8 Marzo & le Donne: fugaci visioni dal Mondo

8 Marzo: Donne in Belgio.Belgio donne

Alte, bionde o afro, curate, con lunghi capelli raccolti in casuali chignon o con un velo, lavoratrici, con figli, indipendenti, tanto da non aver bisogno di una festa a loro dedicata. Ci sono anche le donne schiave, quelle in vetrina vicino alla Gare du Nord a Bxl, quelle con mariti-padroni, rinchiuse in casa e nella prigione della lingua d’origine. Poi ci sono quelle come me, venute in questo paese per un breve periodo, che popolano la metro al mattino e che camminano a passo svelto la sera, tenendo stretta la borsa e che guardano le locali con un misto di ammirazione per la sicurezza raggiunta e di rimprovero per l’apparente vacuità.

Lidia – Bruxelles


donna 8 marzo zanzibar8 Marzo: Donne a Zanzibar

L’8 marzo su questa isola non si festeggia,del resto anche qui le donne di strada da fare ne hanno:  sono la colonna portante di questa società e sono molto più affidabili degli uomini.

Annamaria – Zanzibar


8 Marzo: Donne a Rio de Janeirodonna 8 maro rio

Penso che hanno una relazione molto più serena di noi col proprio corpo, lo mostrano senza sentirsi a disagio, molte si allenano tantissimo per modellarlo (qui piace una donna molto muscolosa, per i miei standard decisamente mascolina), alcune mettono silicone nei glutei che qui piacciono enormi… Però Rio resta una città molto maschilista e ho scoperto che la maggior parte delle donne non va in spiaggia senza il marito o non esce con le amiche.

Sara – Rio

 

 

 


donna 8 marzo8 Marzo: Donne a Barcellona

Io se penso alla “donna” a Barcellona penso subito che mi sento più sicura. A Milano in molti posti avevo paura ad andare da sola; qui sto attenta però in generale c’è molta più gente per strada. Gli italiani sono visto come dei “toccaccioni”, e infatti devo dire che la brutta abitudine della mano morta che ricordo provare in alcune discoteche milanesi non mi è mai successa qua: in generale li vedo più rispettosi. La donna mi pare avere un rapporto con il proprio corpo più sereno rispetto al nostro di italiane: vedo la facilità del topless, esibito come qualcosa di comodo e naturale, indipendente dalla taglia e forma fisica che ci si ritrovi, e non come qualcosa da esibire.

Caterina – Barcellona


8 Marzo: Donne in Arabia Saudita

donna 8 marzo arabiaQui a  Riyāḍ non si festeggia la festa della donna  l’8 marzo ma quella della MAMMA!
Ed è una festa molto sentita, stamattina sono stata alla festa della mamma alla scuola delle mie figlie, non ho fatto foto perché ero troppo impegnata a godermi lo spettacolo!
Mi sono emozionata molto perché entrando su un grande schermo venivano proiettate le foto dei nostri figli da piccoli e più recenti.
I bambini di ogni grado (2,3,4,5) hanno cantato tre canzoni:  una in inglese, una in francese ed una in arabo, hanno fatto una piccola recita ed infine hanno cantato un’ultima canzone tutti insieme!
L’emozione e’ stata tanta…fortuna che sul tavolo c’erano già pronti i fazzoletti
La sala era addobbata con fiori colorati e tulle viola e bianchi.
Sui tavoli, oltre agli utilissimi fazzoletti (perché di lacrime ne sono scese tante) c’erano un programma delle canzoni, un vaso di fiori, il mio tanto amato caffè arabo, delle mini cheese cake e dei mini tramezzini.
Alla fine i bambini davano un regalo alla mamma ed io che ho 3 figlie, sono uscita con le mani piene di doni, tra cui due tazze con il mio nome in ARABO!

Giovanna – Riyāḍ


8 Marzo: Donne nel Regno Unito (Devon)

Come tutti o quasi tutti sanno, la Festa della Donna in Inghilterra non esiste. Si festeggia la mamma in un giorno diverso rispettodonna 8 marzo regno unito all’Italia, ma nessun giorno é dedicato alla Donna. Quando ne ho parlato alle mie colleghe e amiche, la loro reazione è stata molto positiva. Ho raccontato che si celebrano le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne ma anche le discriminazioni e le violenze subite del corso dei secoli. Poi ho raccontato anche il modo in cui, al giorno d’oggi, si festeggia questa ricorrenza e sono rimaste un tantino sbalordite. Non nego che quando ero più giovane, anche io ho assistito a “simpatici” spettacoli nei locali della mia città, ma adesso mi rendo conto che tutto questo non ha senso. Bisognerebbe pensarci sopra ogni tanto e trovare un modo alternativo per celebrare le donne. Perché la Donna è forte, la Donna è sveglia, la Donna è orgogliosa e, come tutte tutte noi concordiamo e tramite questo sito lo affermiamo, “il bello delle donne è che hanno paura, ma alla fine trovano il coraggio di fare tutto”.

Luana – Devon


8 Marzo: Donne nel Regno Unito (Londra)

fashion-woman-cute-airport-largeL’8 marzo non si celebra, e quando in passato qualche collega italiano venne in ufficio con la mimosa, i colleghi inglesi ci guardarono con aria divertita e un po’ stupita. La situazione della donna a Londra sicuramente e’ certo progredita: ci sono varie donne imprenditrici e in posti di potere, sia nel governo sia in societa’ private (soprattutto) e pubbliche. Detto questo, e’ sempre vero che anche qui si parla di un “glass ceiling”, cioe’ un livello di “posizione” oltre il quale e’ difficile andare, come anche e’ vero che a parita’ di posizione, le donne sono pagate meno degli uomini. Sicuramente ad una donna in fase di colloquio non verra’ chiesto se ha intenzione di avere dei figli, come avviene in Italia. E nei casi in cui la donna e’ discriminata sul posto di lavoro, puo’ portare in tribunale il datore di lavoro ed ottenere un giusto risarcimento: strada un po’ impervia ma sicuramente percorribile da chi ha veramente subito dei torti. Ci sono stati casi sui giornali di vittorie di alcune donne che sono state discriminate ed hanno vinto. Ricordiamoci anche che questo e’ il paese delle suffragette, che ottennero il voto per le donne nel 1928. Per citare un altro esempio piu’ recente, nel 1968 le donne scioperarono in massa alla sede Ford di Dagenham in quanto discriminate, ed ottennero migliori condizioni di lavoro (evento reso noto nel film “Made in Dagenham”). E come dimenticarsi della Signora di Ferro, The Iron Lady, Mrs Margaret Thatcher, primo e finora unico capo donna di un governo inglese (1979-1990). E’ vero che la violenza sulle donne esiste anche qui, soprattutto casi di violenza domestica che sfociano anche nella morte. Esiste tuttavia una serie di organizzazioni a protezione delle vittime che decidono di lasciare il compagno violento. Insomma, non e’ tutto rose e fiori ma sicuramente la donna in UK se la gioca alla pari – o quasi. Io ho sicuramente avuto delle opportunita’ professionali qui a Londra che non avrei avuto in Italia.

Elena – Londra


8 Marzo: Donne in Senegal donne senegal calcio

Le donne in Senegal sono onnipresenti, polivalenti, instancabili e piene di risorse. Sabato scorso per esempio le donne del mio villaggio hanno organizzato una partita di calcio “donne sposate contro nubili” per raccogliere fondi per le attività delle scuole dei loro figli. Tamburi, danze e tifo dalle altre donne del villaggio per le 22 prescelte ! La migliore partita di calcio mai vista.

Francesca – Casamance (Senegal)



8 Marzo: Donne alle Seychelles

L’8 marzo è una festa di importazione, come quasi tutte le feste su queste Isole. Le donne sono la forza motrice del paese: donne ministro, donne giudice, donne manager. Ma anche donne casalinghe, donne pescatrici, donne che intrecciano panieri e cappelli con le foglie di palma. Donne dai capelli lisci e corvini o dagli occhi verdi e la testa piena di ricci. Donne che sfoggiano abiti dai mille colori, che non si intimidiscono se  una maglietta troppo stretch mette in evidenza i rotolini di ciccia. Donne che ballano e che cantano in ogni occasione del giorno e della notte.  “Enjoy your body” canta un certo rapper…detto fatto: donne che vivono il proprio corpo –giovane, vecchio, esile o grasso non importa –  con l’istinto selvaggio delle lupe e senza il giudizio un po’ bacchettone dell’emisfero nord del mondo.

Katia  – Seychelles

WOMAN SEY

festa-della-donna-frauenkampftag

Il Frauenkampftag e la festa della donna

Come tutti sanno l’otto marzo si celebra la Festa della Donna, una giornata che ha poco a che fare con la mimosa e in realtà dovrebbe mettere in luce gli sforzi che sono stati fatti e quelli che sono ancora da compiere per raggiungere una forma di parità che spesso non viene riconosciuta nemmeno a parole, figuriamoci con i fatti.
Premesso che pretendere di trovare della mimosa che non sappia di plastica – a queste latitudini – è quantomeno utopico, da quando sono qua mi piace apprezzare un altro aspetto di questa ricorrenza. In barba a fiori, cioccolatini e pensieri dal retrogusto eccessivamente zuccherino – sono una cinicona, che volete farci? 😉 -, qua si organizza il cosiddetto Frauenkampftag, letteralmente il giorno della lotta delle donne.

festa-della-donna-frauenkampftag
Ogni anno vengono proposti eventi di vario genere – seminari, conferenze, letture pubbliche, film e persino un party – per far riflettere sulle tematiche della parità, dell’impegno sociale e delle quote rosa, offrendo spesso prospettive inedite e innovative. Oltre a una conferenza sul sostegno psicologico in caso di violenze, questa volta hanno offerto un documentario molto interessante sull’attivista Audre Lorde e – come ogni anno – un rappresentante della Rosa Luxemburg Stiftung ha dato il via al Festival con un discorso inaugurale, questa volta incentrato sulla politica di accoglienza per le donne rifugiate e sulla necessità di misure spesso differenziate e quanto più rispettose possibile. Tutto questo per farle sentire le benvenute nonostante ci sia ancora chi parla di Alternative e perda il suo tempo marciando come nemmeno alle parate di Carnevale, dando fuoco ai centri di accoglienza e mostrando i tratti più deludenti dell’essere umano.
Non mi sono mai considerata una femminista, forse perché l’immagine main stream dell’attivista queer-femminista non rispecchia il mio attivismo, ma ho sempre sostenuto questo genere di iniziative come parte integrante della necessità di richiedere diritti spesso negati. Nel mio piccolo continuerò quindi a farlo, fosse anche solo lasciando qualche volantino al lavoro o in biblioteca. Venendo da una famiglia fatta di donne forti e spesso anche dominanti, ho sempre vissuto il mio essere ragazza – prima – e donna – poi – come un’occasione per essere libera, fiera e per lottare per ciò in cui credo. Dalla parità dei diritti, alle quote rosa anche in ambito accademico passando per la libertà sessuale e la possibilità di poter decidere per il proprio corpo. Senza fermarmi, senza incespicare, senza permettere che qualcuno mi metta i piedi in testa. Il fatto poi io di base abbia un caratteraccio beh… a volte aiuta persino! 😉
Ci riflettevo qualche giorno fa, sapete? Ora capisco benissimo quelli che da piccoli dicevano “Io da grande voglio essere come la mia mamma, perché è la mia eroina”. E nel mio piccolo l’ho anche sempre pensato ma solo ora – vuoi per la distanza, vuoi per il subentrare dell’età adulta – mi rendo conto della portata di un pensiero del genere, e dell’enorme regalo che la vita mi ha fatto: la mia mamma. Che ogni giorno va avanti, stringe i denti, sorride, lotta e riesce persino a trovare il tempo di imparare a usare whatsapp e di progettare una lunga serie di “vizi a distanza”.
È lei che mi ricorda sempre una cosa molto molto importante: siamo donne, esploratrici, rivoluzionarie, inventrici, viaggiatrici, a volte naufraghe e sempre combattenti. Non molliamo mai perché – citando Ligabue – “Le donne lo sanno, c’è poco da fare.. c’è solo da mettersi in pari col cuore”. Siamo speciali, ognuna a modo nostro e – che sia con un fiore o con un Festival – meritiamo di essere celebrate. Alla faccia di chi ci vuol male.
Auguri a tutte noi!

Ci sono le Donne. E poi ci sono le Donne Donne. E quelle non devi provare a capirle, sarebbe una battaglia persa in partenza. Le devi prendere e basta. Devi prenderle e baciarle, e non dare loro il tempo di pensare. Devi spazzare via, con un abbraccio che toglie il fiato, quelle paure che ti sapranno confidare una volta sola, una soltanto, a bassa, bassissima voce. Perché si vergognano delle proprie debolezze e, dopo avertele raccontate, si tormenteranno – in un’agonia lenta e silenziosa – al pensiero che, scoprendo il fianco, e mostrandosi umane e fragili e bisognose per un piccolo fottutissimo attimo, vedranno le tue spalle voltarsi ed tuoi passi allontanarsi. Perciò prendile e amale. Amale vestite, che a spogliarsi son brave tutte. Amale indifese e senza trucco, perché non sai quanto gli occhi di una donna possano trovare scudo dietro un velo di mascara. Amale addormentate, un po’ ammaccate quando il sonno le stropiccia. Amale sapendo che non ne hanno bisogno: sanno bastare a sé stesse. Ma, appunto per questo, sapranno amare te come nessuna prima di loro.
(Alda Merini, Donne al quadrato)

Nomade in solitaria

Inevitabilmente negli ultimi due mesi questa domanda mi é stata posta numerose volte: “ma tu viaggi da sola?”, con l’indice puntato verso l’alto per segnalare il numero uno.

Chiunque me l’ha fatto notare, dall’autista indonesiano alla cuoca thailandese, meravigliati dal vedermi di fronte a loro, sorridente e abbronzata, con il mio zainetto da sette chilogrammi, ma inspiegabilmente da sola. Nel linguaggio moderno ci chiamano solo traveller, tanto per dare un’etichetta e con il fine ultimo di analizzare i nostri consumi.

Nomade con Madé Continua a leggere

Da-londra-mallorca

Alla ricerca della Felicità: da Londra a Mallorca

Io, FabiolaPrendi coraggio e sii padrone della tua vita, sempre!

“La vita ti pone spesso davanti a delle scelte, ti trovi spesso davanti a dei grossi bivi, capire qual è la scelta giusta non è mai facile”

Ma… CAMBIA: ogni volta che la vita ti sembra monotona o non sei pienamente soddisfatto, sentiti VIVO e fai si che l’adrenalina sia la tua benzina giornaliera.

Nella mia vita ho deciso di ascoltarmi e di fare qualsiasi scelta  e cambiamento non appena ne sentirò  il bisogno e in qualsiasi modo andrà, se resterò o se tornerò tra 1 mese, 6 mesi o un anno, io comunque HO VINTO!!”

Questo è un pezzo di un post che scrissi prima di iniziare la mia lunga avventura all’estero.

A gennaio 2015 regalai a mio fratello per il suo compleanno un weekend a Londra in mia compagnia. Non avrei mai pensato che quel weekend  sarebbe stato il primo weekend di una lunga serie nella capitale britannica.
Poche settimane prima della partenza decisi che sarei andata con lui ma  non sarei tornata a Milano.
Senza lavoro e senza casa decisi di mettermi completamente in gioco, sola senza conoscere nulla e nessuno e con un inglese molto maccheronico.

Avevo 4 anni di esperienza nel settore immobiliare e volevo a tutti i costi entrare in qualche agenzia londinese, ma vuoi per la scarsa conoscenze della lingua, vuoi per la mancata esperienza in qualche agenzia di Londra nessuno mi assunse. Decisi allora di prendere il primo posto che mi chiamò. Era una creperia in un centro commerciale, era comodo e vicino a casa, mi aiutò a familiarizzare con la lingua ma era davvero duro.. 10/11 ore al giorno, spesso si finiva alle 23.00.

Dopo due mesi però mi resi conto che non ero venuta a Londra per fare la cameriera e provai a trovare lavoro nel mio campo. Mi prese un agenzia immobiliare per fare la parte del marketing, la mattina lavoravo lì,  dalle 9 alle 14, e nel  pomeriggio in creperia fino a sera tardi. Vi lascio immaginare come stavo dopo 3/4 settimane. Decisi di lasciare la creperia e pure quell’ agenzia perché avevo trovato un posto migliore.

MallorcaUn agenzia che si occupava solo di affitti.
La cosa più bella di tutto ciò… fu che trovai la felicità, mi sentivo viva e felice e decisi che nulla e nessuno avrebbe mai toccato la mia felicità.
Infatti per questo, dopo tre mesi trascorsi in quest’ ultima agenzia, decisi di cambiare ancora. Era agosto e il mio titolare continuava a farmi sentire inferiore a lui. Non mi andava bene. Mi licenziai senza avere un altro lavoro. Dovevo decidere che fare.. rimanere a Londra, andarmene, tornare a casa.. no… non era possibile. In quel periodo dovevo anche trovare casa perché stava per scadere l’accordo per la mia camera. Portai  per l’ennesima volta curriculum in tutta Londra.. finché finalmente non trovai quello che davvero volevo.
Mi assunse un agenzia in una zona quasi centrale.

Un lavoro che mi garantiva un buon fisso, delle provvigioni.. trattavo sia vendita che affitto.. una macchina aziendale (anche se imparare a guidare a Londra è stata dura). Dopo poche settimane trovai anche un appartamento come lo volevo io.

E fin qua sembra quasi un finale da vissero felici e contenti…

Una delle cose più belle di espatriare è trovare se stessi, non so se e perchè si passa tanto tempo soli, tanto tempo a riflettere sulla vita, oppure se è semplicemente il senso di forza e libertà dovuto al coraggio di aver fatto una scelta nella vita. Una scelta che spaventa, forse la nostra felicità dipende da affrontare12784528_10208469757682128_1800924932_n quello che ci faceva paura, forse abbiamo bisogno di cambiamenti per mantenerci vivi; le esperienze ti arricchiscono come persona, il metterti in gioco, affrontare nuove sfida. Credo che siamo tutti bravi a sopravvivere, ma la cosa più difficile è vivere! Vivere a pieno.

In un anno mi sono innamorata della vita (e non della sopravvivenza). Credo che l’effetto che ti fa la felicità sia un po come “una droga potentissima” una di quelle che una volta che la provi non ne puoi fare più a meno, una di quelle che se non hai stai male.

Nell’ultimo periodo a Londra, non mi sentivo piu viva. Mi sentivo un burattino che ogni mattina andava a lavoro, faceva le sue 10 ore d’ufficio e poi tornava a casa. Mi sono detta “non sono andata via per vivere questa vita”.

Spinta da questa voglia di riassaporare la felicità, decisi ancora una volta di mollare tutto, disdire la casa, lasciare il lavoro e partire per Mallorca, ma con una tranquillità mentale che ha stupito anche me stessa.

Ora sono qui da pochi giorni, mi sto sistemando piano piano con i documenti, con la casa, e sono alla ricerca di lavoro.

Ma ad oggi penso già che non potevo fare scelta migliore.

 

La Valigia

Lei è lì davanti a me: vuota, aperta e inerme .

Sono al settimo trasloco in quasi quattro anni, viaggio fin da quando ero una bambina ma il momento del “fare la valigia” è un qualcosa che rimando fino all’ultimo momento, fino a quando non è più possibile procrastinare. Sarà forse per  la razionalità, la precisione e l’organizzazione che questo compito richiede, caratteristiche con cui non vado proprio a braccetto, ma io la valigia la trovo più indigesta di una piatto di spaghetti alla carbonara servito alle 3 di notte.  Insomma, la valigia mi mette ansia.

la valigiaCome gestire la “selezione all’ingresso”? Quali tra le scarpe con tacco hanno maggiore diritto ad entrare? E i vestiti? Chi dice al mio tubino grigio che non potrà venire con me perché è impensabile rinunciare ai jeans? Beati coloro che hanno il vantaggio di emigrare in un paese mono stagione. Ci sono giornate estive a Cape Town in cui sarebbe possibile sfoderare l’intero guardaroba dal costume, pantaloncini e infradito al giubbotto e stivaletti, il tutto in solo 12 ore. E questa volta, oltre alla mia vela da kite, devo pensare anche ad un abbigliamento consono all’ambiente universitario.

Vi e’ mai accaduto di aver portato con voi dei vestiti con cui a casa vi vedevate davvero bene  ma che una volta passata la frontiera non siano più risultati così sfavillanti? A me sì, spesso. Mi piace pensare che ciò accada non solo per questioni di moda dettate dal nuovo contesto in cui entro in contatto, ma anche per la volontà di abbracciare il luogo in cui mi trovo ed esplorare nuove parti di me anche attraverso il look, azzardando abbinamenti che in Italia avrei trovato impensabili.

Ora torno al mio “packing up”, consapevole però che nel fuso orario sudafricano quella “maglietta indispensabile” verrà probabilmente dimenticata ma soprattutto che oltre  ai vestiti, al computer e ai libri voglio lasciare posto ai sogni che mi hanno spinta in questa nuova avventura.

P.S: mi ha appena scitto un messaggio mio marito: “Mi raccomando, la muta e il trapezio!” (No Donne, questa volta è davvero una mission impossible!)

cape town aerial view

Messico: abbandoniamo i luoghi comuni

I primi luoghi che bisogna assolutamente abbandonare espatriando sono i “luoghi comuni”: cosi’ come l’Italia per molti stranieri e’ “mafia, pasta pizza e mandolino”, ogni paese ha i suoi…
Basti leggere i commenti che a volte si trovano su facebook o le becere dichiarazioni di Donald Trump. Oppure, come mi e’ recentemente capitato dopo l’intervista pubblicata su “il fatto quotidiano”, dove racconto la mia esperienza di espatriata in Messico con mamma ottuagenaria affetta da demenza senile…. leggendo con stupore e rabbia lo stupidario di luoghi comuni  tra le righe dei commenti dei miei “compatri-di-oti” che si riassumono con:
“Cosa sei andata a fare in Messico che e’ un Paese povero, pericoloso e terzomondista?”,  oppure ” non vorrai farci credere che il Messico e’ il Paese di Bengodi, dove la gente sparisce, viene ammazzata o emigra negli Stati Uniti perche’ fa la fame…”

Per prima cosa devo sfatare un luogo comune: Il Messico non e’ un Paese sudamericano, ne’ centroamericano… bensi’ nordamericano, come Stati Uniti e Canada.
Ed e’ ormai molto piu’ simile a questi ultimi che non ai Paesi latinoamericani , purtroppo per certi versi.

Altro luogo comune da sfatare: il Messico e’ povero e terzomondista.
Se a causa di retaggi culturali puo’ essere ancora considerato per certi versi “terzo mondo”, di certo non e’ un paese povero, al contrario, e’ un paese ricchissimo: di cultura, di metalli e minerali preziosi, di petrolio e produzioni industriali. Lavoro ce n’e’ per tutti, la disoccupazione e’ attualmente ai minimi storici ed e’ molto piu’ bassa che in Italia, e persino Stati Uniti…
I Messicani non sono poveri, lo sono le minoranze etniche, ovvero i pochi indigeni sopravvissuti che vengono sottopagati e sfruttati, come in ogni paese del “primo mondo”.
Quelli che passano il confine, rischiando la pelle come “illegales” , per andare a lavorare negli Stati Uniti, non lo fanno perche’ altrimenti morirebbero di fame, ma perche’ con quello che guadagnano in un mese al “otro lado” in dollari, mantengono la loro numerosa famiglia per un anno e, dopo qualche anno, se non sperperano in alchool e vizi, tornano in patria e si costruiscono la casa o mettono su un’impresa.

messico iguanaAltro mito da prendere con le pinze: il Messico e’ pericoloso
Non dico non lo sia… ma lo e’ quanto se non meno molte citta’ Americane ed Europee…
Certo, se si gira soli, di notte, vestiti in modo appariscente, magari con costoso smartphone o macchina fotografica digitale in bella vista, in alcuni quartieri malfamati di Citta’ del Messico, o Guadalajara, puo’ capitarti che ti rapinino. Ma, sinceramente, succede la stessa cosa in certi quartieri di Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova. A me personalmente qui in Messico da 3 anni non e’ ancora successo niente, ho persino dimenticato la mia macchina fotografica, con carte di credito e cellulare in un ristorante e li ho ritrovati… viaggio tranquillamente in metropolitana e sui mezzi pubblici, anche quando vado a Citta’ del Messico (con i suoi 25 milioni di abitanti…)  dove trovo persino scompartimenti riservati alle donne per evitare molestie… e dove poliziotte donne regolano salita e discesa per evitare sgradevoli spintoni e sovrafollamenti.
Poi, se ficchi il naso o ti metti in affari sporchi o hai a che fare con traffici illeciti, be’… te le vai proprio a cercare! Ed una cosa e’ certa e non e’ un luogo comune: i narcos esistono e non hanno scrupoli.
Come la camorra o l’andrangheta in Italia.

Poi ci sono i luoghi comuni al contrario… ovvero che in Messico sia tutto lecito, che basti allungare qualche dollaro di mancia per ottenere qualsiasi cosa. Che si possa vivere da nababbi con “pochi euri”…
Niente di piu’ falso: bisogna rimboccarsi le maniche come in qualsiasi altro Paese e la burocrazia e’ a volte snervante, si puo’ vivere discretamente con una pensione Italiana, grazie al cambio favorevole, ma in alcune zone molto turistiche, tipo Riviera Maia, Los Cabos, alcune spiagge del Pacifico, ornai la vita costa quasi come da noi.
Mentre nei luoghi meno battuti si trova ancora una casa di 3 locali in affitto a 200 euro al mese, un pasto al ristorante costa 8 euro, un taxi in citta’ per un percorso medio 3 euro.

Che i Messicani siano pigri, e facciano lunghissime “siestas” e’ poi davvero una leggenda metropolitana: lavorano piu’ di noi, alcuni fanno doppio o triplo lavoro, fanno pochissime vacanze… magari poi hanno poca attenzione al dettaglio e non eccelleno nello zelo…. ma e’ piu’ per pigrizia mentale che fisica.

Quindi, se intendete emigrare o visitare il Messico, abbandonate tutti i luoghi comuni, che in valigia non c’e’ spazio per loro.

La mia vita in un’ APP…anzi, molte APP!

Uno dei problemi che tutti affrontiamo qui in India è il Tempo. Ovvero, il Tempo non ha Tempo. Ancora non sono riuscita a capire, dopo quasi tre anni, se il Tempo si è fermato o vola così velocemente da non riuscire a rendersi conto che è effettivamente trascorso. Avendo un lavoro a tempo pieno, di cui spero di parlarvi non appena il Tempo me ne darà la possibilità, la mia vita si è, nuovamente, completamente stravolta. Dopo quasi un anno in cui il lavoro non era così fisso, mi ero abituata a fare la spesa ad ogni ora, alzarmi con calma, fare un’abbondante colazione, belle passeggiate nel parco vicino, gestire tutti gli eventuali appuntamenti con dottori, parrucchiere, amici e via dicendo in piena autonomia, non mancando alcuno degli incontri o delle cene o delle serata al club…insomm bella vita.

Poi arriva la proposta di lavoro e tu l’accetti tutta felice perchè ti servono i soldi, perchè lavorare di nuovo è una figata, perchè ti piace quella sensazione che avevi quasi dimenticato di recarti in ufficio, avere dei colleghi, mangiare insieme….

Poi smetti di fare la passeggiata la mattina, ti fai un caffè al volo, torni la sera alle 8 stanca morta e non hai voglia di andare al mercato a piedi nell’unico negozio dove vendono la lattuga (che qui in India è un lusso quasi) ed allora ordini cinese al ristorante SUSANNA APP 1accanto sperando che capiscano che cosa vuoi ordinare perchè tra il mio hindi ed il loro non so chi sta messo peggio, scombussolando ancora di più il tuo già poco stabile stomaco.


Poi un giorno scopri le APP, applications, queste sconosciute….e la tua vita cambia con un tasto di cellulare. Perchè in India magari non hai i soldi per comprare da mangiare o guidi un rickshaw da mne a sera ma il cellulare ce l’hanno tutti.

Il primo anno scopri l’app per il taxi e allora ringrazi Shiva & co. che non devi più litigare alle 2 di notte con l’autowala che ti chiede il triplo della tariffa mentre le tue chiappe gelano nel freddo indiano (si, anche a Delhi fa freddo) o si sciolgono d’estate con 50°. Ola Cab, Uber, Meru, Taxi For Sure…quante ne vuoi, fanno a gara a chi offre di più, puoi scegliere se avere un taxi tutto per te o in sharing e allora paghi anche ¼ della tariffa piena. Per non parlare del fatto che hai tutti i dettagli dell’autista e del veicolo e la tracciabilità dello stesso che in una città particolare come Delhi non dispiace affatto.

Il secondo anno scopri l’App per la METRO, che non solo ti indica le linee, che qui sono tante, ma ti segnala, costo, tempi di percorrenza, numero di fermate, eventuali cambi, le stazioni più vicine alla tua posizione gps ed allora ti senti più sicura e nonSUSANNA APP 2 prendi più sempre il benedetto auto per restare imbottigliata nel traffico 2 ore e
spendere quanto un rene perchè la metro di Delhi è veloce, supereconomica, climatizzata, pulita e….ha il vagone riservato alle donne per evitale spiacevoli incontri ravvicinati considerando che siamo quasi 20 milioni.

Il terzo anno c’è la svolta….. l’app per i vestiti, per il take away (diverso dal chiamare un qualsiasi ristorante perchè fa una selezione di pietanze diverse e le prende in consegna da più esercenti, consentendo di spendere anche meno di 100 rupie invece che 400/500), l’app per scarpe, per il cibo, il pane, il pesce ed il pollo che non hai mai osato comprare perchè non sai neanche dove stanno le macellerie o le pescherie! Ed allora sei contenta che, al rientro dal lavoro, non devi neanche più andare al mercato della verdura a piedi per mangiare una sana insalata mediterranea….ritorni a fare la tua passeggiata perchè tanto sai che in ufficio ti verrà consegnato ogni singolo pezzo che hai ordinato, con uno sconto megagalattico con cui mangi per altri due giorni e ti chiedi…come hai fatto a vivere senza app per i 37 anni precedenti??

Ora io non lo so quale sia il terzo o il quarto mondo, ma so che qui in India, almeno a Delhi, la tecnologia aiuta moltissimo chi come me ha un lavoro a tempo pieno e non vive con la famiglia per cui il piatto pronto a tavola quando torno non c’è, ma sono contenta che il progresso in questo caso aumenti la qualità della vita regalandomi quel Tempo che non ho e che fa la differenza.

Carnevale INCA: carnevale che vai bevanda che trovi

Il Perù e un paese  grande, per cui le usanze sono diverse a seconda della regione, ma ovunque il carnevale è una festa ben amatainca clothing da tutti .

Qui nella regione del Cusco,  la terra dei famosi Inca,  la festa dura quasi una settimana. Ci sono sfilate in costume, carri, musica fino alle 4 del mattino, ballo e molta frutillada e chicha. Più o meno come a casa mia, Trieste, solo che i costumi qui sono i costumi tradizionali delle comunità, niente mickey mouse, pockemon o cars per capirci, bensì i tipici vestiti da festa delle comunità di montagna locali, che sono appunto quelle che sfilano nei paesetti e nella città. E poi questa bibita speciale, di color rosa o anche giallastra, che si serve in bicchieroni di vetro,  bicchieroni da litro, serviti in case private che si riconoscono per un  palo di legno che spicca fuori dalla porta, all’altezza della tua testa, e con all’estremità sistemate due borse di plastica, una rossa e una bianca.

La domenica di carnevale sono entrata in uno di questi posti…sembrano delle vecchie cantine, un po’ scure, un po’ con forte odore d’alcol, fai due scalini e stai in questo spazio…una specie di osmizza triestina, circondata da gente locale, nonni e nonne, ciascuno con il suo bicchierone extra large.

Hernan è di questo paese, quindi mi  fece entrare e ordinò una super bibita rosa anche per me. Di solito non mi fido a bere le cose locali, però questo carnevale Inca mi ha ricordato molto il carnevale di casa mia e  mi fa sentire  “local” nella Valle Sacra degli Inca, così come sono local sul Carso triestino, dove beviamo un buon vino nelle osmizze. Perciò sentendomi  tranquilla bevvi la mia super frutillada: un litro di mais fermentato mescolato con frullato di fragola. Tutte le persone in questo posto hanno ciascuna il suo bicchierone di bibita rosa o gialla. La bevanda gialla è mais fermentato puro, quella rosa  è la stessa ma mescolato con fragola. E’ una  bibita  dal sapore un po’ forte e alla fine la metà della mia l’ ho fatta bere a Hernan. Una volta che i due bicchieri sono rimasti vuoti ci siamo rimessi  in piedi, per tornare alla festa in piazza. Hmm…mi gira un po’ la testa ma   è carnevale, va bene stare un po allegri. Divenni  molto socievole quella domenica, parlai  con tutti e mi misi nei posti piu hippie –Barbara al caminodove normalmente non mi metto- e quasi rimasi fino a chiusura  dentro il  locale degli hippie. Quando arrivò la notte però, non mi sentii molto  bene, il mio stomaco era in subbuglio. Passarono i giorni ma  non migliorai. Sono contraria alle medicine non naturali, così decisi  di visitare un amico curandero.

Amica mia, cosa hai mangiato o bevuto in questo giorni? Mi chiese.

Molto rilassata, raccontai che avevo  provato la Frutillada.

Aham, esclama Oscar, il curandero.

Ma come ti è venuto in mente, non sai che anche  molti locali si ammalano dopo aver bevuto la frutillada?

Risposi che non ne avevo idea,  mi sentivo come a casa, e se questa era la bevanda del carnevale Inca, allora la dovevo provare. Mi disse che questa non è cosa da curandero, dovevo  andare alla farmacia a prendere delle pastiglie e che sono stata molto incosciente ad azzardarmi a bere la famosa frutillada, perchè può essere molto pericolosa, soprattutto una domenica di carnevale e per uno stomaco non peruviano – e io peruviana non  sono!.

Adesso è passata  una settimana dalla magica bevanda. Le medicine mi hanno rimesso a posto :-), posso finalmente mangiarmi un bel piatto di spaghetti al pomodoro e basilico, slurp slurp!

dalila

Quando un’idea ti porta lontano…

Fin da piccola ho sempre avuto una sola idea in mente per il mio futuro: avrei lavorato a contatto con il mare, viaggiando.

A 8 anni volevo diventare biologa marina, poi ho cambiato idea e pensavo di  entrare in marina militare, successivamente, a 14 anni, sono entrata in casa un pomeriggio dopo scuola urlando: “mamma, andrò al nautico!”“Al nautico? Per  fare che?

Il Capitano!” E così sono andata al Nautico, a Livorno, 40 km da casa mia, tutte le mattine, col treno, una faticaccia, ma lo volevo fare. Volevo governare le navi.

Alla fine  comunque non ho fatto niente delle cose elencate e dopo le superiori sono rimasta un anno ferma correndo  dietro ad un’ opportunità di lavoro o l’altra mentre già stavo già capendo che in Italia la situazione lavorativa non era affrontabile. Ero anche fidanzatissima (lo ero da 3 anni) e perciò non volevo andare via per lungo tempo senza alcuna sicurezza, rischiando di mandare a rotoli tutto.

Quell’anno lì, però, fu snervante: niente  lavoro, niente soldi, giusto il diploma in mano, cosa ne avrei fatto della  mia vita?

Ho deciso così di andare all’università, scegliendo la facoltà che più si avvicinasse al percorso di studi già affrontato: Economia e Legislazione dei Sistemi Logistici sotto economia, con sede a Livorno. In questa facoltà s’impara soprattutto come gestire i traffici merci specialmente nel settore marittimo quindi una volta laureata, sarei potuta andare a lavorare con le navi e quindi a contatto con il mare, ero apposto.

Andare all’università è stata una fortuna, mi ha fatto capire che la mia non conoscenza delle lingue e la mentalità del datore di lavoro italiano non mi andavano giù e così decisi che almeno per un pochino era meglio cambiare aria dopo la laurea, al massimo un anno, giusto per vedere altre cose. I miei genitori erano d’accordo, il  mio fidanzato no e quindi nulla, adesso sono single.

Arrivata al momento di decidere perché prossima alla laurea, sono andata nel caos più totale: Dove vado? Per quanto? A fare che? Ma i soldi? Ma la lingua? Ne sarò capace?

Stavo già pensando a Rotterdam come una delle prime mete, dato che c’è il porto più grande d’Europa, ma non potevo presentarmi in qualche ufficio del porto e dire: “ehi, mi sono appena laureata, ho fatto uno stage in una multinazionale per un mese ma ho un’ esperienza pari a  zero, parlo poco inglese, per niente olandese… mi prendete al lavoro?

Quindi, a malincuore, accantonai l’idea di Rotterdam e, ragionandoci su, con la consapevolezza che sarei dovuta partire facendo qualcosa che non mi facesse spendere milioni di euro già solo per cominciare, la cui  destinazione geografica fosse vicina perché “non si sa mai”, decisi  che la cosa migliore da fare sarebbe stata andare come au pair in Inghilterra, in Irlanda o in Olanda.

Non sapendo scegliere, cominciai  la ricerca di una famiglia su un sito specifico sapendo che qualsiasi posto sarebbe andato bene, tanto sarebbe stato per cominciare e poi avrei puntato dritto su  Rotterdam.

Poi  il caso ha voluto che  trovassi  proprio una famiglia di Rotterdam che cercava un au pair disponibile a partire nel giro di un mese. Ci scrivemmo per e-mail, facemmo delle video-chiamate su skype con un inglese un po’gesticolato e, in nemmeno due settimane, avevo trovato lavoro per almeno un anno nella città in cui, comunque, sarei voluta andare. Era il 3 dicembre 2015 e sono partita il 4 gennaio 2016 per l’Olanda.. è stato semplicemente fantastico! Una serie di coincidenze a cui ancora non credo!

Adesso sono qui e a breve comincerò a guardarmi intorno per vedere dov’è che potrò andare a lavorare o a studiare.. o entrambe le cose: un passo alla volta riuscirò a fare tutto!