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Qui Londra – si parte!

Si parte! Ovvero…cosa succede quando l’expat torna in Italia, suo malgrado!

Nella mia lunga residenza londinese, ho perso il conto delle volte che sono tornata in Italia, prima da sola, poi con i figli: vacanze pasquali, estive, natalizie. Appena potevo partivo, in fondo ai miei avevo detto che sarei tornata dopo 3 mesi! E poi con i bambini, per permettere loro di conoscere le loro radici italiane e la mia famiglia. Viaggi per me sempre un po’ all’insegna della sofferenza, con una grande voglia di rientrare subito a Londra, “casa”. Viaggi comunque a distanza di qualche mese uno dall’altro, quindi sopportabili.

Poi un giorno arriva il lavoro sognato da sempre, con un piccolo particolare: viaggi mensili in Italia! Viaggio ormai da 5 anni, e sempre meno volentieri!londra-si-parte

Prima che mi diate della matta – ma come, non ti piace tornare in Italia? come sei fortunata! vi sento dire – passo a spiegare, dandovi un primo dato indicativo: dal marzo 2012, cioe’ un anno dopo avere iniziato a viaggiare per lavoro, ho volato per ben 46.567 miglia, cioe’ quasi 75.000 chilometri! Ho passato 5.558 minuti su un aereo. E’ come se avessi fatto da polo a polo per 3 volte!

Con gli anni poi sono diventata un po’ come George Clooney in “Up in the air”, film del 2009. In questo film, il bel George gira di continuo l’America, di aereo in aereo, per licenziare gente – e’ il suo mestiere. Viaggiando cosi’tanto, sviluppa delle piccole manie, insofferenze e scorciatoie nelle quali mi sono riconosciuta in pieno!

L’unica differenza con il George del film, (be’ non solo l’unica!), e’ che io la la valigia la faccio sempre all’ultimo momento, ed e’ sempre piena di vestiti che poi non mettero’ mai, in fondo sto via solo 3 o 4 giorni. La mia filosofia e’: non si sa mai! Anche perche’ io mi vesto a seconda dell’umore – in genere pessimo! – del mattino! Cosi’ ho questa valigia enorme, rosa per distinguermi, nella quale stipo di tutto, anche il laptop del lavoro: infatti oltre alla borsa, non mi piace avere altro con me!londra-si-parte

Agli inizi, viaggiavo Easyjet per poi passare a British Airways quando la mia destinazione divenne Torino, e quindi partenza da Gatwick. Da North London, era taxi fino a London Bridge e poi treno. Dopo che mi capito’ di perdere l’aereo, e per Torino ce n’e’ uno solo al giorno, cambiai strategia: taxi da casa all’aereoporto. Trovai una compagnia di taxi privata a prezzi molto convenienti, che da allora uso anche quando viaggio con i figli: l’autista ti viene a prendere all’orario stabilito, e – salvo traffico – ti lascia all’aeroporto senza stress e senza fermate! Per fortuna io parlo poco perche’ l’inglese degli autisti e’ quasi inesistente! Poi per qualche strano motivo non accendono mai il riscaldamento, quindi guai a togliere il piumino!

L’insofferenza comincia all’aereoporto: c’e’ sempre qualcuno in coda davanti che non ha ancora capito che se ti porti la casa, come faccio io, ti devi limitare a 23kg di bagaglio! Quindi scene fantozziane di gente che cerca di “alleggerire” la valigia, con il risultato di 10 borse a mano! Scena tipica a Heathrow.

Al controllo bagagli, c’e’ ancora chi non ha capito che deve togliere la giacca, oppure la cintura, oppure il laptop dalla borsa; oppure e’ vestito tipo “cipolla”, e ci mette 5 minuti e tre cestini! Oppure ci sono le scarpe che i raggi rossi per qualche strano motivo non gradiscono, quindi devi togliere anche quelle – a caso, non lo sai prima se la tua calzatura piacera’ alla macchina! O chi non sa dei liquidi: ma da quanto non viaggi?

Dopo aver attraversato l’aereoporto, arrivi al gate: io per fortuna ho la tessera BA che mi da’ priorita’ di imbarco, e scelgo sempre il posto vicino al finestrino, almeno una volta sistemata non mi rompe piu’ le scatole nessuno!

Resta il mistero dell’unico volo giornaliero di BA su Torino (a volte due durante la stagione invernale) con il risultato che l’aereo e’ sempre pieno! Poi non capisco perche’ la gente si ostini a portare i trolley sull’aereo: e’ cosi’ comodo metterli in stiva! Le cappelliere dovrebbero essere solo per le giacche/cappotti. Perche’ poi se tutti avessimo un trolley non ci sarebbe posto per tutti! Io propongo il divieto di portare il trolley a bordo!londra-si-parte

L’ Aeroporto di destinazione e’ la prima cosa del paese visitato con cui il viaggiatore si confronta. Io odio il fatto che a Milano ti venga a prendere il bus, scesi dal quale c’e’ poi la corsa per il controllo passaporti. Ma che fretta c’e’? tanto dobbiamo passare tutti (e stendiamo un velo su come controllano i passaporti in Italia!).

Io, vista l’eta’, appena sbarcati devo andare in bagno, e rimango sempre schifata dallo stato dei bagni degli aeroporti. In particolare, odio il fatto che a Linate non posso decidere io quando tirare l’acqua!

Alla fila del taxi c’e’ sempre poi quello che si avvicina per bisbigliarti “taxi, signora”? ed un giorno sono certa rispondero’ che non ho scritto fessa sulla fronte!

E sono dunque in Italia, sia Torino, Milano, Venezia o Roma. L’impressione e’ sempre quella: di essere in un altro mondo, anche se i paesaggi sono ormai famigliari, Milano poi e’ la mia citta’ di origine.

Torino mi “piace”: soggiorno da sempre in un bellissimo albergo in centro, dove mi conoscono per nome e mi trattano sempre benissimo, vado molto d’accordo con i miei colleghi e poi e’ la citta’ della Juventus, tutt’ora la “mia” squadra! Rispetto alla Milano snob, mi sembra una citta’ con meno pretese, piu’ a misura d’uomo. E’ anche vero che la mia esperienza si limita al centro citta’.

Milano e’ sempre la mia citta’: la trovo diversa eppure sempre uguale. I ricordi di una vita non molto lontana riaffiorano: qui c’era l’ufficio, qui si andava a pranzo, qui c’era il cinema. Anche qui ho la fortuna di soggiornare in un bell’albergo in centro.

Venezia ha un aereoporto che mi piace molto, con dei pavimenti che sembrano quadri. Roma….e’ caos totale!

L’impressione dell’Italia? E’ che viaggi al rallentatore. E’ ancora l’Italia dove la donna in TV e’ quasi sempre solo una bella presenza (vedi le veline) oppure di contorno. Dove agghiaccianti fatti di cronaca fanno spettacolo la mattina; dove le conduttrici hanno le facce super tirate per tentare di sembrare ancora 20enni invece di essere orgogliose della loro eta’, con quei obbligatori tacchi 12….ma davvero la donna in Italia e’ tutta qui?

Giravo da sola per Milano, in una pausa di lavoro, e vedevo i ventenni di oggi, tutti vestiti all’ultima moda, anche se poi stanno malissimo con quello che indossano! Gli uomini sotto i 30 anni che si salutano come si fa in UK o in USA, senza sapere cosa vuol dire ma soprattutto…sono ridicoli!

Ricordo ancora lo sguardo di disgusto, tipicamente milanese e tipicamente della Milano “bene”, che una signora 60enne, molto elegante e ben vestita, che io ammiravo, mi diede mentre aspettavo dietro di lei ad un ristorante. Lei magrissima, capelli perfetti, trucco anche, un bellissimo tailleur, stivale al ginocchio. Io, capello selvaggio, corporatura super abbondante (già, questo un problema!), con un semplice paio di pantaloni neri, top e giacca nera, eppure nello stesso ristorante di lusso! Un tempo quello sguardo mi avrebbe ferito nel profondo, in quell’occasione poco, tant’e’ che ne parlai subito al mio collega che, da bravo uomo, si era perso la scena!

Ho imparato a fregarmene del look sempre super ricercato, della borsa che si appaia alle scarpe, delle marche, ecc ecc, e noto con curiosita’ che in genere la gente pensa che io sia straniera e mi parla in inglese! Fatto che mi diverte e mi fa anche piacere!

Cosa straordinaria del mio viaggiare: pur avendo dei letti molto confortevoli, non riesco mai a dormire bene, soprattutto la prima notte. In genere mi servono 2 o 3 giorni di assestamento, quindi quando finalmente mi sistemo e’ ora di ripartire!

E poi arriva il momento del rientro: da Torino il volo e’ spesso in ritardo! Ma gia’ sull’aereo respiro aria di “casa”, ed appena atterro – sia Gatwick sia Heathrow – tutto e’ familiare: i posti, la gente, i negozi, l’aria che respire.

Arriva il taxi, salgo, chiamo casa….sto arrivando! Ed il post su Facebook, inevitabile: “home sweet home”. Fino al prossimo viaggio!

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Maria Lidia, expat in Francia come psichiatra

psichiatra-francia-passione-fantasyCiao Maria Lidia, tu ci hai scritto raccontandoci la tua storia. Ti va di condividerla con le nostre lettrici? 

Salve a tutte. Io sono nata a Roma ma ho vissuto in Sardegna da quando avevo sei anni, vicino a Cagliari.

Venendo da una storia familiare inusuale, non ho mai avuto delle vere radici da nessuna parte, per cui mi trovo bene pressoché ovunque e ho preso cultura e abitudini un po’ qui e un po’ là, scegliendo quel che più si adattava al mio modo di essere. Mi sono sempre sentita legata alla Francia, in particolare alla Bretagna, mentre spesso ero straniera nel posto in cui abitavo, credo a causa delle differenze culturali e d’origine.

A Cagliari ho studiato, mi sono laureata in medicina, preso la specializzazione e sono diventata pischiatra, mentre quella come psicoterapeuta l’ho conseguita a Roma. Tra parentesi, il fatto di esercitare la professione di strizzacervelli, a dirla alla Woody Allen, ha fatto sì che mi venissero rivolte frasi del tipo “chiudete le vostre anime, arriva la strega”. Qualcosa bisogna pur essere.

Come è avvenuto il tuo trasferimento all’estero

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Lozère-Francia

Per una decina d’anni ho lavorato per il servizio pubblico, in un reparto per le tossicodipendenze, ma ho mollato tutto nel 2000 perché non ne potevo più delle dinamiche e guerre intestine fra colleghi, colleghi e psicologi, colleghi psicologi e infermieri, così ho continuato a lavorare come libero professionista. Con la crisi sono rimasta con sei pazienti e il mutuo, in Francia non avevano medici e hop, non ci ho pensato due volte. Ed eccomi qui, in Lozère 

L’esperienza francese si è svolta in due tappe. Una prima nel sud, vicino a Carcassonne, che ho lasciato dopo tre mesi perché l’ambiente era pessimo e la psichiatria francese troppo diversa dalla nostra. Qui ci sono ancora gli ospedali psichiatrici e altri aspetti che non fanno più parte della cultura psichiatrica italiana da trent’anni. Dopodiché ho ricevuto un’offerta di lavoro in Lozère, nel medico-sociale, dove sono completamente autonoma, l’ambiente è ottimo, la gente accogliente, una cittadina ancora rurale dove si sta molto bene, così sono rimasta e ci lavoro da tre anni e mezzo. Con la lingua ho avuto qualche difficoltà all’inizio ma la conoscevo già, si trattava si praticarla e conoscerne le finezze. Oggi me la cavo benino anche perché leggo moltissimo, ma sono ben lontana dal livello che vorrei.

Unico inconveniente di questo posto è che sei lontano da tutto, e se non vuoi spendere un occhio della testa per tornare in Italia, devi fare 4 ore di macchina e andare a Marsiglia. Inoltre, lo ammetto, mi manca il mare, tantissimo. Non lavoro con altri psichiatri ma sto benissimo con tutto il personale e i pazienti. Diciamo che i nostri caratteri si sposano bene.

Cosa è cambiato da allora ad ora?

Adesso sono perfettamente integrata, il problema reale è che 200 pazienti mi succhiano tutte le energie e ho poco tempo per me e i miei libri.  Inoltre mi rendo conto che ho bisogno di cambiare lavoro, dedicarmi di più ai miei romanzi e alle mie passioni, oltre al fatto che in Sardegna ho marito e casa, per cui l’anno prossimo, credo ad agosto, tornerò definitivamente in Italia. Almeno, per ora i programmi sono questi.

Hai detto  che ti muovi piuttosto spesso e che vai in Italia di frequente, come sono i tuoipsichiatra-francia-passione-fantasy viaggi e quanto incidono sulla routine della tua vita. Li consideri una perdita di tempo e denaro o presentano anche qualche lato positivo?

Mi piace viaggiare, anche in solitario. Mi piace conoscere persone e posti nuovi, ma viaggiare continuamente e metterci quasi una giornata per tornare a casa è stancante. Non è né una perdita di tempo né di denaro ma vivo a metà. E soprattutto mi perdo tutte le possibilità che ho in Italia di farmi conoscere come autrice, perché spostarmi è laborioso e troppo caro, così partecipo a poche manifestazioni, cerco di incasellare tutto, insomma, diventa parecchio in salita. Qui in Francia vado a tutte le manifestazioni culturali della zona, ma naturalmente da spettatrice, il che mi permette di imparare molto, ciò non toglie che è arrivato il momento di fare una scelta.

Dicevi prima che ami scrivere e che desidereresti avere più tempo per i tuoi libri: raccontaci della tua passione per la scrittura e se e come questa è stata influenzata dalla tua esperienza dell’espatrio

La mia passione per la scrittura nasce molto presto, ero ancora ragazzina, ma l’ho realizzata molto più tardi perché ho dato la priorità all’autonomia. Ricordo che, ancora bambina, dopo aver sperimentato in modo fallimentare musica e disegno, mi sono resa conto che amavo creare storie, prima con personaggi ritagliati dai giornalini, poi scritti e descritti da me, con carta e penna e poi al pc. Conservo ancora tante cose che hanno un valore affettivo ma che sono assolutamente improponibili da un punto di vista letterario. Mi sono appassionata al fantasy e alla fantascienza e mi sono cimentata in questi generi, sono comunque piuttosto poliedrica e ho scritto e pubblicato anche altri generi. Col tempo, le tematiche sociali e psicologiche hanno preso il sopravvento, e qui interviene l’espatrio che mi ha messo di fronte a storie che non avrei mai immaginato, a sofferenze cui non ero preparata. Il romanzo che sto scrivendo attualmente, prende spunto da una di queste storie. Drammatica.

psichiatra-francia-passione-fantasyHai un’autrice che ha ispirato la tua vita e la tua scrittura?

Sì. La prima autrice in assoluto è stata Marion Zimmer Bradley che, con Ursula Le Guinn, mi ha fatto amare la letteratura fantastica. Poi ho scoperto Tolkien, il grande maestro. Naturalmente ci sono anche Hesse, Arturo Perez-Reverte, Larsson e tanti altri da cui cerco di imparare. Da quando sono in Francia, sto cercando di leggere il più possibile la loro letteratura attuale e devo dire che mantengono una cura della lingua che, mi sembra, da noi va via via perdendosi.

Qual’è il tuo motto o il tuo pensiero magico, quello  che ti accompagna nei momenti bui o difficili delle tue giornate?

È importante avere sempre un sogno, ma non bisogna cristallizzarsi su un sogno solamente, anche questo deve evolvere e cambiare nel tempo. Esattamente come cambiamo noi. Dopo un sogno, ce ne sarà sempre un altro da realizzare.

Cosa trovi di particolarmente buffo tra le abitudini dei tuoi connazionali d’adozione

Quando si va insieme al ristorante: quando ci si incontra sono tutti baci e abbracci, quando si finisce, filano via a razzo. Saluto rapido e si torna ciascuno ai propri affari. Non ne ho mai capito il motivo e a volte mi disturba, ma ora ci ho fatto l’abitudine. Naturalmente parlo dell’ambiente di lavoro, fra amici è molto più conviviale.

Qual’è quell’aspetto del vivere fuori dell’Italia a cui non ti abituerai mai

Non credo che ci siano aspetti italiani cui non possa fare a meno, riesco di tanto in tanto a trovare persino una pizza ben fatta. Purché non mi diano l’aligot, una specie di purè con una quantità di burro e formaggio spaventosa, che si stratifica sul diaframma per una settimana. Siamo paesi cugini, abbiamo entrambi buone e cattive abitudini, e non è vero che noi italiani siamo mal visti, temo che abbiamo troppi pregiudizi, qui ho trovato moltissime persone che amano l’Italia e l’italiano.

Lo rifaresti un espatrio? 

Trascorrere periodi all’estero è una cosa che farei ancora, ma per tempi più brevi: ho bisogno di più libertà dal lavoro. Credo che quel che sta veramente incidendo sul mio desiderio di rientrare, è il carico eccessivo di lavoro. Impossibile trovare un rimedio, in Francia non ci sono medici a sufficienza e, soprattutto, non ci sono psichiatri.

Un consiglio pratico e veloce per tutte le donne che si trovano davanti al bivio dell’emigrazione

Mente sgombra da pregiudizi, è il modo migliore per valutare il mondo e le persone con cui ci si troverà a interagire. Emigrare non vuol dire perdere la propria identità.

Un saluto e un augurio a chi sta per fare il grande passo verso un nuovo paese e una nuova vita, sarà comunque un’avventura che aggiungerà qualcosa alla nostra esperienza, e grazie  per questa bella iniziativa che ci permette di stare insieme e aggiunge significati nuovi a quel che viviamo.

M. Lidia Petrulli

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STEFANIA

Yoga, yoga delle mie brame… chi è la più flessibile del reame?

Conversazioni col mio super coinquilino

Conversazioni col mio super coinquilino.
Fibra germanica: il mio coinquilino gira per casa in boxer e t-shirt.
Fibra sicula: io giro per casa con un paio di maglioncini (-ini, peró, mi sto abituando).
Ora è tornato a casa tutto felice, andiamo a correre? Mi fa.
Io sono un attimo dispiaciuta perché ho perso un lavoro sotto casa per una settimana (ma ne arriveranno di migliori, certo), però me rode un pò.
Quindi no, J. nun ja faccio (a parte che iddu è fresco come una rosa, e io non so ancora come cabasisi vestirmi).
Ad un tratto corre in camera: ululà! yuuuuuu! Mi ha mandato un messaggio! La ragazza di stamattina mi ha mandato un messaggio!
Io: chi?
Stamattina sulla usbann ho visto una ragazza bellissima, così ho strappato un pezzo di carta, e prima di scendere alla mia fermata le ho lasciato il mio numero di telefono.
Cool! Faccio io.
Cool mi fa lui. Ma ora devo risponderle fra due orette.
E perché? Ti si è congelato l’indice? Gli chiedo io.
No, è che se le rispondo subito lei poi non mi caca più.
Be yourself, gli dico io, o almeno, dille che stai correndo e le scrivi dopo, almeno pensa che sei uno sportivone che a noi donne piacciono gli uomini che si prendono cura di sé.
Nein, mi fa, non funziona.
Io le risponderei subitissimo, ma ogni volta che ho fatto così they running away.
Purtroppo a voi non va bene niente, se vi abbordiamo, siamo tamarri perché vi abbordiamo.
Se non vi abbordiamo siamo gay.
Se siamo presenti, vi soffochiamo.
Se siamo distanti, invece, ci desiderate.
Io sbuffo, e dico, bah, che palle.
Per me è bellissimo quello che hai fatto, e mi aspetto lo stesso da un uomo a cui piaccio, ma manco che per rispondere a un messaggio devono passare 6 ore di strategia.
Gli dico, hai ragione da una parte, ma perché non si può essere aperti e trasparenti?
Ora è andato a correre, poi le dobbiamo rispondere insieme.
Penso che intanto mi ubriacherò col te verde giapponese, che sakè non ne abbiamo.
Perché non può essere tutto più semplice?

Elisabetta, Poesia e Comites a Madrid

Elisabetta Madrid Ciao Elisabetta, come sei finita a Madrid?

Ciao a tutti! Sono finita a Madrid per amore! Sì, la mia è una lunga storia che inizia dal 1992, è continuata con l’Erasmus nel 1995 e, dopo anni e anni di viaggi tra Madrid e Roma, mio marito, madrileno di nascita, e io abbiamo deciso di sposarci nel 2002 e di metter su famiglia proprio nella capitale spagnola. Rischiavamo di rendere multimilionarie le già cospicue entrate delle compagnie aeree se continuavamo a vederci “al volo”!

Cosa ricordi del momento del tuo espatrio? 

Ricordo le valigie strapiene, la mia vita dentro e quella lasciata a Roma; la vita nuova che iniziava a delinearsi, i sogni che diventavano realtà e le difficoltà nel proseguirne alcuni. L’emozione era il mio pane quotidiano, l’ignoto la mia speranza, la vita e dare la vita a due piccolini la completa realizzazione. Poi è arrivato il salto, il dover crescere insieme a mio marito e insieme ai miei piccoli, le responsabilità nuove e l’esigenza di scrivere di me, di noi, per noi; l’esigenza di lavorare impartendo lezioni private prima, facendo la traduttrice poi; l’esigenza di vivere e capire questa meravigliosa città. E quella di reinventarsi ancora a quasi 46 anni, lavorando per il Comites italiano.

Burocraticamente non ho avuto problemi, anzi è stato tutto semplice, ma forse dipende anche dal fatto che mio marito è spagnolo e quindi, in un certo senso, ho avuto più facilità nel muovermi all’interno di questa società. Trovo la Spagna e, in particolare Madrid, molto ben organizzate.

Parlaci di Madrid. Cosa offre in più rispetto alle altre città spagnole?Elisabetta Madrid

Considero Madrid la mia città, la mia seconda patria. Roma è Roma e non la cambierei per nulla al mondo, ma Madrid è straordinariamente facile e comoda. Molti, soprattutto i madrileni e gli spagnoli, si lamentano delle distanze imponenti di questa città piena di luci e di vita. Ma io, venendo da una realtà ben diversa, quella della caotica Roma, posso dire che Madrid è una città molto ben organizzata sia per quel che riguarda i mezzi pubblici e la sanità, che per quel che concerne la pulizia e il modus vivendi. Madrid è una vera metropoli che ti offre molteplici opportunità di lavoro e di vita, molte occasioni per stringere amicizie vere e durature e per fare conoscenze interessanti di lavoro e ti presenta anche una varietà immensa di offerte culinarie para chuparse los dedos (letteralmente leccarsi le dita –  da noi sarebbero i baffi!)

Qual è il tratto inconfondibile che contraddistingue la tua città d’adozione?

Madrid è una città aperta, ricca culturalmente e piena di vita. Per me è una città davvero unica e mi reputo davvero fortunata a vivere in un posto in cui il must è proprio la parola VIVIR, ma vivere davvero e gli spagnoli lo sanno fare!

Ci sono altri paesi dove hai vissuto o dove ti piacerebbe vivere? 

Sinceramente, a parte l’Italia e la Spagna, non ho vissuto in altri Paesi. Ho viaggiato, sì, e sono stata in altri Paesi europei, ma con l’ottica della turista, viverci è tutt’altra cosa, credimi.

Dove mi piacerebbe vivere?  In Spagna sto benissimo, anche se mi piacerebbe varcare l’Oceano e arrivare negli Stati Uniti. Credo che sarebbe un’esperienza davvero fantastica per me e per la mia famiglia.

Elisabetta Bagli con Marco Mengoni all'Ambasciata di Madrid

Elisabetta Bagli con Marco Mengoni all’Ambasciata di Madrid

Tu lavori presso i Comites: vuoi spiegare a chi non lo sapesse di cosa si tratta?

Il Comites è  un organo elettivo che rappresenta le esigenze dei cittadini italiani residenti all’estero nei rapporti con gli Uffici consolari, con i quali collaborano per individuare le necessità di natura sociale, culturale e civile della collettività italiana. Vengono promosse iniziative di qualsiasi genere e che vengono ritenute opportune e necessarie per sostenere l’integrazione nella società in cui sono (nel nostro caso quella spagnola), creando anche situazioni di aggregazione per la vita sociale e culturale dell’italiano all’estero. Lavoro nella segreteria da pochi mesi, e ho già potuto vedere che è un lavoro soddisfacente e ricco di spunti, anche per quel che riguarda la crescita personale

 http://www.comitesspagna.info/

Sei anche una scrittrice:  come lo scrivere ed il leggere possono aiutare noi donne nell’espatrio?

Ho sempre letto moltissimo e quindi, nel momento in cui mi sono trovata a Madrid, possedendo anche la facilità di comprendere, scrivere e parlare la lingua del Paese che mi ospita, è stato gioco forza iniziare a interessarmi della letteratura spagnola più da vicino, leggendo direttamente in castigliano, anche come forma di integrazione con il mondo che mi circonda. La scrittura è venuta dopo, o forse è stata contemporanea alla lettura, ma ancora non riesco ad aver chiaro questo punto, perché è vero che ho scritto da sempre, ma la “chiamata” mi è arrivata solo intorno al 2011, quando pubblicai il mio primo libro di poesie “Voce”. Scrivere è stato catartico, è vero: le emozioni, i ricordi e le speranze si sono riversate nei versi delle mie poesie e credo che non abbandonerò mai questo tipo di scrittura che in un certo senso trovo terapeutica. Ma non si scrive solo per questo. Anzi, ora più che mai sento la necessità non solo di dire la mia in relazione a me stessa, ma in relazione al mondo che mi circonda e vari sono i tipi di tematiche che sto affrontato, a volte anche di tipo sociale: la violenza di genere e gli immigrati. Con la scrittura si può molto.

Elisabetta Lasciaci con un brano a scelta da uno dei libri che hai scritto che possa fornire un momento di riflessione per tutte le donne che ci stanno leggendo e che sono in procinto di prendere una decisione importante.

Grazie mille per la vostra disponibilità e per queste domande molto interessanti.

Vi lascio con la poesia “Scrivere/Escribir”, una delle primissime che ho scritto e che è presente nel libro “Voce”/”Voz” che è un inno alla scrittura e al suo effetto liberatorio anche quando si è lontani dalla terra natía.

Con la scrittura si dona conforto e, a volte, dolore (sono arrivata anche a scrivere piangendo), sia nel momento in cui si scrive che nel momento in cui si rilegge, ma alla fine il regalo della scrittura sta proprio nei momenti unici e intimi che ci offre, momenti che non necessariamente devono essere conosciuti dal mondo intero se non si vuole.

Rimangono lì, nel nostro cassetto, nero su bianco, pronti a essere letti e riletti ancora, pronti a essere vissuti di nuovo. Ognuno ha i suoi processi interiori assolutamente da rispettare e sono tutti validi se volti al raggiungimento del benessere personale, non bisogna mai dimenticarlo.

“Scrivere”

da Voce di Elisabetta Bagli 

Scrivere per comunicare,

per far sentire, attraverso il tuo cuore i tuoi sentimenti, il tuo amore.

Scrivere per rappresentare la tua vita,

per riempire quelle pagine bianche che ancora non hai vissuto.

Scrivere per dare un senso ai tuoi sogni,

alle tue illusioni, alle tue speranze.

Scrivere per sfogare la tua rabbia,

il tuo odio, il tuo disprezzo.

Scrivere anche quando non vuoi,

anche quando hai paura di perdere per sempre chi non vuoi perdere.

Scrivere per toccare l’essenza più alta della tua esistenza,

per sentirti vivo.

Non scrivere più è morire dentro

e tu non puoi.

 

“Escribir”

Desde “Voz” de Elisabetta Bagli 

Escribir para comunicar,

para hacer sentir a través de tu corazón tus sentimientos, tu amor.

Escribir para reflejar tu vida,

para llenar esas páginas blancas que aún no has vivido.

Escribir para dar un sentido a tus sueños,

a tus ilusiones, a tus esperanzas.

Escribir para desfogar tu rabia,

tu odio, tu desprecio.

Escribir aunque no quieras,

aunque temas perder siempre a quien no quieres perder.

Escribir para tocar la esencia más alta de tu existencia,

para sentirte vivo.

No escribir más es morir por dentro,

y tú no puedes.

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In the City of Music

In the City of  Music

I miei primi passi tra le mille note di Londra 

city-musicIo adoro camminare. La mia è una vera e propria passione viscerale per la promenade, che sia tra le caotiche vie di una città o immersa nel verde riappacificante della campagna poco importa. Quello che è assolutamente imprescindibile, mentre mi perdo per le strade del mondo, è che ci sia di sottofondo la mia personalissima colonna sonora. Per questo, da sempre, giro con le cuffiette nelle orecchie, tingendo di mille sfumature musicali la realtà che mi circonda, facendola diventare il mio palcoscenico ideale, animato dai paesaggi che mi scorrono accanto e dai passanti che incrociano il mio sguardo perso nel vuoto e il mio sorriso beato stampato sulla faccia.

Da quando ho messo piede a Londra tuttavia, mi sono accorta di girare per strada sempre più spesso senza il mio fedele iPod, con i timpani al vento e le cuffie ben riposte in tasca, ma con la stessa, identica sensazione di sempre di vivere in un film… Eh già, perché Londra è una vera e propria colonna sonora vivente! Le sue strade vivaci e colorate sono brulicanti di artisti di strada  che riempiono l’aria di note meravigliose. Ad ogni angolo trovi un chitarrista country che intona le familiari note di un brano di Dylan, un pianista che si accompagna mentre canta Billy Joel o una cantautrice in erba che si propone al pubblico, magari vendendo i suoi dischi sistemati alla rinfusa nella custodia del proprio strumento, trasformata per l’occasione anche in cappelliera, nella speranza di godere della generosità di chi si trova lì vicino, ad ascoltare. Londra è così, un eterno concerto a cielo aperto e ce ne è davvero per tutti i gusti! Se si passa più volte in giorni diversi nel medesimo luogo, si possono rincontrare gli stessi musicisti, quasi fosse un appuntamento fisso: c’è il percussionista instancabile dalle mille treccine vicino all’enorme John Lewis di Oxford Street, il quartetto d’archi tutto femminile che regala magiche sensazioni nel seminterrato di Covent Garden o il trio pop sotto la tube di London Bridge, che potrebbe tranquillamente essere il prossimo gruppo in finale a X-Factor UK.

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Insomma, questa città è un sogno che diventa realtà per una cantante come me, ma anche per tutti i veri amanti dell’arte. Qui, ovunque ti giri, c’è musica, in tutte le sue forme, in tutta la sua disarmante bellezza, e puoi veramente guardarla negli occhi ed appropriarti di un pezzo di essa per farlo solamente tuo. Sono qui da pochi mesi, eppure ho ascoltato più musica in questo breve periodo che negli ultimi cinque anni! Certo, devo ammettere di essere venuta qui già con propositi specifici al riguardo, ma una volta arrivata questa città mi ha travolta di note e possibilità. E non si tratta soltanto della meraviglia degli artisti di strada, detti buskers, che già di per sé è una caratteristica determinante del luogo, ma anche dei mille locali, teatri e concert hall che dominano la città.

Una delle primissime cose che ho fatto da quando sono qui è stata andare al celebre Eventim Apollo, situato nel  quartiere di Hammersmith e precedentemente noto, per l’appunto, come Hammersmith Apollo. Questo splendido teatro aperto nel 1932 ha visto passare per il suo immenso palco artisti del calibro di Eric Clapton, dei Dire Straits e dei Jethro Tull. L’Hammersmith, tuttavia, si ricorda soprattutto per essere stato il teatro che ha ospitato il secondo spettacolo natalizio dei Beatles nel 1964. Qui ho avuto il privilegio di poter ascoltare una delle migliori band funk/jazz fusion del momento, gli Snarky Puppy: un gruppo formatosi nel 2004 in Texas che annovera fra le sue fila circa 14 musicisti fissi, tra cui il virtuosissimo pianista Cory Henry, ma conta fino a 40 tra musicisti e cantanti ospiti. Un gruppo che va sicuramente tenuto d’occhio da chi è appassionato del genere. L’Eventim Apollo si è rivelata essere una sala concerti degna di nota e al passo coi tempi, con un parterre lasciato completamente libero affinché gli spettatori possano godere dell’incredibile esperienza di essere ad un passo dalla band, quasi lì, sul palco con loro, mentre creano la migliore pozione alchemica che si possa ancora trovare a buon mercato.

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Oltre all’Apollo ho avuto la fortuna di poter assistere al concerto di un grande della musica italiana, Vinicio Capossela, in un altro magnifico teatro della città, Il Clapham Grand a St. John’s Hill. Questo teatro è considerato un edificio di elevato interesse storico, rientrando nel secondo dei tre gradi della scala di rilievo del Regno Unito. L’interno di questo teatro lascia a bocca aperta all’istante: sviluppato tutto in altezza e profondità, su più livelli in modo da poter godere del concerto in atto anche dal fondo, dove si trova il bar, e con un doppio ingresso bilaterale dove si trovano anche due enormi poltrone di velluto scuro dall’aria molto barocca. Uno stile unico per una costruzione realizzata nel 1900 per mano dell’architetto E.A. Woodrow e che oggi è utilizzata, oltre che per ospitare magnifici concerti, anche per organizzare incredibili feste a tema o lussuosi party privati su richiesta.

Per il teatro più importante e conosciuto di Londra ho ancora da aspettare un mesetto, ma poi sarò anche lì, tra le prime file, per assistere al nuovo spettacolo dell’incantevole Cirque du Soleil che sarà a Londra con Amaluna, una delle sue esibizioni più affascinanti, dal 16 gennaio al 6 marzo 2016. Sto parlando ovviamente della Royal Albert Hall, sala concerti storica, concepita dal principe Alberto nel 1851 e realizzata finalmente nel 1871, grazie al lavoro degli ingegneri Fowke e Darracott Scott. La sala ha visto esibirsi nel tempo, al suo interno, artisti del calibro di Duke Ellington, Elle Fitzgerald, Led Zeppelin, Deep Purple e anche star nostrane come Claudio Baglioni e Laura Pausini. Qui vi si può trovare anche il meraviglioso organo a canne costruito sempre nel 1971 da Henri Willis, restaurato e attualmente funzionante.

Ma Londra non è solo la dimora dei teatri da concerto. Questa città è seconda solamente a New York per numero di teatri da musical, situati nel rinomato West End, meglio conosciuto come Theatreland. Qui si può assistere ai più famosi musical esistenti ed ogni anno se ne aggiungono di nuovi, per qualunque tipo di pubblico, di ogni background ed età. L’anno scorso, in una delle mie visite pre-trasferimento, ho avuto modo di assistere a Thriller, il musical su Michael Jackson uscito nelle sale inglesi appena qualche tempo prima. Inutile dire quanta bravura e tecnica emerga dai protagonisti, per non parlare dell’effetto unico dato dall’avere una vera band che suona in contemporanea allo show e che, nel caso di questo spettacolo in particolare, viene fuori con l’uscita scenica del chitarrista sull’assolo di Beat It.

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Oltre ai teatri ed alle sale concerto, a Londra non si possono fare due passi senza inciampare in un locale di musica dal vivo. Che sia un locale che ha fatto storia, un jam bar o uno di quei locali dal concept moderno, il leitmotiv  è sempre la musica. Uno dei primi locali dove sono capitata dopo poche settimane dal mio arrivo è stato il Troy Bar, nella fremente zona di Hoxton, pullulante di ristorantini e movida. Questo famoso buco dai soffitti bassi, con un palco minuscolo situato al fondo della seconda sala, fa da sfondo ad una serie di piccoli miracoli musicali quotidiani. Qui ogni sera della settimana è dedicata ad uno stile musicale diverso: c’è la serata jazz fusion il mercoledì o quella funk fusion il venerdì. Tuttavia io credo di essere capitata nel giorno più assurdo di tutta la settimana: il martedì. Il martedì al Troy Bar c’è la serata Open Mic New Soul, ciò vuol dire che una resident band accompagna chiunque voglia esibirsi dal vivo in quello stile, con cover o inediti ( il che significa che molto spesso la band va a braccio…), o talvolta con la spoken poetry, altra forma d’arte molto interessante a metà strada tra la poesia e il rap. Lì, seduti in mezzo ad una folla estremamente eterogenea di corpi accaldati, calpestando continuamente cocci di bottiglie e bicchieri sparsi per tutta la sala, si ascolta ad un livello di bravura e talento che superano l’immaginabile, misto a un odore acre di alcool e sudore. Il colpo finale lo si ha all’uscita del bar, quando fra una chiacchera e mille complimenti si scopre che molti degli artisti che si esibiscono non sono neanche dei musicisti professionisti ma dei semplici ragazzi che cantano nel coro della chiesa locale.

Il miracolo del Troy Bar lo si può rivivere in altre forme in diversi locali sparsi per la città, come locity-music Spice Of Life a SoHo. In questo pub all’ angolo di Moor Street si può gustare un hamburger accompagnato da una pinta nella sala superiore prima di scendere nell’atrio sottostante, dove si spunta davanti ad un palco di media grandezza con diversi amplificatori accatastati gli uni sugli altri ed un maestoso pianoforte a coda in un angolo. Qui la pletora di artisti che vengono ad esibirsi nel lunedì Open Mic è composta quasi esclusivamente da cantautori i quali eseguono brani originali e qualche sparuta cover rivisitata nel proprio stile. Ognuno ha a disposizione un massimo di due brani da eseguire e il risultato è estremamente vario e diversificato: vi si può trovare dall’autodidatta coraggioso al talento indiscusso, passando per un paio di divertentissimi comici musicali che mettono in versi il loro pungente humor.

city-musicAltri locali interessanti sono sicuramente: l’Hoxton Square Bar and Kitchen, dotato di due sale distinte con area dj e palco, collegato al suo interno con una pizzeria/ristorante; il Bedroom Bar di Shoreditch, dotato anche esso di due sale con palchi e area dj, caratterizzato dalla presenza di distintivi divanetti che circondano la sala e che ricordano dei veri e propri letti; il Dingwalls di Camden Town, locale aperto dal 1973 che ha visto il passaggio di alcune delle star più importanti del panorama rock attuale come i Foo Fighters, i Muse ed i Mumford and Sons. Qui, l’11 novembre scorso, ho potuto ascoltare una memorabile band italiana, la PFM, ancora una volta ad un passo dal palco, vicina abbastanza per toccarli. Purtroppo questo storico locale è in via di chiusura e rinnovamento, dopo più di quarant’anni. Rimarrà comunque una sala da concerti ma la gestione cambierà.city-music

Per chi ama il jazz invece, uno degli appuntamenti più in voga tra i londinesi è quello dei Pizza Express Pheasantry, Jazz Club SoHo  e Midstone&UK dove si esibiscono periodicamente artisti del genere, mentre gli spettatori possono gustarsi una delle famose pizze del locale. Qui si possono ascoltare artisti di vario calibro e il 19 gennaio, addirittura, ci si esibirà il magnifico chitarrista dei Queen, Brian May, con la cantante Kerry Ellis… uno spettacolo da mille e una notte! Da non dimenticare però anche il Jazz Cafè, famosissima venue dove tra l’altro il 16 novembre scorso si è esibito il succitato Cory Henry con la sua band: The Funk Apostles.

Questo mio breve excursus tra le varie esternazioni musicali di questa incredibile città non può certo essere esaustivo, né tanto meno lo pretende, ma vuole semplicemente dare una panoramica sulle infinite possibilità che essa offre ad ascoltatori ed esecutori. Una passeggiata tra un’infinità di note che non finiscono mai di stupire e di riempire l’animo di una sana euforia. Il mio viaggio è appena cominciato e già ho voglia di condividerlo quanto più possibile con voi così da scambiarci idee, opinioni e sguardi su una delle più belle città della musica. E poi chissà che vagando tra le strade di Londra, in cerca di arte, tra i mille buskers che si riversano sui marciapiedi e sulle piazze, non troviate proprio me!

Buona musica e buone passeggiate a voi: perdetevi fra la folla, nella musica della vita.

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