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Un solo curriculum per trovare lavoro

Gennaio 2015.

Di ritorno dalle vacanze Natalizie in Italia, la mia valigia pesa da morire.

Oltre ai numerosi vestiti pesanti e a tutti i regali che ho ricevuto,  pesa perchè al suo interno ci sono più di 40 curriculum appena stampati pronti per essere consegnati una volta ripresa la routine inglese.

I miei piani erano di consegnare più curriculum possibile a Honiton, città in cui vivo, e alcuni nelle cittadine limitrofe, facilmente raggiungibili con i mezzi pubblici. Ho lavorato molto sulla stesura del mio CV. Mi sono informata online sul modello più opportuno a cui fare riferimento, al tono migliore con cui scrivere le mie precedenti esperienze e addirittura quale tipo di font usare. Ho scritto anche una lettera di presentazione in cui spiegavo brevemente la mia situazione. Ero sicura che prima o poi un lavoro sarebbe saltato fuori.

Non pensavo però che arrivasse così presto e che l’Inghilterra si dimostrasse subito il Paese che è.

Pioveva quella mattina ma decisi ugualmente di passare in quel cafè in centro per lasciare il mio primo curriculum in Inghilterra. Ero nervosa ma sono entrata con coraggio, ho compilato la loro application form e ho lasciato il mio CV. Mi sono presentata con un inglese alquanto pessimo. Tra l’inesperienza e il nervosismo le parole dalla mia bocca uscirono davvero male. Sono tornata a casa un tantino delusa da me stessa, ma alla fine mi sono detta che era soltanto il primo tentativo.

Con enorme sorpresa però, quello stesso pomeriggio, ricevetti una loro chiamata in cui mi offrivano l’opportunità di un colloquio. Accettai subito!  Ero davvero al settimo cielo, ma allo stesso tempo molto preoccupata. Sarebbe stato il mio primo colloquio di lavoro in una lingua diversa dalla mia, in un posto davvero interessante in cui mi sarebbe davvero piaciuto lavorare.

Da quel momento cominciai subito a prepararmi per l’appuntamento che sarebbe stato da lì a due giorni. Ogni istante della giornata ripassavo mentalmente quello che avrei potuto dire durante la conversazione. La presentazione di me stessa, le mie esperienze precedenti, le motivazioni che mi avevano portato a trasferirmi e cercare lavoro in un paese straniero e quali fossero gli obbiettivi che volevo raggiungere.

Mi sentivo abbastanza preparata e quel giorno mi presentai abbastanza fiduciosa. Le domande che mi posero furono abbastanza semplici e prevedibili, ma il fatto che mi ha colpito di più è stato un particolare che in Italia non avevo mai captato. Il  modo di descrivere il loro lavoro e il tipo di posizione che avrei coperto mi ha dato l’impressione che fossi io a fare loro un favore volendo entrare a far parte del team.

In tutti i miei colloqui precedenti in Italia, la sensazione è stata perlopiù opposta: “Siamo noi a fare un favore a te dandoti un misero lavoro e, se non ti va bene in questo modo, la fila alla porta di persone disperate per un impiego è lunga…”

i miei caffèDopo il colloquio mi hanno offerto subito un giorno di prova. Non ho dovuto aspettare giorni per sapere qualcosa. Non sono stata settimane prima di rendermi conto che quel lavoro ormai non sarebbe stato mio. Anzi, dopo la mia giornata di prova, ho aspettato un solo giorno per sapere che avrei iniziato subito partendo da un contratto part-time.
Consegnando un solo curriculum in una brutta giornata di pioggia ero riuscita a trovare e ad avere il mio primo vero lavoro in Inghilterra. 
Qui non cercano l’“apprendista con esperienza” ma, con piacere, sono disponibili a dare una opportunità a tutti senza fare distinzioni.

Ora, dopo più di un anno, lavoro ancora in questo caratteristico cafè, full-time. Non ho nessuna intenzione di cambiare.

Ho scoperto di amare il caffè e  di avere forse un pochino di talento come barista che, con il tempo, vorrei perfezionare.

Se qualcuna di voi un giorno passa per il Devon ed si trova vicino alla cittadina di Honiton, venitemi a trova al “Toast Cafè and Patisserie” su High Street.

Ve lo offro io un buon caffè.  Perchè sì, il caffè è buono anche in Inghilterra.

 

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Benvenuti a “Sul Mare”

Shanghai in cinese significa “Sul Mare”, ma qui il mare non si vede praticamente mai, è troppo lontano, solo un’immensa distesa di asfalto e cemento incredibilmente piena di vita.

Shanghai, la città più popolosa della Cina, ricca di storia e di storie, di tradizione e di modernità, la Perla d’Oriente. Pur essendo profondamente cinese, Shanghai è sempre stata intrisa di cosmopolitismo, il simbolo della straordinaria evoluzione della Cina negli ultimi quindici anni, di rinascsul-mareita. Dalle guerre dell’oppio in poi, i suoi porti sono stati aperti al commercio con l’estero e la città si è storicamente “concessa” ad America e Regno Unito, ma soprattutto alla Francia, tanto che ancora oggi ci si riferisce ai distretti di Huangpu e Xuhui come “Ex Concessione Francese”. Non c’è da meravigliarsi dunque che Shanghai sia tutt’oggi forse la più accogliente per gli stranieri, dove si subisce meno lo scontro culturale con la realtà cinese. Qui capita spesso di passare serate in compagnia di persone provenienti da tutto il mondo, ogni giorno si ha la fortuna di conoscere qualcuno di nuovo. C’è chi è appena arrivato con una valigia piena di entusiasmo, chi da anni non fa che sopravvivere ma non riesce ad andare via e chi invece qui ci sta bene, forse perché un po’ matto, come d’altronde tutti quelli che sono arrivati fino a Sul Mare. La maggior parte degli expat a Shanghai ci si sono trovati per caso, molti accettando un offerta di lavoro inaspettata, in cerca di un futuro migliore nella “Nuova America”.

Per me non è stato così. Ho scelto di studiare cinese all’università proprio per poter un giorno vivere qui, spesso chiedendomi “ma chi me l’ha fatto fare?! e maledicendo il giorno in cui ho deciso di imparare a leggere, scrivere e parlare una lingua così complessa. Tuttavia non ho mai pensato un solo secondo di intraprendere altre strade. Mi sono specializzata in traduzione e quindi sono più disinvolta a leggere e scrivere piuttosto che fluente nel parlato, ma dopo la laurea mi sentivo pronta a partire e mettere in pratica quello che ho appreso in anni di studio. Appena trasferita a Shanghai però, ho incontrato la prima enorme difficoltà: lo shanghaiese. All’università si studia il mandarino, la lingua ufficiale, quella che si parla a Pechino per intenderci, niente a che vedere con il dialetto. La differenza tra il mandarino e i dialetti cinesi è abissale, i dialetti sono delle lingue a sé stanti, il che significa che a meno che il mio interlocutore non fosse abbastanza colto e gentile da rivolgersi a me in mandarino, potevo prendere tutte le mie conoscenze pregresse e metterle da parte. Nel primo periodo in Cina, questo scoglio linguistico mi ha dunque posto allo stesso livello di tutti quelli che vivono e lavorano a Shanghai senza parlare una parola di cinese, il che, aggiunto a tutti gli altri traumi normalmente collegati all’espatrio e alla cospicua distanza da casa, mi ha fatto sentire parecchio frustrata e mi ha portato a chiedermi se tutto l’impegno e il tempo passato sui libri avesse effettivamente valore.

Oggi, a distanza di un anno e mezzo dal mio arrivo, durante la giornata parlo per la maggior parte in cinese, ho addirittura imparato alcune parole in dialetto e a scimmiottare l’accento shanghaiese, utile quando mi capita di parlare con persone anziane che non sono abituate ad esprimersi in mandarino. Vivo all’ombra dei grandi grattacieli di Pudong, in un “quartiere modello”, ovvero un complesso condominiale standard come ce ne sono a migliaia e nel quale abitano centinaia di persone, e sono l’unica lǎowài (“straniera”) del mio quartiere.  Nonostante il mio cinese abbia fatto passi da gigante nell’ultimo anno, la signora del primo piano mi guarderà sempre con grande curiosità, la fruttivendola sotto casa continuerà ad essere divertita ogni volta che comprerò qualcosa nel suo negozio e i bambini resteranno impietriti a guardarmi, a metà tra timore e meraviglia. Ci si abitua presto a sentirsi osservati qui, a volte qualcuno ti fotografa di nascosto con il cellulare. Tuttavia non si ha la sensazione di essere scherniti e non si può parlare di razzismo, solo tanta curiosità e simpatia per il “vecchio straniero”.

Per quanto accogliente sia Shanghai però, noi expat non apparteniamo a questo posto, ogni giorno ci scontriamo con situazioni che non comprendiamo e con difficoltà linguistiche, burocratiche e logistiche, e tutti sanno che ABCD qui non corrisponde alle prime lettere dell’alfabeto ma piuttosto all’acronimo di Another Bad China Day (un’altra brutta giornata in Cina). Vivere qui spesso ti fa sentire come in una corsa perpetua sui seggiolini volanti alle giostre, ci vuole una bella spinta per partire e si prendono parecchi calci per acchiappare il “codino”, ma si ha anche la sensazione di poter chiudere gli occhi e volare, sentire il vento tra i capelli, sentire che vivi, accarezzando con le dita tutte le possibilità che solo l’immensa contraddizione di una città come Sul Mare “lontana dal mare” può offrire. Quindi aspettiamo il prossimo giro di giostra, senza mai perdersi d’animo, perché come mi disse una delle prime sere un signore americano residente a Shanghai da più di dieci anni e un po’ alticcio, «Shanghai è la piattaforma su cui puoi costruire i tuoi sogni».

 

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Lavoro : architetti a Berlino

Da quando sono arrivata a Berlino quasi due anni fa, mi è successo di essere contattata da giovani architetti, o amici di amici, o figli di amici di famiglia, che volevano sbarcare a Berlino, e avere qualche informazione da chi era qui già da un po’.

Non ho una formula magica per trovare lavoro come architetto a Berlino (anche se nel frattempo ho cambiato lavoro, e al momento mi occupo di 3D / Rendering) , ma sia io che Andrea (il mio ragazzo), ce l’abbiamo fatta, e con non poche soddisfazioni, e quindi non vedo perché non condividere con voi la mia esperienza.

architettura-berlinoIo sono arrivata a Berlino senza esperienza lavorativa, a parte un breve tirocinio durante la laurea triennale e un’estate a lavorare all’interno della Biennale di Venezia. Mi sono laureata a Marzo, e avevamo già le idee chiare, a fine estate ci saremmo trasferiti a Berlino. La cosa più importante in assoluto, a mio avviso, è avere un Portfolio curato nei minimi dettagli. Io avevo da mostrare “solo” i lavori sviluppati durante l’università, per la maggior parte frutto di esami preparati in gruppo, per cui ho ripreso in mano la grafica di molti di questi, in modo che chi avrebbe dovuto visionarlo avesse un’idea chiara di chi fossi io. Un’ ottimo sito per farsi un’idea di cosa sia un Portfolio fatto davvero bene è : issuu.com . Io ho passato del tempo a studiare il lavoro degli altri proprio su questo sito prima di dedicarmi al mio. Dopo circa un mese il mio Portfolio era pronto, ma eravamo solo all’inizio.

architettura-interno-berlinoLa seconda fase è stata fare una lista, nel mio caso un file Excel, di tutti gli studi che mi interessavano, segnando quali di questi in particolare avessero posizioni libere all’interno dello studio, per fare questo mi sono fatta aiutare dal sito competitionline.com che offre una lista di studi di architettura, per esempio presenti a Berlino. Ogni mail che ho inviato, e non sono state poche, è stata accompagnata da una “cover letter” (=lettera di presentazione), personalizzata per ogni studio. È di certo stato un lavoro piuttosto impegnativo, ma ne è valsa la pena, visto che sono riuscita ad avere dei colloqui in studi che mi interessavano davvero, e alla fine anche un lavoro che non mi sarei mai sognata in Italia.

Lo stesso ho fatto quando, dopo quasi un anno e mezzo nel mio studio, ho deciso che volevo cambiare lavoro, e con non poca fortuna dalla mia parte, sono riuscita nel mio intento anche questa volta.

Per quanto riguarda la lingua io sono andata sempre avanti con l’inglese, tutte le mail che ho inviato e i colloqui che ho fatto sono stati in inglese. Molti studi che hanno sede qui a Berlino sono internazionali, nel mio attuale ufficio ci sono persone provenienti davvero da tutto il mondo, e quindi la lingua ufficiale rimane l’inglese. Io però non ho mai smesso di studiare il tedesco da quando sono arrivata, per un datore di lavoro è importante sapere che si cerca almeno di fare uno sforzo per imparare la lingua del Paese in cui vivi, anche se si potrebbe sopravvivere anche senza.

Trovare lavoro a Berlino non è facile come molti pensano, ho ricevuto anche delle proposte ridicole, con salari altrettanto ridicoli e condizioni pietose, ma tenendo duro e sapendo dire no, si possono davvero realizzare i proprio sogni, e questo penso valga in tutti i campi, non solo l’architettura.

cioccolata-ufficioLavorare in questa città è un’esperienza unica, nel mio ufficio abbiamo tre cani, il “capo” cucina con le proprie mani una torta di compleanno per ogni dipendente (siamo più di 40), abbiamo una scatola piena di cioccolata per ogni evenienza e riserve di birra per il venerdì sera. Naturalmente non tutte le aziende sono uguali, ma mediamente vince la meritocrazia e la voglia di fare viene sempre premiata, al capo si da del tu e se c’è un problema si cerca di parlarne apertamente, nei limiti del possibile.

Io sono contenta di questa esperienza che mi ha dato tanto e insegnato ancora di più, non so quanto tempo rimarrò a Berlino, ma di sicuro non sarà facile da dimenticare!

Spero i miei consigli possano tornare utili a qualcuno, e nel caso servisse io sono qui per rispondere a dubbi e curiosità!

Un abbraccio e alla prossima

 

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Sara, e le altre

Per Sara, e per tutte le altre 

Quando leggo quello che e’ successo a Sara in questi giorni continuo a dirmi quanto sono stata fortunata.

Ma credetemi , non e’ solo questione di fortuna, io ce l’ho fatta. E non sono wonderwoman, sono una donna normale che ha avuto la sfiga di innamorarsi dell’uomo sbagliato. Non credo serva entrare in particolari su come mi picchiava, la violenza non sono solo le botte.
Uno episodio su tutti pero’  ricordo ogni volta che leggo queste cose.

Non c’era un perche’ vero, ricordo solo che mi butto’ sul letto e comincio´a stringermi il collo: io lo lasciai fare, stanca di lottare. Ma probabilmente il mio inconscio decise di non “lasciar fare” perche’ mi ha come svegliata da un sonno profondo attraverso il  ricordo di lui seduto sopra di me che gridava “chi e’?  Puttana dimmi il nome!

E io  sorpresa che quasi non ricordavo che cosa stava succedendo; sentivo solo mancarmi l’aria senza neppure capire come ci fossi  capitata in quella situazione.
Ovviamente il nome che voleva sentirmi pronunicare era sempre il solito: quello del mio presunto amante. Perche’ ovviamente secondo lui  io andavo a lavorare, a fare la spesa o a fare qualsiasi altra cosa solo con l’obiettivo di scoparmi qualcuno.
Ad un certo punto, forse a cuasa del bambino e della babysitter nell’altra stanza che stavano piangendo,  si e’ accorto che stava passando il limite . E allora ha mollato la stretta al collo e mi ha lasciata andare.

In quei giorni, in Italia tanto quanto in Messico, ho sempre gridato come una matta per chiedere aiuto, ma nessuno e’ mai venuto a soccorrermi.

In quel periodo in Italia ricordo l’omicidio di una donna da parte di suo marito, era incinta e lui la accusava di essere una puttana e di aver avuto relazioni con il suocero, addirittura. E i vicini di casa che rilasciavano interviste:  lo sapevano che quell’uomo era un violento ma  nessuno aveva mai fatto niente per fermarlo. Pero’ erano sempre  tutti in prima fila per i famosi 15 minuti di celebrita’ quando si trattava di rilasciare interviste e mostrarsi in televisione.

A tutti dico una cosa: nessuna vuole un marito o un fidanzato violento. 
Ma del fatto che sia un violento non ce ne accorgiamo subito.

Capita alle casalinghe come alle professioniste, alle donne deboli e a quelle forti. Capita.

A volte chi sta a guardare  si rende  conto ancora prima delle protagoniste di quanto sta succedendo ma spesso, quando si vedono  i segni dell’accaduto,  si sa solo  dire che “ce lo siamo voluto“.  Ebbene, sappiate che non e’ cosi’.
Ci siamo innamorate e non sappiamo come venirne fuori, o non sappiamo neppure che  vogliamo “venirne fuori” . Perche’ dopo un po’ la violenza e’ l’unica cosa che si conosce, l’unica modalita’ nella quale ci si trova a muoverci .

Non chiudeteci le porte, non fate finta di non vedere. Non ascoltate i nostri no.

Apriteci le porte invece, guardateci negli occhi e fateci capire che siete li’ per noi,  sempre e comunque.
La  volta che finalmente avremo il coraggio di muoverci e’ perche sapremo dove andare, senza recriminazioni, senza un te lo avevo detto. Lo sappiamo gia’ .

Tutto questo e’ il mio passato, per fortuna.

Avevo scritto un libro su questo, perche’ era servito a me vederlo scritto, come una terapia. E poi lo avevo scritto per tutte le Sare del mondo.
Si intitolava “Ti sudano gli occhi mamma” perché questo e’ quello che dicevo a mio figlio se mi vedeva piangere: “non e’ niente amore, mi sudano gli occhi”.
Io sono una lettrice accanita e in quei momenti neri, scrivere (ovviamente di nascosto) mi aiutava tantissimo e avevo cominciato a scrivere di una vita che avrei voluto, una seconda chance. E mentre scrivevo, ho intrecciato le due vite.

Io non sono piu’ quella donna, sono il risultato ovvio di quello che ho vissuto.

Ma ora sono piu’ dura.
Mi sono costruita una vita da sola, lontana dall’Italia.

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Queste siamo io, la mia migliore amica e il mio cucciolo nel pieno periodo nero di Playa. Noi siamo rimaste insieme e lo siamo ancora. Grazie Elena.

Qui in Messico ho conosciuto la mia migliore amica.
Tutte due, quarantenni, arrivate con i nostri problemi e le nostre cicatrici.
Le migliori amiche non sempre sono quelle della scuola.
Lei e’ stata la mia forza, e io per lei.
Mi sgridava, non approvava, ma la sua porta era sempre aperta per me e il mio cucciolo.
Cosi’ come la mia per lei.
Per cui posso dire tranquilamente a tutte: ce la potete fare.
E’ difficile, fa un male cane.
Ma si puo’.
Fa niente se credi che nessuno ti capisce, e’ vero. Nessuno ti capisce.
Ma non serve che ti capiscano, serve solo che ti facciano sentire al sicuro.

Ce la puoi fare perche’ sei forte.
E la forza ce l’hai dentro di te.
Non te lo meriti quello che vivi, perche’ la vita e’ bella, credimi.
Io non sono wonderwoman e  ce l’ho fatta.

Ce la puoi fare anche tu.


Qualcosa di relativamente nuovo: la Positive Psychology!

Mi trovo in un momento di stallo della mia vita.

Continuo con la solita routine, la famiglia, il lavoro, la yoga, la corsa, ma ho la continua sensazione che mi manchi qualcosa, che sono pronta per qualcosa di nuovo, ma non riesco a capire cosa.

In questa mia ricerca, ho trovato la mia stessa  domanda mentre stavo dando  un’occhiata al mio Facebook: “Quando è stata l’ultima volta che avete fatto o imparato qualcosa di nuovo?”.

Cosa intendevano? Piccoli cambiamenti o grandi? Imparare a cucinare una nuova pietanza o imparare, per esempio, una nuova lingua?

IMG_20160508_155654Questo è anche uno dei suggerimenti della Positive Psychology (psicologia positiva). Magari alcune di voi conoscono già la Positive Psychology, ma io l’ho scoperta solo quest’autunno quando ho fatto un corso organizzato da una delle università di Hong Kong. Fino a quest’autunno io avevo cercato di lavorare su me stessa basandomi sulla teoria del pensare positivo. Il pensare positivo prevede che tu cambi i tuoi pensieri negativi in positivi e che come una Pollyanna in erba tu riesca a vedere la positività in tutto quello che ti capita. Avete mai provato ad essere sempre, sempre, sempre positivi?! Ho capito molto presto che non andava bene. Un po’ come quando comprate un paio di scarpe bellissime, ma che vi sono strette e che, per quanto possiate fare, rimangono troppo strette? Mi attirava l’idea di essere capace di vedere il positivo in tutto e di stare sempre bene, ma alla fine era diventato solo una grossa fatica.

La sigla che riassume in breve la Positive Psychology è S.P.I.R.E.:

S: Spirituale

con questo non si intende essere religioso, ma avere dei valori e un proprio codice etico

P: Physical -Fisico

Prendersi cura del proprio corpo anche facendo esercizio fisico che aiuta a migliorare il morale.

I: Intellettuale

 Fare nuove esperienze o imparare qualcosa di nuovo.

R: Relazione

 migliorare le proprie capacità di instaurare buone relazioni con sè stessi e gli altri.

E: Emozioni

Capire ed accettare tutte le nostre emozioni le negative incluse.

IMG_20160508_155721La Positive Psychology ti insegna che la positività la si costruisce su basi solide come una buona salute fisica mantenuta grazie anche ad un’attività che ti aiuti a scaricare lo stress, l’amore per stessi che porta ad un buon rapporto con gli altri, la gratitudine per quello che si ha e per le persone con cui lo condividi, dei valori che non devono essere necessariamente religiosi, interessi nuovi e nuove esperienze e quella che in Inglese si chiama Mindfulness (e che non ho la minima idea di come la si chiami in Italiano).

La Mindfulness è una pratica che aiuta a vivere nel presente. Si basa sul presente senza pensare al passato o al futuro e questo viene ottenuto attraverso la meditazione, esercizi con il respiro e riflessioni. Soprattutto insegna che tutti i sentimenti o situazioni negative o positive vanno apprezzati per quello che sono perché` cosi facendo si accetta e si valorizza quello che siamo. La nostra psicologa a scuola incomincia ad introdurne i primi rudimenti ai bambini di tre anni perché aiuta non solo a scuola, ma anche per le relazioni interpersonali. La nostra scuola non è la sola che introduce le pratiche di IMG_20160508_155817 Mindfulness agli studenti di tutte le età.

I benefici di utilizzare la Positive Psychology in un ambiente educativo sono stati sottolineati da molti studiosi e le scuole stanno cominciando ad applicarli. C’è per esempio una scuola in Australia, la Geelong Grammar School, che ha strutturato il suo curriculum sulla Positive Education (la Positive Psychology usata nell’ambito scolastico) e molte Università offrono corsi ad hoc.

Io ho comprato un libro con idee per esercizi di Mindfulness e sto cercando di coinvolgere mio figlio perché alle volte i ragazzi pre-adolescenti stentano a vedere la vita in positivo. Inoltre mi sto rimettendo sempre in gioco, imparando a disegnare (non avevo mai provato perché mi era stato detto che ero negata), sto facendo un corso di Reiki e voglio cominciare un corso di Wing Chun (una branca del Kung Fu)!

E` questo quello che mi manca? Non ho una risposta, ma posso dirvi che continuerò a cercarla!

http://wholebeinginstitute.com/about/spire/

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L’altro lato della medaglia

Avete mai pensato che il destino ha scelto per noi da quale parte del pianeta vivere?

Sono una donna bianca, europea, ed ho la fortuna di vivere dal lato PRIVILEGIATO del mondo, quello che gli studiosi di geopolitica chiamano: “Developed World” o “Mondo Sviluppato”. Probabilmente esiste una donna nata nel mio stesso giorno ma dalla parte di mondo opposta, il “Developing World” o “Mondo in via di sviluppo”.

Siamo donne nate sullo stesso pianeta eppure con punti di partenza completamente diversi. Io  in Europa, dove “tutto è dato per scontato”, dove la maggior parte delle donne ha un’educazione ed una  vita dignitosa, dove i diritti umani delle donne (la cui definizione è ancora tema di conflitto) sono per lo più pienamente riconosciuti.

Il destino ha invece deciso che un’altra donna sarebbe nata altrove, nel lato sfortunato del pianeta, e la cui vita sarebbe stata completamente diversa, piena di lotte per la sopravvivenza, dove la povertà e la disuguaglianza sarebbe stati compagni di viaggio di un’esistenza intera.

Io non so chi decida il destino di ognuno di noi, però posso dire di essere talmente fortuna da poter viaggiare, ascoltare e scrivere su queste donne nate nell’ altra parte del mondo

Ho insegnato in un piccolo villaggio situato a pochi chilometri di distanza dalla città di Tarapoto (parte selva del Perù). Ho avuto la fortuna di incontrare alunni stupendi che non erano soltanto li per ascoltare la mia classe di inglese ma per conoscermi. Alcuni sono diventati cari amici, di cui non mi dimenticherò mai.

Oggi voglio farmi portavoce di un’ alunna, una ragazza peruviana di 15 anni, nata in un villaggio lontano dalla realtà caotica e “sviluppata” di Lima.

Questa ragazza è la maggiore di 2 fratelli: un maschietto e una femminuccia. Tutti e 3 sono dei bambini sani, allegri e vispi. La maggiore va abbastanza bene a scuola e si ferma spesso a parlare con me dopo lezione, per chiedermi del “mio mondo”. I piccolini fanno il viaggio con me in bus per arrivare a scuola. Mi aspettano impazienti per fare il percorso insieme. Un giorno la maggiore viene a prendermi a casa in scooter per fare una passeggiata. Non hanno problemi di denaro: il padre ha un negozio di scooter ed è abbastanza conosciuto in paese. I figli studiano in uno degli istituti migliori del villaggio e la maggiore frequenta un corso pre-universitario che non è concesso a tutti.

A volte sembra che il denaro porti alla felicità, faccia stare bene, ma quando vivi dall’altro lato della medaglia non è sempre così! Ci sono problemi culturali e sociali che prendono il sopravvento e sminuiscono il supporto economico che la famiglia può darti. Questo problema nella parte della foresta peruviana si chiama “machismo”.

peru-childrenLa ragazza mi racconta la sua realtà con cuore aperto. Il padre, essendo una persona stimata e con denaro, era visto bene dalle altre donne del paese e di conseguenza tradiva la moglie ripetutamente. A casa era un padre-padrone. Quando qualcosa non gli andava bene se la prendeva con la moglie e i figli. Allora la maggiore per evitare che ci andassero di mezzo i fratelli più piccoli si prendeva tutta la colpa, insieme alle botte e alle molestie. La madre non poteva intervenire a favore dei figli o comunque era tanto “buona” da non intervenire contro il marito.

Questa è una realtà comune in Perù, dove la società è maschilista e la principale forma di educazione conosciuta è la punizione corporale.

Però anche nelle storie tristi c’è un aspetto positivo. La situazione di questa ragazza le aveva fatto nascere la forza di lottare per i suoi sogni. Voleva diventare medico e andare via da quella realtà, partire insieme ai suoi due fratelli minori per garantire loro un futuro migliore.

Quando il  giorno vi svegliate e sentite che ciò che avete non è abbastanza, allora pensate di essere nati dalla parte privilegiata del mondo.

Ricordatevi  che altrove, in paesi meno fortunati,  ci sono persone che lottano per i loro sogni, che vorrebbero essere al vostro posto.

Riflettiamo sull’altro lato della medaglia!

Baviera

Da Bxl alla Baviera, tra scienza e gita di piacere

Qualche settimana fa ben 16 persone (tre femmine, compresa la sottoscritta, e tredici maschi, compreso il professore) si sono divise su tre mezzi e si sono avventurate verso sud per un’escursione geologica di alcuni giorni su un cratere d’impatto.

L’ultimo atto o quasi del mio periodo belga è una “field trip” con il capo, alcuni colleghi e gli studenti di un corso in cui ho tenuto una lezione (per cui ero a tutti gli effetti un’assistente del prof.). La meta é Nördlingen, che visitai con una compagine simile ben sei anni fa, partendo da Vienna invece che da Bxl.

Breve spiegazione semiseria su cosa sia un’escursione geologica: si portano gli studenti in siti d’interesse geologico (ad esempio cave abbandonate o zone remote, più o meno inaccessibile causa vegetazione o assenza di sentieri) ove affiorino delle rocce, si spiegano sul posto i processi che hanno prodotto quanto visto e si raccolgono campioni da studiare in seguito, ossia si lasciano sfogare gli studenti con martelli appositi, talvolta anche con l’uso di scalpelli, per prelevare chili di rocce di cui poi forse alcuni grammi verranno effettivamente analizzati, affidati come tema di tesi a qualche studente di generazioni successive. Nonostante il rischio d’incappare in zanzare, zecche, altri parassiti, vipere, etc., il pericolo di venir colpiti da rocce in bilico o da schegge prodotte dal martello, la possibilità di trovarsi a discutere con la polizia per accesso non autorizzato ad aree chiuse o per l’asportazione di materiale da parchi naturali (esagero, QUESTE COSE NON SI FANNO!), etc., il divertimento é assicurato! S’impara molto più che studiando sui libri e si creano rapporti di profonda fratellanza tra compagni di viaggio, condividendo difficoltà e risate. Devo ammettere che da studentessa non amavo le escursioni, perché le vedevo come una sfaticata con pochi risultati, ma col tempo ho cambiato idea. Nel mio lavoro trascorro le giornate davanti ad uno schermo o in laboratorio, quindi ogni occasione è buona per recuperare scarponi, lente, bussola e martello e sentirsi di nuovo una geologa.

studenti e prof. in escursione

Parte della nostra comitiva con gli occhi incollati su un affioramento.

Abbiamo soggiornato in un ostello ed essendo noi ragazze solo tre ho diviso la stanza con le uniche due studentesse presenti. Per puro caso, anche loro non originarie del Belgio: una ragazza dal Nepal, espatriata con il marito, ed una dal Ghana, entrambe al termine del master in geologia a Gent. Al contrario, la parte maschile del gruppo, eccetto un olandese, era interamente costituita da belgi, per la quasi totalità dalle Fiandre. Tolta la sottoscritta, che in Baviera ha trascorso la primissima infanzia e che da allora la visita regolarmente, ed il mio capo, che ha lavorato in Germania e qui si é recato più volte in escursione, per gran parte del gruppo si é trattato del primo impatto con la cultura tedesca (mi correggo, bavarese). Nonostante Belgio e Germania siano confinanti e le lingue (neerlandese e tedesco) siano tutto sommato simili, ci sono delle differenze di comportamento e mentalità abissali. Le differenze erano maggiormente evidenti per il fatto di trovarsi in un paese, non una grande città, per la precisione a Nördlingen, una deliziosa cittadina medievale, ancora circondata dalle mura storiche interamente percorribili a piedi. Il simbolo del paese è un maialino che sventò un attacco che avrebbe distrutto la città. La storia è narrata ovunque e non vi privo il piacere di leggerla. Di conseguenza, la città é letteralmente tappezzata di statue di maialini, con le fogge più strane, come pubblicità di negozi e laboratori artigianali. Poche persone, pure tra i tedeschi, sanno che questa zona fu colpita da un meteorite di circa 1 km di diametro 14.5 milioni di anni fa. L’evento fu tanto catastrofico da creare un cratere che attualmente ha un diametro di 25 km e da lanciare gocce di materiale fuso fino alla Boemia (le famose moldaviti). A poca distanza da Nördlingen sorge un altro piccolo cratere d’impatto, sulla cui origine le speculazioni si sprecano. Mi fermo perché altrimenti farei un trattato di scienza e questo non è il luogo, ma se vi capita di passare da Nördlingen non mancate di visitarne il museo.

Foto del maialino simbolo di Nördlingen

Il celebre maialino che ha salvato la città.

La riflessione su cui vorrei soffermarmi, invece, é la nazionalità straniera di noi ragazze partecipanti all’escursione.

Questa é stata l’ennesima esperienza di condivisione di una stanza con altre ragazze dedite alla geologia e provenienti da paesi diversi dal mio. Sei anni fa, alla prima escursione a Nördlingen, la situazione fu simile: dividevo la stanza con un’altra italiana ed una polacca, mentre i ragazzi erano prevalentemente austriaci (in quel caso astronomi, non geologi). Perché le donne geologhe ricercatrici sono spesso straniere? Nel nostro gruppo a Bxl, considerando sia l’università fiamminga sia quella francofona, le ricercatrici straniere sono assai più numerose di quelle locali, mentre la controparte maschile è prevalentemente belga. Tra le mie “colleghe” ho un’amica che è stata in Alaska, Sud Africa e Brasile prima di tornare nella natia Pisa. Ciò non vale solo per le italiane! Ci sono tedesche in USA, svedesi in Australia, polacche in Gran Bretagna, etc. Ci siamo spostate per passione o perché in qualche modo costrette da pregiudizi sulle nostre capacità nei paesi d’origine? Gli stessi pregiudizi che talvolta si trovano anche nei paesi di destinazione, motivo per cui i posti a tempo indeterminato nel settore sono ancora rarissimi per le donne. Dopo anni nel campo, non ho ancora trovato una risposta. Mi piace pensare sia comunque il frutto di una libera scelta. La stessa scelta che porta a partecipare ad un’escursione all’estero da straniera, con altre straniere, ad un mese dal termine del periodo in Belgio, vivendo questi quattro giorni con curiosità ed entusiasmo.

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Emigrata 100% made in Italy

Non sono mai stata troppo attaccata all’Italia e alle sue abitudini. Non sono mai stata una di quelle persone che la prima cosa che fa appena arrivata in Italia è sospirare di sollievo davanti alla vista di un caffè “fatto all’italiana”. All’estero non ricerco per forza la compagnia di italiani per sentirmi più a casa e non credo che la nostra cucina sia la più buona del mondo. Adoro scoprire nuove culture e immergermi negli usi e costumi locali e nel mio cuore ho sempre sentito fermamente di essere una “cittadina del mondo” aperta al nuovo e svincolata dalla mia cultura d’origine tanto quanto basta per accettare ed essere accettata da ogni gruppo culturale senza problemi.

Ora che sono però più di quattro anni che vivo in Australia, la convinzione di meritarmi l’etichetta della “cittadina del mondo” che mi ero orgogliosamente auto-cucita addosso, comincia a vacillare. Inizio per la prima volta invece, a sentire un inaspettato marchio “100% Made In Italy” bruciare sulla pelle.

emigrata-100-italianaPiù mi immergo nella cultura locale, infatti, più mi compiaccio di essere riuscita a capire vari aspetti della burocrazia australiana, più mi crogiolo per le mie eggs on toast per colazione e più la strisciante sensazione che in fondo però io e “loro” siamo diversi si fa strada. A niente è valso l’ingurgitare barattoli su barattoli di Vegemite (*) la mia diversità si palesa comunque nei più piccoli particolari. Sono dettagli…piccoli, piccoli come ad esempio vedere le espressioni atterrite quando spiego che in Italia è comune mangiare pasta ogni giorno, o constatare che la pronuncia e lo spelling del mio
italianissimo nome (Federica) possa diventare degna materia di dibattito e scommesse tra colleghi. Mi è capitato infatti di ritrovarmi a fare da giudice imparziale per decidere chi lo riesca a pronunciare o addirittura a scrivere correttamente regalando così al vincitore attimi di orgoglio infinito per sapersi destreggiare con un nome così esotico. Ho poi ricevuto domande spiazzanti che mi hanno fatto capire come non esista solo il bianco e il nero ma ci siano tante sfumature nel mezzo…mi è stato infatti chiesto perché abbia la pelle così scura…e pensare che al mare, in Italia ho sempre perso miseramente nelle gare-abbronzatura estive! Questi piccoli dettagli mi fanno capire quanto tante cose da me considerate normali per loro siano un indicatore della mia “italianità’” tanto quanto il mio accento. Si, mi sento diversa. Ma fortunatamente accettata.

Emigrare è spiazzante, difficile, destabilizzante perché’ significa non poter far più riferimento alle norme culturali del paese in cui siamo cresciuti e doverne imparare di nuove senza pregiudizi. A volte mi sono sentita persa, non sapevo se ce l’avrei fatta ma sono stata aiutata da tutti quegli australiani che ho incontrato, intelligenti abbastanza da capire che interessarsi sinceramente del mio background culturale fosse per loro una bellissima opportunità per arricchirsi di conoscenze e punti di vista diversi dai propri, facendomi sentire cosi’ meno estranea.

Sono consapevole del fatto che le differenze tra me e “loro” si noteranno sempre perché’ sono cresciuta in una cultura diversa ma sono anche grata del fatto che gli australiani che ho incontrato fino ad oggi mi abbiano sempre fatto sentire apprezzata e rispettata. Da emigrata mi sento di dire ora come non mai che l’integrazione avviene solo in presenza di tre ingredienti di fondamentale importanza: il reciproco rispetto la curiosita’ verso l’altro e l’apertura mentale. E questo vale sempre, qualunque sia il colore della pelle, il paese di origine o quello di destinazione ha veramente poca importanza!

(*) (una crema salatissima a base di lievito di birra che generalmente suscita il disgusto in chi non è australiano)

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Rientro in Italia: bilancio dopo 5 mesi

Sono passati già 5 mesi dal mio rientro definitivo in Italia e sono tutto, tranne che stabile e rilassata. Mi sento “imbastardita”, mi sento una torta con ingredienti un pò made in Italy, un pò africani, un pò musulmani e un pò cristiani. Provo ad analizzarmi ma so già verrà fuori un macello.

Ricordo che ho passato il primo mese in Italia senza notare troppo le differenze con il Marocco: la zona in cui abito, a Genova, pullula di immigrati marocchini e negozi gestiti da magrebini , dove tutt’ora entro e provo a spiccicare quelle tre parole in croce che mi ricordo in arabo.

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Bimbaminkia

Non mi fa più strano niente: non mi fa più strano vederli rovistare nei bidoni della spazzatura, non mi fa più strano aprire la finestra e vedere centinaia di persone inginocchiate dentro e fuori la “moschea”, durante la preghiera del venerdì, né mi fa strano vederli nascondersi per bere birra e fumare. E’ stato un pò come continuare a vivere laggiù e questo, forse, ha attutito un pò lo schock da rientro”. Ho continuato a vivere in modalità “spirito di sopravvivenza” per molto tempo; era come averlo cucito addosso, era come una seconda pelle, parte integrante di me. Il mio ego non si era reso conto di essere tornato alle origini e si comportava esattamente come una donna che ha lavorato per quasi tre anni in un cantiere di soli uomini, culturalmente maschilisti: mi sentivo ancora in un mare di squali e, per non essere mangiata, avevo occhi ovunque. Se mi si avvicinava qualcuno, automaticamente mi tornava alla mente il giorno dello scippo, se qualcuno mi guardava, mi ricordavo di “quegli ufficiali gentiluomini” che mi puntavano da un chilometro di distanza e mi si attaccavano come cozze, arrivando persino a seguirmi. Insomma, non mi sentivo tranquilla. Piano piano, però, i mattoni si sono sgretolati e ora sono tornata la “ragazzina” curiosa e socievole di sempre; quella che per educazione saluta, scambia una parola gentile con tutti e soprattutto…SOGNA!

La parte adolescente di me sta tornando a giocare e lo vedo quando entro nei negozi di abbigliamento, per esempio:  a 34 anni comprarsi le “all star” con la zeppa e la camicia a quadri bianca e nera che spopola tra i ragazzini? Fatto! Ora sono un pò “bimbaminkia” anche io!

 

Sicuramente una delle cose che più mi manca del Marocco è lo scambio di saluti tra sconosciuti: da noi non si usa, nei paesi islamici è una delle regole dettate dal Corano: quel SALAMALEKUM risuona ancora nelle orecchie come un ritornello di una canzone e, se non venissi presa per pazza, saluterei tutti in questo modo. Salamalekum in ascensore, salamalekum nei negozi, salamalekum dal dottore, sul bus, in posta, in banca, ma niente… sono in Italia e a malapena riesco a strappare un Buongiorno da persone che incontro sulle scale….che peccato… è divertente salutare!

 

Nella vita quotidiana ho fatto una gran fatica a riabituarmi alla raccolta differenziata: sembra una stupidata e invece non lo è per niente. Sono passata da un paese in cui si buttava tutto in un unico sacchetto e in un unico “cassonetto” (quando esisteva) ad un soggiorno di due mesi in una piccola cittadina della Brianza, dove ogni cittadino aveva una tabella dettagliata per la raccolta dei rifiuti: ad ogni tipo di rifiuto corrispondeva un giorno della settimana e un tipo di contenitore/sacchetto. Per me è stato un vero incubo… ho pure rischiato una multa!

 

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La mia casa

Per quanto riguarda la mia vita personale, direi che è tutto da rifare: casa: in piena ristrutturazione con tutto lo stess del caso. Lavoro: disoccupata, in attesa degli ultimi stipendi (incrociando le dita che arrivino..inchallah!); Vita sentimentale: “Meravigliosamente” incasinata, Salute fisica: zoppica ma “tengo botta”, salute psicologica: un caso perso!!!

 

Quello che mi risulta  più strano è il senso di confusione e di disordine mentale che regna in me: io, abituata ad organizzare tutto nei mimini particolari e a ricordarmi l’impossibile, mi ritrovo a viaggiare con un’agenda per non dimenticarmi gli impegni. Io, che mi ricordo (o forse è il caso di dire ricordavo) la data di nascita di gente che non vedo da decenni, ho dei vuoti mentali che sembrano crateri; io, abituata a fare tutto e subito mi ritrovo a dire “LO FACCIO DOPO”  dove per “dopo” si intende quel lasso di tempo tipicamente africano: dalle 24 ore in poi, io che… non ci capisco più niente, insomma! Su una cosa invece sono sicura: i miei angoli si sono smussati, mi arrabbio di meno, anzi, molto spesso faccio “spalluccia”… una persona mi fa un torto? Tempo al tempo tutto gli tornerà oppure ci penserà Qualcuno da lassù a rendergli moneta. Ovviamente non dimentico ma passo oltre.. preferisco dedicare tempo alle mie cose che perderlo con gente negativa e che non merita nulla. Questo non vuole dire essere meno combattiva o non farsi rispettare, si possono fare entrambe le cose in modo più maturo ed elegante, sendendosi, per esempio, ad aspettare  che il cadavere ti passi sotto gli occhi….magari mentre mangi un sano pacchetto di patatine!

WELCOME IN ITALY DEAR LARA e ricorda sempre: “AlhamduliLlah (grazie a Dio) Inchalla (se Dio lo vorrà), Bismillah (Nel nome di Allah)

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In Africa, riflessioni dal Kenya

Sono  passati quasi 16 anni da quando vivo in Kenya eppure, a volte, mi soffermo a guardare quasi con sorpresa la vita che mi scorre davanti.
Africani che camminano. Che  si fermano a chiacchierare. Che si accostano ai lati della strada come in attesa di qualcuno che forse non arriverà mai .

Ma stamani l’occhio mio vigile e attento su ciò che avviene attorno a me e’ finito sulla piccola donna giriama (tribù locale) che faceva la fila alla Kenya power. Eravamo ambedue in fila per pagare la bolletta della luce. Lei, davanti a me, nel suo abito coloratissimo e il foulard che le copriva il capo. Credo fosse musulmana. Ma non ne ho la certezza. Cercando di essere meno indiscreta possibile ho tentato di sbirciare la sua bolletta per  vedere l’ importo. Non ci sono riuscita. Era troppo stropicciata per poter vedere bene. Allora mi sono accostata un po’ di più a lei per seguire il momento in cui avrebbe pagato. Aveva da pagare un importo di 677 scellini (circa sei euro e trenta) . Magari avessi avuto io quell’importo. Ma logicamente non abbiamo lo stesso consumo di corrente e quindi la mia e’ solo un’utopia.
Ma la cosa che più mi ha incuriosito subito dopo aver esaudito la mia curiosità, e’ stata quella di vedere i  movimenti che hanno accompagnato il pagamento della bolletta stessa. La signora, che credo potesse avere una cinquantina di anni (direi mia coetanea), aveva una borsa nera a manico corto sotto braccio, che non avevo prima visto perché’ nascosto dal pareo che fungeva da foulard. Una borsa che teneva stretta a sè. In pelle nera. Forse anche acquistata al mercato dell’usato. Aveva il manico completamente “spellato”, ossia aveva la pelle nera tutta consumata e la stessa cosa si poteva dire per gli angoli della borsa stessa. Si vedeva che era una vecchia borsa . Ma per lei era sicuramente di grande valore. Immagino fosse la sola borsa che possedesse. La vera sorpresa  fu quella di vedere che i soldi non erano dentro un portafogli e neppure  all’interno della borsetta. Prese un angolo del pareo che le si stringeva a vita, apri’ quello che a chiunque sembrerebbe un nodo inutile nello stesso angolo e da li tiro’ fuori l’esatto importo della bolletta : 677 scellini. Non uno scellino in meno non uno in più. Chissà quanti sacrifici per potessi permettere la corrente elettrica . E chissà quanti altri per potersi comprare quella borsetta che chiunque di noi avrebbe certamente gettato nella spazzatura. 
Pago’ e prese la sua ricevuta consegnatale dall’ impiegato. Si accosto’ a lato della cassa e ripose la ricevuta nella borsa, che comunque aveva una funzionante cerniera. Si rimise la borsa sotto il braccio, sempre nascosta dal pareo, e si avvio’ verso l’uscita.
Venne quindi il mio turno e pagai la mia bolletta che aveva  uno zero in piu’ come importo, rispetto a quella della donna giriama.

Beh pensai, ci lamentiamo di quello che possediamo e non lo valorizziamo come si dovrebbe. Per la donnina giriama quella borsa era il top che lei potesse avere e la proteggeva e curava al meglio. Noi a volte non ci accorgiamo che abbiamo il meglio dalla vita credendo di essere poveri e di non poterci permettere altro. Ma se vedessimo scene giornalmente come questa, credo che la nostra borsa , firmata o meno, sarebbe da sfoggiare con molto più orgoglio.

Meditate gente.
Meditate.