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Cittadinanza: Sì o No? E quale?

Una mattina di qualche mese fa, la mia amica e collega Daniela (che è piemontese ma abita in UK da molti anni) è arrivata in ufficio con un libro intitolato “Life in the United Kingdom”, il testo da studiare per sostenere l’esame di cittadinanza britannica. Il libro mi ha incuriosito ed ho chiesto a Daniela di darci un’occhiata: include vari capitoli su argomenti quali la storia del Regno Unito, aspetti importanti del patrimonio artistico (da Shakespeare ai Beatles), geografia, cultura popolare (TV, giornali, ecc.), sistema politico, e così via.

In ufficio con noi c’era un’altra collega, Alison, che è scozzese di nascita ed ha vissuto in UK per tutta la vita. Ci siamo divertite a discutere insieme il libro e cosa gli autori avevano deciso di includervi per definire la “vita in UK” (io avrei incluso “Doctor Who”!).
E chi tra noi ne sapeva di più degli argomenti del libro? Alison l’ “autoctona”? Daniela che vive qua da 16 anni e stava studiato per il test? O io che sono qua da tre anni soltanto, ma conosco bene la cultura britannica per interesse personale? La risposta non era facile come sembra perché tutte e tre conoscevamo bene alcune cose ma non altre…E ci siamo anche chieste se avremmo tutte superato l’esame, compresa Alison (che ammesso di non ricordarsi molto in materia di storia antica, ma che ne sa molto di più di letteratura e soap operas!).

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Mi sento pronta a giurare fedeltà alla Corona???

Dopo che Alison ha fatto il caffè per tutte con la sua moka Bialetti gigante (il che la rende probabilmente 5% italiana), la conversazione si è spostata su cosa avremmo scelto io e Daniela per rappresentare l’idea di “vita in Italia” visto che non abbiamo mai letto il libro per il test di cittadinanza: quanto andare indietro con la storia? Sicuramente prima dell’Unità d’Italia…ma di quanto? Come scegliere elementi dalle diverse regioni? Pizza, bagnacauda, ribollita…e quanto altro? Paolo Conte, Giacomo Puccini o Laura Pausini? Quali altri aspetti della cultura? La cosa buffa è che io non avrei praticamente idea di cosa includere riguardo l’Italia contemporanea, a parte cose essenziali tipo chi è il Presidente della Repubblica…Forse non mi qualifico più come cittadina italiana!!!!

La domanda allora sorge spontanea: cosa ci rende “cittadini”?  Essere nati in un posto particolare? La

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Giuro eterna fedeltà alla Guinness! Slainte!

conoscenza di date e fatti, o il riconoscere qualcosa come familiare e “nostro”? O semplicemente il desiderio di sentirsi integrati e pienamente riconosciuti parte della comunità dove viviamo? Credo che molto dipenda dalle circostanze individuali, da cosa riconosciamo come importante per la nostra identità e benessere in un particolare momento, e per quello della nostra famiglia.

Dopo aver vissuto fuori dall’Italia per 16 anni, mi sono chiesta spesso dove io mi senta a casa, senza sapermi dare veramente una risposta.

Tutto sommato, però, adesso mi pento di non aver mai richiesto la cittadinanza irlandese mentre abitavo là…Se non altro per avere un passaporto che ha l’arpa in copertina! Magari non mi sentirò irlandese al 100%, ma mi ci sento abbastanza. Senz’altro sarà l’effetto di tutta la Guinness ingerita nel corso degli anni.

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Thüringer Klöße

Come dice il saggio: chi dice Turingia dice Klöße… 😉
Ma di cosa si tratta? Qualcuno – non si sa bene il perché – tende a paragonarli ai nostri gnocchi, quando in realtà l’unica caratteristica in comune è la presenza di patate nella ricetta. Si tratta di grosse palle di patata (cotta e cruda) ripiene e cotte in acqua bollente e accompagnate – secondo la tradizione – da carni arrosto e Rotkohl.
Lo so, la descrizione non invoglia a provarli ma credetemi: sono deliziosi e una volta assaggiati non potrete che convenire con me: la vostra fatica in cucina è stata ampiamente ripagata da un sapore decisamente eccezionale con il quale – volendo – potrete stupire anche gli ospiti più scettici.

Gorée, l’isola degli schiavi

L’isola di Gorée si trova a 3 chilometri da Dakar, mezz’ora circa di traversata in mare, un vero paradiso terrestre ora, un vero inferno in passato: da qui, infatti, ai tempi della tratta degli schiavi, partivano donne, uomini e, spesso, bambini provenienti un po’ da tutta l’Africa nera, destinati a non rivedere mai più le loro terre d’origine e le loro famiglie. Fu diabolicamente scelta per questo ingrato compito perché era, ed è, uno dei punti africani più vicini alle coste americane e, perché, in quanto isola, rendeva un’eventuale fuga praticamente impossibile.
Sono stata a Gorée la prima volta nel 2009, l’anno in cui ho conosciuto e sposato mio marito, avevo letto qualcosa sulla sua storia e, trovandomi a 30 minuti da lì, mi sembrava interessante andarci per capire meglio che cosa fosse accaduto durante 300 anni di dolore, morte e disperazione.
Confesso di non aver avuto il migliore degli spiriti, quel giorno, anche perché mio marito mi disse che non ci era mai stato: non amava l’idea di visitare un luogo così tristemente noto, soprattutto ai suoi antenati. Insomma con un misto di curiosità e amarezza ci siamo imbarcati mio marito, mia figlia che all’epoca aveva poco più di 5 anni, i miei genitori ed io.
La traversata per raggiungerla mi dava quasi l’impressione di fare un viaggio a ritroso nel tempo e mi lasciava solo immaginare la disperazione di chi questo stesso viaggio lo aveva dovuto affrontare in catene dopo essere stato strappato con l’inganno ai propri cari e alle proprie origini a seguito di false promesse.
goree isolaAppena percepita l’isola all’orizzonte ho subito notato la presenza di cannoni che, posti in modo strategico, servivano, inutile dirlo purtroppo, a fermare per sempre chiunque tentasse di fuggire disperatamente al proprio destino, e ho subito notato anche che lo sguardo di mio marito cominciava ad abbassarsi. Era l’inizio di una giornata di teste basse, occhi lucidi e nodi in gola!
Arrivati nella piazzetta che accoglie chi sbarca, troviamo molti uomini abitanti dell’isola che, alla vista di bianchi, si precipitano verso di noi offrendosi, sotto dovuto compenso, di essere la nostra guida per la giornata e io accetto subito che uno di loro ci accompagni, senza nemmeno chiedere il costo del servizio, convinta, così, di poter rimediare, almeno in parte, al danno fatto in quello stesso luogo da bianchi come me per 3 lunghi secoli …come se bastasse così poco!
Finalmente partiamo alla scoperta di Gorée anche detta “Bir” che in wolof significa ventre muliebre, e lagoree sensazione di essere tornati indietro nel tempo si ripresenta: la maggior delle costruzioni sono ancora in stile coloniale color pastello e circondate di bougainvillee , gli edifici sono in pietra lavica e le stradine che “serpeggiano” in tutta l’isola sono di sabbia. Il silenzio è interrotto solo dalle voci dei bambini che giocano all’aperto e dal canto della moschea, la gente cammina lenta e si saluta sempre stringendosi la mano per poi batterla sul cuore.
La guida ci accompagna nei posti più significativi dell’isola: il “Museo della Donna“, che contiene antichi strumenti di lavoro femminili, il Laboratorio biologico del mare, che raccoglie 750 specie di pesci e 700 esemplari di molluschi e il Collegio “Mariama Ba”, dove studiano le ragazze ritenute le più dotate di tutto il Senegal, selezionate direttamente dal Ministero dell’Istruzione all’interno delle scuole elementari di tutto il Paese.
E poi ancora la chiesa di San Borromeo e una Moschea costruita nell’Ottocento che ci riconferma come qui la religione Cristiana e quella Musulmana convivano serenamente da molto tempo, da sempre direi. Ci racconta che ora Gorée è nota per i suoi artisti, musicisti, pittori e scultori che hanno deciso di vivere lì e di lasciarsi ispirare da questo luogo ricco di storia e di cultura. In tutto questo peregrinare io quasi dimentico fino a che davanti agli occhi mi compare la scritta “Maison des Esclaves“.
La testa si abbassa di nuovo gli occhi si gonfiano e in silenzio seguiamo la guida all’interno di questa grande casa rosa.
Subito dopo il corridoio d’ingresso ci troviamo di fronte a 2 grandi scalinate semicircolari che dividono il piano terra dal primo piano e in mezzo a questo due scalinate proprio dritto davanti a me una piccola porta che da direttamente sull’oceano.
La spiegazione della guida comincia così: “Abbiamo perdonato ma non dimenticato
Il piano di sotto era destinato agli schiavi e quello di sopra ai negrieri e ai compratori, chi veniva portato in questa casa maledetta era già stato marchiato a fuoco e aveva già perso la propria identità costretto a prendere un nome scelto dal “proprietario” del quale prendeva anche il cognome diventando, così, a tutti gli effetti “merce” umana di scambio venduta o barattata con oggetti di scarsissimo valore.
C’è la cella degli uomini, quella delle donne, delle giovani ragazze e dei bambini. Sono piccole, buie senza finestre, qui venivano ammassati in condizioni igieniche indescrivibili, denutriti e a volte anche denudati, aspettavano solo di essere imbarcati.
goree celle dei recalcitrantiPoi, in un angolo del sotto scala un cunicolo stretto e basso dove era persino impossibile stare in piedi e dove l’aria era irrespirabile, spettava ai recalcitranti, coloro che si ribellavano in qualche modo a questo infame destino e che spesso finivano di stenti per poi essere gettati direttamente in mare.
Sempre al piano di sotto la stanza della bilancia dove venivano testate le doti fisiche degli uomini dagli “affrancati”: ex schiavi che per sopravvivenza accettavano di lavorare per i negrieri. Questi avevano il compito di selezionare i maschi palpeggiandone la muscolatura e pesandoli: dovevano essere almeno di 60 kg per poter sopportare il viaggio ed essere pronti a lavorare nelle piantagioni di caffè, cotone e canna da zucchero una volta arrivati sulle coste Americane o dei Caraibi ma, ancor prima, per non ammalarsi viste le condizioni in cui erano detenuti. Chi si ammalava, per evitare contagi, veniva buttato in mare spesso ancora in vita. La stessa sorte toccava a chi si fosse ammalato durante il viaggio verso l’America.
Alle donne e alle ragazze spettava una selezione diversa: goree internoerano i compratori a testarle la notte, scegliendone ogni volta una diversa. In caso di gravidanza, venivano liberate dalla schiavitù, si fa per dire, per restare a fianco dell’uomo che le aveva “testate”. Per questa ragione, tutte le donne pregavano di poter essere scelte durante una delle notti che precedevano il viaggio infernale.
Saliamo poi al piano di sopra che ora, smantellati gli alloggi dei trafficanti di uomini, è occupato da un museo su questa triste pagina di storia: ci sono alcuni degli strumenti di tortura usati all’epoca, disegni e scritti che spiegano come fossero disumanamente tenuti prigionieri e le condizioni terribili in cui viaggiavano per raggiungere le coste americane.
Usciamo sulla terrazza che si affaccia direttamente sull’oceano e mia figlia mi dice, con l’ingenuitàgoree strumenti dei sui anni, che è contenta che siamo venuti a visitare questo posto ora che tutto è finito sennò lei e mio marito avrebbero corso il rischio di essere rinchiusi lì dentro e forse lei avrebbe pianto all’idea di doversi separare da me e io, sull’onda di questo attimo di leggerezza, penso anche che, ora, non sarebbe male poter vivere un casa così: è in una splendida posizione su di una bellissima isola e non sembra quasi possibile che in realtà, per troppi e per troppo tempo, è stato l’inferno in un angolo di paradiso.
La guida ci invita a scendere e, una volta raggiunto di nuovo il piano terra, mi precipito, con la mia famiglia verso l’uscita con la stessa frenesia che si ha quando ti rendi conto che, finalmente, il film horror che stai vedendo è finito e spegni svelta la tv dicendo, per tranquillizzarti, che è solo un film e che non è vero niente, anche se qui non è proprio così!
Il nostro accompagnatore ci dice, però, che dobbiamo ancora vedere l’ultimo punto della casa in cui gli schiavi sostavano poco prima di partire per sempre e ci accompagna a quella piccola porta che si vede in goree mezzo alle 2 scalinate appena entri nella casa: la porta del NON ritorno! 
Rialzare la testa e guardare di nuovo negli occhi mio marito non è stato semplice!
L’Onu ha definito la tratta degli schiavi “un crimine contro l’umanità”, e nel 1978 ha dichiarato l’Isola di Gorée patrimonio dell’umanità. Molte le personalità Politiche e Religiose di tutto il mondo che hanno visitato le mura di questa casa maledetta, l’ultimo in ordine di tempo il Presidente Obama e Bill Clinton prima di lui.  Papa Woytjla la visitò nel febbraio del 1992 chiedendo scusa all’Africa, ai suoi figli e alle sue figlie da parte della Chiesa che non era del tutto estranea ai fatti, anzi! La guida che lo accompagnava gli rispose di nuovo: “Abbiamo perdonato ma, non abbiamo dimenticato!”
Una nota folcloristica per alleggerire un po’ un tema così drammatico: pare che nella cultura popolare locale si sia diffusa la leggenda secondo la quale gli uomini bianchi, i toubab, vengano misteriosamente percepiti dall’isola e giudicati dalla stessa per il loro animo. I non graditi difficilmente possono passarci notti tranquille, anzi, spesso sono costretti da circostanze inspiegabili ad abbandonare l’isola notte tempo. Per chi, invece, viene accettato dall’Isola, Gorée diventa un luogo magico come lo è per i Senegalesi. Il 19 febbraio io e Ibra, mio marito, festeggeremo il nostro anniversario di matrimonio e stiamo pensando di trascorrere un week-end a Gorée per questa occasione…vi farò sapere!!
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#Qui Londra – Liverpool Street Station

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L’ingresso su Bishopsgate visto dall’interno

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L’ingresso da Liverpool Street

Seconda puntata della serie alla scoperta di Londra. Oggi vi parlo di Liverpool Street Station. Per chi e’ stato in visita a Londra, il nome vi sara’ senz’altro familiare. Infatti, per chi atterra a Stansted e raggiunge Londra con lo Stansted Express o il bus Terranova, Liverpool Street e’ la stazione di arrivo – o partenza.  La stazione, nel cuore della City, e’ il punto nevralgico per chi ci lavora. Infatti, a Liverpool Street:

  • transitano varie linee della metropolitana: Hammersmith e City line, Circle line e Central line;
  • la London Overground collega il nord di Londra – Enfield, Chingford e Cheshunt – “povero” di metropolitana, alla City;
  • Abellio Greater Anglia (treno) collega Stratford, e quindi l’est di Londra;
  • Abellio Greater Anglia collega inoltre Norwich, Ipswich, Braintree, Southend e Clacton-on-Sea (east England).

Per darvi un’idea, nell’ora di punta (rush hour) mattutina (tra le 8 e le 9.30) transitano dalla stazione circa 75.000 persone, me compresa! Io usufruisco della London Overground, un treno locale che in 20 minuti mi porta da Seven Sisters a Liverpool Street, e viceversa.londra-liverpool-street-station

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Alcuni dei negozi

Nella stazione c’e’ sempre un gran via vai di persone, a quasi ogni ora del giorno ma soprattutto tra le 8 e 9.30 del mattino e 5-7 della sera. All’interno della stazione ci sono negozi di alimentari, soprattutto di cibo di asporto: qualcosa di caldo per il viaggio, e per tutti i gusti. C’e’ Starbucks, un Costa coffee, un pub ristorante, negozi di abbigliamento, Boots (farmacia), telefonini….e molto di piu’.

La stazione fu originariamente costruita nel 1865 per collegare Londra e Norwich, e venne espansa nel 1875.

Il 13 giugno 1917, durante il primo bombardamento della guerra sulla capitale inglese, la stazione venne colpita: morirono e furono ferite centinaia di persone. Dopo la Guerra, 1000 dipendenti della ferrovia che persero la vita nel conflitto vennero commemorati con una targa, svelata il 22 giugno 1922 da Sir Henry Wilson, allora uno dei piu’ alti ufficiali dell’esercito inglese. Anche lui e’ ricordato con una targa nella stazione, in quanto fu assassinato dall’IRA lo stesso giorno sulla via del rientro a casa.

A Liverpool Street arrivarono migliaia di bambini ebrei subito prima della seconda Guerra mondiale, parte della missione di salvataggio chiamata “Kindertransport”. A memoria di cio’, dal 2006 (in sostituzione di una precedente opera), all’ingresso di Liverpool Street si trova una statua in bronzo che rappresenta un gruppo di bambini ed un binario, con una targa commemorativa.

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In tempi storici piu’ recenti la stazione, precisamente la metropolitana, subi’ un attentato da parte dell’IRA il 24 aprile 1993, nel quale mori’ una persona e 44 furono ferite. A seguito di questo attentato, fu creato un anello di ferro (a ring of steel) intorno alla City: e’ il nome dato al sistema di sicurezza e sorveglianza tramite CCTV creato a protezione della City. Nonostante cio’, durante gli attentanti del 7 luglio 2005, 7 persone morirono a bordo di un treno della metropolitana appena partito da Liverpool Street station.

Io quel giorno lo ricordo molto bene: una giornata di sole, mia mamma era in visita, io avevo un appuntamento dal dottore, presi un taxi per andare al lavoro. Il taxi mi lascio’ a Shoreditch, “oltre non si puo’ andare – mi disse il tassista – sembra ci sia un guasto alla metropolitana, e’ tutto bloccato”. Scesi, e mi avviai a piedi, brontolando per i soliti disservizi. Passai davanti alla stazione, ricordo un po’ di confusione, ed il fatto che il telefonino non prendeva. Anche qui gli accidenti, pensando fosse solo il mio; seppi dopo che tutta le linee dei cellulari erano cadute. Solo una volta in ufficio, pian piano, emerse la verita’, una cosi’ agghiacciante ed angosciante da lasciare tutti noi sgomenti. Quel giorno ci lasciarono andare a casa di primo pomeriggio, un viaggio quasi tutto a piedi fino a trovare un autobus, uno dei pochi. La gratitudine di poter rivedere la mia famiglia.

Torniamo alla stazione: ci sono tre ingressi, da Bishopsgate, Liverpool Street e Broadgate.

Intorno alla stazione, su Bishopsgate e poi a Moorgate, uscendo dalla parte di Broadgate, ci sono diverse fermate di autobus che collegano varie parti della citta’, con il 242 ad esempio che arriva fino a Tottenham court road o il 15 a collegare la parte est della citta’.

In Bishopsgate, appena fuori dalla stazione, c’e’ un piccolo gabbiotto che vende giornali e riviste: non so con esattezza da quanto tempo e’ li’ ma sicuramente tantissimi anni! Ci sono poi i distributor di giornali gratuity e di Evening Standard la sera, il giornale – ora gratuito – di Londra.

Di fronte all’uscita c’e’ una stazione della polizia – non tanto evidente ma c’e’. Poliziotti a piedi pattugliano regolarmente la stazione, e stazionano all’ingresso della City.

A circa 200 metri sulla sinistra della stazione, uscendo su Bishopsgate (spalle alla stazione dunque), c’e’ il “Bishopsgate Institute”, una piccolo culla culturale. E’ infatti un centro che offre svariati corsi per adulti; io ne frequentero’ uno di scrittura creativa prossimamente – preparatevi!

E poco dietro l’istituto si trova Spitafields market, un vero e proprio mercato al coperto che esiste da 350 anni: alla prossima puntata!


ENGLISH TEXT

London calling – Liverpool Street Station

Discovering London, part two. Today I am going to talk about Liverpool Street Station.

This should be a familiar name if you already have visited London. Indeed, if you land at Stansted and travel to London by Stansted Express or the Terranova bus, Liverpool Street is your end destination – or where you leave from.

The station is located in the heart of the City, and it is crucial for the City workers. Indeed, in Liverpool Street we have:

  • The underground: the Hammersmith and City Line, the Circle Line and the Central Line;
  • The London Overground, which connects an underground-poor North London – Enfield, Chingford and Cheshunt -,to the City;
  • Abellio Greater Anglia (train service) connecting Stratford and East London;
  • Abellio Greater Anglia also connecting Norwich, Ipswich, Baintree, Southend and Clacton-on-Sea (eastern England).

Just to give you an idea, during the morning rush hour (between 8 and 9.30) there are 75,000 people going through the station, including me! I use the London Underground, a local train, for a 20-minute journey from Seven Sisters to Liverpool Street, and vice versa.

The station is always busy throughout the day and above all between 8-.30am and 5-7pm. Inside the station there are food shops, especially take-aways: a varied offer of something hot for your journey. There is Starbucks, Costa, a pub serving food, clothes shops, Boots (pharmacy), mobile shops….and much more.

The station was built in 1865 to link London and Norwich, and was enlarged in 1875.

On 3rd June 1917, during the first bombing in London, the station was hit: hundreds of people either died or were injured. After the war, 1,000 train employees that died during it were remembered with a plate that was uncovered on 22nd June 1922 by Sir Henry Wilson, who was then one of the highest-ranking officers of the British Army. There is a plate to remember him too in the station, as he was murdered by the IRA on the same day on his way back home.

Thousands of Jewish children arrived in Liverpool Street just before the Second World War during the “Kindertransport” rescue mission. In its memory, a bronze statue sits by the Liverpool Street entrance since 2006, a replacement of a previous one. It shows a group of children and a track, and there is a plate.

More recently, on 24th April 1993, the station or rather the tube suffered an IRA attack that resulted in one person dying and 44 being injured. Following this attack, a ring of steel – the name of the security and CCTV surveillance system – was then created around the City for protection. Notwithstanding this, 7 people died aboard an underground train that had just left Liverpool Street during the 7Th July 2005 bombings.

I remember that day very well: it was a sunny day, my mum was visiting, I had a GP appointment, and I was in cab on my way to work. The cab driver left me in Shoreditch: “we can’t go any further – said the cab driver – there seems to be a breakdown on the tube, we can’t go any further”. I got off and started walking, complaining about the usual disservice. I passed the station, I remember the confusion, and that I could not make any calls with my mobile. I was not happy, I thought it was only mine playing up; I found out later that there was no reception. Once in the office, the truth slowly came out, one so dreadful and distressing that we were all dismayed. That day we were allowed to leave early, a trip almost on foot until I found a bus, one of the few running. I was so grateful I could see my family again, when many could not.

Back to the station: there are three entries, Bishopsgate, Liverpool Street and Broadgate.

Around the station, Bishopsgate and Moorgate side, from Broadgate, a number of buses stop, and they linked various parts of the city: the 242 gets as far as Tottenham Court Road, or 15 links the eastern side of the city.

In Bishopsgate, not far from the station, there is a booth that sells newspapers and magazines: I do not know how long it has been there for; it has been a long while! There are then people handing out the free newspapers/magazines and the Evening Standard, in the evening, which is the now free London paper.

Opposite the station there is a police station – it is not very obvious but it is there. Policemen on foot regularly patrol the station, and they are stationed at the entrance to the City.

Approx 100 yards from the station, on the left with your back on the station Bishopsgate side; there is the “Bishopsgate institute”, a small cultural centre. Here a number of courses for adults are held; I am going to attend a seminar there on creative writing – you are warned!

Behind the institute there is Spitafields Market, a real indoor market that has been there for 350 years: this will be my next topic!

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“Schiava”: storia di una donna costretta a subire fino a scomparire

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Leggere libri … per ricordarci la nostra storia e la nostra identità e renderci ancora più ricettivi alla cultura della differenza.


Schiava” è un romanzo autobiografico scritto da Zeina, edito nel 2010 con il titolo “Sous mon niqab” e pubblicato in lingua italiana da Piemme nel 2011.

Per la tutela dell’autrice non si conoscono altri dati oltre al nome, probabilmente fittizio.

Non è il troppo tessuto di un niqab, il velo nero integrale corredato da una cappa, a rendere una donna sottomessa.

Non è il poco tessuto di una minigonna a rendere una donna preda sessuale di un maniaco.

A rendere schiava sono i lividi su tutto il corpo, gli occhi tumefatti, il setto nasale frantumato, le costole incrinate, la pelle graffiata e marchiata a fuoco.

Alcune occultano lo scempio del viso con un quadrato di mussola che lo ricopre; altre con fondotinta che camuffa nell’oscurità della notte, dove anche loro diventano volti invisibili.

Solo corpi, solo oggetti.

Solo schiave.

La storia di Zeina è forte, cruda, dolorosa.

È la vicenda di una ragazza musulmana nata in Francia, che indossava i jeans e non portava il velo sulla chioma, eppure fiera delle proprie origini e della propria religione. Sarà suo marito a farle conoscere l’inferno, in nome di un Dio strumentalizzato per giustificare violenza e odio. Indosserà il niqab e pregherà per costrizione, sarà segregata in casa e picchiata a ritmo continuo, fino a quando non avrà l’immane forza, per il bene anche del proprio bambino, di essere, faticosamente, libera.

Libera di uscire.

Libera di scegliere i propri vestiti.

Libera di lavorare.

Libera di leggere e conoscere.

Libera di avere un’opinione.

Libera di pregare.

Libera di sentirsi araba e musulmana.

Un libro intenso, dedicato a tutte le donne e a tutti gli uomini che ripugnano la violenza, che difendono la dignità e il diritto di scegliere e che non hanno pregiudizi culturali.

Emma Fenu

 

barcellona-milano-andata-ritorno

Barcellona-Milano andata e ritorno

Eccomi qua.

Dopo una decina di giorni in giro per la Polonia, paese che mi ha preso il cuore e di cui vorrei accennare in futuro, adesso mi trovo in Italia. Sono nella “verde Brianza”, da me purtroppo sempre mal sopportata, per cui passo il mio tempo in giro per Milano (città in cui sono nata, ho vissuto i primi anni e che è stata centro di tutta la mia vita lavorativa) e sull’amato lago di Como. Ormai sono 4 anni che vivo a Barcellona; le prime volte che tornavo in Italia mi riabituavo alle amicizie, gli hobby, i luoghi che avevo messo in un angolo del mio cuoricino per evitare che la loro mancanza mi ferisse, e quando veniva il momento di riprendere l’aereo per la Spagna mi sentivo svuotata. Svuotata sì, anche se sapevo che avevo un amato compagno ad aspettarmi, mi assalivano i dubbi e la nostalgia di quella quotidianità che per me era sempre stata CASA e che in quel momento mi veniva negata. Poi, dalla fine del secondo anno di permanenza, ho visto un cambio.

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In genere durante il viaggio che mi porta da Barcellona a Milano non penso, non progetto, non sono neanche presa da un grandissimo desiderio di rientrare. Ma quando scendo dalle scale dall’aereo e capisco che sono in Italia, bacerei la terra! Lo so che posso sembrare una pazza esaltata a dirlo così, forse è come se mi dessi l’opportunità di potermi rilassare ed accettare che la mia vita “di prima” mi riprenda a braccetto, fatto sta che mi sento tutta un sorriso e fremo all’idea di rivedere i miei genitori, la pappa di mamma, i miei amici e…gli italiani.

Sì, anche gli italiani. Per il discorso della lingua mi succede una cosa buffa: da una parte mi sembra di non sopportare più cadenze troppo marcate, volutamente “milanesichic, hipster, designer, siamoalcentrodelmondo” (permettetemi la definizione), dall’altra, non riesco ad abituarmi al fatto che la gente mi parli in italiano. Per strada, in metro, nei negozi, quando mi capita di sentire una conversazione tra due persone penso “Ma dai! Anche loro sono italiani!”,perché è quello che mi succede a Barcellona, dove tra lo spagnolo, il catalano e l’ inglese capita spesso di scovare anche l’italiano.

In Italia sono in vacanza ma mi sento una super manager con l’agenda fitta di colazioni, pranzi e aperitivi volti a rivedere quanti più amici e familiari possibili, nonostante è normale che il cerchio ogni anno si restringa. Inoltre mia mamma mi delizia con tutte le voglie che mi passano per la testa, manco fossi una donna incinta , e via alla casseoula, al bollito, alla trippa, ai fegatini, alla cotenna, allo zampone…quando poi invece a Barcellona non compro carne e mi rimpinzo di verdura e zuppe facendo la finta salutista!

Poi, dato che con i miei vivo fuori Milano, mi entra anche una specie di pigrizia al pensiero di prendere la macchina per muovermi in serata: tutto quello che facevo anni fa, le cose pazze per uscire a Milano, Como e i vari paesi limitrofi mi sembrano una spesa di energia incredibile, visto che oggi a Barna  mi posso spostare con la metro in 10 minuti.

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Però, appena mi do l’opportunità di farlo, ri-eccomi nel tram tram milanese: metro (hanno fatto la lilla! che bella! che nuova!), passeggiata sui Navigli (lungo il canale è stato tutto rimesso a nuovo, ed è pieno di gente che deambula curiosa e beata senza meta),breve salto diurno alla zona di Corso Como (il nuovo skyline di Milano, città che ormai, almeno apparentemente, sembra davvero europea), fino alla Chinatown di Paolo Sarpi in cui mi sono anche affidata al parrucchiere cinese, invaso dalle più disparate signorotte della “Milano bene” che non disdegnano il trattamento di questi giovani cinesi dall’unghia lunga del mignolo e il ciuffo di capelli rosso, verde e viola. E mentre aspetto l’amica per il caffè, guardo questa vita milanese, e mi chiedo come sarebbe, di nuovo, viverla nella quotidianità.

Quando si è expat si entra in un’ altra dimensione: non sei turista, conosci i segreti della città che ti ospita, eppure c’è qualcosa che non ti permette di rientrare nel girone al cento per cento e ti lascia sempre un po’spettatrice.

Passati i giorni stabiliti, si avvicina il volo di ritorno per Barcellona. Come dicevo all’inizio, anni fa mi era difficile tornare in Spagna, poiché vedevo i miei amici attori che continuavano nel vortice milanese e gli invidiavo, sapevo mi sarebbe di nuovo mancata la facilità di un thè con un’amica, di una chiacchierata in casa con i miei, e venivo assalita dai mille “chissà se..”
Oggi invece…

…questi pensieri ci sono ancora!

Poi però, quando seduta vicino al finestrino l’aereo si accinge ad atterrare, vedo nettamente la meravigliosa skyline di Barcellona e, ebbene, mi sento a casa. Sono serena, e finalmente a casa. Un ‘altra, diversa, più lontana, ma pur sempre casa..

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PS.Ho scritto l’articolo e poi sono andata a passare due giorni sul lago di Como, il paese di mia nonna. Lo ammetto, mi manca da morire! È il paradiso! Vorrá dire che di “casa” non ce n’é una sola!

 

 

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Ho scavato con le unghie dentro di me

Maria Luisa “Merylu” Seconnino, lettrice di DCEE , ci ha inviato la sua storia dall’Irlanda. Leggetela, perchè è la storia di molte di noi…


Era da molto che volevo raccontare la mia storia da expat, poi per un motivo o per un altro non lo facevo,scavato-unghie-dentro-medicendomi che  non era ancora il momento di far sentire la mia voce, avevo ancora esperienze da fare per poi condividerle. Poi stasera, nel silenzio della mia casetta a Dublino, interrotto solamente dal russare un po’ del marito ed un po’ del cane, mi è venuta voglia di raccontarmi, penso sia anche dovuto al fatto che per me lo scrivere è sempre stato salvifico ed ora di salvezza e chiarezza ne ho decisamente bisogno.

Ma andiamo per gradi.

Mi presento, sono Maria Luisa, una veterinaria, che all’età di 42 anni ha deciso di espatriare.

La meta non era molto importante per me e mio marito, l’importante era che ci permettesse una vita migliore di quella che avevamo in Italia.

Entrambi, come molti, facevamo lavori precari, io spendevo più in tasse di quanto fosse il mio guadagno effettivo, lui non aveva prospettive di carriera in Italia pur avendo un contratto a tempo indeterminato.

Dopo averne a lungo parlato, mio marito (all’epoca mio fidanzato) iniziò a mandare curriculum all’estero, poiché per formazione lavorativa e conoscenza delle lingue era quello che tra di noi aveva più possibilità sul mercato lavorativo estero e dopo circa un anno, una grande ditta informatica lo contattò dall’Irlanda.

Mio marito ci aveva già vissuto in Irlanda per tre anni, aveva già fatto il grande passo di espatriare. Poi, colpa della forte crisi che investì la Tigre Celtica, si ritrovò senza lavoro, ed ingenuamente pensò che ritornare in Italia con un bagaglio di esperienza all’estero gli fornisse una buona base per fare carriera in patria. Illuso.

L’unica cosa positiva (spero proprio di si!!!) del suo rientro in Italia è stato quello di avermi incontrato.  

Memore della sua esperienza passata in Irlanda, quando ricevette questa proposta di lavoro mi disse che gli irlandesi erano un popolo fantastico, che l’Irlanda era bella e che ci saremmo trovati bene.

Pensai a molto su cosa fare, volevo espatriare, ma non conoscevo bene l’inglese (o un’altra lingua estera, a dire il vero), non avevo mai visitato l’Irlanda, quindi non sapevo se mi sarei ambientata o no.

Non sapevo nemmeno l’ordine veterinario di riferimento in Irlanda qual era, ma certe occasioni capitano una volta sola nella vita ed il treno o si prende o si perde e non mi sarei mai perdonata di far perdere un treno del genere a mio marito, per le mie paure.

Gli dissi solo una cosa: “Andiamo, purché troviamo il modo meno traumatico di far viaggiare il cane, perché in stiva in un aereo cargo non ce la metto!”.

scavato-unghie-dentro-meAbbiamo viaggiato dunque per quattro giorni, in macchina, e carichi di valigie siamo arrivati a Dublino.

Ormai è quasi un anno che sono qui.

Un anno in cui ho dovuto imparare tutto.

Da come funzionano i semafori qua, perché guai ad attraversare con il rosso che rischi la vita!

A come fare la spesa al supermercato, perché cambiano le marche, cambiano le cose che dai per scontato di trovare e trovi invece cose che non hai mai visto in vendita in Italia.

Ho imparato a leggere e tradurre bene l’etichette e a non dare solo una sommaria occhiata all’immagine
come facevo in Italia, perché più volte qua in Irlanda ho acquistato un prodotto per un altro!

Ho imparato che in Italia avevo dei punti di riferimento che non sapevo di avere, ma che una volta venuti meno mi hanno scombussolato non poco. Ho imparato che devo crearmene di nuovi punti di riferimento e che lentamente ci sto riuscendo.

Ho incontrato persone favolose e di questo devo essere grata al mio cane Pelù, perché grazie a lei ed al suo linguaggio internazionale ho fatto molte amicizie ed ho, grazie a loro, migliorato il mio inglese, oltre a creare una rete emotiva fondamentale.

Dal punto di vista lavorativo, adesso mi sto timidamente affacciando al mondo del lavoro veterinario irlandese.

Prima ero terrorizzata e mi esprimevo a monosillabi, e nel mio lavoro un inglese fluente è fondamentale, aggiungici che in Irlanda devi fare orecchio anche al loro accento particolare, capirai che per una che partiva da un inglese liceale (fatto anche male) ci vuole un po’ più di tempo.

Devo ancora capire certe dinamiche lavorative e probabilmente devo imparare ad essere un po’ più umile, perché non è che qua stanno aspettando me , dato che la concorrenza è spietata e prima di farti valere devi emergere dalla massa, e non è semplice, soprattutto se non sei nel settore del IT che è quello che tira maggiormente qua a Dublino.

Devo, dunque, darmi molto da fare e se guardo indietro al mio percorso, sento di essere ad un punto di svolta.

Cinque giorni fa è morto mio padre.scavato-unghie-dentro-me

Ho ricevuto “quella telefonata” di cui tutti gli expat hanno terrore.

Quella che ti arriva alle prime luci dell’alba, perché aspettano che il buio della notte si rischiari un po’ prima di buttarti in un altro buio.

Mio padre era ammalato da un po’ di vecchiaia.

Aveva ottantotto anni. L’ultima volta che l’ho visto in vita era poco prima di Natale, quando sono scesa per una settimana.

Sapevo che non stava bene, che ormai era a letto e la situazione stava mettendosi male.

Avevo prenotato quel viaggio da sola,in tempi non sospetti, di quelli che trovi l’occasione del volo a basso
prezzo e la prendi senza pensare che quella sarà l’ultima volta che vedrai un tuo caro. Poi però visto il precipitare della situazione ho chiesto a mio marito di accompagnarmi, non ce la facevo ad affrontare tutto il dolore da sola, temevo di spezzarmi lungo il cammino.

Abbiamo trovato una persona fidata che ci tenesse Pelù, perché quando sei expat ed hai un animale domestico, devi pensare anche al suo bene, perché anche gli animali  hanno perso i loro riferimenti e tu sei tutto ciò che gli resta.

Sono riuscita a salutare mio padre e di questo ne sono felice.

Poi, dopo un mese da ritorno in Irlanda, quella telefonata.

Sono ritornata giusto in tempo per il funerale. I soldi li ho presi dal fondo emergenza che ogni expat ha, perché non sai mai, quando ti può occorrere un biglietto aereo, ed ovviamente quelli dell’ultima ora costano uno sproposito!

Un anno fa mio padre mi accompagnava all’altare (municipio nel nostro caso) un anno fa, alla notizia della mia partenza mi chiedeva “E che stai aspettando?” incoraggiandomi per la prima volta, forse in tutta la mia vita, per una scelta fatta. In un solo anno sono successe molte cose.

scavato-unghie-dentro-meLe vecchie paure sono comparse, ne sono comparse  anche di nuove, ho fatto molte esperienze, ho conosciuto angoli di me inesplorati ed ancora ne intravedo nuovi da conoscere.

Ho scavato con le unghie dentro di me e poco a poco sto risalendo, perché la vita di un expat non è per nulla semplice e mente chi dice che sono rose e fiori. E’ un continuo lavoro su se stessi e sull’esplorare i propri limiti e superarli. E’ un continuo cercare di sostenersi a vicenda, perché si è soli e si può contare solo su se stessi.  Ma è anche un continuo riempirsi di meraviglia perché trovi gente pronta a tenderti la mano, gente che conosci da pochissimo che si dimostra molto più disponibile di chi conoscevi da anni.

E poi riscopri anche il valore della famiglia, e di quanto i legami siano profondi anche se così lontani.

Penso a mio marito per esempio, che via Skipe dice ai sui genitori che gli vuole bene, mentre di persona penso l’abbia detto molto raramente.

Oppure a mia madre ed a quanto vorrei esserle vicino adesso, mentre quando vivevo con lei non vedevo l’ora di scappare.

Non mi pento della mia scelta, la rifarei esattamente uguale, anche se non mi sento realizzata, e non mi sento arrivata, anzi.

Quando dovevo scegliere se espatriare o no, mi ero fatta un’immagine per rappresentare me stessa e la scelta che stavo compiendo.

Mi vedevo come davanti ad un immenso mare meraviglioso, dovevo scegliere se restare a guardalo o tuffarmi. Sapevo che all’inizio sarebbe stato difficile buttarsi, che poi avrei sentito l’acqua ghiacciata e mi sarei detta: “Chi me lo fa fare, ritorno a riva, sulla sabbia calda e conosciuta”. Ma su quella spiaggia faceva troppo caldo per starci, e l’acqua era così cristallina e bella. Mi vedevo continuare a nuotare, e gradatamente abituarmi all’acqua fredda. Mi vedevo a nuotare con i pesci colorati, delfini, balene, un oceano di creature magnifiche. Probabilmente mi sarei stancata ad un tratto, e mi sarei sentita spaventata e persa in quell’immenso mare, ma poi da lontano avrei visto un’isola e mi sarei diretta verso la terra ferma, verso un meraviglioso obbiettivo.

Ecco, anche adesso, che sono con il cuore pieno di dolore, guardando la spiaggia, guadando il mare, scelgo tra i due.

Mi tuffo in mare.

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La gita in pullman: tutti al mare!

gita-pulmann-tutti-mareRio de Janeiro è la destinazione preferita dei brasiliani in caso di ferie (come dargli torto?). Ma ovviamente anche in Brasile ci sono persone che non possono permettersi una vera vacanza, e allora prendono un autobus la sera prima, viaggiano tutta la notte e, all’alba vengono depositati sulla spiaggia per l’intera giornata.

La cosa sembra semplice, ma per una straniera è densa di fitti misteri

 

  • il meteo: sebbene le previsioni meteo qui tendano spesso a peccare per eccesso di dramma (dicono pioggia anche se prevedono che pioverà solo 10 minuti), penso che al giorno d’oggi chiunque abbia uno smartphone abbia anche una App del meteo… ma la realtà mi smentisce, e l’organizzazione delle giornate in spiaggia funziona cosi: oggi piove, allora stasera l’autobus non parte (pazienza che domani sia previsto sole con 0% probabilità di pioggia. Si sta a casa!!). E al contrario: oggi c’è il sole, stasera tutti in autobus che domani si va in spiaggia (non importa che siano previsti 200 mm di pioggia). Così centinaia di poveracci si perdono giornate splendide o finiscono per dover passare 15 ore sotto il (prevedibile e previsto) diluvio.
  • la borsa frigo, ovvero l’oggetto del desiderio, che divide i viaggiatori in caste: chi ha un vera borsa frigo, chi una cassa di polistirolo con maniglione di scotch da pacchi marrone e chi ha solo un sacchetto del supermercato. Ma non temete, la spiaggia a Rio è democratica e tutti, qualunque sia la borsa, hanno con sé un numero imprecisato ma probabilmente vicino a 1000 di lattine di birra. Alcuni portano anche dei panini, ma nessuno porta tonnellate di cibo all’italiana. Nessun forno a microonde a batterie per scaldare le lasagne, che qui si usano tantissimo, nessuna griglia per fare un churrasco improvvisato. Solo tanta, tanta birra.
  • Sedie sdraio e ombrelloni si noleggiano in spiaggia e sono incluse nel pacchetto viaggio. Io, da buona milanese, mi aspetterei che, dopo ore di convivenza forzata in autobus, vi saluto tutti e vado a cercarmi un posticino tranquillo in questa spiaggia enorme e deserta. Invece no. I 50 brasiliani arrivati con lo stesso autobus riescono a mettersi così vicini che praticamente è come se stessero ancora in autobus, occupano lo stesso spazio.

Così accade ogni fine settimana estivo che già alle 4:45 di mattina, prima ancora che il sole sorga, i malcapitati siano già in spiaggia sotto l’ombrellone. I bambini fanno già il bagno e gli adulti aprono la prima birra. A mezzogiorno, con 45 gradi (…o 120 mm di pioggia) e dopo circa 500 lattine di birra, alcuni si riparano dal sole sotto gli alberi, perché l’ombrellone non basta più.

L’autobus viene a riprenderli alle 5 di pomeriggio, così verso le 16:30 si crea una lunga fila davanti ai bagni pubblici, tutti si fanno una doccia prima di ripartire per una nuova notte in autobus.

gita-pulmann-tutti-mareScherzi a parte, quando dico che la spiaggia è democratica qui sono seria: a Rio non esiste il concetto di spiaggia privata, come in Italia. La spiaggia è tutta libera, tempestata di barracas, ovvero chioschetti dove puoi affittare sedia sdraio e ombrellone e magari comprare da bere o un pallone. Le barracas sono tutte numerate e con tanto di licenza e hanno prezzi molto popolari. Tutto si può pagare con carta di credito. La spiaggia è anche punteggiata di grossi bidoni della spazzatura che vengono quotidianamente svuotati e lavati. Chi butta una cartaccia o una cicca di sigaretta per terra a Rio prende una multa salata, e non è per modo di dire: la multa la danno davvero! Ogni chilometro circa c’è un Posto, ovvero la torretta dei guardaspiaggia, con alcuni pompieri addetti al controllo della spiaggia, al primo soccorso e alla gestione del bagno pubblico (gratis per gli anziani, altrimenti a pagamento, ma costa pochissimo), e c’è anche il fasciatoio per cambiare i bimbi. Più o meno ogni chilometro c’è una zona attrezzata per lo stretching e un cartellone pubblicitario da cui, premendo un tasto, esce acqua fresca nebulizzata. Una manna quando stai correndo sotto il sole!

I guardaspiaggia camminano anche incessantemente sulla battigia, spesso salvano qualche surfista o qualche nuotatore poco esperto e richiamano quelli che provano a fare il bagno dove c’è la bandiera rossa. Ci sono anche vari poliziotti, anche se il numero di furti in spiaggia è ancora alto.

L’anno scorso volevo festeggiare il mio compleanno in spiaggia e ho chiesto ai pompieri del “posto” davanti a casa se potevo fare una festa, e loro mi hanno risposto gentilissimi, ma quasi stupiti della mia domanda: “certo che puoi, la spiaggia è tua!”.

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