ragazzo di allora (che 10 anni dopo è diventano mio marito) inserivo una moneta da due euro nel telefono pubblico del dormitorio in cui alloggiavo, e siccome il vano che raccoglieva i soldi era stato manomesso, riprendevo la mia moneta e la reinserivo potendo allungare economicamente le mie telefonate da innamorata per ore ed ore. Poi un giorno la voce si è sparsa e quel telefono non ha più avuto pace.
Ricordo che si cominciava a parlare dei voli low-cost, di quanto sarebbe stato facile ed economico riuscire a viaggiare per l’Europa con solo 50 euro per tratta. A me Barcellona sembrava così lontana, addirittura due ore d’aereo o quasi un giorno di nave…

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Vista di New York dal New Jersey, febbraio 2015

E poi il vero cambiamento della mia vita: meno di un anno fa quel ragazzo ed io ci siamo trasferiti a New York. Per arrivare qui le ore d’aereo sono dieci e i giorni di nave almeno quindici! Nonostante rimpianga spesso di non essere nata nel 1920 per una questione di stile e musica, mi ritengo fortunata ad essere una di quelle che può fare FaceTime con la mamma durante il tragitto da casa alla metro per “farle vedere quello che vedo io”, che può mandare un video di auguri alla prozia novantenne dalla punta della Tour Eiffel vedendo il suo viso modellarsi in un “OOOOOH” di stupore che vale mille regali;
mi ritengo fortunata nel poter scegliere quale aerolinea prendere per tornare a casa in base a promozioni, miglia, carte-accumula-punti, numero di scali e intrattenimento di bordo, a riempire gli smartphones dei miei amici con gruppi whatsapp nei quali ci manca poco che ci fotografiamo anche mentre ci laviamo i denti (anzi no, abbiamo fatto anche quello) e soprattutto, mi ritengo fortunata perché tramite la mia esperienza posso essere d’aiuto a tantissime persone che leggeranno queste mie parole un istante dopo che avrò premuto “invio”, senza dover aspettare una lettera per giorni e giorni.


Katia – Seychelles
• 2007-2016•

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Vecchia casa tipica seychellese

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Io sulla spiaggia alle Seychelles nel 2011, con le tartarughe di mare appena nate

Il mio primo sbarco su queste isole fu connotato da un po’ di delusione perché arrivai con il Monsone del Sudest – quello fresco che increspa il mare – e con la marea alta che offuscava la trasparenza delle acque.
Avevo già lavorato su delle isole tropicali nei Caraibi, ma le Seychelles furono presto la scoperta di un mondo fantastico  che si svelava davanti ai miei occhi giorno per giorno: foreste, piante di cocchi tra i più grandi ed antichi del mondo, tartarughe giganti in libertà, rocce granitiche vecchie di milioni di anni ed una popolazione che ancora viveva ai ritmi lenti che si convenivano alle Colonie dell’Impero Britannico e a quelle della Corona di Francia.
Le donne indossavano i cappelli intrecciati di foglie di palma e la domenica mattina, per andare a messa, si riparavano dal sole con un ombrellino. Sulle tavole si mangiava ancora il kari sousouri, il curry di pipistrello e talvolta i seychellesi ti invitavano a partecipare ai loro pranzi o ai loro barbeque. Nella Valle de Mai, la foresta tropicale al centro dell’Isola di Praslin, dove cresce la famosa palma del Coco de Mer, già all’epoca parco protetto, si accedeva tramite una porticina di legno tutta sgarrupata, senza nessuno che ne fosse a guardia.
Poche macchine e poche patenti: tutti si sorprendevano quando mi vedevano guidare un’auto a noleggio!
I clienti che venivano nel resort dove lavoravo soggiornavano  per settimane e si innamoravano delle isole;  restavamo nottate a colloquiare sotto le stelle con un calice di vino in mano.
Poi le cose hanno cominciato a cambiare.
Anzitutto i turisti: sempre più affannati nei loro soggiorni sempre più brevi e compulsivi, sempre meno chiacchierate notturne da quanto il wifi ed i socials hanno raggiunto anche queste latitudini e tolto ogni chance  di una vera socialità. Ma non solo: assieme ai turisti sono cambiati i valori, i ritmi e le abitudini delle isole.
Sempre più spesso i dipendenti degli hotels si recano al lavoro in auto, guidano e si spostano in autonomia, mentre prima i seychellesi andavano per lo più a piedi nelle foreste ed al lavoro ci andavano con il pulmino aziendale che andava a prenderli sotto casa.
Gli expat come me si contavano sulle dita di una mano e rappresentavano una minoranza. Oggi, con il sorgere di tanti nuovi alberghi e di tante nuove  attività commerciali  gli expat sono piuttosto numerosi e non ci si conosce più tutti come prima. La competizione sul lavoro è molto forte e sempre meno spazio viene lasciato alla convivialità tra colleghi.
La Valle de Mai è diventato un centro di ricavi iper-efficiente, con visite guidate, caffetteria e museo annesso. I seychellesi cercano di adeguarsi ed oggi se vuoi andare a mangiare nelle loro case devi pagare. Loro poi non mangiano quasi più il pipistrello ma preferiscono gli hamburgers e le patatine fritte.
La cosa curiosa è che qui si ha la percezione che il tempo passi più velocemente che altrove. Nove anni di Seychelles  equivalgono a quaranta dei nostri in Europa: in pratica ho assistito allo sviluppo di un intero paese come chi, reduce dalla seconda guerra, si è ritrovato a vivere da un’Europa coperta dalle macerie ai baldanzosi, quanto fittizi, anni 80′ dove si credeva che lo sviluppo non avesse mai fine. 


Luigina – UK
Un nuovo millennio a Limerick•

Cork Street 1999

Cork Street, 1999

Limerick From Castle

Vista di Limerick

Alla fine del 1999 mi accinsi al mio primo espatrio “a lungo termine” (che per me significava più di un mese) verso Limerick in Irlanda, senza sapere nulla del paese e della città dove sarei andata a vivere. Per fortuna già parlavo inglese molto bene grazie alle mie esperienze precedenti negli USA. Gran parte dei soldi ricevuti come regali di laurea finirono in un biglietto aereo (comprato ovviamente non su internet ma al Centro Turistico Studentesco) da Fiumicino a Shannon, passando per Parigi CGD, dove mi persero la valigia con quasi tutti i vestiti. Quando me la ritrovarono, la spedirono a Shannon e un tassista doveva consegnarmela a casa. Finì per portarla alla casa sbagliata, visto che c’erano due porte con lo stesso numero civico sulla stessa strada: fu un primo assaggio degli eccentrici indirizzi irlandesi!
L’Irlanda tra il 1999 e il 2000 era appena all’inizio del boom economico conosciuto come la “Tigre Celtica”. Limerick è una delle città irlandesi dal passato più difficile, e ancora lo si vedeva chiaramente. Lungo le strade della città si vedevano palazzi con l’intonaco scrostato, e le bellissime facciate georgiane erano per la maggior parte sporche e mal curate. Mi colpì moltissimo il mercato di Limerick (che ora è completamente trasformato): un quadrangolo secolare di edifici di pietra grigia e all’interno pile di cassette di frutta e verdura ancora carica di terriccio; grandi forme di pane nero, burro e formaggio. In autobus per andare al lavoro al campus universitario passavamo accanto a un campo verdissimo pieno di mucche.
Molto presto i campi vennero sostituiti dai “retail parks” e da file e file di villette tutte uguali. L’università sembrava uscita da un altro universo: nuovissima, tutta vetro e cemento, con prati curatissimi, sculture e una grande sala da concerti. Era il segnale che qualcosa stava per cambiare.  Comunicavo con la famiglia tramite un oggetto che adesso è quasi da scavo archeologico – la scheda telefonica internazionale, e chiamate dai telefoni fissi. Lentamente tutto fu sostituito dalle email, dopo aver insegnato ai miei come aprire e usare un account. Gli amici si sentivano per email e per darsi notizie importanti ci si dava appuntamento davanti al telefono fisso a ore improbabili per spendere meno. Arrivavano da casa anche molti pacchi pieni di rifornimenti, visto com’era difficile trovare ingredienti italiani…E pensare che ora si trova di tutto! Nel corso di un anno dal mio arrivo, con i soldi della “Tigre Celtica” arrivarono palazzi di appartamenti nuovi, auto nuove, gadget tecnologici, vacanze in Spagna e Francia con Ryanair, e catene di negozi, ristoranti e migliaia di stranieri arrivati a lavorare o studiare nella “Tigre”. E così l’Irlanda smetteva di essere il parente povero d’ Europa. 
Intorno al 2007, un crollo economico durissimo ha spazzato via imprese, negozi e famiglie. Alla fine ha spazzato via anche me: nel 2012 ho lasciato L’Irlanda dopo 13 anni, portandomi dietro il mio compagno ma lasciando lì amici che sono per me come una famiglia. Per fortuna adesso ci sono FaceTime, Facebook, Instagram e quant’altro!


Margherita – Irlanda
•Un salto lungo 13 anni•

The Shelbourne Hotel Dublino 2004

The Shelbourne Hotel, Dublino 2004

Ponte della Pace, Derry

Ponte della Pace, Derry

Sono emigrata per la prima volta nel 2003, destinazione Dublino, Irlanda e mi sembra di ricordare che il costo del volo, anzi dei voli (Bergamo Londra Dublino) fosse circa 50-60€, anche se poi Ryan Air si è  rifatta con i, circa, 150€ di bagaglio in eccesso (quando ancora si viaggiava con mezza casa in valigia) che mi son portata dietro.
Scelsi Dublino perché all’epoca chi voleva andare all’estero per imparare l’inglese, o migliorarlo, optava per Londra, io invece non volevo ritrovarmi ad imparare l’inglese in mezzo agli Italiani, quindi decisi di provare l’esperienza irlandese completamente inconsapevole di due dati di fatto:
1. Dublino era piena di italiani.
2. Dublino era una delle città più care d’Europa, se non la più cara al momento.
Non cambierei nemmeno una virgola se potessi tornare indietro, ma devo ammettere che questo genere di errori ora li avrei pagati molto più cari.
A quei tempi giravo con un Nokia 2100, uno di quei, normalissimi ed innovativi allo stesso tempo, cellulari che mandavano messaggi, facevano telefonate e forse, se non ricordo male, ti davano la possibilità di giocare a Snake.. (Ma è facile che mi stia confondendo). Insomma gli iPhone erano pura fantasia, Skype, Viber, Whatsapp pure. Chiamavo mia madre ed i miei amici da dei preziosissimi call center, nei quali spesso mi rinchiudevo per ore, in cubicoli maleodoranti e dove la privacy urlava GIUSTIZIA PLEASE, perché ovviamente sentivi tutto ciò che il vicino diceva ai suoi cari (spesso in un’altra lingua per fortuna), e viceversa.
Vivevo a due passi dal prestigioso hotel in cui lavoravo “The Shelbourne”, pagavo 540€ mensili per una stanza grande quanto il mio bagno attuale, pochissimi metri quadri, con un finestrino grande come quello di una macchina che si apriva solo in modalità basculante quindi il riciclo dell’aria non era dei più veloci. Vivevo in un palazzo circondato da pubs quindi il weekend era vivace per non dire rumoroso… Sopratutto le notti… Ma sono stati due anni meravigliosi, in cui ho migliorato il mio inglese ed ho incontrato l’uomo della mia vita, un Irlandese Doc nonché padre dei miei due bimbi. Già quando, nel 2005, abbiamo lasciato Dublino le cose iniziavano a cambiare in peggio, l’Hotel chiudeva per ristrutturazione e cambio gestione e non riassumeva nessuno del vecchio staff, eravamo abituati a troppi privilegi d’altronde.
Dal 2007 viviamo a Derry, nell’Irlanda del Nord. Quando siamo arrivati qui le scelte in campo professionale erano varie e i datori di lavoro facevano a pugni per trovare staff. La domanda era alta, i salari più bassi, molto più bassi di Dublino, ma il costo della vita più sostenibile.
Durante questi 13 anni i cambiamenti non sono stati solo positivi (avvento di Internet, degli iPhone, delle nuove compagnie low cost); la crisi ha colpito anche l’Irlanda, il mercato immobiliare è crollato e si è portato dietro tutto. Quella stessa crisi qualche anno più tardi è arrivata anche qui al Nord , e qualche strascico è tutt’ora visibile, mentre Dublino di nuovo pullula di occasioni. Adesso qui non è così semplice trovare lavoro, e non si ha alcuna possibilità se il livello d’inglese è penoso come lo era il mio 13 anni fa. Sono più selettivi anche con gli stranieri. Prima davano sostentamento a tutti, se arrivavi dall’estero e non lavoravi per mesi avevi diritto al Dole (una sorta di disoccupazione), ed altri benefit, adesso, per fortuna, queste cose non esistono più (e dico per fortuna perché molta gente se n’è approfittata). Nonostante ciò, il futuro dei miei figli Italo-Irlandesi lo vedo qui. Mi sento più sicura a farli crescere in Irlanda, magari saranno loro i prossimi expat della nostra famiglia, e chissà se scriveranno per il sito “Uomini che emigrano all’estero”? 


Daina – Messico
•Dalla fredda Olanda al “cielito lindo” messicano•

Daina Olanda

In Olanda, il mio primo espatrio

Daina Messico

In Messico, oggi

La prima volta che sono emigrata, tanti anni fa, l’avevo fatto per amore… ero andata a vivere ad Amsterdam ad inseguire l’Olandese volante (ovvero il mio moroso di allora).
Era il 1993, non c’era ancora l’Euro, né la Comunità Europea. Io ero considerata né più né meno dei migranti Africani, Indiani o Sudamericani… Come loro dovevo fare la fila ogni 3 mesi alla Vremdelingenpolitie (solo il nome mi faceva tremare i polsi…) e sottostare a lunghi e insolenti interrogatori per rinnovare il mio permesso di soggiorno; sarà per quello che sono solidale con ogni migrante.
Moltissime cose sono cambiate da allora. Le comunicazioni prima di tutto, allora si usavano i primi “telefonini” (grandi e pesanti come mattoni) e di certo comunicare con famiglie e/o amori lontani era molto piu’ difficile e costoso! Figuratevi che, prima di andare a vivere in Olanda, comunicavamo scrivendoci lunghe lettere su carta, usando una penna e spedendole per posta con busta e francobollo! Cosa di cui ho una certa nostalgia…
I viaggi poi… si facevano in treno! In cuccetta sugli Euronotte. Non c’erano voli low cost, e l’aereo era ad appannaggio dei ricchi.
Adesso potrei lavorare tranquillamente in Olanda senza chiedere permesso di soggiorno, non dovrei cambiare valuta ogni volta. Potrei andare e tornare da Amsterdam in 3 ore, con meno di 80 euro. Invece no, tanto per non farmi mancare problemi sono emigrata in Messico! Ma sono felice così! Quello che mi pesava di più dei Paesi Bassi era il clima: freddo, piovoso, grigio, 11 mesi su 12. In Messico ci sono mille difficoltà da superare, e di ore di volo ce ne vogliono almeno 13. In compenso si trova il wi-fi gratuito ovunque e posso fare Skype con mia figlia e nipotina (che vivono ad Amsterdam) ogni giorno, e farle ammirare il “cielito lindo” Messicano.


Maria – Finlandia 
•un amore senza tempo•

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Con Olli, all’inizio della nostra relazione

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Con Olli, oggi

Quattro anni fa sono riuscita finalmente a vivere in Finlandia, con il mio fidanzato Olli, e a restaurare assieme una casetta unifamiliare, in legno colorato con giardino. Il mio avvicinamento alla Finlandia è stato graduale e continuo per lunghi anni. Dapprima essa mi appariva come un sogno lontano e splendido; poi c’è stato il mio primo incontro con la Scandinavia e con Olli: il mio uomo finlandese. Le vicende della vita mi avevano poi allontanata da lui, tanto vicino a me con lo spirito, ma lontano geograficamente. Negli anni ottanta si poteva restare in contatto solo per lettera o per telefono. Le lettere le scrivevo a mano o con la macchina da scrivere, pigiando con forza sui tasti; esse impiegavano una settimana per arrivare a destinazione. Nel 1986 ci fu l’entusiasmo del mio primo viaggio lassù, in treno, assieme al mio fidanzato italiano Benny; Olli ci ospitò in Finlandia e ci fece da guida. A quei tempi il treno era il mezzo più conveniente, il viaggio fu molto interessante ma anche interminabile attraverso la Germania, la Danimarca e la Svezia, utilizzando tutta una serie di traghetti e di navi per passare nei diversi Stati. Facemmo sosta in molte città, apprezzammo molto i servizi di prenotazione degli alberghi, i carrelli e le cassette per i bagagli, i pasti veloci nei grandi magazzini: allora tutte cose rare in Italia. Benny fu entusiasta del sistema scolastico finlandese, oggi come allora considerato ovunque molto efficiente, quando il suo “amico e collega insegnante Olli ” gli fece visitare la sua scuola. Facemmo un escursione al Circolo Polare, ascoltando cassette di musica italiana sull’autoradio. Il cartello sulla linea artica era in sei lingue; ora nello stesso punto, a dimostrazione della diffusione dell’inglese in ogni campo, il cartello è solo bilingue: “Napapiiri” in finlandese e “Arctic Circle”. Sposai Benny, che purtroppo qualche anno dopo morì improvvisamente. Lentamente, ma decisamente, mi riavvicinai ad Olli, ed alla sua terra: allora le distanze si erano riavvicinate, potevo comunicare con lui virtualmente via computer, cellulare e Skype. Ritorno spesso in Italia, soprattutto quando il freddo scandinavo è troppo intenso. Da Helsinki molti voli, a buon prezzo, mi portano in due ore a Monaco di Baviera e da qui un treno diretto mi porta a Trento. Anche in macchina il percorso è più agevole e più facile: si usa il navigatore e due ponti collegano la Danimarca alla Germania ed alla Svezia. Ho ora la splendida sensazione di sentirmi ugualmente italiana e finlandese, con lo stesso amore e la stessa consapevolezza: un sentimento che trasmetto anche al mio fidanzato, che pure comincia a sentirsi per metà italiano.

PhD Graduation

20 anni in accademia: Vi racconto il mio lavoro

Sono trascorse molte settimane dal mio ultimo post. In questo periodo ho spesso voluto scrivere su vari argomenti, ma non ci sono mai riuscita. La ragione principale sono i numerosi impegni di lavoro che mi hanno tenuta sotto pressione per diversi mesi. Una parte di questo post l’ho scritta dal mio ufficio una domenica pomeriggio, un’altra da casa mia a Sheffield una mattina presto mentre aspettavo di collegarmi via Skype con dei colleghi lontani. La terza l’ho scritta in un’anonima stanza d’albergo, vicino ad un anonimo aeroporto come pausa tra finire una presentazione che dovevo fare all’ indomani e rispondere ad email ignorate troppo a lungo. Finalmente, completo il post in Italia durante qualche giorno passato in compagnia di mia mamma e lavorando remotamente. Le circostanze che hanno dato origine al post sono significative, perché rappresentano bene tipiche e frequenti situazioni della mia vita professionale.

Si parla spesso di ricercatori e di accademia, dei cosiddetti (orribilmente etichettati) “cervelli in fuga”, e degli annosi problemi dell’Università italiana. Mi ha colpita l’episodio della ministra Giannini che ha postato su FB le sue congratulazioni per tutti gli italiani vincitori di finanziamenti ERC (una delle borse di finanziamento Europeo più ambite e difficili da ottenere), e la risposta datale da una prof italiana in Olanda (Francesca D’Alessandro) che l’ha accusata di essersi appropriata di successi che sì sono stati conquistati da persone italiane, ma grazie al supporto delle università in altri paesi dove lavorano. Ne sono seguiti vari titoloni sui giornali online con varie storie aggiuntive sulle brillanti menti italiane costrette a scappare all’estero, storie di nepotismo e bullismo accademico, e persino uno speciale (su La Repubblica) dedicato ai ricercatori ERC italiani sia in Italia che all’estero.

PhD Graduation

La mia PhD Graduation, Settembre 2004

Da accademica e ricercatrice che fa questo lavoro da vent’anni, mi sento sempre un po’ confusa quando il mio ambiente lavorativo viene discusso dai media italiani. Prima di tutto mi sembra che vengano fatte quasi sempre delle generalizzazioni veramente estreme (ad esempio la storia di un “cervello in fuga” poi rapidamente diventato capo galattico da qualche parte “all’estero”), mentre un interesse vero per la scienza e la ricerca da parte dei media (e, probabilmente, del pubblico) secondo me non c’è. In UK, ad esempio, è molto frequente vedere programmi televisivi in prima serata dedicati a temi scientifici (con accademici diventati divulgatori molto popolari, come il fisico Brian Cox, lo studioso di salute pubblica Hans Rosling, e le storiche Mary Beard e Amanda Foreman). In Italia se togliamo il benemerito “Superquark” non rimane poi molto.

Ma, a parte i problemi dei giovani ricercatori che si avviano alla carriera accademica, cosa si sa poi della nostra vita e del nostro lavoro? Forse a un certo punto diventiamo tutti “baroni” privilegiati e senza più problemi, pronti a perpetuare il ciclo dei giovani ricercatori sfruttati? La realtà è abbastanza diversa.

La mia esperienza professionale si è svolta principalmente in tre paesi (l’Italia, l’Irlanda e l’UK), con esperienze in molte altre nazioni europee ed extraeuropee con cui collaboro. L’ etichetta del “cervello in fuga”  non me la sono mai riconosciuta: non sono fuggita da nulla, né da scandali nepotistici, né da baronie e bullismi vari (che comunque accadono anche in paesi che non sono l’Italia. Gli sfruttatori non hanno nazionalità!). Semplicemente, avevo l’obiettivo iniziale di costruire una carriera accademica, volevo viaggiare, cercavo opportunità di ricerca in tutta Europa e in USA, me ne fu offerta una in Irlanda e così ho iniziato a lavorare in un laboratorio irlandese dove poi ho anche proseguito i miei studi e ottenuto il PhD. In quel laboratorio c’erano colleghi irlandesi, ma anche svedesi, danesi, americani, indiani, brasiliani e più chi ha più ne metta. Questa è una realtà abbastanza normale in un gruppo di ricerca di buon livello. Il mondo accademico è un mondo necessariamente internazionale e molto competitivo. Per lavorare ad alti livelli è praticamente obbligatorio trascorrere almeno un periodo in un paese diverso dal proprio, ed è molto comune che un ricercatore o ricercatrice cerchino lavoro su una scala internazionale, anche se non obbligati alla “ fuga” da altri fattori. Conosco messicani che lavorano in Danimarca, danesi che lavorano negli USA, brasiliani che hanno studiato in Irlanda e ora lavorano in Austria, inglesi che hanno lavorato in Francia e in India, tanto per fare pochi esempi.

Riunione

Tipica riunione di programma: gente più di 30 nazionalità stipata in una sala riunioni senza finestre

Cosa succede dopo le fasi iniziali, quando si è ormai parte del mondo accademico, soprattutto se donna e se in un paese che non è quello della tua nascita? Prendo questo post come l’occasione per una riflessione personale (basata sulla mia esperienza, ovviamente) su alcuni aspetti per me molto importanti.

  • Lavoriamo praticamente sempre: uno dei motivi per cui si fa ricerca è la curiosità – l’entusiasmo di esplorare un campo che ci interessa. Ci sono molte grandi soddisfazioni quando vediamo finalmente un risultato, ma per arrivare a quel risultato il percorso non e facile ed è fatto di lavoro costante e spesso frustrante. Lo stile di vita dei ricercatori accademici è per natura “all-consuming”. Alla ricerca aggiungete le responsabilità di insegnamento e di amministrazione. Chi fa questo lavoro lo fa per il 100% del tempo, anche se godiamo di flessibilità e libertà che molti altri lavori non danno. Se necessario, lavoriamo i weekend, la notte, durante le vacanze. Durante l’anno, mi capiteranno 3-4 finesettimana in tutto dove non lavoro affatto. Normalmente preferisco prendermi il sabato libero e lavorare almeno un po’ di domenica. Se c’è una scadenza all’orizzonte, il finesettimana di riposo -chiaramente – non esiste. Se sono in vacanza, c’è l’eterno dilemma se controllare l’email di lavoro almeno una volta ogni due giorni o se affrontare le centinaia di richieste tutte insieme una volta tornati in ufficio e sentirsi soffocare dal compito. Questo dilemma non ha soluzione! È molto facile esagerare con i ritmi e, nei casi peggiori, c’è chi soffre di “burn-out”, esaurimento da troppo lavoro. Visto che quello che si produce e’ quasi sempre intangibile, il rischio e’ cercare di fare troppe cose per rendere il risultato più visibile e forte. Nonostante questi rischi li conosciamo tutti, pochi di noi sono capaci di gestire meglio il carico di lavoro. È molto frequente per chi si trasferisce in un altro paese, finire a lavorare solamente e non costruire nuove amicizie e attività fuori dal lavoro. Può essere un’esperienza molto solitaria e sfiancante.
  • Competizione elevatissima: Io ho ottenuto il mio primo lavoro a tempo indeterminato dopo 13 anni di precariato, e so bene che non tutti hanno avuto la mia fortuna. Avere un lavoro a tempo indeterminato ha comunque richiesto due anni di ricerche e colloqui, ed un altro trasloco internazionale, lasciare amici, vendere casa e preoccuparsi per il futuro del mio compagno (visto che anche lui ha dovuto cercare un altro lavoro ed emigrare con me). La competizione è feroce (e in campi umanistici dove i finanziamenti a disposizione per personale e progetti sono storicamente più bassi lo è ancora di più). Quando finalmente si ottiene una posizione, la competizione prosegue nel riuscire a pubblicare (le riviste e conferenze migliori accettano di solito una piccola fetta di contributi eccellenti) e ottenere finanziamenti (l’araba fenice del mondo accademico!).  Questa competizione non è solo dovuta a un desiderio di successo personale: spesso abbiamo interi gruppi di persone che dipendono da noi (dottorandi, ricercatori junior, etc.) e dalla nostra abilità nel produrre risultati. Le università sempre più spesso pongono degli obiettivi di “produttività” molto ambiziosi e spesso impossibili da raggiungere (solo un paio di anni fa uno stimato professore all’Imperial College di Londra, Stefan Grimm, si è tolto la vita perché depresso, tra l’altro, a causa della pressione professionale). È una responsabilità molto pesante, ed i successi sono sempre una proporzione molto piccola rispetto ai tentativi. L’altra faccia della medaglia è, appunto, avere a che fare con molti e costanti rifiuti – una cosa che (nonostante ci si faccia l’abitudine) non è mai particolarmente piacevole o facile da digerire. Alcuni colleghi hanno varie e proprie strategie per proteggersi dal colpo che un rifiuto particolarmente duro può causare (immaginate ricevere commenti molto duri su qualcosa che avete impiegato mesi per realizzare, con cura e impegno, e da cui può dipendere il futuro delle persone che lavorano con voi).
  • “Impostor Syndrome”: in un campo professionale che si ciba di idee originali e’ molto facile sentirsi degli imbroglioni che sono meno intelligenti/abili/bravi degli altri. Questa percezione di sé “al ribasso” che vede una persona sminuire i propri successi e le proprie conquiste è chiamata “sindrome dell’impostore” ed è molto comune. È un problema che ci riguarda un po’ tutti, ma che è particolarmente delicato per i giovani ricercatori o studenti che possono sentirsi scoraggiati o inadeguati a proseguire con il loro lavoro. Come loro manager, devo essere sempre attenta a dare loro incoraggiamento e non solo suggerimenti per migliorare quello che fanno. Il problema dell’ impostor syndrome sembra essere ancora più comune per le donne, che culturalmente (purtroppo) sono spesso spinte a inseguire ideali di perfezione, e che tendono a sottovalutare i propri successi. Molte università (inclusa la mia) hanno stabilito programmi di “mentoring” per le accademiche proprio nel tentativo di evitare che si sminuiscano e limitino da sole. Molte università offrono anche servizi di counselling, visto che l’aumento di problemi di salute mentale in accademia è decisamente preoccupante.
  • Conciliare lavoro e vita privata: per i motivi di cui ho scritto sopra, spesso si creano tensioni nel riuscire a bilanciare il lavoro con la vita privata, soprattutto se si ha una famiglia. Molte mie colleghe hanno compagni o compagne che sono nel campo accademico, e che quindi affrontano problemi simili. Per fortuna, la flessibilità del lavoro da questo punto di vista aiuta molto. Se però si hanno partner con carriere in altri campi può diventare un po’ più difficile. Ad esempio, per definizione il campo è internazionale e si viaggia abbastanza, il che pone difficoltà per chi ha figli, sia insieme a un partner che da single. Il mio ambito di ricerca da questo punto di vista è molto generoso: ad alcune conferenze a cui ho recentemente partecipato c’era la possibilità di portare i figli e di usufruire di childcare in condivisione. Un collega ha portato con sé sua figlia di sette anni e lei è venuta insieme a lui a quasi tutte le sessioni della conferenza, leggendo libri, o giocando tranquillamente con gli altri due bambini che erano lì e il collega che faceva loro compagnia. Vedere che la mia comunità di colleghi è disponibile a supportare la vita familiare dei membri è stata una cosa che mi ha reso molto felice. Per fortuna nella mia comunità ho avuto sempre esperienze molto positive riguardo la parità di genere e il rispetto delle diversità. Non so se sono stata solo fortunata, ma riconosco che grazie a questo non ho dovuto combattere contro difficoltà che esistono per le donne in vari ambienti professionali e che si aggiungono a quelle di fare un lavoro già da sé molto competitivo.
  • Cittadini del mondo: vista la natura del nostro lavoro, non è sufficiente adattarsi al paese dove si vive e si lavora (che, appunto, spesso non è quello dove si è nati), ma si deve essere pronti ad “immergersi” ovunque, sia per partecipare ad eventi e collaborare con colleghi da altri paesi e culture, che per lavorare con studenti di ogni nazionalità nella propria università. L’attenzione e il rispetto per le diversità culturali, religiose, etniche e personali sono aspetti cruciali della nostra formazione professionale e della nostra capacità di far bene questo lavoro. Il privilegio che abbiamo dell’essere a contatto costante con tante culture e persone diverse, richiede attenzione nel rispettare ed accogliere tutte queste diversità ed i vari problemi di integrazione e comunicazione che possono comportare.
Viaggio San Francisco

Una delle cose che mi regala il mio lavoro: viaggiare! San Francisco, Febbraio 2016

Dopo tanti anni e tanto lavoro sono ancora molto felice della mia scelta, ma è anche vero che questo può essere un campo difficile e sfiancante. So benissimo che, nonostante le difficoltà che comunque si trovano in ogni ambito lavorativo, il mio è un lavoro privilegiato: ho la possibilità di seguire i miei interessi, di trasformali in un tema professionale, e di esplorare e conoscere tanti luoghi del mondo e i loro abitanti. La soddisfazione maggiore è comunque vedere tanti studenti e collaboratori divenire esperti nel loro campo, imparare da loro e festeggiarli quando raggiungono i propri successi. Solo questo mi incoraggia a proseguire per i prossimi vent’anni.

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Cittadinanza: Sì o No? E quale?

Una mattina di qualche mese fa, la mia amica e collega Daniela (che è piemontese ma abita in UK da molti anni) è arrivata in ufficio con un libro intitolato “Life in the United Kingdom”, il testo da studiare per sostenere l’esame di cittadinanza britannica. Il libro mi ha incuriosito ed ho chiesto a Daniela di darci un’occhiata: include vari capitoli su argomenti quali la storia del Regno Unito, aspetti importanti del patrimonio artistico (da Shakespeare ai Beatles), geografia, cultura popolare (TV, giornali, ecc.), sistema politico, e così via.

In ufficio con noi c’era un’altra collega, Alison, che è scozzese di nascita ed ha vissuto in UK per tutta la vita. Ci siamo divertite a discutere insieme il libro e cosa gli autori avevano deciso di includervi per definire la “vita in UK” (io avrei incluso “Doctor Who”!).
E chi tra noi ne sapeva di più degli argomenti del libro? Alison l’ “autoctona”? Daniela che vive qua da 16 anni e stava studiato per il test? O io che sono qua da tre anni soltanto, ma conosco bene la cultura britannica per interesse personale? La risposta non era facile come sembra perché tutte e tre conoscevamo bene alcune cose ma non altre…E ci siamo anche chieste se avremmo tutte superato l’esame, compresa Alison (che ammesso di non ricordarsi molto in materia di storia antica, ma che ne sa molto di più di letteratura e soap operas!).

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Mi sento pronta a giurare fedeltà alla Corona???

Dopo che Alison ha fatto il caffè per tutte con la sua moka Bialetti gigante (il che la rende probabilmente 5% italiana), la conversazione si è spostata su cosa avremmo scelto io e Daniela per rappresentare l’idea di “vita in Italia” visto che non abbiamo mai letto il libro per il test di cittadinanza: quanto andare indietro con la storia? Sicuramente prima dell’Unità d’Italia…ma di quanto? Come scegliere elementi dalle diverse regioni? Pizza, bagnacauda, ribollita…e quanto altro? Paolo Conte, Giacomo Puccini o Laura Pausini? Quali altri aspetti della cultura? La cosa buffa è che io non avrei praticamente idea di cosa includere riguardo l’Italia contemporanea, a parte cose essenziali tipo chi è il Presidente della Repubblica…Forse non mi qualifico più come cittadina italiana!!!!

La domanda allora sorge spontanea: cosa ci rende “cittadini”?  Essere nati in un posto particolare? La

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Giuro eterna fedeltà alla Guinness! Slainte!

conoscenza di date e fatti, o il riconoscere qualcosa come familiare e “nostro”? O semplicemente il desiderio di sentirsi integrati e pienamente riconosciuti parte della comunità dove viviamo? Credo che molto dipenda dalle circostanze individuali, da cosa riconosciamo come importante per la nostra identità e benessere in un particolare momento, e per quello della nostra famiglia.

Dopo aver vissuto fuori dall’Italia per 16 anni, mi sono chiesta spesso dove io mi senta a casa, senza sapermi dare veramente una risposta.

Tutto sommato, però, adesso mi pento di non aver mai richiesto la cittadinanza irlandese mentre abitavo là…Se non altro per avere un passaporto che ha l’arpa in copertina! Magari non mi sentirò irlandese al 100%, ma mi ci sento abbastanza. Senz’altro sarà l’effetto di tutta la Guinness ingerita nel corso degli anni.

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A casa di Mr. Darcy

Il mio immaginario letterario è sempre stato molto suscettibile ai classici della letteratura inglese, non so se sia più per l’ambientazione (che mi ha sempre affascinato), o per le belle rappresentazioni dei personaggi, in particolare quelli femminili.

Se vogliamo fare degli esempi celebri, ci sono le sorelle Brontë: Emily con “Wuthering Heights”/”Cime Tempestose” (…Kate Bush ci ha scritto pure una celebre canzone: ”Heathcliff…It’s me your Cathy, I’ve come home now!”), e Charlotte con Jane Eyre (…e qui ci si immagina la versione cinematografica classica con Joan Fontaine e il vecchio Orson Welles zoppo, o meglio ancora quella molto recente con Fassbender coi basettoni nei panni di Mr. Rochester); Thomas Hardy con “Tess dei d’Ubervilles” e Bathsheba Everdene in “Via Dalla Pazza Folla”. E ovviamente l’Inghilterra ci ha dato Jane Austen, a mio parere Maestra della commedia e dell’osservazione sociale fatta romanzo e delle donne protagoniste: una delle mie scrittrici preferite in assoluto.

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Il Parco di Chatsworth

Ho sempre amato molto “Orgoglio e Pregiudizio”. Ha una trama molto semplice (boy meets girl, girl doesn’t like boy, boy is nice, big misunderstanding, girl now likes boy, happy ever after), ma una grande complessità e sottigliezza nella caratterizzazione, ed una fine ironia. Potrei rileggerlo centinaia di volte (e piano piano arriverò a quel numero!) e scoprirci sempre qualcosa di nuovo. Essendo affascinata anche dalle rivisitazioni, mi interessa molto vedere come questa storia scritta da una donna vissuta secoli fa sia divenuta una delle narrative universali più re-interpretate e riproposte (seconda, forse, solo a quelle di Shakespeare)…Ce n’è anche una versione con gli zombie che tra poco uscirà anche come film!

Da quando mi sono trasferita in Inghilterra, per interessante coincidenza mi trovo in una zona piena di riferimenti letterari: Haworth, il villaggio delle sorelle Brontë tra le brughiere dello Yorkshire, e Whitby, uno dei luoghi della storia di “Dracula”, non sono molto lontano. Queste storie si sono rifatte vive nella mia memoria: vedere panorami, edifici e colori che conoscevo solo attraverso descrizioni verbali e qualche film mi ha incoraggiato a rivisitare tanti libri che non leggevo da molti anni, e a capirli tramite una prospettiva un po’ diversa e sicuramente più consapevole.

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“Cosa sono gli uomini paragonati alle rocce o alle montagne?”

 Tornando a “Orgoglio e Pregiudizio”, avete presente il film con Keira Knightley dove lei nei panni di Elizabeth Bennet ammira il panorama del Derbyshire in cima a un cumulo di rocce (“Cosa sono gli uomini paragonati alle rocce o alle montagne?”)? Beh quel posto (appunto del Derbyshire – per essere precisi nel parco nazionale del Peak District) è a 10 minuti di macchina da casa mia, ed è una meta abbastanza popolare per i “pellegrinaggi” letterari che molti turisti fanno da queste parti. L’altro luogo di pellegrinaggio dei “Janeites” è Chatsworth House, la residenza storica del Duca di Devonshire, che si trova a pochi chilometri da Sheffield. Anche se è nominata nel romanzo con il suo vero nome, viene spesso considerata come l’ispirazione per Pemberley, la residenza di Mr Darcy, in “Orgoglio e Pregiudizio”. È facile capire perché: la sua collocazione in Derbyshire, l’aspetto maestoso della casa, e la geografia dei terreni e giardini circostanti sembrano rispettare tutte le caratteristiche di Pemberley descritte dalla Austen.

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Chatsworth House

Chatsworth ha di per sé una storia lunga e illustre, ed è un posto meraviglioso da visitare. Cerco di andarci almeno due o tre volte l’anno ad ammirare il giardino e le stupende opere d’arte all’interno. Il fatto che sia veramente divenuta la casa di Mr. Darcy, Pemberley, in film come la versione di “Orgoglio e Pregiudizio” del 2005 e l’adattamento del romanzo di P.D. James “Morte a Pemberley”, significa che è molto facile incontrarci persone arrivate da ogni angolo del mondo che passeggiano leggendo il libro a voce alta, o ascoltandolo in cuffia.

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Painted Hall, Chatsworth

D’estate è abbastanza frequente vedere interi gruppi di giovani donne vestite con cuffiette e lunghi vestiti in stile “Regency” godersi il sole nel parco. Certe volte hanno pure gli ombrellini. Chatsworth adesso organizza anche un ballo annuale in costume in tema “Orgoglio e Pregiudizio” che credo vada tutto esaurito non appena i biglietti vengono messi in vendita.

Non sarà la motivazione principale per trasferirsi da queste parti, ma la disponibilità di “svago letterario” secondo me è sicuramente un vantaggio!

Vi presento…Sheffield!

Per tantissime persone, sia in Gran Bretagna che fuori, Sheffield è sinonimo di industria e in particolare di acciaio…Ed è vero che la storia di questa città è indissolubilmente legata al suo passato industriale e operaio, anche se la realtà di oggi è molto più variegata.

Sheffield occupa la punta meridionale dello Yorkshire, l’ ultimo avamposto del Nord inglese prima delle contee “di mezzo”, le Midlands. La zona urbana che circonda la città raccoglie circa un milione e mezzo di persone. Nonostante abbia origini medievali (esistono ancora, negli scantinati del vecchio mercato coperto e – per ora – inaccessibili al pubblico, i resti del castello!), Sheffield ha conosciuto il suo sviluppo maggiore con la Rivoluzione Industriale e con l’invenzione di tecniche metallurgiche poi esportate in tutto il mondo, come l’acciaio inossidabile e il cosiddetto “Sheffield Plate”, la placcatura di rame e argento usata per moltissimo tempo per oggetti di uso domestico, tipo le posate. Le acciaierie e tutta l’industria di contorno hanno trasformato Sheffield in un centro economico importante e in una città dal cuore operaio. Le acciaierie e il modo in cui operano sono cambiate profondamente dopo gli anni ’80 e le chiusure dovute alla crisi economica e relativa disoccupazione…Chi non si ricorda i metalmeccanici-spogliarellisti del film “The Full Monty”, ambientato proprio a Sheffield?

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Fargate, una delle strade dello shopping a Sheffield

Sheffield è però rimasta una città “working class”, con una grande cultura sindacale e politica. Per questo motivo spesso viene chiamata “The People’s Republic of South Yorkshire”, la repubblica popolare dello Yorkshire del Sud, ed è tradizionalmente una roccaforte del Partito Laburista più militante nonostante anche il paesaggio politico stia lentamente cambiando. In questa città è facilissimo vedere le distinzioni di classe che caratterizzano la Gran Bretagna: basta andare a fare un giro in centro e, tra una strada e l’altra, notare negozi, avventori, vestiti e cibi diversissimi. Purtroppo è la prova che ancora esistono immense disuguaglianze sociali, culturali ed economiche in un paese avanzato come l’UK.

Oggi Sheffield è una città in grande trasformazione: l’industria è ancora importante ma il settore dei servizi è in decisa crescita. Il terreno occupato da una delle vecchie acciaierie ormai chiuse è stato trasformato nel centro commerciale di Meadowhall, grande quasi 140,000 metri quadri e con 280 negozi. In città ci sono teatri, musei e locali un po’ per tutti i gusti. Una cosa che mi piace molto del vivere qui è il campionato mondiale di Snooker, una specialità del biliardo che amo molto, che si tiene al Crucible Theatre ogni anno dalla fine di Aprile all’inizio di Maggio. Attrae spettatori da ogni angolo del pianeta! Da quando sono arrivata qui sono riuscita a vedere almeno una partita dal vivo ad ogni edizione!

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I biglietti per lo Snooker!

Un’ altra caratteristica di Sheffield è il suo essere una grande città universitaria. Le due università, la University of Sheffield e la Sheffield Hallam University, portano a Sheffield una popolazione di circa 50,000 studenti da tutto il mondo, la maggior parte dei quali si riversa nei locali intorno a West Street il giovedì e venerdì sera per bevute epocali. Molti di loro non se ne vanno più e rimangono ad aprire attività commerciali o a lavorare nelle aziende della zona. Il costo della vita a Sheffield è molto ragionevole, soprattutto a confronto con le città al Sud dell’Inghilterra, ma è pur sempre solo a due ore di distanza da Londra e ad un’ora da Manchester.

Nell’aspetto Sheffield è una tipica città nel Nord dell’Inghilterra, con edifici soprattutto in pietra e file lunghissime di case di mattoni rossi – le vecchie case popolari dell’epoca industriale, ora villette per la gran parte ristrutturate. Sheffield e’ stata pesantemente bombardata durante la Seconda Guerra Mondiale e per le strade della città ora si alternano facciate vittoriane e georgiane con quelle contemporanee di cemento e vetro, quelle geometriche degli anni ’60 e ’70, e i vecchi edifici industriali del 19mo secolo ora restaurati e adibiti a studi ed uffici, e magari decorati da graffiti e street art.

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Il collettivo Hagglers Corner racchiude laboratori artigiani e un caffè

Il mio edificio preferito in centro è la “Town Hall”, il palazzo comunale, costruita in “mock gothic”, il “falso” stile gotico in voga nell’epoca vittoriana tutto torrette ed alte finestre, con la statua del dio Vulcano (il dio dei metalli per eccellenza!) in cima alla torre più alta. Da brava fan di Harry Potter mi piace pensarla come la “Hogwarts di Sheffield” :). Intorno alla Town Hall c’è l’equivalente locale della “walk of fame” che si chiama “Sheffield Legends”: il marciapiede con le stelle delle “celebrità” locali, tipo Joe Cocker, Sean Bean (il Ned Stark de “Il Trono di Spade”, per intenderci) e Michael Palin dei Monty Python.

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Sheffield Town Hall

La cosa più affascinante di Sheffield secondo me sono i vari quartieri residenziali che rappresentano la complessità della città. Alcuni sono rimasti prettamente “working class”, con case modeste e negozi economici, altri sono quelli con le meravigliose ville vittoriane “upper class”, boutiques, ristoranti e caffè di tendenza. Mentre un lato della città è ancora occupato da fabbriche ed edifici commerciali, l’altro è pieno di parchi, negozi di antiquariato e modernariato e percorsi nel verde. Questa parte di Sheffield si trova a sud-ovest del centro, in direzione del “Peak District”, una zona meravigliosa di brughiere, colline e pareti rocciose ed il primo parco nazionale creato in UK (nel 1951).

Sheffield ha varie peculiarità e voglio menzionarne due. La prima sono le salite ripidissime che collegano il centro ai quartieri residenziali. Una leggenda locale vuole Sheffield costruita su sette colli (come Roma) che circondano il centro, anche se in realtà secondo me ce ne sono molti di più! Una delle cose essenziali che ho imparato durante il mio primo inverno qui è gestire le strade ghiacciate in inverno. Prima di tutto è essenziale munirsi di “ice grips”, piccole imbracature di gomma o plastica con il fondo chiodato che si mettono sopra le scarpe per tenersi in piedi nei mesi più freddi! Seconda cosa importante è sapere che quasi a ogni angolo di strada ci sono dei bidoni gialli pieni di “grit”, la ghiaia fine che viene sparsa sul ghiaccio per non scivolare, a disposizione di tutti. Arrivata a Dicembre, ho passato i primi giorni a cospargere le scale davanti a casa con la sabbietta del gatto finché un vicino di buon cuore non ha avuto pietà e me li ha indicati. Camminare costantemente in salita richiede un po’ di abitudine all’inizio, e significa scordarsi di portare i tacchi alti per andare in giro a piedi. Una creatura locale degna di nota sono i postini e le postine di Sheffield: permanentemente in pantaloni al ginocchio e scarponcini (in qualsiasi stagione), rigorosamente a piedi e con gambe che sembrano tronchi di sequoia.

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La città da una delle “sette colline”

L’altra peculiarità è l’abitudine a chiamarsi l’uno l’altro con vari vezzeggiativi tipo “love”, “darling”, “sweetheart” e il mio preferito “duck” (papera). Bisogna notare che questo non accade solo tra amici, né è rivolto a particolari categorie di persone (tipo donne, o bambini): è normalissimo sentire il vecchietto pieno di tatuaggi della squadra del cuore e col giubbotto di pelle chiamare “darling” mentre fa il biglietto l’ omone barbuto che guida l’autobus. L’ omone immancabilmente e tranquillamente risponde: “Ta, love!” (“ ‘zie amore!”).

Dopo tre anni a Sheffield posso dire che secondo me offre una qualità della vita tra le più alte in UK per chi desidera vivere in una città, considerando i costi, i servizi e la collocazione geografica. L’aspetto più importante a mio parere è comunque l’accoglienza e la disponibilità della gente: dopo l’iniziale stupore, fa piacere sentirsi chiamare “love” da perfetti estranei, siano o le signore in fila al supermercato, o l’ormone barbuto che mi porta al lavoro tutte le mattine. Really, they’re all right.