Berlino-Alexanderplatz

Non fate arrabbiare i Berlinesi

 

Quando si vive in una grande città come Berlino ci si inizia a sentire a casa anche quando si prendono le abitudini dei suoi cittadini. Un po’ come quando ero a Venezia, e come i Veneziani camminavo tra i turisti a passo di marcia, facendomi largo tra loro sbuffando.

Per i Veneziani i mezzi di trasporto più veloci sono i propri piedi e i vaporetti, ed è proprio lì che finiscono per innervosirsi più facilmente quando sono di fretta. I Berlinesi invece si muovono in bici o con i mezzi pubblici, sì, anche le auto non mancano a Berlino, ma il traffico si sa, innervosisce tutti, non è una peculiarità dei tedeschi.
Berlino-ciclisti-berlinesiSe volete fare davvero arrabbiare un Berlinese, camminate sulle piste ciclabili, possibilmente a braccetto o in gruppo, e lì sì che sentirete loro tirar fuori il peggio di sé. Va detto che per chi non è abituato a vivere in una città con così tante piste ciclabili, è normale non farci caso, e quindi mi trovo spesso a provare compassione per i poveri turisti insultati e scampanellati da i folli, velocissimi ciclisti Berlinesi.
Devo ammettere, per natura sono piuttosto pigra, e adoro i mezzi pubblici, a Berlino sono così capillari, efficienti e puntuali che difficilmente rinuncio alla mia Monatskarte (l’abbonamento mensile che permette di muoversi su tutti i mezzi di trasporto, dal tram alla S-Bahn, dai bus alla metropolitana, e c’è pure un Ferry), abbonamento che però costa 81€ al mese, e quindi con l’arrivo della bella stagione combatto contro la mia pigrizia e tiro fuori il mio bellissimo bolide impolverato dalla cantina.
Ed è proprio a cavallo delle mie due ruote che mi trasformo, divento anch’io uno di quei folli ciclisti (nel mio caso non così veloce come quelli sopracitati) che scampanella ai poveri malcapitati che all’uscita della metropolitana si trovano loro malgrado a camminare sulla pista ciclabile. Sì perché in alcuni punti sono segnalate molto bene, con una pavimentazione rossa, o si trovano direttamente sul manto stradale, ma a volte si trovano sul marciapiede, separate solamente da una striscia bianca, che può trarre in inganno i non esperti in materia.

Al secondo posto troviamo : le scale mobili! Lasciate che vi spieghi; ci sono stazioni della metropolitana labirintiche, come quella di Alxanderplatz, nodi in cui si trovano fino a tre diverse linee della U-Bahn (metropolitana) e altrettante della S-Bahn (treni di superficie), muoversi al loro interno prevede una conoscenza profonda del luogo e non poca agilità. Le distanze tra una linea e l’altra posso essere piuttosto lunghe, ed è qui che entrano in gioco le amatissime e fedeli scale mobili! Ecco, diciamo che i berlinesi Berlino-Lisahanno un approccio un po’ diverso dal nostro rispetto a questo mezzo di trasporto. Noi praticamente sveniamo appena mettiamo piede su una scala mobile, ci immobilizziamo, come al mare quando si fa il morto e ci si fa trasportare dalla corrente, di certo non lo consideriamo un mezzo per renderci più veloci, ma un mezzo per assecondare il nostro spirito di amebe, piuttosto che affrontare 20 scalini in più. Per loro invece sulle scale mobili si corre, certo, anche alcuni di loro si fanno dolcemente cullare, rimanendo immobili fino a destinazione, ma queste a queste creature è premesso di incagliarsi esclusivamente a destra, la parte sinistra della scala deve essere libera, per i centometristi, che corrono disperati per raggiungere il treno che sta per partire.
La cosa che mi diverte di più in tutto ciò, è che queste corse disperate avvengono per prendere treni che passano ogni 5, massimo 10 minuti. Cioè, vogliamo parlarne? Io che ho fatto la pendolare per 6 anni tra Padova e Venezia con il servizio di Trenitalia, quando ho visto per la prima volta i berlinesi lanciarsi dentro alle porte della S-Bahn mentre si chiudeva, con la stessa agilità del protagonista di Matrix, per poi scoprire che avrebbe potuto aspettare il treno successivo che sarebbe arrivato nel giro di 3 minuti, sono rimasta allibita. Ma come ho detto in precedenza, vivere in una città significa prenderne le abitudini, e quindi mi trovo anch’io a correre sulle scale mobili, battendo i piedi più forte se vedo che qualcuno “osa” sostare sul lato sinistro della scala, per far sentire il mio arrivo e sperando questo basti a farlo desistere e rientrare nella corsia dei cullati dalla marea. A volte purtroppo questo non basta, e bisogna sfoggiare nell’ordine : schiarimento di voce, “Entschuldigung” e infine un più internazionale e meglio comprensibile “Sorry”.

Berlino-berlinesi

 

 

Ecco, se vi capiterà di passare per Berlino non dite che non vi avevo avvertiti quando un ciclista vi suonerà o un centometrista vi batterà sulla spalla per farsi strada sulla scala mobile, provare per credere 😉

Tschüß e alla prossima!

 

 

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Ritratti da Madrid e dal Mondo

I miei “Ritratti” hanno iniziato a prender forma a poco a poco, più di un anno fa, quasi mai al pianoforte ma sempre con la musica in mente. In metro, per lacristina-cavalli strada, osservando lo scorrere delle immagini di certi pittori che mi hanno sempre comunicato qualcosa di molto particolare e in qualche modo intimo: in ogni volto dipinto non può non  esserci un po’ di quello di chi lo ritrae.

Lentamente, si sono delineate nei miei pensieri delle atmosfere, dei tratti, i punti hanno iniziato ad unirsi tra loro, con un perché… così  si è formata la rosa dei Ritratti che ho voluto dipingere per mezzo dei suoni nel mio ultimo lavoro discografico.

Ritratti di qualcuno, come quello di Poulenc dedicato a Edith Piaf, gioielli  come la Pavane pour une infante défunte di Ravel, dediche a un ideale oltre che a una persona, come la Sonata di Janacek, dedicata all’operaio ucciso durante le contestazioni all’Università di Brno, pervasa dal presentimento di qualcosa di enorme, terribile e inevitabile. O ancora, gli omaggi a quattro importanti personalità americane dei Preludi Americani Di Ginastera, e i paesaggi e le atmosfere dell’Argentina evocate da Carlos Guastavino.

Volti e luoghi accomunati da un tratto comune: l’intensità, che è anche un lato importante, imprescindibile, del mio carattere.

Ad un certo punto ho iniziato a pensare ai ritratti come a qualcosa di più ampio, in movimento… e così è nata l’idea di farli muovere per davvero! Da molti anni oltre all’attività concertistica tradizionalmente intesa porto avanti collaborazioni con altri mondi, ugualmente affascinanti, e passeggiandoci dentro ho sperimentato il crossover e la commistione tra le arti.

Così, insieme con altri artisti come Alessandro Mercurio e Ursula Caporali, daremo vita a ritratti multidisciplinari, nuovi, in movimento. Per sostenere questo progetto ho lanciato una campagna di crowdfunding su Indiegogo.com, e spero che tante persone decidano di avere loro stesse una piccola parte in questo progetto sostenendoci e dando anche solo un piccolo contributo (lo si può fare e partire dai 3 dollari).

Questo è il link della campagna su indiegogo:  https://igg.me/at/ritratti

Se potete sosteneteci anche con un contributo piccolissimo, e condividete il progetto affinché più persone possibile possano conoscerlo! Grazie di cuore!

ritratti

PhD Graduation

20 anni in accademia: Vi racconto il mio lavoro

Sono trascorse molte settimane dal mio ultimo post. In questo periodo ho spesso voluto scrivere su vari argomenti, ma non ci sono mai riuscita. La ragione principale sono i numerosi impegni di lavoro che mi hanno tenuta sotto pressione per diversi mesi. Una parte di questo post l’ho scritta dal mio ufficio una domenica pomeriggio, un’altra da casa mia a Sheffield una mattina presto mentre aspettavo di collegarmi via Skype con dei colleghi lontani. La terza l’ho scritta in un’anonima stanza d’albergo, vicino ad un anonimo aeroporto come pausa tra finire una presentazione che dovevo fare all’ indomani e rispondere ad email ignorate troppo a lungo. Finalmente, completo il post in Italia durante qualche giorno passato in compagnia di mia mamma e lavorando remotamente. Le circostanze che hanno dato origine al post sono significative, perché rappresentano bene tipiche e frequenti situazioni della mia vita professionale.

Si parla spesso di ricercatori e di accademia, dei cosiddetti (orribilmente etichettati) “cervelli in fuga”, e degli annosi problemi dell’Università italiana. Mi ha colpita l’episodio della ministra Giannini che ha postato su FB le sue congratulazioni per tutti gli italiani vincitori di finanziamenti ERC (una delle borse di finanziamento Europeo più ambite e difficili da ottenere), e la risposta datale da una prof italiana in Olanda (Francesca D’Alessandro) che l’ha accusata di essersi appropriata di successi che sì sono stati conquistati da persone italiane, ma grazie al supporto delle università in altri paesi dove lavorano. Ne sono seguiti vari titoloni sui giornali online con varie storie aggiuntive sulle brillanti menti italiane costrette a scappare all’estero, storie di nepotismo e bullismo accademico, e persino uno speciale (su La Repubblica) dedicato ai ricercatori ERC italiani sia in Italia che all’estero.

PhD Graduation

La mia PhD Graduation, Settembre 2004

Da accademica e ricercatrice che fa questo lavoro da vent’anni, mi sento sempre un po’ confusa quando il mio ambiente lavorativo viene discusso dai media italiani. Prima di tutto mi sembra che vengano fatte quasi sempre delle generalizzazioni veramente estreme (ad esempio la storia di un “cervello in fuga” poi rapidamente diventato capo galattico da qualche parte “all’estero”), mentre un interesse vero per la scienza e la ricerca da parte dei media (e, probabilmente, del pubblico) secondo me non c’è. In UK, ad esempio, è molto frequente vedere programmi televisivi in prima serata dedicati a temi scientifici (con accademici diventati divulgatori molto popolari, come il fisico Brian Cox, lo studioso di salute pubblica Hans Rosling, e le storiche Mary Beard e Amanda Foreman). In Italia se togliamo il benemerito “Superquark” non rimane poi molto.

Ma, a parte i problemi dei giovani ricercatori che si avviano alla carriera accademica, cosa si sa poi della nostra vita e del nostro lavoro? Forse a un certo punto diventiamo tutti “baroni” privilegiati e senza più problemi, pronti a perpetuare il ciclo dei giovani ricercatori sfruttati? La realtà è abbastanza diversa.

La mia esperienza professionale si è svolta principalmente in tre paesi (l’Italia, l’Irlanda e l’UK), con esperienze in molte altre nazioni europee ed extraeuropee con cui collaboro. L’ etichetta del “cervello in fuga”  non me la sono mai riconosciuta: non sono fuggita da nulla, né da scandali nepotistici, né da baronie e bullismi vari (che comunque accadono anche in paesi che non sono l’Italia. Gli sfruttatori non hanno nazionalità!). Semplicemente, avevo l’obiettivo iniziale di costruire una carriera accademica, volevo viaggiare, cercavo opportunità di ricerca in tutta Europa e in USA, me ne fu offerta una in Irlanda e così ho iniziato a lavorare in un laboratorio irlandese dove poi ho anche proseguito i miei studi e ottenuto il PhD. In quel laboratorio c’erano colleghi irlandesi, ma anche svedesi, danesi, americani, indiani, brasiliani e più chi ha più ne metta. Questa è una realtà abbastanza normale in un gruppo di ricerca di buon livello. Il mondo accademico è un mondo necessariamente internazionale e molto competitivo. Per lavorare ad alti livelli è praticamente obbligatorio trascorrere almeno un periodo in un paese diverso dal proprio, ed è molto comune che un ricercatore o ricercatrice cerchino lavoro su una scala internazionale, anche se non obbligati alla “ fuga” da altri fattori. Conosco messicani che lavorano in Danimarca, danesi che lavorano negli USA, brasiliani che hanno studiato in Irlanda e ora lavorano in Austria, inglesi che hanno lavorato in Francia e in India, tanto per fare pochi esempi.

Riunione

Tipica riunione di programma: gente più di 30 nazionalità stipata in una sala riunioni senza finestre

Cosa succede dopo le fasi iniziali, quando si è ormai parte del mondo accademico, soprattutto se donna e se in un paese che non è quello della tua nascita? Prendo questo post come l’occasione per una riflessione personale (basata sulla mia esperienza, ovviamente) su alcuni aspetti per me molto importanti.

  • Lavoriamo praticamente sempre: uno dei motivi per cui si fa ricerca è la curiosità – l’entusiasmo di esplorare un campo che ci interessa. Ci sono molte grandi soddisfazioni quando vediamo finalmente un risultato, ma per arrivare a quel risultato il percorso non e facile ed è fatto di lavoro costante e spesso frustrante. Lo stile di vita dei ricercatori accademici è per natura “all-consuming”. Alla ricerca aggiungete le responsabilità di insegnamento e di amministrazione. Chi fa questo lavoro lo fa per il 100% del tempo, anche se godiamo di flessibilità e libertà che molti altri lavori non danno. Se necessario, lavoriamo i weekend, la notte, durante le vacanze. Durante l’anno, mi capiteranno 3-4 finesettimana in tutto dove non lavoro affatto. Normalmente preferisco prendermi il sabato libero e lavorare almeno un po’ di domenica. Se c’è una scadenza all’orizzonte, il finesettimana di riposo -chiaramente – non esiste. Se sono in vacanza, c’è l’eterno dilemma se controllare l’email di lavoro almeno una volta ogni due giorni o se affrontare le centinaia di richieste tutte insieme una volta tornati in ufficio e sentirsi soffocare dal compito. Questo dilemma non ha soluzione! È molto facile esagerare con i ritmi e, nei casi peggiori, c’è chi soffre di “burn-out”, esaurimento da troppo lavoro. Visto che quello che si produce e’ quasi sempre intangibile, il rischio e’ cercare di fare troppe cose per rendere il risultato più visibile e forte. Nonostante questi rischi li conosciamo tutti, pochi di noi sono capaci di gestire meglio il carico di lavoro. È molto frequente per chi si trasferisce in un altro paese, finire a lavorare solamente e non costruire nuove amicizie e attività fuori dal lavoro. Può essere un’esperienza molto solitaria e sfiancante.
  • Competizione elevatissima: Io ho ottenuto il mio primo lavoro a tempo indeterminato dopo 13 anni di precariato, e so bene che non tutti hanno avuto la mia fortuna. Avere un lavoro a tempo indeterminato ha comunque richiesto due anni di ricerche e colloqui, ed un altro trasloco internazionale, lasciare amici, vendere casa e preoccuparsi per il futuro del mio compagno (visto che anche lui ha dovuto cercare un altro lavoro ed emigrare con me). La competizione è feroce (e in campi umanistici dove i finanziamenti a disposizione per personale e progetti sono storicamente più bassi lo è ancora di più). Quando finalmente si ottiene una posizione, la competizione prosegue nel riuscire a pubblicare (le riviste e conferenze migliori accettano di solito una piccola fetta di contributi eccellenti) e ottenere finanziamenti (l’araba fenice del mondo accademico!).  Questa competizione non è solo dovuta a un desiderio di successo personale: spesso abbiamo interi gruppi di persone che dipendono da noi (dottorandi, ricercatori junior, etc.) e dalla nostra abilità nel produrre risultati. Le università sempre più spesso pongono degli obiettivi di “produttività” molto ambiziosi e spesso impossibili da raggiungere (solo un paio di anni fa uno stimato professore all’Imperial College di Londra, Stefan Grimm, si è tolto la vita perché depresso, tra l’altro, a causa della pressione professionale). È una responsabilità molto pesante, ed i successi sono sempre una proporzione molto piccola rispetto ai tentativi. L’altra faccia della medaglia è, appunto, avere a che fare con molti e costanti rifiuti – una cosa che (nonostante ci si faccia l’abitudine) non è mai particolarmente piacevole o facile da digerire. Alcuni colleghi hanno varie e proprie strategie per proteggersi dal colpo che un rifiuto particolarmente duro può causare (immaginate ricevere commenti molto duri su qualcosa che avete impiegato mesi per realizzare, con cura e impegno, e da cui può dipendere il futuro delle persone che lavorano con voi).
  • “Impostor Syndrome”: in un campo professionale che si ciba di idee originali e’ molto facile sentirsi degli imbroglioni che sono meno intelligenti/abili/bravi degli altri. Questa percezione di sé “al ribasso” che vede una persona sminuire i propri successi e le proprie conquiste è chiamata “sindrome dell’impostore” ed è molto comune. È un problema che ci riguarda un po’ tutti, ma che è particolarmente delicato per i giovani ricercatori o studenti che possono sentirsi scoraggiati o inadeguati a proseguire con il loro lavoro. Come loro manager, devo essere sempre attenta a dare loro incoraggiamento e non solo suggerimenti per migliorare quello che fanno. Il problema dell’ impostor syndrome sembra essere ancora più comune per le donne, che culturalmente (purtroppo) sono spesso spinte a inseguire ideali di perfezione, e che tendono a sottovalutare i propri successi. Molte università (inclusa la mia) hanno stabilito programmi di “mentoring” per le accademiche proprio nel tentativo di evitare che si sminuiscano e limitino da sole. Molte università offrono anche servizi di counselling, visto che l’aumento di problemi di salute mentale in accademia è decisamente preoccupante.
  • Conciliare lavoro e vita privata: per i motivi di cui ho scritto sopra, spesso si creano tensioni nel riuscire a bilanciare il lavoro con la vita privata, soprattutto se si ha una famiglia. Molte mie colleghe hanno compagni o compagne che sono nel campo accademico, e che quindi affrontano problemi simili. Per fortuna, la flessibilità del lavoro da questo punto di vista aiuta molto. Se però si hanno partner con carriere in altri campi può diventare un po’ più difficile. Ad esempio, per definizione il campo è internazionale e si viaggia abbastanza, il che pone difficoltà per chi ha figli, sia insieme a un partner che da single. Il mio ambito di ricerca da questo punto di vista è molto generoso: ad alcune conferenze a cui ho recentemente partecipato c’era la possibilità di portare i figli e di usufruire di childcare in condivisione. Un collega ha portato con sé sua figlia di sette anni e lei è venuta insieme a lui a quasi tutte le sessioni della conferenza, leggendo libri, o giocando tranquillamente con gli altri due bambini che erano lì e il collega che faceva loro compagnia. Vedere che la mia comunità di colleghi è disponibile a supportare la vita familiare dei membri è stata una cosa che mi ha reso molto felice. Per fortuna nella mia comunità ho avuto sempre esperienze molto positive riguardo la parità di genere e il rispetto delle diversità. Non so se sono stata solo fortunata, ma riconosco che grazie a questo non ho dovuto combattere contro difficoltà che esistono per le donne in vari ambienti professionali e che si aggiungono a quelle di fare un lavoro già da sé molto competitivo.
  • Cittadini del mondo: vista la natura del nostro lavoro, non è sufficiente adattarsi al paese dove si vive e si lavora (che, appunto, spesso non è quello dove si è nati), ma si deve essere pronti ad “immergersi” ovunque, sia per partecipare ad eventi e collaborare con colleghi da altri paesi e culture, che per lavorare con studenti di ogni nazionalità nella propria università. L’attenzione e il rispetto per le diversità culturali, religiose, etniche e personali sono aspetti cruciali della nostra formazione professionale e della nostra capacità di far bene questo lavoro. Il privilegio che abbiamo dell’essere a contatto costante con tante culture e persone diverse, richiede attenzione nel rispettare ed accogliere tutte queste diversità ed i vari problemi di integrazione e comunicazione che possono comportare.
Viaggio San Francisco

Una delle cose che mi regala il mio lavoro: viaggiare! San Francisco, Febbraio 2016

Dopo tanti anni e tanto lavoro sono ancora molto felice della mia scelta, ma è anche vero che questo può essere un campo difficile e sfiancante. So benissimo che, nonostante le difficoltà che comunque si trovano in ogni ambito lavorativo, il mio è un lavoro privilegiato: ho la possibilità di seguire i miei interessi, di trasformali in un tema professionale, e di esplorare e conoscere tanti luoghi del mondo e i loro abitanti. La soddisfazione maggiore è comunque vedere tanti studenti e collaboratori divenire esperti nel loro campo, imparare da loro e festeggiarli quando raggiungono i propri successi. Solo questo mi incoraggia a proseguire per i prossimi vent’anni.

tempo-lucciole-romanzo

“Il tempo delle lucciole”: un romanzo di formazione dolce e amaro che racconta la vita delle donne nella prima metà del Novecento

emma-tetti-letture-libriLeggere libri … per ricordarci la nostra storia e la nostra identità e renderci ancora più ricettivi alla cultura della differenza.


 

“Il tempo delle lucciole” è un romanzo di Francesca Gnemmi, edito da Sileni nel 2015.

C’era una volta una bambina che, nottetempo, camminava fra stelle alate le quali si rincorrevano innamorate e, corteggiandosi, splendevano ancora di più, disegnando nel cielo scuro inedite costellazioni.

Potrebbe esordire come una fiaba, il bel romanzo di Francesca Gnemmi, intitolato “Il tempo delle lucciole”, che racconta di un passato non troppo lontano, ossia degli anni della prima metà del secolo scorso, con una tenerezza che profuma di pane, sapone e purezza d’animo.

Erano anni dolci, in cui le famiglie si riunivano in cucina per impastare crostate e sogni pudichi; per cucire corredi e speranze; per leggere un libro su terre lontane otempo-lucciole-libro scrivere una lettera a chi è tanto vicino al cuore; per sorridere dell’euforia dei bambini e ascoltare le memorie degli anziani.

Erano anni amari, in cui si salutavano i giovani in partenza per il fronte e si guardavano per anni le sedie rimaste vuote; si affrontava la povertà senza perdere la voglia di concedersi un ballo; non si sfoggiavano abiti da sposa sontuosi, ma i baci scambiati di nascosto facevano sciogliere il cuore nel latte e nel miele; l’autorità paterna era legge tirannica e la forza delle donne stava nel sopportare senza cedere.

La protagonista  è Emma, che conosciamo bambina e salutiamo donna, in un iter di formazione intenso, accompagnato dagli stravolgimenti della Storia italiana e da quelli di una famiglia costretta, per l’egoismo di un marito e padre disavvezzo al vero amore, a trasferirsi di città in città, sempre più a nord, fino alle fredde montagne che bucano un
cielo a volte grigio di oppressioni.

Il percorso itinerante, in aborti di nostalgia e parti di integrazione, è delineato in modo estremamente interessante: Emma e Bianca, sua madre, subendo altrui decisione, periodicamente si ritrovano alle prese con una vita da ricostruire dai cimeli estratti da una valigia di cartone e sangue.

L’amore per le proprie radici si fonde con il desiderio di nuova appartenenza, nell’apertura verso culture diverse che vengono introiettate e apprezzate, senza negare chi si è, ma accogliendo chi si diventa.

Gli altri personaggi, che intervengono nella narrazione, sono descritti con meticolosa precisione e credibilità, senza cadere nella facile trappola dello stereotipo che divide, in una dicotomia troppo romanzesca, i buoni dai cattivi e capitola, inevitabilmente, nel prevedibile lieto fine.

Un libro consigliato per rivivere un’epoca che ha, con le sue contraddizioni, dipinto il volto della nostra Italia e per comprendere la figura della donna nell’immaginario collettivo di allora, impastato di tradizione rurale e di ideali fascisti, e ammirare chi ha saputo, a suo modo, dire “no” e percorrere le strade della Storia che è anche la nostra.

 

Emma Fenu

 

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Pro e contro di New York

Cioè, ma ti rendi conto che vivi a New York!?” è una delle frasi che più mi sento dire da amici e parenti.

La percezione che forse si ha di New York è di una città favolosa, unica, perfetta… Il posto ideale dove vivere in pratica!

Beh, come potete immaginare, dopo due anni vissuti qui posso confermarvi che non è per niente così.

Mi voglio quindi cimentare in una lista delle 5 cose peggiori e migliori della città dal mio punto di vista, per darvi un’idea di cosa vuol davvero dire vivere qui, e magari tutto ciò potrà farvi vedere la città in maniera diversa, semmai dovesse capitarvi di venire a visitare la Grande mela.
Vi dirò che ho avuto difficoltà a trovare 5 cose negative, mentre avrei potuto elencarvene decine positive. Malgrado tutto, amo davvero la mia città.

Iniziamo dai positivi:

  1. Metro e bus 24/7:

Soprattutto se vivi a Manhattan, non ci si può proprio lamentare dei mezzi pubblici.
La metro sono abbastanza affollate di notte e con qualche accortezza, anche una donna sola può prenderla senza correre troppi rischi. Diciamo che mi è capitato varie volte di prendere il bus da sola alle 5 di mattina o la metro alle 2 di notte, ed arrivare sana e salva. In alternativa, Uber o i buoni vecchi cab vi saranno utili.

  1. Infinita scelta di ristoranti:

Dallo street food alle 3 stelle Michelin, New York offre ottimo cibo per ogni portafoglio praticamente in ogni zona della città. E’ facile trovare qualsiasi tipo di cucina, da rinomati chef ad acclamati chioschetti. Due volte l’anno la Restaurant Week dà la possibilità di pranzare per due al prezzo di uno in tanti ristoranti convenzionati e così si ha l’occasione di provare qualche posto nuovo altrimenti proibitivo.

  1. Parchi:

Vivendo a 10 minuti a Piedi da Central Park, non posso non decantarvi la bellezza di questa oasi di pace nel mezzo della città. Piste di ghiaccio in inverno, concerti e pic nic d’estate, opere di Shakespeare gratis ogni anno, corse in bicicletta ogni volta che se ne ha voglia, zoo. Central park offre quasi tutto quello che volete. Il Bronx e Brooklyn hanno due meravigliosi giardini botanici, e tutta la città è costellata di medio-piccoli parchi per ogni gusto.
Piccola curiosità, il parco più grande di New York non è Central Park, bensì Pelham Bay Park nel Bronx.

Central-Park

Pic nic a Central Park

Broadway

Le bellissime scenenografie di Broadway

  1. Broadway:

Come non citare la patria dei musical! Assistere ad uno spettacolo di Broadway è un’esperienza che consiglio a chiunque, anche a turisti che non masticano bene l’inglese. Dalla produzione, ai costumi, alle scenografie, l’eccellenza delle produzioni di Broadway vi lascerà senza parole.

  1. Il clima:

New York ha le stagioni. Dai -20 gradi ed il mezzo metro di neve, ai 40 soleggiati di Agosto, passando per gli alberi in fiore di Aprile e le foglie rosse e gialle dell’autunno. La città cambia faccia ogni mese con colori e profumi diversi, ed ogni volta è incantevole.
Se dovessi consigliare il momento migliore per visitarla, opterei per inizio Ottobre, Maggio o Dicembre (ma solo per l’atmosfera Natalizia)

E ora, ahimè, i negativi:

  1. Mancanza di un sistema efficiente di raccolta rifiuti:

Beh, detto da una Napoletana, forse può avere attendibilità. Non è tutto oro quello che vogliono farvi credere.
In generale, non esistono bidoni di raccolta rifiuti come quelli che siamo soliti vedere in Italia.
I condomini hanno dei grandi contenitori nel basement e a noi inquilini basta gettare il sacchetto nel pozzo, stesso dal nostro piano. Le case mono ed bifamiliari hanno dei piccoli bidoni fuori dalle proprie case. I negozi invece lasciano all’orario di chiusura i sacchi neri dei rifiuti sui marciapiedi. TUTTI i negozi fanno così. Vi lascio immaginare l’olezzo d’estate quando si passeggia la sera per strada. In pratica fino a notte fonda, quando cioè i camion passano a raccoglierli, si deve fare lo slalom tra i sacchi con il naso tappato.
A parte questo le strade di Manhattan sono relativamente pulite, mentre lo stesso non si può dire degli altri quartieri.

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Il carissimo West Village, Manhattan

  1. Affitti esorbitanti:

Per chi vive qui, è il costo che incide maggiormente. Naturalmente vivere a Manhattan può essere proibitivo per molti, a meno che non ci si adatti a vivere in un piccolo studio (quello che in Italia è definito monolocale) o a condividere.
La situazione cambia leggermente se ci si sposta in altri quartieri, anche se non è difficile trovare affitti esorbitanti a Dumbo (Brooklyn), che fanno decisamente concorrenza a Manhattan.
Il buon sistema di trasporti tuttavia, può rendere il commuting un’esperienza abbastanza fattibile.
Per darvi un’idea, il prezzo medio di un bilocale (1 Bedroom) a Manhattan, oscilla tra $2500 ai $4100 al mese. Se avete in mente di avere bimbi, aggiungete in media dai $1000 ai $1500 in più per una stanza aggiuntiva.

  1. Costo della vita:

Se uscire per una regolare e semplice cena a due può costare tranquillamente intorno ai $100, bisogna anche dire che gli stipendi sono proporzionati. Come dicevo più su, spostandosi da Manhattan anche il costo generale della vita diminuisce, anche se non di tantissimo.

Diventa quasi normale pagare $16 una pizza margherita (che io a Napoli pagavo 3€), $20 un cocktail, $2,50 ad arancia, $18 un biglietto del cinema… e potrei continuare all’infinito.
Non è quindi una sorpresa se molti americani con low income decidono di mangiare ai fast food.
Verdura, frutta, formaggi, diventano merce preziosa per molti e dai prezzi davvero proibitivi.

  1. Mancanza di un sistema sociale di supporto per persone con problemi mentali:

O come potremmo più semplicemente dire, è pieno di pazzi in giro. Il sistema sanitario in America è, come tutti sappiamo, in pratica inesistente. Se non hai un’azienda che ti copre le spese (meglio se una grande azienda), sei abbandonato a te stesso.
Sono numerosi gli home shelters che offrono riparo ai senza tetto, ma i programmi assistenziali e le cure sono nulli. Quindi non spaventatevi se ogni 5 metri c’è qualcuno che vagabonda ed urla cose strane, se sulla metro trovate senzatetto che dormono o che fanno comodamente pipì nel vagone davanti a tutti, se ogni tanto vi capita di sentire alla tv di qualcuno che ha dato di matto. Questa è l’America, per chi è meno fortunato di noi.

  1. Il caos:

New York è rumorosa!! Cantieri ogni 100 metri, volanti della polizia, ambulanze o camion dei vigili del fuoco che strombazzano sempre, le vostre orecchie non troveranno più pace se non avete delle buone finestre isolanti.

Beh, spero vi siate fatti un’idea più reale di New York e che, malgrado le cose negative che vi ho elencato tipiche di ogni grande città, abbiate ancora l’idea di fare prima o poi un salto da queste parti. Non ve ne pentirete!

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Italiani all’estero, nostalgici e detrattori del bel paese.

Appena tornata da una breve vacanza in Italia, mi siedo al tavolo del solito baretto gestito da italiani, dove si sfornano pizzette e cornetti vagamente simili a quelli della madre patria, ma dove ogni mattina i nostalgici si incontrano, chiacchierano e discutono di tasse, politica e sport tricolore. Si da un’aggiustatina alla politica italiana e già che ci siamo anche una sistemata alle sorti del pianeta, ma sempre con la vena un po’ sorniona di chi si può permettere di non preoccuparsene più… I nuovi arrivati che si stupiscono o quelli che vorrebbero capire se anche per loro la Costa Rica possa essere lo spazio per una nuova vita, i turisti incuriositi dalla comunità italiana, i vecchi pionieri che ascoltano imperturbabili le lamentele di sempre, insomma tutto un mondo che converge verso l’immancabile espresso di mezza mattina.

La chiacchierata finisce sempre in discussione, i nostalgici rimpiangono e i detrattori disprezzano: la madre patria, in qualche modo, è lì e imperversa senza pietà nelle giornate di quelli che per i più svariati motivi se la sono lasciata spesso solo geograficamente alle spalle.

A chi mancano i vecchi amici, a chi manca il gorgonzola, a chi manca la neve. C’è chi va in Italia solo in vacanza, chi solo per vedere i figli ormai grandi o le madri-che-non-volano, chi invece non la vuole neanche sentire nominare, la patria natia, colpevole di qualche vecchio torto fiscale o giudiziario.

I primi anni all’estero sono stati per me un vero e proprio banco di prova, un’avventura giocata con entusiasmo e senso pratico, voglia di fare e di cambiare. Quando sono partita, ad una vecchia zia mi accusava con malcelato disprezzo di “non avere radici” ho risposto con assoluta serenità di non essere un albero.

Con il passare degli anni e’ aumentata forse un pochino la presenza a me stessa e con essa la sensazione che, per quanto l’ostinato aggrapparsi alle radici continui ad apparirmi una forma di difesa dalle nostre paure più che di vera e propria mancanza di stabilità, non sia effettivamente possibile né sensato sradicare un bagaglio culturale e sociale che da sempre ci identifica,  per quanto un nuovo paese possa essere per noi uno spazio dove ridisegnare noi stesse e la nostra esistenza

A volte mi chiedo se i rapporti sociali superficiali, il carattere un po’ aleatorio delle amicizie che si instaurano all’estero, l’innegabile mancanza di stimoli emotivi e culturali che hanno in qualche modo caratterizzato i miei ormai quasi venti anni fuori dall’Italia, il vivere in paesi dove si sente spesso la mancanza di un buon libro o di una serata a teatro, non siano semplicemente effetti collaterali della lontananza ma veri e propri campanelli d’allarme del nostro essere parte di una cultura molto più forte e radicata di quanto io stessa sia disposti ad ammettere.

Al tavolo mi guardano esterrefatti. Ma come, proprio io, l’entusiasta, l’iperattiva, l’inquieta vagabonda ora intrappolata dalla nostalgia o affetta da sindrome dell’emigrante? Proprio io che accuso il colpo dell’inefficienza, della poca puntualità e dei mille difetti della realtà in cui vivo e la affronto sempre con un sorriso?

Mi ritrovo a sorridere, appunto, di me stessa e di tutti noi, ciascuno diversamente e ugualmente incastrato nella propria italianità. Spirito critico, capacità di osservazione, senso pratico e un’eterna, intramontabile serena certezza che, in fondo, come noi, nessuno.

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Come trovare casa e lavoro all’estero in meno di un mese

fabiola-mallorca-esteroCosì eccomi dopo un primo mese trascorso a Mallorca!

Cosa mi ha spinta a venire qui? Beh, desideravo un posto al caldo, con spiagge mozzafiato a portata di mano, desideravo la Spagna, parlare spagnolo e la buona Paella, desideravo la qualità di vita.. e credo sempre più che qui tutte queste componenti si sposino alla perfezione.

Le sensazioni che si provano quando si fa la scelta di cambiare vita sono indescrivibili, seppure per la seconda volta, credo che quel 27 Febbraio 2016 ha segnato l’inizio di un nuovo inizio, portando su quel aereo una Fabiola diversa da quello che la portò da Milano a Londra.

Mi ricordo che durante il mio primo viaggio verso Londra – il mio primo espatrio – piansi molto, ero agitata sebbene  sicura di quello che stavo facendo.

Questa volta, lavoro-casa-mallorcadurante il tragitto da Londra a Palma, ero serena e rilassata  e mi dicevo ” stai facendo la scelta giusta“. Stanca, esausta dopo due giorni trascorsi all’insegna di impacchettare e spacchettare valigie, sono atterrata a Palma che erano le otto  di sera, giusto in tempo per vedere il sole tramontare. Essendo febbraio le temperature non erano miti, faceva freddo, ma vedere le palme all’aeroporto mi fece   già sentire in un posto di vacanza  che sarebbe stato la mia nuova casa.

Presi  un taxi, andai  in albergo e iniziai  a parlare con il taxista, volevo capire cosa pensavano le persone dell Isola. “Cerco qualità di vita” dissi a lui quando mi chiese cosa ci facessi qui, e lui di sicuro mi rispose “allora sei nel posto giusto”, frase che riporto perchè mi si ripresenta spesso nel corso del mio primo mese mallorchino.

Mangio qualcosa e mi metto a letto  presto per poter vivere appieno la giornata seguente.

La mattina del mio primo giorno a Mallorca mi svegliai e dal balcone dell’albergo dove alloggiavo  già intravedevo  uno scorcio di Mediterraneo. Presi  un bus per arrivare a Palma e mentre viaggiavo  provai una sensazione di libertà e di gioia offertami dal  rumore delle onde e da quel sapore di salsedine sulle labbra, assieme alla vista del colore blu del mare ed il tepore  del sole sulla pelle.

Già fantasticavo di  correre lungo  la spiaggia, con il sole caldo  che contrasta con il venticello fresco  ed il mare come  sfondo della mia cartolina immaginaria.

Quando viaggi a scatola chiusa non sai che posto potresti trovare, se lo potrai sentire tuo, ma ricordo che solo dopo poche ore il mio arrivo  mi dissi “voglio restare qui“, e tutt’oggi non è mia intenzione nè tornare a Londra, nè tanto meno a Milano. E’ sicuramente presto per dirlo ma qui ricevo segnali positivi. Mi sto chiedendo  perchè non sono venuta prima, ma credo anche che per ogni cosa ci sia il suo momento giusto.

Come alloggio avevo prenotato per le prime due notti un Hotel vicino l’aeroporto e per i primi 15 giorni una stanza con Airbnb. Avevo due settimane di tempo per trovare una camera mia e  un posto di lavoro.

Cercai di fare le due  cose in parallelo e cominciai a mandare cv in molte agenzie immobiliari di Palma (come avevo fatto a Londra).  Mentre continuavo a sostenere  colloqui e a distribuire le mie credenziali  in giro nella ricerca di un lavoro proseguivo anche con la ricerca di una stanza. Quando inizi a vivere all’estero apprendi  che il primo periodo è meglio se vai a convivere con qualcuno, e dopo tre convivenze a Londra credo più o meno di aver capito il genere di situazione e di  casa che mi piace. Vidi circa otto  camere prima di decidere: c’era quella abitata da troppi coinquilini , quella sporca, quella troppo pulita, quella troppo cara. Finché non trovai quella che piaceva a me. lavoro-mallorca

Risolto il problema casa era arrivata l’ora di concentrarsi sul capitolo lavoro. Feci disparati colloqui, da cameriera per una delle grandi discoteche del posto, a posizioni all’interno di un centro commerciale e in diversi uffici. Ero arrivata a un punto in cui mi andava bene qualsiasi lavoro, ero anche quasi pronta a lasciar perdere  il mio tanto amato campo immobiliare per dedicarmi a un altra mia passione, quella dell’ healthy life, quando improvvisamente mi chiamò una delle agenzie immobiliari a cui avevo lasciato il cv. Credo che ogni cosa accada nel posto giusto e al momento giusto: feci un colloquio, mi furono offerte delle buone condizioni, la persona che sarebbe stata il mio capo mi piacque e così avevo trovato anche un lavoro. 

Mi ritrovai nuovamente nel ruolo dell’ agente immobiliare e in due settimane mi  ero sistemata con casa e lavoro.

Ora sono tante le cose su cui devo lavorare: imparare bene lo spagnolo (per chi mi chiede come ho fatto a trovare lavoro senza sapere la lingua rispondo che mi do da fare) , organizzare la mia vita, predisporre  il budget, far conciliare ritmi lavorativi  e casalinghi.

Ma ogni mattina vado a lavoro serena e mentre percorro la mia solita strada mi dico “ce l’ho fatta“.

Mentre corro nelle mie ore di paura mi dico “ce l’ho fatta“.

Mentre mi godo i weekend in posti meravigliosi mi dico “ce l’ho fatta“.

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Il visto per lavorare in India: come ottenerlo

lavorare-indiaHo vissuto di recente uno stato di nervosismo misto ad ansia che non mi consentiva di concentrarmi su nient’altro. Almeno fino a questo momento, quando ho letto sul sito dell’ambasciata indiana le seguenti meravigliose parole:

Your Application has been successfully received with the following details.
Application ID :- ITA*******
Passport No :- YA********
Application Status :- Visa processed.If not collected earlier,Please contact the respective office on next working day where you have submitted your Application

Ora, sembrerà la solita banalità ma forse non tutti sanno che ottenere il visto per l’India è un parto! Per grandi linee vi darò alcune indicazioni in merito ai visti per l’India.che esulano dalle informazioni per ottenere il visto turistico in quanto qui parliamo di espatriati.
Partiamo dal presupposto che per ottenere un visto permanente in India, ti devi sposare un /a indiano/a e non c’è altra soluzione…..risposta che mi è stata schiaffata in faccia anche dall’attaché in Ambasciata una volta che esplicitamente gli chiesi “ma scusi, io voglio vivere in india e basta, che devo fare??”
Inutile dire che gli risposi che non farei mai una cosa simile, ovvero sposarmi per il solo fatto di ottenere una cittadinanza straniera….quel giorno me ne andai in lacrime senza visto e mi “rifugiai” in Nepal ma questa è un’altra storia…., transitando soltanto per l’India e guardando la mia Delhi dal vetro dell’aeroporto…che brutta sensazione!
Tornando al visto…. Quelli più “vicini” al concetto di residente sono i visti employment o business (senza pensare a quelli studente, volontariato, ricercatore, ecc ecc )
Ebbene, l’India adotta una politica molto restrittiva che, peraltro, condivido appieno, considerando il numero di abitanti della nazione e le condizioni di vita lì per cui, chi vuole lavorare in India, come impiegato, deve avere uno stipendio pari ad almeno 25000$ annui (che neanche in Italia oggigiorno probabilmente ti pagherebbero) ed avere una specializzazione tale per cui si richiede la tua presenza in loco in quanto altri non potrebbe effettuare lo stesso lavoro. Questo, ovviamente per garantire il lavoro alle centinaia di milioni di indiani prima che allo “straniero”.
Altra soluzione è che siate voi a portare business nel paese che vi ospita, ovvero a creare lavoro, ed allora rientrate nella tipologia di business sia che siate impiegati invisto-india-susanna un’azienda straniera che vi “manda” in India, sia che creiate lì la vostra attività.
Ci sono poi alcune categorie che non rientrano in questa regola dei 25000$, come ad esempio i traduttori (ma non di inglese ovviamente visto che lì è lingua ufficiale) o i cuochi etnici, per esempio il pizzaiolo, per cui può essere stabilito uno stipendio inferiore.
Un altro problema è che tutti i visti India non sono mai uguali.  Non solo ogni anno cambiano le regole per l’ottenimento dello stesso ma può anche capitare che ti venga rifiutato senza ragione nonostante tu abbia depositato la documentazione adeguata.
Tutto questo genera dubbi, incertezze, paure ogni anno -per non parlare dei costi per cui ti ritrovi a dover rientrare in Italia, comprare un volo spendendo soldi che potresti usare per tantissime altre cose – e subire queste due settimane di stress pensando che magari non gli piace la foto che hai incollato sull’application form perché abbozza un sorriso. Se è vero che richiedere il visto turistico per l’India può sembrare un incubo, allora richiedere un visto di altro genere è paragonabile ad un parto plurigemellare….

E quindi oggi eccomi qui, nella mia casa napoletana, a consultare il sito dell’ambasciata più e più volte perché due paroline quali ” Visa processed” non chiariscono assolutamente se il proceeding è stato accepted or denied.  Allora decidi di aspettare pazientemente di ricevere il tanto agognato visto tra le tue mani prima di comprare un volo che ti costerà il triplo perché preso last minute….
Ma tu non vedi l’ora di tornare a “casa”, quella che hai scelto, quella che ti manca nonostante ti faccia disperare per essere raggiunta, quella che oggi ti accoglierà con i suoi 40°C appena messo il naso fuori dall’aeroporto, quella che ti fa emozionare ogni volta che passa un servizio in Tv che ne parla.

Ahhhh Bharat, tu meri pyaar hai! (tr. India, tu sei il mio amore)

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Buchenwald: per non dimenticare


Prendi posizione.

La neutralità favorisce sempre l’oppressore, non la vittima.

Il silenzio incoraggia sempre il torturatore, mai il torturato.”

Elie Wiesel

(sopravvissuto al campo di concentramento di Buchenwald)


buchenwal-per-non-dimenticareCi sono luoghi e situazioni che hanno la capacità di rimanere impressi sulla nostra pelle per ore, giorni, a volte mesi…

Approfittando del tempo quasi primaverile, ho accompagnato i miei ospiti in visita sino al Konzentrationslager di Buchenwald, a circa 15 minuti da Weimar.
Occupandomi di guide turistiche conoscevo già grosso modo la struttura, il percorso consigliato e qualche dettaglio di natura storica ma – credetemi! – ripercorrere i vari sentieri con un’appassionata di storia e una persona che fotografa ogni singolo angolo ti da la possibilità di soffermarti su dettagli che avresti preferito bypassare o relegare in un angolo della memoria, fosse anche solo perché una crudeltà simile sembra sempre inconcepibile.
Buchenwald fu costruito nel luglio 1937 a pochi kilometri dalla cittadina di Weimar e sin da subito fu deciso di rinchiudervi i cosiddetti Gemeinschaftsfeinde – i nemici della comunità – : zingari, socialisti, omosessuali, testimoni di Geova e  persino i senzatetto. I cosiddetti Haftlinge erano costretti a lavorare in condizioni disumane per produrre armamenti che sarebbero serviti all’armata tedesca durante il secondo Conflitto Mondiale.

In breve tempo il campo di concentramento divenne uno dei più grandi su suolo Tedesco e al momento della Liberazione nel 1945 da parte delle truppe americane si poterono contare almeno 56.000 morti, 8.000 dei quali erano prigionieri sovietici, periti a causa di esperimenti medico-scientifici, malnutrimento e molto spesso anche in seguito ad un’esecuzione di massa. (Il numero delle vittime fa fede a quanto registrato dalle SS negli appositi registri, ma la realtà delle morti – soprattutto durante gli ultimi frenetici mesi di vita del Campo – fa sospettare si tratti di una cifra quantomeno ottimista. NdA)
All’interno dell’area del campo vi era poi anche il cosiddetto Kleiner Lager dove le condizioni di vita erano ancora peggiori e il lavoro – per quanto difficile a credersi – più duro. Pochi giorni prima della liberazione centinaia di prigionieri morirono all’interno della sua struttura, che oggi viene ricordata tramite una targa e una struttura fatta di panche su cui Buchenwald: esposizione di arte pre, post e durante la prigioniasedersi e raccogliersi un momento o – per chi lo desidera – pregare.
Dwight D. Eisenhower scrisse, a proposito di ciò che vide una volta aperto il campo: “Nichts hat mich je so erschüttert wie dieser Anblick.”. Nulla mi ha mai sconvolto così tanto, quanto questa vista. (La vista dei corpi denutriti e delle montagne di cadaveri, NdA)
Accanto alla struttura – che a causa dei continui bombardamenti è molto misera, rispetto ad esempio a ciò che ancora rimane del Konzentrationslager di Auschwitz – è possibile vedere una mostra fotografica composta da foto scattate di nascosto da un prigioniero e donate in seguito alla Buchenwald Stiftung e da fotografie scattate dalle SS, nonostante il divieto da parte del Führer di immortalare quanto accadeva all’interno del Lager. Si può inoltre vedere un’esposizione di opere d’arte prodotte all’interno del campo – spesso unico modo per avere una razione di cibo umana, altre volte motivo di un’esecuzione improvvisa o di un periodo di reclusione nelle prigioni -, accompagnate da opere prodotte in seguito o sculture realizzate per onorare le vittime di quel massacro senza senso.

Si tratta di una visita straziante, dolorosa sotto ogni punto di vista e – lo confesso – straniante. Sembra impossibile pensare che qualcuno abbia potuto pianificare un genocidio del genere e – soprattutto – sembra inconcepibile il fatto nessuno vi si sia opposto in maniera tale da impedirlo o da fermarlo prima.
Lo stupore sembra legittimo, l’amarezza d’obbligo e la voglia di lottare affinché tutto questo non venga dimenticato ci riempie le vene. Poi, però, voltandosi a destra e a sinistra una persona cinica come me non può fare a meno di pensare un’altra cosa: che le ultime elezioni hanno mostrato che un dramma del genere è possibile, che spesso la cultura e l’istruzione non possono comunque far nulla per combattere la paura e l’ignoranza.
Mi sono voltata verso i miei ospiti, presi a osservare forni crematori e – poco distante – la targa commemorativa per la Principessa Matilda di Savoia e mi sono concessa unabuchenwald-per-non-dimenticare riflessione amara, che però non sono riuscita a evitare: “Sapete? Su 100 di queste persone, il 20% ha votato AfD. Venti di queste persone marceranno il giorno del compleanno di Hitler, convinti che salvare la patria significhi chiudere le porte. E sapete un’altra cosa? Il 20 aprile io sarò in piazza, con buona parte dei miei amici, affinché il movimento di controprotesta dia un segno forte e chiaro.”
Si sono stupiti, prima di scrollare le spalle sapendomi idealista, pronta a combattere battaglie che non sempre sono solo mie, innamorata di un ideale di giustizia che forse nemmeno esiste più. Uno dei miei cantanti preferiti, Enno Bunger, ha dedicato una canzone bellissima – Wo bleiben die Beschwerden – alla situazione politica attuale e uno dei versi dice “Wir können was dafür, wenn wir nichts dagegen tun” (Ne possiamo qualcosa, se non fac
ciamo nulla per fermarlo). Per come la vedo io, è esattamente così, ed è con questo spirito che fra venti giorni scenderò in piazza, perché ho una voce ed intendo usarla. Perché – citando Primo Levi – “quello che è accaduto può ancora accadere”.
Ed è per tutte le persone che hanno perso la vita a Buchenwald, Mathausen, Auschwitz, Bergen Belsen, San Sabba e in ogni altro Konzentrationslager, Gulag, campo di prigionia… è per loro che non bisogna smettere di lottare. Per loro e per difendere un mondo che loro non hanno potuto godere nel suo essere difficile, a volte pauroso ma incredibilmente prezioso, capace di sorprenderci e in grado di affascinarci. Per loro e per non dimenticare. Mai.