“Il bambino con il cuore di legno”: una fiaba per tutti sul potere della memoria

emma-tetti-letture-libriLeggere libri … per ricordarci la nostra storia e la nostra identità e renderci ancora più ricettivi alla cultura della differenza.


“Il bambino con il cuore di legno” è un libro per ragazzi scritto da John Boyne, autore del celebre “Il bambino con il pigiama a righe”, ed edito da Rizzoli nel 2010.

Non si è mai troppo adulti per sospendere l’incredulità e viaggiare con la fantasia nel tempo del mito, un tempo coniugato all’imperfetto, senza essere definito da coordinate temporali e spaziali precise.

Non si è mai troppo adulti per accantonare presente, passato e futuro e penetrare nella magia che comincia dopo aver pronunciato, come un incantesimo, la famosa frase: “C’era una volta”.

Puff!

Non siamo più noi. Torniamo bambini, con il cuore di panna e cioccolato.

Boyne ci racconta la storia del piccolo Noah, di otto anni, che un mattino, all’alba, si allontana volontariamente da casa, per sfuggire ad un dolore troppo grande. Raggiunta una città, avviene l’incontro risolutivo con uno strano giocattolaio che lavora nella propria bottega.

Il titolo, “Il bambino con il cuore di legno”, ci fa comprendere immediatamente il riferimento all’opera di Collodi, che conosciamo fin dall’infanzia. Ma ci sono elementi topici della fiaba stranianti rispetto alle vicissitudini dell’amato burattino e canonici, invece, in altri contesti narrativi.

Il primo è il bosco: esso è metafora del percorso di iniziazione che, attraverso una serie di prove, porterà il protagonista ad acquisire nuove competenze, maturando un processo di crescita e di graduale abbandono delle assolute certezze, ma anche dei limiti all’azione, propri della fanciullezza.

Come per Biancaneve e per Pollicino, anche per il piccolo Noah il bosco sarà territorio liminare dell’impossibile, in cui scappare da un pericolo per poi farvi ritorno da “eroe”.

Il secondo elemento è l’apparente non-sense, ossia lo stravolgimento delle regole che governano il reale. Noah interagisce con personaggi strampalati e buffi che ricordano il mondo di Alice creato da Lewis Carroll: dopo poche pagine dall’esordio, Boyne stesso nomina lo Stregatto, in modo a prima vista casuale.

Le connessioni con quest’ultima fiaba sono notevoli e culminano nel concetto di “tempo” come affannosa corsa contro lo scorrere inesorabile dei secondi, corsa simile a quella del rinomato Bianconiglio.

“Il bambino con il cuore di legno” veicola una morale estremamente attuale e ben fruibile da un lettore adulto. La vita scorre veloce, il tempo passa e la fuga, in ogni sua accezione, non può arrestare il moto delle lancette.

Tic tac. Tic tac.

Attimi che non ritornano mai più.

Tic tac. Tic tac.

Attimi preziosi, da gustare con calma, affinché diventino ricordi.

Chi è di carne e ossa, infatti, invecchia e muore, ma questa finitudine la si sublima grazie al potere della memoria.

Emma Fenu

Cervelli in fuga? Personali istruzioni per l’uso

Detesto l’appellativo “cervello in fuga” (al quale rispondo sempre -sì, lo sto ancora cercando-), ma la situazione della ricerca in Italia è tale da rendere un eroe chi resta (ovviamente non mi riferisco ai “raccomandati” di turno). Chi vuole continuare a fare ricerca senza dover lottare anche solo per ottenere una bottiglia di acetone per il laboratorio si vede spesso costretto ad espatriare. O meglio, come disse il mio prof. di tesi, a “guardarsi attorno”. In realtà, la mobilità degli scienziati è un arricchimento impagabile. Purtroppo il flusso verso l’Italia sembra mancare. La tragica morte di due dottorandi all’estero (Solesin e Regeni) ha fatto conoscere al grande pubblico non solo la parola “dottorando”, questa sconosciuta prima, ma anche la realtà di molti giovani che trascorrono anni all’estero per studio. Studio che è considerato un vero e proprio lavoro, con tanto di stipendio e tutele, a differenza del nostro Paese, ove un ministro si è permesso di dire che fare ricerca sia un hobby. Volete provarci? Ecco pochi consigli su come fare, dal basso della mia esperienza di post-doc da sei anni all’estero, avendo incontrato parecchi aspiranti dottorandi italiani, di cui purtroppo la maggior parte ha abbandonato definitivamente la scienza senza giungere al titolo.

Innanzitutto è doveroso sfatare alcuni miti:
1. Fare un dottorato di ricerca, come formazione ulteriore rispetto alla laurea (magistrale), non implica necessariamente una condanna a vita al mondo accademico. All’estero, una persona con un dottorato è ben accolta in molte aziende e nel pubblico. Al contrario dell’Italia, ove il dottorato per i privati è uno sconosciuto o è considerato una perdita di tempo o limita il futuro alla ricerca universitaria.

2. Nonostante l’età degli altri dottorandi stranieri sia in media inferiore alla nostra, il vero problema è che all’estero i dottorandi possiedono un grado d’indipendenza che noi in genere non conosciamo. Gli aspiranti dottorandi spesso si scrivono il progetto da soli ed hanno già pubblicazioni al proprio attivo. I ragazzi che ho visto lasciare il dottorato avevano vinto selezioni su un progetto vincolato, talvolta nemmeno inerente a quanto avevano studiato. Da noi indipendenza ed autostima non solo non sono insegnate, ma sono pure viste male!

3. Il supervisore all’estero generalmente non segue i propri dottorandi passo passo come il classico prof. italiano durante la tesi. Anzi, potrebbe pure non essere esperto nel settore disciplinare dei suoi studenti. Il suo compito è reperire fondi per la ricerca, spingere dottorandi e post-doc a pubblicare il più possibile, dar lustro all’istituto presentando il lavoro fatto in convegni internazionali. Nella maggior parte dei casi, per vederlo e parlargli bisogna prendere un appuntamento. In genere si comunica via email, anche se il vostro ufficio è a quattro metri dal suo. Le informazioni scientifiche e l’eventuale aiuto in laboratorio arriveranno dai colleghi e dai post-doc.

cervello in fuga

stereotipo del “cervello in fuga”

Ora siete pronti a partire. Cosa fare? Per intraprendere un dottorato all’estero, ci sono almeno due possibili strade, indipendentemente dalla disciplina: a) candidarsi per un posto da dottorando in un determinato ateneo come da bando, b) contattare un professore e proporgli di scrivere un progetto per richiedere fondi.

a) I bandi per dottorandi si trovano su siti specializzati (per esempio, per geologi: link), in mailing list di settore e sul sito istituzionale dei vari atenei. Generalmente l’application è on line (con un sacco di domande strane in UK), o si può inviare in PDF, ma talvolta vi verrà richiesta cartacea (spesso in Germania). L’application dovrà contenere una o due pagine sulla vostra esperienza nella ricerca e sui progetti futuri. Questa è la vostra presentazione e vale più del curriculum in sé. La selezione è soggettiva ed insindacabile (l’italica “oggettività” per punteggio, magari riconsiderata dopo ricordo al TAR, non esiste), quindi non scoraggiatevi anche se pensate di avere un cv risibile ed il vostro inglese è minimo. L’importante è mostrare la passione, l’entusiasmo e la voglia di fare. Se si viene selezionati per un colloquio (in genere spesato dall’ateneo invitante), si dovrà preparare una presentazione secondo le regole dettate e giocarsi il futuro in quei cinque-dieci minuti, cui seguirà un vero e proprio interrogatorio con domande da campionario e tour nei laboratori per valutare quanto bene ci si possa integrare.

b) Se sognate di lavorare per una persona particolare o un laboratorio prestigioso, anche se non avete ancora un’idea precisa di cosa vorreste fare, prendete contatti. Classica email (in inglese o nella lingua locale, se la conoscete a sufficienza) con breve presentazione e la dichiarazione che vi piacerebbe svolgere il dottorato presso quella persona. Non è sicuro riceviate una risposta, potrebbe essere che il prof., super impegnato, inoltri la domanda ad un suo post-doc o dottorando, ma come dice il mio capo “se uno non chiede, è sicuro di non ottenere”. La cosa migliore sarebbe avere già un’ideuzza, da proporre al prof. con cautela, perché questo mondo è affascinante e spettacolare ma ci sono pure squali che non si fanno tanti scrupoli ad appropriarsi delle idee altrui. Mostrarsi propositivi è sempre una buona partenza. Il prof. saprà indirizzarvi per i fondi necessari. Meglio ancora se conoscete già le agenzie nazionali di finanziamenti (si trovano su internet) ed i vari programmi possibili.

Il fatto di essere italiani potrebbe essere un vantaggio: gira voce che la nostra preparazione sia piuttosto buona e soprattutto ampia, per cui siamo in grado di dedicarci ad argomenti anche diversi da quello di laurea. La sottoscritta ne è un esempio, ho cambiato materia di studio, pur usando più o meno le stesse tecniche, tra laurea  e dottorato e poi ad ogni post-doc. In sostanza, fare un dottorato all’estero richiede motivazione e costa fatica, in aggiunta alla nostalgia di casa ed alla difficoltà di trovarsi in un altro paese. In compenso, però, si riceve un ottimo stipendio (attenzione! In Austria e Germania talvolta fanno contratti part-time, ossia da 20h settimanali, questo implica uno stipendio dimezzato… ossia tanto quanto prendereste in Italia), lo stipendio include la tredicesima ed i giorni di ferie, l’assegno di disoccupazione al termine del contratto e piene tutele in caso di gravidanza (anche i padri possono chiedere il parental leave e per le donne ci sono progetti appositi per promuoverne il ritorno nella ricerca dopo la nascita di un figlio), s’impara a padroneggiare l’inglese scientifico ed a seconda della nazione scelta pure un’altra lingua, si pubblica parecchio (publish or perish, non è uno scherzo) costruendo un CV appetibile per il futuro, s’instaurano amicizie con colleghi da tutto il mondo, si lavora in laboratori all’avanguardia e si hanno a disposizione fondi per partecipare ai convegni, etc. Né l’università né il paese ospite sono mai come ce li siamo immaginati dall’Italia. Per certi aspetti potranno essere una delusione, ma il bilancio finale sarà sicuramente positivo. In bocca al lupo!

P.S. I “consigli” valgono pure per un post-doc all’estero e per qualsiasi disciplina, non solo in campo scientifico. Anche a livello europeo l’ambiente si fa sempre più competitivo ed i fondi scarseggiano. La domanda “pensi di tornare in Italia?” mi viene rivolta sempre più spesso. La risposta non è cambiata nel tempo: no, se non costretta dagli eventi. Mi sono sentita rifiutata dal mio Paese. Non cacciata, ma nemmeno valorizzata com’è stato poi all’estero. Se anche volessi rientrare, sarebbe estremamente difficile. Lo sapevo. Il mio prof. di laurea mi avvertì: questo è un biglietto di sola andata.

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Tip Yogico # 5. Un caffè con l’infinito

Scuole Internazionali a Hong Kong: non solo studio!

Premetto che, parlo principalmente della mia scuola perché` è quella di cui ho avuto esperienza diretta, ma le altre scuole internazionali hanno circa gli stessi eventi. I principali sono il Capodanno Cinese, lo Sport Day, la Literacy Week o Book Week e il camp (per i bambini dalla terza elementare in poi).

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Sport Day per le scuole superiori… Quello in blu (Draghi) e` mio figlio.

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La mia classe era nella casa delle Tigri…

Ho parlato del Capodanno cinese nel video di Febbraio e quindi passiamo allo Sport Day. Lo Sport Day è il mio incubo annuale e lo è stato anche quando lo vivevo solo come mamma! Ci sono i genitori ed anche gli insegnanti cui piace e che lo aspettano come uno degli eventi dell’anno, ma io proprio no. Io aspetto che arrivi, patisco durante la giornata e sono felicissima quando è finito! Inizia verso le 8 del mattino e continua fino alle 2.30/ 3.00 del pomeriggio. E`, naturalmente, organizzato dagli insegnanti di Educazione fisica, ma tutti aiutano. Ci sono diversi giochi e gare e gli studenti seguono rotazioni decise in precedenza. Immaginatevi uno stadio, con la musica a manetta, pieno di bambini, genitori e insegnanti che urlano a squarciagola per farsi sentire. Oltre alla musica ed alle urla ci sono i cori d’incitamento ed il coro migliore è premiato. Di solito gli studenti sono divisi in case. Sì, perché` in quasi tutte le scuole internazionali hanno le case come le descrivono in Harry Potter. Le nostre case sono: Tigri, Panda, Fenici e Draghi. Nella nostra scuola, alle elementari, cambi casa quasi ogni anno secondo la classe in cui vieni messo, ma alle superiori ti assegnano ad una casa e lì rimani fino alla fine della scuola. E` tutto organizzato nei minimi particolari e gli altri insegnanti aiutano ad agevolare gare e giochi. I genitori delle elementari sono, di solito, tutti li`, a fare il tifo per i loro bambini ed a socializzare con gli altri genitori. Io, come insegnante di sostegno uno ad uno, sono sempre con il mio bambino. Fino ad adesso mi sono occupata di bambini autistici e quindi faccio in modo che riescano a partecipare e che, se serve, possano avere una pausa dal caos. Alla fine della giornata sei stato in piedi per quasi tutto il giorno, ti sei sorbito tutta la musica a manetta che ti potevi sorbirti, le urla ed i cori e tutto questo sotto il sole cocente. Una volta finito, mi trascino verso il mini-bus e mi spalmo sul sedile!

Adesso toccherebbe alla Literacy Week, ma io mi tengo sempre la parte preferita per la fine, quindi parliamo del camp.

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Coasteering.

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Ellen durante la lezione d’Arte.

Tutte le scuole organizzano i camp in modo diverso, ma tutte cominciano in quella che per noi è la terza elementare. La nostra scuola prevede un camp di due giorni ed una notte in terza, di tre giorni e due notti in quarta e di quattro giorni e tre notti in quinta. Alle superiori si va via per tutta la settimana lavorativa e, a seconda della destinazione, si parte anche la domenica mattina. Nella nostra scuola, il camp è obbligatorio e per scampartelo, sia tu studente o insegnante, devi avere un motivo super valido che include bambini appena nati, ossa rotte di vario genere e malattie serie, altrimenti impacchetti, felicemente o meno, le cose che ti servono, le sistemi nello zainone e affronti l’ignoto! Quest’anno io lavoro con i bambini di tre anni e quindi niente camp, ma l’anno scorso e quello precedente ho lavorato in quarta e quinta ed il camp me lo sono subito entrambi gli anni. Si, SUBITO! Non sono fatta per l’avventura con zaino in spalla, sacco a pelo e le stelle che ti fanno da tetto! In più l’anno scorso mi sono toccati il Coasteering, l’Absailing, lo Ziplining ed anche la scalata della parete rocciosa! In teoria con il Coasteering dovresti camminare sulla roccia senza tenerti con le mani perché` tanto hai un bel cavo di sicurezza. Avreste dovuto vedere i miei ragazzini camminare tranquilli come se niente fosse senza alcun aiuto… Sì perché` l’istruttore, che in teoria doveva occuparsi di loro, cercava di convincermi a lasciare la roccia ed a fidarmi di lei! E questo per non parlare dell’absailing… sei lì in altro e hai due belle corde in mano e dovresti calarti giù manovrando queste due bellissime corde senza stare troppo vicino alla parete rocciosa perché` se no ti graffi. Ah!

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Pigiama, vestaglia e pantofole.

Non sto neanche a raccontarvi la mia esperienza attaccata a quelle due corde! Ancora non so come sono arrivata giù, ma so che la parete l’ho toccata! Eccome!

Comunque sono sopravvissuta e ho potuto aggiungere altre tre attività alla mia lista di cose nuove che ho avuto il coraggio di provare (solo tre perché` il giorno dopo il coasteering mi sono rifiutata di arrampicarmi sulla roccia!).

I camp sono studiati appositamente per rendere, questi cittadini del mondo di domani, indipendenti e pronti sempre a provare nuove avventure.

E, finalmente, la Literacy Week! E` appena finita e me la sono goduta momento per momento! Una settimana di libri, letture e incontri con autori, cosa si può desiderare di più`?!

Il tema di quest’anno erano i libri illustrati. Io sono sempre stata convinta che i libri illustrati fossero solo per i bambini più piccoli che hanno bisogno delle immagini per apprezzare il testo, ma con l’aiuto della nostra bravissima bibliotecaria, Tanja Galletti, ho imparato che ci sono tanti tipi di libri illustrati e persone di tutte le età possono leggerli, persone che vanno da 0 a 100 e più anni! Dal Lunedi al Venerdì di questa settimana speciale, di solito la mattina, prima di iniziare le lezioni, abbiamo venti minuti di D.E.A.R., Drop Everything And Read, in altre parole molla qualsiasi cosa tu stia facendo e leggi. Puoi leggere qualsiasi cosa: libri, fumetti, riviste, dizionari e chi più ne ha più ne metta. Martedì e Giovedì avevamo invece gli incontri con gli autori. Quest’anno è venuta a trovarci Ellen Leou, l’autrice della serie di Lulu, the Hong Kong cat, ed abbiamo avuto un’intervista su skype con Rob Buyea, l’autore della serie di Mr Terupt.

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Il mio costume da Rainbow fish.

Screen Shot 2016-03-06 at 8.33.24 pmTra l’altro Ellen Leou si è unita alla nostra insegnante di Arte per spiegare come illustra i suoi libri perché, oltre ad essere un’autrice, è anche un’illustratrice, una vera artista a tutto tondo. Inoltre Giovedì abbiamo anche avuto il pigiama day e tutti, studenti, insegnanti e la preside, erano in pigiama, vestaglia e ciabatte. Durante il pigiama day abbiamo la continuous reading chair, la sedia della lettura continuata, dove per dodici ore c’è sempre qualcuno che legge. Ci diamo i turni e tutti, compresi genitori, leggono su quella sedia. Infine, il Venerdì`, per concludere la settimana, c’è il Book character Day, quando ci si veste come un personaggio di un libro. Ovviamente ci sono le bambine che non resistono ad essere principesse per un giorno od i bambini che vogliono vestirsi come uno dei personaggi di Starwars, ma abbiamo anche tanti altri che scelgono un personaggio del loro libro preferito. L’anno scorso ho provato ad essere una moderna Jo March di “Piccole Donne”, ma ho dovuto spiegare il mio costume a tutti e quindi quest’anno ho scelto di vestirmi come il pesce arcobaleno ed è andata meglio.

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La sposa italiana

È ormai noto che senza un visto non è possibile entrare negli Stati Uniti; quello più comune, e anche il più semplice da ottenere, è l’ESTA, ovvero un permesso di soggiorno turistico che concede una permanenza di massimo 90 giorni. Tutti gli altri visti, che qui chiamano visas, vengono rilasciati a seconda dello scopo per il quale si intende trasferirsi -sempre temporaneamente- negli States.
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Io sono qui con un H4, anche detto “visto sposa”, ottenuto conseguentemente all’H1B di mio marito, ovvero un visto lavorativo di tre anni. Prima di partire mi sono informata molto sulle possibilità lavorative nel mio campo, e sono stata molto felice quando ho scoperto che, grazie ad una legge passata a Maggio 2015, i possessori di H4 avrebbero potuto lavorare, possibilità che che prima non era ammessa. Così, una volta arrivata a New York, anche detta “la terra delle opportunità” mi sono subito attivata per cercare una chance di lavoro nel campo dell’editoria.

A pochi giorni dal nostro arrivo siamo andati all’ufficio centrale per iscriverci come residenti e avere un Social Security Number (un codice numerico che identifica la posizione fiscale), e lì la triste scoperta: l’impiegata mi ha gentilmente spiegato che, secondo quella legge del Maggio 2015, io sarei abilitata a lavorare solo se facessi richiesta di Green Card (quindi di un visto permanente) e successivamente pagassi una tassa di $380.

La burocrazia italiana è strana e complicata, ma anche quella americana non scherza!

Scoprire che la mia istruzione e il mio valore professionale è subordinato ad una tassa non è stato piacevole, e non lo è stato neanche vedermi negata l’apertura di un conto in banca, o la possibilità di avere una carta di credito, di prendere una casa in affitto, di fare una internship e persino di avere un abbonamento telefonico.


poster-316690_1280Senza contare il fatto che non poter lavorare comporta un disagio non solo evidentemente economico, ma anche psicologico. Ho passato giorni molto tristi, mi sono sentita inutile, ho pensato di aver fatto una scelta di vita sbagliata, mi sono sentita come le donne degli anni ’60, quelle casalinghe americane rinchiuse nella gabbia dorata di cui parlava Betty Friedan nel suo saggio femminista; poi ho preso una decisione, ho capito che dipendeva solo da me non lasciare che questi giorni d’attesa passassero come una perdita di tempo e li ho trasformati in una possibilità da dare a me stessa dedicandomi a quello che più mi piace, in attesa di potermi fare strada nel mondo del lavoro.

Vivere qui è senz’altro un’esperienza che cambia la vita, ma se partite come “spose italiane”, armatevi di pazienza e ricordatevi sempre chi siete e quanto valete!

Fotografare Barcellona

  • Ciao Linda, tu sei una fotografa che ha scelto di vivere a Barcellona. Perché proprio questa città?
Linda Marengo Barcellona in realtà era in ballottaggio con Madrid 🙂 Ha vinto Bcn per il MARE che amo. Ho studiato per due anni spagnolo, e cercavo qualsiasi occasione per parlarlo, ero affascinata dalla lingua e questo paese mi attirava fortemente, lasciare Firenze non è stato facile perchè la considero ancora la città più bella al mondo (per me) sono nativa di Livorno, ma ho vissuto più di 6 anni nel capolugo toscano, ed è stata una bellissima esperienza. Alla soglia dei 30 anni, ho pensato “ora o mai più!” e ho fatto le valige per la terra Catalana, senza conoscere nessuno, senza avere nessun punto di riferimento. A quel tempo lavoravo per un’impresa di moda, ed è stato facile farmi trasferire ed avere un carico di responsabilità maggiore, era anche il 2007 quindi il lavoro cadeva dal cielo, non come adesso che si sente di più la crisi, specie nel campo della moda made in Italy. Ma l’essermi trasferita SOLA mi è servito tantissimo, è stata un’esperienza che ricorderò per sempre, ti rafforza e ti aiuta a fare pace con alcuni mostri dentro, devi contare su te stessa, quindi devi imparare ad amarti un po di più. 🙂
  • Barcellona ha qualcosa di più da offrire rispetto ad altre città per un’artista come te?
Barcellona è un fulcro di energie, è sempre in movimento, è una città cosmopolita a livello artistico, per fotografare  è fondamentale avere spunti di ispirazione per progetti nuovi, frequento molti corsi di vario genere e ho creato una buona rete di amici che condividono la mia stessa passione, specie la fotografia analogica. Non so dirti se in altre città mi sarei trovata altrettanto bene da questo punto di vista, ma sono pienamente soddisfatta nel trovare sempre punti di incontro nuovi per crescere insieme dal punto di vista artistico, gente con passione ed entusiasmo.
  • Credi che il tuo destino sarebbe stato diverso se tu fossi rimasta in Italia?
linda Marengo barcellona 4Sicuramente si, ma non lo dico negativamente, credo che se una persona ha buona energia e lotta per i suoi sogni, comunque qualcosa riesce a fare, basta non arrendersi, magari sarebbe stato un po più faticoso, ma credo fermamente che se uno ha un talento, lo deve far fruttare al massimo, indipendentemente dal posto dove si trovi, senza arrendersi e accontentarsi. ê una responsabilità verso la propria felicità. Poi l’Italia dal punto di vista fotografico è molto sviluppata, conosco molti fotografi in molte città che si realizzano in questa bellissima forma d’arte.
  • Com’è la giornata tipo di una fotografa? 
Beh in primis non ho orari, quando fai un lavoro con passione, non stai a guardare l’orologio, ma dai tutta te stessa per creare qualcosa di unico, che sia una singola foto, un reportage, un album, un’esposizione.
In più oggi come oggi, essere fotografi non è solo stare con la camera al collo a scattare, ma è dedicare molto tempo al marketing per la captazione di nuovi clienti, aggiornare la web, pagine fb, rispondere alle mail, partecipare ai contest e soprattutto studiare. La formazione è sempre stata molto importante per me, per poi cercare un mio stile (che e una fase molto lunga), stravolgere le regole, ma facendolo con un senso preciso, e cibarsi di arte in generale, non solo di fotografia, ma anche di cinema, pittura etc, e Barcellona su questo ti aiuta molto.
  • Quale è la migliore caratteristica per essere una buona fotografa ? Ed il peggior difetto?
L’umiltà sicuramente è fondamentale per un fotografo, è quello che ci permette di continuare a crescere, ad essere critici con ilinda Marengo barcellona 1 nostri lavori, ad ascoltare e fare tesoro di un consiglio da chi ha più esperienza, ma anche ascoltare chi quest’esperienza non ce l’ha, per sapere come arriva e se arriva il nostro messaggio all’osservatore. Essere permalosi di conseguenza è deleterio, ci chiudiamo in noi stessi pensando che sia il mondo a non capirci, e non superermo mai i nostri limiti, e sarebbe un vero peccato.
  • Barcellona è una delle città più prese di mira dagli italiani che desiderano espatriare. Quali sono i motivi a tuo avviso? 
In parte credo che sia dovuto dal fatto che è una bellissima città, vicino casa, con un clima invidiabile.
In più c ‘è il mare che attira molti, e i mezzi di trasporto funzionano in maniera impeccabile, è facile muoversi, e la movida barcelonese è la ciliegina sulla torta!


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From Paris with Love

SilviaQuando arrivi a Paris, di solito sono solo due i sentimenti base, primordiali, che si scatenano nel profondo: odio e amore. Sembra la poesia di Ovidio, Odi et Amo. Ecco proprio lei.

Ho sentito gente innamorarsi di Parigi in un fine settimana. Ne ho sentita altra odiarla in 24 ore.

Ma per averla vissuta, posso dire che a Parigi passi tutte le sfumature, che neanche Mister Grey. E vivi a sentimenti alterni, fino a quando il battito del tuo cuore non si allinea con il suo.

Di solito tutto ha inizio con “stupore e meraviglia”: l’amore ti pervade e la gioia ti riempie dagli occhi alla punta dei piedi. Pensi di volare.

Poi entri in un bar, in un negozio, in un ristorante: l’odio. Sì, proprio lui. Il confine è labile. Un gioco di contrattempi. I parigini non ti capiscono e non si sforzano a farlo. Anche se tu ti affanni a cercare vocaboli nella memoria remota del tuo francese delle medie, loro ti guardano con un enorme punto interrogativo, neanche gli stessi chiedendo la formula matematica di un integrale per calcolare il volume del bicchiere di Bordeaux che ti serviranno a cena. Ma stranamente l’odio resta e tutti se lo portano a casa. Si dimentica subito l’amore. Come quando finisce una relazione. Tutti si ricordano della misera rottura, mai nessuno della passione ardente. È scientifico, è cosi.

Quando però a Parigi ci vivi e ci convivi, l’Odi et Amo evolve in un turbinio di altri sentimenti: una gamma infinita di nuance meravigliose.

Se vivi a Parigi non sei in vacanza: questo detta regole di sopravvivenza base come “se vivi a Parigi non puoi vivere nei quartieri turistici, ti spennano e ti fanno maledire ogni giorno della tua vita”. L’ho imparato a mie spese!

Una volta compreso che, per vivere bene devi vivere come loro, il gioco è fatto. Attenzione ho detto “vivere come loro” non ho detto “diventare loro”. No perché non mi si dicesse poi che voglio diventare francese! Je suis italienne!!

Stabilito ciò, la vita parigina assume una serie di sfaccettature definibili con un climax ascendente del tipo: mi fai schifo, ma cosa diavolo ci faccio qui?, ok ti tollero, mi fai incazzare ma va bene, mi fai sorridere, sei figa, che grasse risate, sai che sei fighissima, grazie Parigi, oddio ma io TI AMO!

Proprio come nelle fasi dell’innamoramento. E più questo processo e lento, più la relazione è lunga e stabile. Io c’ho messo quasi 3 anni. Neanche la traversata dell’Atlantico per scoperta dell’America è durata tanto!

Una volta che la fase di amore è entrata in gioco, non è detto che non si ricada ogni tanto nell’odio. Perché diciamocelo, lo stronzo che te le fa girare lo trovi, anche spesso. Ma se l’amore è vero sincero e profondo, allora è fatta.

Poi però il turbinio di tutti quegli altri (tutti!) sentimenti bisogna gestirlo: ma questa è un’altra storia.

Il mio sentimento preferito è l’incazzatura facile. Ma Parigi lo sa, non se la prende, mi perdona, mi ama e facciamo sempre pace alla fine.

Perché poi diciamocelo, i parigini saranno pure stronzi, ma i francesi, quelli veri, sono un grande spasso. E io amo pure loro.

Quindi, venite a Parigi e fateci l’amore. E se il cameriere è uno stronzo che fa. Lo spettacolo è un altro: godetevelo.

Vous êtes prêtes pour l’aventure parisienne ? On y va !