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L’altro lato della medaglia

Avete mai pensato che il destino ha scelto per noi da quale parte del pianeta vivere?

Sono una donna bianca, europea, ed ho la fortuna di vivere dal lato PRIVILEGIATO del mondo, quello che gli studiosi di geopolitica chiamano: “Developed World” o “Mondo Sviluppato”. Probabilmente esiste una donna nata nel mio stesso giorno ma dalla parte di mondo opposta, il “Developing World” o “Mondo in via di sviluppo”.

Siamo donne nate sullo stesso pianeta eppure con punti di partenza completamente diversi. Io  in Europa, dove “tutto è dato per scontato”, dove la maggior parte delle donne ha un’educazione ed una  vita dignitosa, dove i diritti umani delle donne (la cui definizione è ancora tema di conflitto) sono per lo più pienamente riconosciuti.

Il destino ha invece deciso che un’altra donna sarebbe nata altrove, nel lato sfortunato del pianeta, e la cui vita sarebbe stata completamente diversa, piena di lotte per la sopravvivenza, dove la povertà e la disuguaglianza sarebbe stati compagni di viaggio di un’esistenza intera.

Io non so chi decida il destino di ognuno di noi, però posso dire di essere talmente fortuna da poter viaggiare, ascoltare e scrivere su queste donne nate nell’ altra parte del mondo

Ho insegnato in un piccolo villaggio situato a pochi chilometri di distanza dalla città di Tarapoto (parte selva del Perù). Ho avuto la fortuna di incontrare alunni stupendi che non erano soltanto li per ascoltare la mia classe di inglese ma per conoscermi. Alcuni sono diventati cari amici, di cui non mi dimenticherò mai.

Oggi voglio farmi portavoce di un’ alunna, una ragazza peruviana di 15 anni, nata in un villaggio lontano dalla realtà caotica e “sviluppata” di Lima.

Questa ragazza è la maggiore di 2 fratelli: un maschietto e una femminuccia. Tutti e 3 sono dei bambini sani, allegri e vispi. La maggiore va abbastanza bene a scuola e si ferma spesso a parlare con me dopo lezione, per chiedermi del “mio mondo”. I piccolini fanno il viaggio con me in bus per arrivare a scuola. Mi aspettano impazienti per fare il percorso insieme. Un giorno la maggiore viene a prendermi a casa in scooter per fare una passeggiata. Non hanno problemi di denaro: il padre ha un negozio di scooter ed è abbastanza conosciuto in paese. I figli studiano in uno degli istituti migliori del villaggio e la maggiore frequenta un corso pre-universitario che non è concesso a tutti.

A volte sembra che il denaro porti alla felicità, faccia stare bene, ma quando vivi dall’altro lato della medaglia non è sempre così! Ci sono problemi culturali e sociali che prendono il sopravvento e sminuiscono il supporto economico che la famiglia può darti. Questo problema nella parte della foresta peruviana si chiama “machismo”.

peru-childrenLa ragazza mi racconta la sua realtà con cuore aperto. Il padre, essendo una persona stimata e con denaro, era visto bene dalle altre donne del paese e di conseguenza tradiva la moglie ripetutamente. A casa era un padre-padrone. Quando qualcosa non gli andava bene se la prendeva con la moglie e i figli. Allora la maggiore per evitare che ci andassero di mezzo i fratelli più piccoli si prendeva tutta la colpa, insieme alle botte e alle molestie. La madre non poteva intervenire a favore dei figli o comunque era tanto “buona” da non intervenire contro il marito.

Questa è una realtà comune in Perù, dove la società è maschilista e la principale forma di educazione conosciuta è la punizione corporale.

Però anche nelle storie tristi c’è un aspetto positivo. La situazione di questa ragazza le aveva fatto nascere la forza di lottare per i suoi sogni. Voleva diventare medico e andare via da quella realtà, partire insieme ai suoi due fratelli minori per garantire loro un futuro migliore.

Quando il  giorno vi svegliate e sentite che ciò che avete non è abbastanza, allora pensate di essere nati dalla parte privilegiata del mondo.

Ricordatevi  che altrove, in paesi meno fortunati,  ci sono persone che lottano per i loro sogni, che vorrebbero essere al vostro posto.

Riflettiamo sull’altro lato della medaglia!

Baviera

Da Bxl alla Baviera, tra scienza e gita di piacere

Qualche settimana fa ben 16 persone (tre femmine, compresa la sottoscritta, e tredici maschi, compreso il professore) si sono divise su tre mezzi e si sono avventurate verso sud per un’escursione geologica di alcuni giorni su un cratere d’impatto.

L’ultimo atto o quasi del mio periodo belga è una “field trip” con il capo, alcuni colleghi e gli studenti di un corso in cui ho tenuto una lezione (per cui ero a tutti gli effetti un’assistente del prof.). La meta é Nördlingen, che visitai con una compagine simile ben sei anni fa, partendo da Vienna invece che da Bxl.

Breve spiegazione semiseria su cosa sia un’escursione geologica: si portano gli studenti in siti d’interesse geologico (ad esempio cave abbandonate o zone remote, più o meno inaccessibile causa vegetazione o assenza di sentieri) ove affiorino delle rocce, si spiegano sul posto i processi che hanno prodotto quanto visto e si raccolgono campioni da studiare in seguito, ossia si lasciano sfogare gli studenti con martelli appositi, talvolta anche con l’uso di scalpelli, per prelevare chili di rocce di cui poi forse alcuni grammi verranno effettivamente analizzati, affidati come tema di tesi a qualche studente di generazioni successive. Nonostante il rischio d’incappare in zanzare, zecche, altri parassiti, vipere, etc., il pericolo di venir colpiti da rocce in bilico o da schegge prodotte dal martello, la possibilità di trovarsi a discutere con la polizia per accesso non autorizzato ad aree chiuse o per l’asportazione di materiale da parchi naturali (esagero, QUESTE COSE NON SI FANNO!), etc., il divertimento é assicurato! S’impara molto più che studiando sui libri e si creano rapporti di profonda fratellanza tra compagni di viaggio, condividendo difficoltà e risate. Devo ammettere che da studentessa non amavo le escursioni, perché le vedevo come una sfaticata con pochi risultati, ma col tempo ho cambiato idea. Nel mio lavoro trascorro le giornate davanti ad uno schermo o in laboratorio, quindi ogni occasione è buona per recuperare scarponi, lente, bussola e martello e sentirsi di nuovo una geologa.

studenti e prof. in escursione

Parte della nostra comitiva con gli occhi incollati su un affioramento.

Abbiamo soggiornato in un ostello ed essendo noi ragazze solo tre ho diviso la stanza con le uniche due studentesse presenti. Per puro caso, anche loro non originarie del Belgio: una ragazza dal Nepal, espatriata con il marito, ed una dal Ghana, entrambe al termine del master in geologia a Gent. Al contrario, la parte maschile del gruppo, eccetto un olandese, era interamente costituita da belgi, per la quasi totalità dalle Fiandre. Tolta la sottoscritta, che in Baviera ha trascorso la primissima infanzia e che da allora la visita regolarmente, ed il mio capo, che ha lavorato in Germania e qui si é recato più volte in escursione, per gran parte del gruppo si é trattato del primo impatto con la cultura tedesca (mi correggo, bavarese). Nonostante Belgio e Germania siano confinanti e le lingue (neerlandese e tedesco) siano tutto sommato simili, ci sono delle differenze di comportamento e mentalità abissali. Le differenze erano maggiormente evidenti per il fatto di trovarsi in un paese, non una grande città, per la precisione a Nördlingen, una deliziosa cittadina medievale, ancora circondata dalle mura storiche interamente percorribili a piedi. Il simbolo del paese è un maialino che sventò un attacco che avrebbe distrutto la città. La storia è narrata ovunque e non vi privo il piacere di leggerla. Di conseguenza, la città é letteralmente tappezzata di statue di maialini, con le fogge più strane, come pubblicità di negozi e laboratori artigianali. Poche persone, pure tra i tedeschi, sanno che questa zona fu colpita da un meteorite di circa 1 km di diametro 14.5 milioni di anni fa. L’evento fu tanto catastrofico da creare un cratere che attualmente ha un diametro di 25 km e da lanciare gocce di materiale fuso fino alla Boemia (le famose moldaviti). A poca distanza da Nördlingen sorge un altro piccolo cratere d’impatto, sulla cui origine le speculazioni si sprecano. Mi fermo perché altrimenti farei un trattato di scienza e questo non è il luogo, ma se vi capita di passare da Nördlingen non mancate di visitarne il museo.

Foto del maialino simbolo di Nördlingen

Il celebre maialino che ha salvato la città.

La riflessione su cui vorrei soffermarmi, invece, é la nazionalità straniera di noi ragazze partecipanti all’escursione.

Questa é stata l’ennesima esperienza di condivisione di una stanza con altre ragazze dedite alla geologia e provenienti da paesi diversi dal mio. Sei anni fa, alla prima escursione a Nördlingen, la situazione fu simile: dividevo la stanza con un’altra italiana ed una polacca, mentre i ragazzi erano prevalentemente austriaci (in quel caso astronomi, non geologi). Perché le donne geologhe ricercatrici sono spesso straniere? Nel nostro gruppo a Bxl, considerando sia l’università fiamminga sia quella francofona, le ricercatrici straniere sono assai più numerose di quelle locali, mentre la controparte maschile è prevalentemente belga. Tra le mie “colleghe” ho un’amica che è stata in Alaska, Sud Africa e Brasile prima di tornare nella natia Pisa. Ciò non vale solo per le italiane! Ci sono tedesche in USA, svedesi in Australia, polacche in Gran Bretagna, etc. Ci siamo spostate per passione o perché in qualche modo costrette da pregiudizi sulle nostre capacità nei paesi d’origine? Gli stessi pregiudizi che talvolta si trovano anche nei paesi di destinazione, motivo per cui i posti a tempo indeterminato nel settore sono ancora rarissimi per le donne. Dopo anni nel campo, non ho ancora trovato una risposta. Mi piace pensare sia comunque il frutto di una libera scelta. La stessa scelta che porta a partecipare ad un’escursione all’estero da straniera, con altre straniere, ad un mese dal termine del periodo in Belgio, vivendo questi quattro giorni con curiosità ed entusiasmo.

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Emigrata 100% made in Italy

Non sono mai stata troppo attaccata all’Italia e alle sue abitudini. Non sono mai stata una di quelle persone che la prima cosa che fa appena arrivata in Italia è sospirare di sollievo davanti alla vista di un caffè “fatto all’italiana”. All’estero non ricerco per forza la compagnia di italiani per sentirmi più a casa e non credo che la nostra cucina sia la più buona del mondo. Adoro scoprire nuove culture e immergermi negli usi e costumi locali e nel mio cuore ho sempre sentito fermamente di essere una “cittadina del mondo” aperta al nuovo e svincolata dalla mia cultura d’origine tanto quanto basta per accettare ed essere accettata da ogni gruppo culturale senza problemi.

Ora che sono però più di quattro anni che vivo in Australia, la convinzione di meritarmi l’etichetta della “cittadina del mondo” che mi ero orgogliosamente auto-cucita addosso, comincia a vacillare. Inizio per la prima volta invece, a sentire un inaspettato marchio “100% Made In Italy” bruciare sulla pelle.

emigrata-100-italianaPiù mi immergo nella cultura locale, infatti, più mi compiaccio di essere riuscita a capire vari aspetti della burocrazia australiana, più mi crogiolo per le mie eggs on toast per colazione e più la strisciante sensazione che in fondo però io e “loro” siamo diversi si fa strada. A niente è valso l’ingurgitare barattoli su barattoli di Vegemite (*) la mia diversità si palesa comunque nei più piccoli particolari. Sono dettagli…piccoli, piccoli come ad esempio vedere le espressioni atterrite quando spiego che in Italia è comune mangiare pasta ogni giorno, o constatare che la pronuncia e lo spelling del mio
italianissimo nome (Federica) possa diventare degna materia di dibattito e scommesse tra colleghi. Mi è capitato infatti di ritrovarmi a fare da giudice imparziale per decidere chi lo riesca a pronunciare o addirittura a scrivere correttamente regalando così al vincitore attimi di orgoglio infinito per sapersi destreggiare con un nome così esotico. Ho poi ricevuto domande spiazzanti che mi hanno fatto capire come non esista solo il bianco e il nero ma ci siano tante sfumature nel mezzo…mi è stato infatti chiesto perché abbia la pelle così scura…e pensare che al mare, in Italia ho sempre perso miseramente nelle gare-abbronzatura estive! Questi piccoli dettagli mi fanno capire quanto tante cose da me considerate normali per loro siano un indicatore della mia “italianità’” tanto quanto il mio accento. Si, mi sento diversa. Ma fortunatamente accettata.

Emigrare è spiazzante, difficile, destabilizzante perché’ significa non poter far più riferimento alle norme culturali del paese in cui siamo cresciuti e doverne imparare di nuove senza pregiudizi. A volte mi sono sentita persa, non sapevo se ce l’avrei fatta ma sono stata aiutata da tutti quegli australiani che ho incontrato, intelligenti abbastanza da capire che interessarsi sinceramente del mio background culturale fosse per loro una bellissima opportunità per arricchirsi di conoscenze e punti di vista diversi dai propri, facendomi sentire cosi’ meno estranea.

Sono consapevole del fatto che le differenze tra me e “loro” si noteranno sempre perché’ sono cresciuta in una cultura diversa ma sono anche grata del fatto che gli australiani che ho incontrato fino ad oggi mi abbiano sempre fatto sentire apprezzata e rispettata. Da emigrata mi sento di dire ora come non mai che l’integrazione avviene solo in presenza di tre ingredienti di fondamentale importanza: il reciproco rispetto la curiosita’ verso l’altro e l’apertura mentale. E questo vale sempre, qualunque sia il colore della pelle, il paese di origine o quello di destinazione ha veramente poca importanza!

(*) (una crema salatissima a base di lievito di birra che generalmente suscita il disgusto in chi non è australiano)

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Rientro in Italia: bilancio dopo 5 mesi

Sono passati già 5 mesi dal mio rientro definitivo in Italia e sono tutto, tranne che stabile e rilassata. Mi sento “imbastardita”, mi sento una torta con ingredienti un pò made in Italy, un pò africani, un pò musulmani e un pò cristiani. Provo ad analizzarmi ma so già verrà fuori un macello.

Ricordo che ho passato il primo mese in Italia senza notare troppo le differenze con il Marocco: la zona in cui abito, a Genova, pullula di immigrati marocchini e negozi gestiti da magrebini , dove tutt’ora entro e provo a spiccicare quelle tre parole in croce che mi ricordo in arabo.

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Bimbaminkia

Non mi fa più strano niente: non mi fa più strano vederli rovistare nei bidoni della spazzatura, non mi fa più strano aprire la finestra e vedere centinaia di persone inginocchiate dentro e fuori la “moschea”, durante la preghiera del venerdì, né mi fa strano vederli nascondersi per bere birra e fumare. E’ stato un pò come continuare a vivere laggiù e questo, forse, ha attutito un pò lo schock da rientro”. Ho continuato a vivere in modalità “spirito di sopravvivenza” per molto tempo; era come averlo cucito addosso, era come una seconda pelle, parte integrante di me. Il mio ego non si era reso conto di essere tornato alle origini e si comportava esattamente come una donna che ha lavorato per quasi tre anni in un cantiere di soli uomini, culturalmente maschilisti: mi sentivo ancora in un mare di squali e, per non essere mangiata, avevo occhi ovunque. Se mi si avvicinava qualcuno, automaticamente mi tornava alla mente il giorno dello scippo, se qualcuno mi guardava, mi ricordavo di “quegli ufficiali gentiluomini” che mi puntavano da un chilometro di distanza e mi si attaccavano come cozze, arrivando persino a seguirmi. Insomma, non mi sentivo tranquilla. Piano piano, però, i mattoni si sono sgretolati e ora sono tornata la “ragazzina” curiosa e socievole di sempre; quella che per educazione saluta, scambia una parola gentile con tutti e soprattutto…SOGNA!

La parte adolescente di me sta tornando a giocare e lo vedo quando entro nei negozi di abbigliamento, per esempio:  a 34 anni comprarsi le “all star” con la zeppa e la camicia a quadri bianca e nera che spopola tra i ragazzini? Fatto! Ora sono un pò “bimbaminkia” anche io!

 

Sicuramente una delle cose che più mi manca del Marocco è lo scambio di saluti tra sconosciuti: da noi non si usa, nei paesi islamici è una delle regole dettate dal Corano: quel SALAMALEKUM risuona ancora nelle orecchie come un ritornello di una canzone e, se non venissi presa per pazza, saluterei tutti in questo modo. Salamalekum in ascensore, salamalekum nei negozi, salamalekum dal dottore, sul bus, in posta, in banca, ma niente… sono in Italia e a malapena riesco a strappare un Buongiorno da persone che incontro sulle scale….che peccato… è divertente salutare!

 

Nella vita quotidiana ho fatto una gran fatica a riabituarmi alla raccolta differenziata: sembra una stupidata e invece non lo è per niente. Sono passata da un paese in cui si buttava tutto in un unico sacchetto e in un unico “cassonetto” (quando esisteva) ad un soggiorno di due mesi in una piccola cittadina della Brianza, dove ogni cittadino aveva una tabella dettagliata per la raccolta dei rifiuti: ad ogni tipo di rifiuto corrispondeva un giorno della settimana e un tipo di contenitore/sacchetto. Per me è stato un vero incubo… ho pure rischiato una multa!

 

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La mia casa

Per quanto riguarda la mia vita personale, direi che è tutto da rifare: casa: in piena ristrutturazione con tutto lo stess del caso. Lavoro: disoccupata, in attesa degli ultimi stipendi (incrociando le dita che arrivino..inchallah!); Vita sentimentale: “Meravigliosamente” incasinata, Salute fisica: zoppica ma “tengo botta”, salute psicologica: un caso perso!!!

 

Quello che mi risulta  più strano è il senso di confusione e di disordine mentale che regna in me: io, abituata ad organizzare tutto nei mimini particolari e a ricordarmi l’impossibile, mi ritrovo a viaggiare con un’agenda per non dimenticarmi gli impegni. Io, che mi ricordo (o forse è il caso di dire ricordavo) la data di nascita di gente che non vedo da decenni, ho dei vuoti mentali che sembrano crateri; io, abituata a fare tutto e subito mi ritrovo a dire “LO FACCIO DOPO”  dove per “dopo” si intende quel lasso di tempo tipicamente africano: dalle 24 ore in poi, io che… non ci capisco più niente, insomma! Su una cosa invece sono sicura: i miei angoli si sono smussati, mi arrabbio di meno, anzi, molto spesso faccio “spalluccia”… una persona mi fa un torto? Tempo al tempo tutto gli tornerà oppure ci penserà Qualcuno da lassù a rendergli moneta. Ovviamente non dimentico ma passo oltre.. preferisco dedicare tempo alle mie cose che perderlo con gente negativa e che non merita nulla. Questo non vuole dire essere meno combattiva o non farsi rispettare, si possono fare entrambe le cose in modo più maturo ed elegante, sendendosi, per esempio, ad aspettare  che il cadavere ti passi sotto gli occhi….magari mentre mangi un sano pacchetto di patatine!

WELCOME IN ITALY DEAR LARA e ricorda sempre: “AlhamduliLlah (grazie a Dio) Inchalla (se Dio lo vorrà), Bismillah (Nel nome di Allah)

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In Africa, riflessioni dal Kenya

Sono  passati quasi 16 anni da quando vivo in Kenya eppure, a volte, mi soffermo a guardare quasi con sorpresa la vita che mi scorre davanti.
Africani che camminano. Che  si fermano a chiacchierare. Che si accostano ai lati della strada come in attesa di qualcuno che forse non arriverà mai .

Ma stamani l’occhio mio vigile e attento su ciò che avviene attorno a me e’ finito sulla piccola donna giriama (tribù locale) che faceva la fila alla Kenya power. Eravamo ambedue in fila per pagare la bolletta della luce. Lei, davanti a me, nel suo abito coloratissimo e il foulard che le copriva il capo. Credo fosse musulmana. Ma non ne ho la certezza. Cercando di essere meno indiscreta possibile ho tentato di sbirciare la sua bolletta per  vedere l’ importo. Non ci sono riuscita. Era troppo stropicciata per poter vedere bene. Allora mi sono accostata un po’ di più a lei per seguire il momento in cui avrebbe pagato. Aveva da pagare un importo di 677 scellini (circa sei euro e trenta) . Magari avessi avuto io quell’importo. Ma logicamente non abbiamo lo stesso consumo di corrente e quindi la mia e’ solo un’utopia.
Ma la cosa che più mi ha incuriosito subito dopo aver esaudito la mia curiosità, e’ stata quella di vedere i  movimenti che hanno accompagnato il pagamento della bolletta stessa. La signora, che credo potesse avere una cinquantina di anni (direi mia coetanea), aveva una borsa nera a manico corto sotto braccio, che non avevo prima visto perché’ nascosto dal pareo che fungeva da foulard. Una borsa che teneva stretta a sè. In pelle nera. Forse anche acquistata al mercato dell’usato. Aveva il manico completamente “spellato”, ossia aveva la pelle nera tutta consumata e la stessa cosa si poteva dire per gli angoli della borsa stessa. Si vedeva che era una vecchia borsa . Ma per lei era sicuramente di grande valore. Immagino fosse la sola borsa che possedesse. La vera sorpresa  fu quella di vedere che i soldi non erano dentro un portafogli e neppure  all’interno della borsetta. Prese un angolo del pareo che le si stringeva a vita, apri’ quello che a chiunque sembrerebbe un nodo inutile nello stesso angolo e da li tiro’ fuori l’esatto importo della bolletta : 677 scellini. Non uno scellino in meno non uno in più. Chissà quanti sacrifici per potessi permettere la corrente elettrica . E chissà quanti altri per potersi comprare quella borsetta che chiunque di noi avrebbe certamente gettato nella spazzatura. 
Pago’ e prese la sua ricevuta consegnatale dall’ impiegato. Si accosto’ a lato della cassa e ripose la ricevuta nella borsa, che comunque aveva una funzionante cerniera. Si rimise la borsa sotto il braccio, sempre nascosta dal pareo, e si avvio’ verso l’uscita.
Venne quindi il mio turno e pagai la mia bolletta che aveva  uno zero in piu’ come importo, rispetto a quella della donna giriama.

Beh pensai, ci lamentiamo di quello che possediamo e non lo valorizziamo come si dovrebbe. Per la donnina giriama quella borsa era il top che lei potesse avere e la proteggeva e curava al meglio. Noi a volte non ci accorgiamo che abbiamo il meglio dalla vita credendo di essere poveri e di non poterci permettere altro. Ma se vedessimo scene giornalmente come questa, credo che la nostra borsa , firmata o meno, sarebbe da sfoggiare con molto più orgoglio.

Meditate gente.
Meditate.

tatuaggio-gufo

Tatuaggi: scritto sul corpo.

She always had this thing about her, that look of otherness,
of eyes that see things much too far, and of thoughts
that wander off the edge of the world – Joanne Harris

C’era sempre quella cosa di lei, quello sguardo altro,
di occhi che vedono le cose troppo in là e di pensieri
che vagano oltre i limiti del mondo – Joanne Harris

Ricordo distintamente che – quando ero bambina – mia zia – la ribelle, l’artista, la donna più bella di sempre, il mio modello – venne a trovarci e mi confidò un segreto, facendomi promettere di non dire nulla a mio nonno.

Qualche sera prima, fiera dei risparmi che era riuscita a racimolare di nascosto, era andata da un tatuatore e si era fatta decorare una spalla – la sinistra, se non ricordo male – con una rosa rossa.
Quando vidi quel fiore ne rimasi impaurita, mi bloccai a metà tra un complimento – diamine, era bellissimo! – e una reprimenda perché “il nonno non voleva. Non si fa, zia!“.
Inutile dire che in una famiglia smaccatamente patriarcale come quella di mia madre un affronto all’autorità di mio nonno non era ben visto, anche se essendo mia zia la più giovane – e forse viziata – la questione si risolse con una scrollata di spalle e un paio di borbottii contrariati. Emergenza rientrata, insomma…
Ho passato tutta la mia adolescenza credendo i tatuaggi fossero un qualcosa che “non si fa”, un qualcosa di destinato ad addobbare gentaglia eccentrica e senza speranza (cit.).  Giostrandomi tra mia madre che i tatuaggi li ama solo sulla pelle degli altri e mio padre che se ne regala quasi uno ogni anno, ho dovuto aspettare anni prima di avvicinarmi all’idea e – a nemmeno tre anni dal mio trasferimento in Germania – ne ho già accumulati due, fatti sempre dal mio studio di fiducia, che sono andati ad aggiungersi a quello che già c’era.
tatuaggio-wickedIl primo che ho fatto è questo. La citazione rimanda a uno dei miei musical preferiti – Wicked – e alla celeberrima canzone “Defying gravity”: Everyone deserves a chance to fly (tutti meritano un’occasione per volare). Dopo 15 mesi di espatrio avevo bisogno di ricordarmi che ero partita non solo con degli obettivi ben precisi ma anche con dei sogni, delle aspirazioni, la voglia di dedicarmi anche a me stessa in barba a tutte le beghe di questa vita che tanto amiamo e che tanto ci ama. Ad accompagnarmi uno di quelli che sarebbe diventato uno dei miei migliori amici, che tutt’ora lo è e che – tra alti e bassi, discussioni e riconciliazioni – non mi ha mai davvero lasciata sola.
Non se ne parla…non esiste che tu vada da sola” mi ha detto e mentre aspettavo che Felix – il tatuatore – preparasse il modello me lo sono trovata davanti armato di succo di frutta, pallina antistress e la sua incredibile, inarrestabile parlantina. Ora che ci penso ci conoscevamo bene da nemmeno un mese, nel momento in cui mi ha vista senza maglia, stesa su un lettino… e – udite udite! – non è scappato! 😛
tatuaggi-ancoraQuesto invece è il secondo: una piccola ancora di 5 o 6 cm di lunghezza poco sotto la piega del braccio. L’ho fatto il 25 maggio – brandneu, direbbero i tedeschi…nuovo di pacca – e questa volta non c’era nessuno ad accompagnarmi – in compenso Robin si è presentato la sera stessa e ha preteso di vederlo subitissimo. Pure se la pelle era ancora un po’ infiammata -. L’ho voluto per un sacco di tempo, ho passato ore a guardare millemila ancore che – alla fine – mi sembravano un po’ tutte uguali prima di decidermi e andare a prendere appuntamento. L’ancora non solo celebra il mio amore infinito per l’acqua ma mi ricorda anche che – in ogni tempesta, avversità, difficoltà, momento tumultuoso – io stessa sono la mia ancora. Mi mette davanti al fatto che ho tutte le capacità per farcela, con le mie gambe, la mia forza, la mia testardaggine e il mio cuore.
Tanti parlando di espatrio tirano fuori il concetto di “seconda possibilità”, di “rifarsi un’esistenza” e devo ammettere che all’inizio lo credevo anche io. Poi ho capito che le possibilità – prime, seconde, terze o millesime – sono quelle che sappiamo darci a prescindere dalle contingenze, dal dove e dal quando. Ho realizzato che noi stessi siamo la nostra possibilità e il regalo più grande che possiamo farci è quello di conoscerci ogni giorno un po’ di più.

Il nostro corpo parla di – e spesso anche per – noi,  in tutte le sue sfumature e difetti, in tutte le sue angolazioni e prospettive.

Ho impiegato anni ad amarlo come merita – come merito! – e ogni piccolo grammo di questo mio tempio merita tutta la mia cura, il mio rispetto, la mia passione.  Compresi i miei tatuaggi, perché mi riportano alla donna che sono e che so di poter essere. Tutto il resto – manco a dirlo – è fuffa.

(In tutto questo, ve lo steste chiedendo: no, non ha fatto male. No, nemmeno le costole e no, non va via lavandolo 😉 ).

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Cinque cose da sapere sulla vita a Ginevra

Trasferirsi all’estero è sempre un grande passo: affrontiamo una realtà diversa dalla nostra, a cui all’inizio facciamo fatica ad adattarci. Per quanto la Svizzera non sia poi cosi distante dall’Italia e faccia parte dello stesso continente, non mancano significative differenze con il nostro Bel Paese.
1. Se vi capita di venire a Ginevra durante il weekend e specialmente di domenica, troverete il 90% dei negozi chiusi.vita-a-ginevra-negozio Appena arrivata, la cosa mi sembrava totalmente fuori ogni logica, abituata com’ero a girare centri commerciali e fare shopping nel weekend. Bhe, qui il sabato alle 18 chiude tutto, e la domenica rassegnatevi a trascorrerla lungo il lago (pic-nic, sport sul lago, passeggiate in mezzo ai parchi) o sciando (nel caso in cui la stagione lo permetta).
2. Ginevra ospita centinaia di organizzazioni internazionali e non governative ed è anche sede delle Nazioni Unite (il cui quartier generale a Ginevra è secondo solo a quello di New York). Questa elevata concentrazione di organismi internazionali ha creato una società multi-culturale unica nel suo genere. Ci sono nazionalità provenienti da tutto il mondo e l’inglese, più che il francese, è la lingua che si sente parlare più spesso in città. La mobilità è molto elevata, c’è chi viene per tirocini, per fare ricerca, molti vengono per brevi periodi: siate pronti a fare amicizia in poco tempo e anche a veder partire i vostri amici più cari (cosa che si rivelerà molto utile quando cercherete di programmare un bel viaggio all’estero e vi renderete conto di conoscere persone in ogni angolo della terra pronte ad ospitarvi).
ginevra-onu3. Il punto sopra apre una considerazione riguardo la coesione sociale ed il multiculturalismo. Ci sentiamo italiani perché parliamo la stessa lingua, perché abbiamo la stessa storia, perché condividiamo la stessa cultura… ma allora come fanno qui in Svizzera?
Come fanno qui a Ginevra con questa elevato numero di persone provenienti da ogni parte del pianeta? A mio parere, trovo che differentemente da quanto il miglior libro di sociologia possa spiegare, qui la coesione sociale è basata sulla differenziazione, sull’essere diverso dall’altro, sulla possibilità di essere in grado di portare delle esperienze – o tradizioni, culture lingue diverse – e offrirle a vantaggio dell’intera società. In un quadro cosi variopinto, nessun colore stona.
4. Il sistema sanitario è completamente differente dal nostro. L’assicurazione è obbligatoria. I costi sono abbastanza elevanti, ma di certo proporzionali allo standard di vita qui.

5. Ogni estate, alle 6 del mattino, prima di andare a lavoro, si ci ritrova sul lago a vedere il sole sorgere, bevendo un caffé e ascoltando buona musica dal vivo, nel bar / pub che si trova su un lembo di terra che si protrae sul lago. Incredibile esperienza da non perdere.

vita-a-ginevra-caffe

Coppia mista: Sicilia-Bayern

La prima volta che vidi Andreas era il mese di Ottobre, quando per via degli incontri mensili della Scuola di Dottorato dovetti recarmi anche di sera all’Università.

Trovata l’aula rimasi colpita da un ragazzone alto quasi due metri, dagli occhi azzurri e i folti capelli lisci, biondi e lunghi che gli ricadevano sulla schiena, e che sorseggiava tè caldo da un thermos. Istintivamente, senza pensarci, gli guardai le mani, e vidi che portava un anello all’anulare sinistro, segno che era già impegnato (la fede nuziale si porta nei paesi anglosassoni, a differenza che in Italia, nell’anulare destro). „Peccato!“ dissi tra me e me, ma andai oltre senza farmi troppe paranoie. Da un amico venni a sapere che il ragazzone si chiamava Andreas, che era il collega di Storia Romana e che avrebbe concluso il Dottorato quell’anno. Andreas, Andi per tutti, era un grandissimo appassionato di fotografia naturalistica, hobby che praticava insieme ad altre due sue grandi passioni, il ciclismo e il „Wanderung“: per tutti era un mistero quanti km riuscisse a macinare con la sua bicicletta e ancora più assurdo era come riuscisse ad alzarsi alle 3.30/ 4.00 del mattino per fare delle interminabili camminate in silenzio e cogliere la luce migliore per le sue fotografie. „Questo tizio avrà problemi seri“, pensai.

La seconda volta che lo rividi fu all’incontro dei Dottorandi del mese successivo, e in quel caso giunsi alla conclusione che lui fosse un „amish“ o appartenesse a qualche strana setta: era sempre con quel suo thermos contenente tè nero, aveva un cappotto nero lungo fin sotto le ginocchia, i lunghissimi capelli biondi legati e portava un grande cappello nero. Per molti mesi ci incontrammo solo durante questi incontri, a volte scambiando solo un saluto, a volte nemmeno quello.

Dopo il suo esame, quando era ormai imminente il suo trasferimento da Bamberg, gli scrissi una mail nella quale mi complimentavo con lui e gli chiedevo anche quali altri programmi avesse per il futuro, incerto come si prospetta per tutti i laureati e ricercatori in materie umanistiche. Dopo quella mail iniziò a scrivermi più spesso, spontaneamente, fino a quando non lo incontrai un pomeriggio nella biblioteca dove ero solita studiare io. Da allora lui continuò a venire regolarmente lì e cominciammo a vederci più di quanto non fosse accaduto negli anni precedenti e, da semplici colleghi, diventammo rapidamente qualcosa di più.

Indipendentemente dai problemi linguistici che sono superabili grazie all’ausilio di sguardi e abbracci e che mettono fin da subito la comunicazione verbale in secondo piano, è proprio il diverso modo di approcciarsi a cose e situazioni che ha caratterizzato la mia relazione con un tedesco e sottolineato quanto culturalmente siamo differenti e quanto queste difficoltà a volte sembrino insormontabili. Riporto solo qualche piccolo esempio, ma che permette di dare una piccola idea non solo di come noi vediamo loro, ma anche di come loro vedono noi.

IL TEMPO: questione interessante e che mi ha più volte fatto innervosire. Da sempre sono abituata a pensare allo scandire del tempo in 5 minuti (non so, forse perché meridionale): „Sono le 8.5“, „sono le 20.10“, „sono le 15.15“; se manca qualche minuto specifico „le 8 quasi e 10“, e se ad un appuntamento mancano meno di 5 minuti, significa che non ho più tempo e devo correre. Ma, se pongo ad Andreas la domanda „Wie spät ist es?“, „Che ore sono?“, lui dall’alto della precisione del suo orologio digitale (un „Casio“…italiano!) mi risponde „Sono le 10.07“, „Sono le 19.02“ ,e se gli chiedo „Siamo in ritardo, o abbiamo ancora tempo?“ la sua risposta sarà „Si ,abbiamo ancora 3 minuti a disposizione“. Ora, non so voi, ma a me sentire „abbiamo ancora 3 minuti“, oppure „le 10 e 7 minuti“ etc. da la sensazione della bomba ad orologeria sul punto di esplodere, o l’immagine del treno e dell’autobus perso per un pelo. Mentre lui rimane sempre tranquillo, fiducioso nella velocità delle sue gambe lunghe due metri, io sono sempre con il fiatone nel tentativo di (in)seguirlo. Il compromesso raggiunto: non gli chiedo più l’ora.

andreas legge libro montagna

IL PRIMO APPUNTAMENTO. Maggio, si sa, è il mese delle scampagnate e i tedeschi, non appena vedono anche solo un raggio di sole, si trasformano in lucertole che sfoggiano shorts e sandaletti e scorrazzano in bicicletta. La proposta di Andreas è stata: „Ti va di fare un pic-nic con me? Vicino casa mia c’è un bel prato con tavolo e panche di legno. Ci penso io per le cose da mangiare e bere!“. Non mi aspettavo una scampagnata „alla palermitana“, che per abbondanza delle portate potrebbe sfamare un intero esercito per una settimana, ma nemmeno che il „Ci penso io!“ si traducesse in fette di pane tedesco nero, una bottiglia di acqua naturale e tre litri di tè nero. Nemmeno una fetta di formaggio all’orizzonte. Nemmeno l’ombra, non dico della Coca Cola, che già sarebbe stata un lusso, ma di un succo di frutta. Perché, a detta di lui, non eravamo lì per mangiare, ma per godere della bella giornata di sole. Bene. Iniziò a diluviare dopo che avevamo posto il nostro spartano pasto sulle panche di legno, ovvero dopo qualche secondo.

LA SUOCERA TEDESCA. „Mamma, mi vedo con una ragazza“ disse un pomeriggio Andreas a sua madre. „Due sole cose mi importano“- rispose la madre con la prontezza che caratterizza le donne della Franconia- „che sia cattolica e che non venga dalla nostra cittadina (per evitare pettegolezzi)“. „Perfetto! Cattolica lo è e se per questo non solo non è di questa città, ma nemmeno di questa nazione! È italiana!“. Dopo questa dichiarazione, la prima domanda che la madre rivolse ad Andreas fu „E quanti fratelli e sorelle ha?“. Uno dei più radicati pregiudizi nutriti dai tedeschi nei confronti degli italiani riguarda la nostra presunta prolificità: loro pensano che noi facciamo figli come conigli. La risposta di Andi fu „Meno di me“: nella famiglia di Andreas, lui compreso, ci sono quattro figli maschi, io invece ho due fratelli. Ancora più esasperante quando la signora seppe che la mia città di origine è Palermo: l’esclamazione più ricorrente fu „Oh Gottes Will!“ („Per volontà di Dio!“), seguito da un „die Hauptstadt der Mafia“ („la capitale della Mafia“) e da un „Perché Palermo? Perché non te ne sei scelto una di Venezia, di Firenze, di Milano?“. Venezia, Firenze e Milano che la signora, naturalmente, non aveva mai visitato in vita sua.

IL CIBO. Per un tedesco in cucina non ci sono regole. Ciò che piace è consentito. Ciò vuol dire che Andreas prepara tortellini, tortelloni e ravioli conditi con mais in latta. Che nell’insalata fredda di pasta fusilli e penne si aggrappano a piselli e sottaceti rischiando di annegare nella maionese. Che il suo ragù viene arricchito da peperoni, mais e fagioli rossi e poi utilizzato per la pasta, facendo una specie di miscuglio tra lasagne e chili con carne. Da anni lotto invano contro la pizza „Hawaii“ al prosciutto e ananas che farebbe inorridire ogni pizzaiolo napoletano. Andreas è inoltre ASTEMIO. Un tedesco, o meglio, un bavarese, astemio, La cosa doveva fin da subito puzzarmi di bruciato, ma ho preferito dargli una chance e credere alle molteplici virtù salutari dei litri di tè. Inizialmente non beveva nemmeno caffè: l’ho corrotto io.

In una cosa però Andreas è un purista: lo street-food siciliano e in particolare l’arancina palermitana, di ogni gusto tradizionale e rigorosamente con „a“ finale come solo a Palermo si dice. La prima volta che venne con me in Sicilia e gliela feci assaggiare, ne fu talmente entusiasta che qualche settimana dopo venne da me con un contenitore di plastica contenente 4 arancine, che lui stesso aveva provato per la prima volta a preparare provando nostalgia di Palermo. Certo, era sempre un primo esperimento e si trattava di un’arancina fatta da un tedesco- non rotonda, ma assolutamente sferica, perfetta come se avesse usato il compasso, un po’ senza sale- ma quando le vidi piansi per la commozione. Comunque, un tedesco sa preparare le arancine, ed io siciliana no.

IL CAFFÈ. In Italia il caffè espresso si beve in pochi minuti se non in secondi, in piedi, al bancone, tanto che infatti alcuni bar non hanno nemmeno tavolini al loro interno. Il caffè tedesco, lungo, lento, incandescente, senza sapore, si beve al contrario in un’eternità e muniti inoltre di tanto, tanto coraggio. Mentre passeggiavo per Venezia con Andreas, che mi aveva fatto svegliare alle 5 perché voleva ad ogni costo fotografare Piazza San Marco senza un turista e senza un piccione (follia!), sentii l´esigenza di una buona dose di caffeina per recuperare se non energia, almeno un barlume di vitalità. Entrammo in un bar microscopico, ordinai due caffè, pagai, presi il mio al volo e mi piombai nuovamente per le stradine affollate di Venezia. Poi di colpo un dubbio…. avevo dimenticato qualcosa. Controllai tutto: „occhiali da sole- ci sono“, „chiavi- ci sono“, „portafogli e documenti- qui“, „telefonino- pure“, fino a quando un’illuminazione: ANDREAS! Avevo dimenticato il mio fidanzato al bar! Ritorno di corsa e lo trovo in piedi, con quella tazzina di caffè che in proporzione alla grandezza delle sue mani era davvero piccina, mentre guardando attorno e senza saper bene cosa fare, soffiava sul caffè per raffreddarlo sotto lo sguardo incuriosito del barista che, rivolgendosi a me mi chiese „Straniero?“ ed io „Peggio. Tedesco“.

Ho scritto questo post su Andreas perché oggi è il suo compleanno, e purtroppo siamo lontani: io sono in Germania, e lui in Italia, dove al momento insegna tedesco a scuola, al Goethe Institut e all’Università e da dove ogni giorno mi telefona per comunicarmi quante „arancine“ ha mangiato („sono buone e costano solo 1, 20 euro“ mi dice). Quando era con me in Germania lo prendevo spesso in giro per la sua timidezza; se entrava nella mia stanza gli facevo spolverare gli scaffali più alti; quando dovevo riordinare gli intimavo di uscire perché occupava troppo spazio; gli rimproveravo la scarsa comunicatività mentre io, troppo espansiva, dovevo conversare in pubblico anche per lui. Ma per Andreas la mia pronuncia imperfetta, i miei errori di grammatica, i momenti in cui non ricordavo una parola non sono mai stati un problema e non mi ha mai deriso. Mi ha regalato una delle sue biciclette e detto „Pedala, va’ e guarda avanti!“, quando io invece avevo paura perché credevo di non saperci più andare (poi mi avrebbe costretta a fare 30 km in bicicletta, ma vabbè), e non avevo ancora capito che con quella bicicletta e con quel „Pedala, va’ e guarda avanti!“ esprimeva a modo suo tutta la fiducia che lui riponeva in me e nelle mie capacità e la sicurezza che cercava di trasmettermi. Andreas mi accarezzava i capelli fino a quando non mi addormentavo perché, spaventata per il futuro incerto, non riuscivo a prendere sonno. Mi metteva amorevolmente la mano sulla fronte quando la sinusite, fastidioso dono del freddo germanico, mi affliggeva. Mi ha sempre incoraggiato e spinto a guardare al futuro non con timore, ma con speranza. A lavorare duro, ma anche a saper aspettare e a godere dei momenti di quiete, ancora meglio se avvolta dall’abbraccio verde della natura. Mi ha mostrato quanto sia bella l’alba, come quella che abbiamo visto a Venezia, quando ancora la città dorme e i raggi del sole, timidi ma determinati, si fanno largo.

Quello che voglio dire ad Andreas è solo „grazie“ dal profondo del mio cuore perché, nonostante tra i due sia io quella apparentemente più spigliata e intraprendente, sono in realtà proprio io quella che ha più difficoltà ad esprimere i propri sentimenti e sono proprio io quella che da sempre ha avuto e ha tuttora ancora più bisogno di lui.

andreas primo piano

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Cercare lavoro in Norvegia

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Leggo giornalmente di italiani che chiedono informazioni su come cercare e trovare lavoro in Norvegia, premetto che posso offrire solo notizie sulla citta’ di Oslo, per il resto del paese non saprei come muovermi.

La Norvegia e’ un paese lungo 1700 km con poco piu’ di 5 milioni di abitanti sparsi in tutto il territorio ma le citta’ importanti sono tre: Oslo, Bergen e Stavanger. La prima e’ quella con la piu’ alta densita’ di occupazione con i suoi 600 milla abitanti, la seconda e’ famosa nel mondo per il suo coloratissimo mercato del pesce e la terza e’, o per lo meno era, la citta’ chiamata “del petrolio” perche’ le piu’ importanti aziende sono distudiare -scuolaslocate li .

La logica dice che qui sia piu’ semplice trovare lavoro piuttosto che nel paesino sul fiordo dove ci sono duemila abitanti.

Questo momento storico e’ difficile per la Norvegia come per altri paesi, la crisi del petrolio degli ultimi due anni ha fatto si che tantissimi che lavoravano nel settore siano stati licenziati e una delle cose di cui si discute piu’ attivamente in questo periodo e’ la possibilita’ e la capacita’ individuale  di rimettersi in gioco adattandosi a fare un lavoro che non ha niente a che vedere con quello per cui si e’ studiato in precedenza.

La Norvegia e’ molto “fluida” per quanto riguarda la preparazione scolastica ed offre varie possibilita’, si puo’ andare all’Università e studiare delle materie contemporaneamente che non hanno niente a che vedere tra di loro, ad esempio, ho una cugina che ha una specializzazione in storia della teologia e musica , potrebbe insegnarle tutte e due.

Questo fa si che magari le competenze non siano cosi’ alte come in Italia dove, se studi una materia, e’ quella e basta, qui si puo’ passare da un ambito all’altro piu’ facilmente.

Le dinamiche per uno straniero sono un po’ piu’ complicate, innanzi tutto perche’ e’ auspicabile arrivare qui sapendo parlare un po’ di norvegese, lo ripeto a tutti, non basta l’inglese ed e’ inutile che la gente si arrabbi a questo proposito, e’ esattamente la stessa cosa con l’talia secondo me, se un datore di lavoro ha possibilita’ di scegliere se assumere  una persona che parla italiano e una che parla solo inglese scegliera’ sempre quella che parla italiano.

La seconda cosa importante e’ ridurre il curriculum vitæ ad una versione di al massimo due pagine e non il modello europeo, ai norvegesi non piace , e’ troppo lungo e dispersivo.

Preferiscono di gran lunga poche parole che spiegano le proprie competenze.

Mi sono resa conto che una delle cose fondamentali e’ avere un buon network, spargere la voce tra i conoscenti: essere coinvolti in situazioni sociali portano la gente intorno ad essere interessati a noi e quindi potrebbe essere piu’ facile trovare un impiego, oltretutto e’ il miglior modo per integrarsi in una società che non e’ la nostra di origine.

I siti di ricerca lavoro cosi’ come le agenzie interinali sono tanti, c’e’ solo da spulciare tutti i siti  e spedire il cv a tutti.

Per quanto riguarda la ristorazione mi dicono che sia meglio armarsi di tanta pazienza e scarpe comode e fare il giro di tutti i bar, ristoranti e mense e consegnare direttamente a mano magari facendo due chiacchiere con il proprietario del locale. Io l’ho fatto ma ho avuto troppo poco riscontro per riuscire a vivere di quello, per fortuna ho trovato altro.

Voci bene informate mi assicurano che se si riesce a trovare lavoro in sala in un ristorante o come cameriere in un bar si puo’ stare tranquilli economicamente perche’ le mance sono buone, bisogna ovviamente essere bravi e convinti di quello che si fa e la stagione estiva e’ quella sulla quale si deve puntare .

Per cambiare discorso , una cosa che mi fa abbastanza impressione e’ vedere l’eta’ media dei professionisti nel settore della sanita’, persone giovanissime che fanno prognosi e curano e io che ogni volta cerco di immaginarmi quanti anni possano avere , sono  ragazzini appena usciti dall’universita’ o che stanno facendo la specializzazione e qui hanno tante possibilita’ di esprimere in pieno  il loro potenziale , cosi’ come gli infermieri di cui c’e’ sempre grande richiesta.

Ma il settore che notoriamente riempie i portafogli in Norvegia e’ quello dell’IT…mi sembra che ci sia un numero di ingegneri impressionante e che non ci sia mai mancanza di lavoro per loro , tutto si sta computerizzando alla velocita’ della luce qui, non ci sono quasi piu’ banche con sportelli fisici, oramai tutte le prenotazioni vanno per app. Non si paga quasi neanche piu’ con i contanti.

Fino a quando non sara’ completata questa trasformazione elettronica si avra’ bisogno di ingegneri…vi ho dato un’idea?

Io sto ancora cercando uno sbocco per un  lavoro definitivo, questo sara’ l’anno della mia ricerca…

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La partenza si avvicina

Da quando abbiamo deciso di lasciare il Kuwait, non penso ad altro che alla prossima partenza. Come sarà  la nostrapartenza-avvicina nuova avventura?

Sono fatta così io.  Ho bisogno di movimento, di cambiamento, di nuove sfide nella vita seno mi annoio.

Ho contato i giorni, mettendo una croce ogni mattina sul calendario… uno in meno… uno in meno… Adesso, sono rimasti solo 18 giorni. Come mi sento? Strana, confusa, spaventata, ansiosa. Direi che dopo 6 anni qui sia normale sentirsi così. Chissà cosa mi aspetta? Ho deciso di prendere un anno sabbatico: io, che senza fare niente non posso stare!

Oggi, sono andata a cancellare la Civil ID ed ho realizzato in quel momento che era la fine. Un capitolo si sta chiudendo.

Nonostante la paura, mi sento libera, curiosa, sollevata e con la mente piena di progetti. 

Nella nuova vita che mi aspettta avrò tempo a disposizione ed e’ proprio il “tempo” che mi e’ mancato in Kuwait. Sarà forse questo che m’impaurisce? Avere tempo per itrovarmi con me stessa?

Non importa quante volte uno si sia spostato, in quanti paesi sia vissuto. Credo che cambiare vita fa sempre paura. Si assume un rischio e, come dice il proverbio: “si sa quello che si lascia…”.

partenza-avvicinaSarà per questa ragione che tante persone rimangono ferme, nella loro “comfort zone”. Immagino che sia rassicurante per loro e si chiederanno “perché cambiare, perché prendere un rischio”? Avranno ragione? Non so.

Quello che so invece è che essere un expat è uno stato d’animo.

C’è chi ci prova a fare l’expat,  ma poi torna a casa. E ci sono poi gli altri, quelli che, una volta espatriati, non si fermano più, non tornano più perché oramai si sentono estranei proprio lì dove sono cresciuti.

È uno stile di vita che non tutti capiscono.

Per quanto mi riguarda, ho sempre voluto viaggiare e uscire dalla mia comfort zone; è una necessità. Questo, mi permette di andare oltre le mie angosce, di sfidare me stessa, di conoscere i lati nascosti della mia personalità, le mie forze ma anche le mie debolezze.

Cardiff mi aspetta e non vedo l’ora di  aprire questo nuovo capitolo.

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