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Lavorare nel Cinema a Hollywood! Where the dreams come true!

Sono quasi vent’anni che faccio la produttrice  cinematografica.

Ho deciso assieme a mio marito di trasferirmi qui perche’ Los Angeles e’ la mecca del Cinema.
Tutti gli attori abitano in California ed e’molto stimolante per chi fa questo mestiere.
Premetto che quando siamo arrivati avevamo poche , anzi pochissime connessioni, ed oggi, dopo quattro anni ho prodotto una serie TV,una Sitcom con il popolarissimo Ronn Moss, il bellissimo Ridge di Beautiful.
La prima volta lo incontrammo ad una cena e passammo la serata con lui e la moglie.
Fu feeling a prima vista e cosi diventammo buoni amici .
L’idea era quella di fare un prodotto che divertisse la gente.
Il pubblico di Ronn era abituato a vederlo serio e latin lover, cosi mi domandai  “perche’non far vedere Ronn come e’realmente”.
Girare la Sitcom con lui fu una fantastica esperienza e adesso il nostro percorso e’ iniziato alla grande…abbiamo faticato ma iniziamo a raccogliere i nostri frutti.
Il cinema e’un industria spietata, tantissimi approdano qui e tentano tutto. La strada piu difficile e’a mio avviso quella per gli attori. Se non sei cresciuto in mezzo a loro , sarai e rimarrai sempre un carattere inteso come un attore che non potrà fare il protagonista. Certo, poi ci sono le eccezioni, ma si contano sulle dita di una mano.
L’accento italiano rimarrà sempre nel parlare inglese, a meno che non si arrivi qui da giovanissimi o si e’particolarmente predisposti alle lingue.
La soluzione migliore, quella che cerco di consigliare sempre e’di venire a specializzarsi in una delle piu’ conosciute scuole di Hollywood. E’un percorso lungo all’inizio ma poi si accelera durante i vari casting che si andranno a fare.
Qui ci sono produzioni ad ogni angolo della strada , centinaia di film si producono ogni giorno, non c’e’persona che non si incontri per strada che non lavori in questo ambito.
Vi troverete al supermercato assieme a costumisti, scenografi, operatori di camera, producer…ecc..ecc.
Un vero sogno per chi ama il mondo del Cinema.
Sarete in mezzo ad un vero formicaio di operai dell’industria cinematografica.
Incontri con sceneggiature sotto il braccio ad ogni bar della citta’,party un po piu’ per gli addetti ai lavori dove potrete stringere la mano a Andy Garcia o alla principessa Leyla,e state attenti quando camminate per la walk of fame, perche’ vi imbatterete in dieci Jack Sparrow, quattro Batman, e tantissimi altri personaggi con un immancabile Marilyn Monroe, disposti per pochi dollari a fare una foto con voi.
Per i turisti e le famiglie e’ consigliabile il giro agli Universal Studios, dove avrete un giorno intero per divertirvi, vedere spettacoli incredibili e respirare un po di quell’atmosfera magica che tutti almeno una volta nella vita abbiamo sognato.

Amen

 

 

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Piccole Cose e Grandezza

“Non so come fartelo capire, ma qui si vive al riparo. E non è una cosa spregevole. È bello. E poi chi l’ha detto che si deve proprio vivere allo scoperto, sempre sporti sul cornicione delle cose, a cercare l’impossibile, a spiare tutte le scappatoie per sgusciare via dalla realtà? E’ proprio obbligatorio essere eccezionali? Io non lo so. Mi tengo stretta questa vita mia e non mi vergogno di niente: nemmeno delle mie sovrascarpe. C’è una dignità immensa, nella gente, quando si porta addosso le proprie paure, senza badare, come medaglie della propria mediocrità. E io sono uno di quelli.
Si guardava sempre l’infinito, a Quinnipark, insieme a te. Ma qui non c’è l’infinito. E così guardiamo le cose, e questo ci basta. Ogni tanto, nei momenti più impensati, siamo felici.”


Castelli di Rabbia – Alessandro Baricco

piccole-cose-grandezzaLa biblioteca civica qua ospita anche una piccola sezione di libri in italiano e – presa dalla voglia di leggere qualcosa in grado di distrarmi a dovere – qualche settimana fa ho preso questo libro, anche se Baricco – diciamolo – non è nella mia top ten di autori italiani preferiti.
Ero sul treno quando ho letto questa frase, stavo andando a dare ripetizioni di inglese presso un istituto che si occupa – appunto – di Nachhilfe e non sono riuscita a levarmela dalla testa. Davvero. Ho persino dovuto mettere mano all’agenda e segnarmela perché non volevo mi sfuggisse nella frenesia delle parole.
Sarà che è un periodo che rifletto molto – forse troppo – e inizio a sentire la voglia di cambiare, ma sto iniziando di nuovo a riapprezzare le piccole cose come non facevo da un po’ di tempo. Una giornata passata a cucinare, un film che aspettavo da tempo di poter vedere, un the con amici, una passeggiata in solitaria nonostante il freddo.. Ho un’immagine impressa sulla retina, un’immagine che in qualche modo mi fa stare bene e mi rimette in pace con me stessa e con chi ho intorno. Sono in Italia, nel mio piccolo appartamento e sul tavolo ho la sporta in vimini comprata a Menton ricolma di frutta e verdura, un raggio di sole a illuminare le sedie in legno scuro e un meal-prep plan appoggiato lì di fianco. Nulla di eclatante, ma quelle sono le immagini a cui ritorno quando ho bisogno di pace. Piccoli momenti, frammenti di una vita semplice che mi fanno stare bene, attimi dedicati a prendermi cura di me stessa.
Ogni volta che qualcosa prova a sopraffarmi, ogni volta che tutto mi sembra troppo, cerco di fare esattamente quello. Mi fermo, chiudo gli occhi, penso a quel frammento di vita e sorrido perché so che quello stare bene partiva da me stessa ed è per questo facilmente ritrovabile e altrettanto insostituibile.
Probabilmente passerò spesso e volentieri per la svitata pseudo-guru che dice a tutti di pensare positivo e poi appena è da sola mugugna e sbuffa come nemmeno una pentola a pressione. Eppure è proprio così..per ogni piccolo disastro c’è un piccolo grande miracolo, per ogni calamità che ci colpisce abbiamo la forza di andare avanti e ogni volta che la vita ci butterà a terra potremo far tesoro di questo frammento di saggezza: c’è grandezza nelle piccole cose, c’è grandezza nei frammenti di tempo che ci fanno stare bene. C’è grandezza in noi stessi, nel nostro essere piccoli uomini (e donne ? ) dal grande potenziale e dal cuore enorme. In una realtà che si fa sempre più competitiva, professionale, elitaria é bello saper di poter tornare a quello stato di pace e soddisfazione che le piccole cose e i frammenti di tempo sanno dare. É bello ricordarsi che c’è valore anche nei piccoli gesti umili e nulla avrà mai maggior valore di ciò che ci rende fieri di noi stessi e ci fa stare bene. Non dimentichiamolo mai.

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Pasqua: l’odio e l’amore. Da Bruxelles al Messico.

Era mia intenzione scrivere sulla Pasqua in Messico: sulle tradizioni della “Semana Santa”, forse la festivita’ piu’sentita e celebrata in questo Paese, da sempre in bilico tra dolore, morte e Resurrezione…con le rappresentazioni della via crucis e le processioni che si snodano in molte citta’ Messicane. Ma i recenti orribili attentati di Bruxelles mi hanno gelato le parole in gola. O meglio, le dita sulla tastiera.
Come si fa a rappresentare e ricordare il dolore e la passione di Yeshua di Nazareth 20 secoli fa, quando ne abbiamo una reale manifestazione, con sangue vero di vittime innocenti a due passi da noi, o comunque nel nostro mondo, nel nostro secolo.
Gesu’ Cristo si e’ immolato sul Calvario 2000 anni fa per renderci liberi, per darci la salvezza e la vita eterna, e per seguire il suo esempio di vita, che significa amare il prossimo al punto di scrificarsi fino alla morte. Ma credo che sia lui che il Padre Eterno stiano piangendo scuotendo la testa dicendosi che non abbiamo capito nulla.
Che in nome della religione e di un Dio (Yaveh, Allah) ancora uccidiamo, odiamo, condanniamo…
Ma cio’ che mi fa ancora piu’ tristezza e terrore degli attentati e’ l’accanimento contro i rifugiati ed immigrati, come se fossero loro i colpevoli e responsabili di questa tragedia. Loro, che stanno fuggendo da una tragedia mille volte peggiore: la guerra, i massacri, la paura quotidiana da mesi e anni….
Diceva Martin Luther King “Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni“.

Ho letto un post su facebook di una certa Cristina, ragazza Italiana che vive a Bruxelles, scrive : Io vivo in Belgio; quando tutto è successo ero a scuola: nella mia classe ci sono diversi ragazzi rifugiati. Loro erano gli unici che non ricevevano chiamate per sapere se stavano bene perché non hanno più nessuno che li chiami. Le loro non erano facce da paura ma facce di persone che avevano già vissuto l’esperienza milioni di volte. Credo di averli capiti fino in fondo solo questa mattina: ed è stato orribile.

Tornando in Messico, oggi qui a San Miguel de Allende, dove vivo, come ogni anno dal Santuario di Atotonilco parte la Via Crucis. Inizia con l’ultima cena, quando il Dio fattosi uomo lava i piedi ai discepoli, spezza il pane e offre il vino, dicendo “fate questo in memoria di me”, poi va a pregare nell’ Orto dei Getsemani, dove chiede al Padre di allontanare il calice della morte, ma poi si rimette alla Sua volonta’ e viene arrestato…  persone del popolo rappresentano Jesus, gli Apostoli, Pilato, Erode ed i centurioni, Maria e Maddalena…
Una marea di fedeli – e non – assistono in silenzio a questa rappresentazione abbastanza cruenta (le frustate sono vere).
Il Venerdi’ Santo, che gli Americani chiamano Good Friday (perche’, dicono , come chiameresti un giorno in cui qualcuno muore al tuo posto?)
per le strade acciottolate del pittoresco centro di San Miguel si snoda la Procesion del Silencio: una lenta parata, Croce in testa, seguita da centurioni romani, dagli anacronistici calzini rossi e bianchi. Seguiti da donne velate di nero e bimbe vestite di bianco, una banda, un coro di bambini, statue di Angeli, Madonne, immagini del gallo che canta 3 volte, della sindone…
Quest’anno si dovrebbe aggiungere alla processione anche un simbolo per ogni posto nel mondo dove muoiono innocenti.
E ricordare le parole del Cristo: Sono la via, la verità, la vita.

L’odio porta la morte, l’Amore la Resurrezione.

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Vita quotidiana: le Helpers

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E` talmente normale che le persone passano accanto alle “stanze di cartone” senza neanche farci caso.

Alcuni le chiamano “Hong Kong’s hidden Shame” (la vergogna nascosta di Hong Kong) ed altri non pensano che ci sia niente di sbagliato. Ma alla  fine che cosa sono esattamente le Foreign Domestic Helpers (FDH)? Se avete in mente la signora che in Italia ci aiuta a fare le pulizie una o due volte alla settimana, toglietevi quell’immagine dalla mente! Qui a Hong Kong, ed anche in altri paesi asiatici, è una persona che vive in casa vostra e che vi aiuta in tutto e per tutto: pulisce la casa, fa la spesa, cucina, lava e stira, si occupa degli animali domestici, pulisce la macchina e ovviamente si occupa dei bambini e degli anziani. Le Helper qui a Hong Kong sono per la maggioranza filippine, ma ci sono anche le indonesiane, tailandesi, indiane e di altre nazionalità`.

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Quando ho fatto le foto cadeva una pioggerellina leggera che ti penetra nelle ossa e dalla quale gli ombrelli non ti riparano.

La legge di Hong Kong (e di altri paesi asiatici) prevede che le Helper vivano nella casa del datore di lavoro (che fornisce vitto, alloggio, assicurazione per la salute e salario), hanno un giorno di riposo la settimana ed il tutto per salario minimo (stabilito dal governo) di circa 500 Euro(4210 HKD) al mese (anche se ci sono helper che prendono di più perché` dipende dal datore di lavoro). Come potete capire, qui, avere una helper è una comodità che molti si possono permettere ed è certamente una comodità per le donne che vogliono lavorare… ed anche per quelle che nonne hanno proprio intenzione.

Ci sono ovviamente anche helper cinesi o helper straniere sposate a cittadini di Hong Kong che possono lavorare part time perché` hanno o la cittadinanza o il Permanent Residence (premesso di residenza permanente). Per loro le regole sono molto diverse ed anche le tariffe richieste sono molto più alte perché` possono lavorare part time legalmente ed il datore di lavoro non corre alcun rischio.

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Almeno loro sono al riparo!

Le FDH non solo non hanno gli stessi diritti dei cittadini o delle persone con l’agognato permesso di Permanent Resident, ma non hanno neanche gli stessi diritti degli altri cittadini stranieri. Ci sono specifiche leggi che sono state approvate solo per le FDH: devono vivere nella casa del datore di lavoro, una volta entrate a Hong Kong come FDH non possono cambiare il loro stato neanche se si laureano e vogliono cercare un altro lavoro, quando finiscono un contratto hanno solo due settimane per trovare un altro lavoro (a differenza degli altri lavoratori stranieri) se non vogliono essere mandate via, dopo sette anni in Hong Kong non possono richiedere la residenza permanente (come tutti gli altri stranieri). Ma questo non è tutto perché` il fatto che siano obbligate a vivere nella casa del datore di lavoro comporta che molte di loro lavorino più di dieci ore al giorno e che non abbiano una camera loro. Le case a Hong Kong sono per la maggior parte piccole e molte non hanno una camera ed un bagno per la helper (in ogni caso anche nelle case più grandi le camere delle domestiche hanno le dimensioni di sgabuzzini ed i bagnetti di scatole da scarpe). La prima volta che sono venuta ad Hong Kong avevamo un budget per la casa più alto e quando ho fatto il giro delle case, ho visto situazioni piuttosto tristi con letti per le helper attaccati ai frigo od alle lavatrici o letti a castello con il letto in alto ed il frigo sotto e così via. Questa volta, avendo un budget più basso, nei vari appartamenti che ho visitato la camera delle helper non esisteva proprio, eppure, quasi tutti nel mio palazzo hanno una helper. Questo vuol dire che nel migliore dei casi le helper dormono nella camera dei figli dei padroni di casa, senza poter avere alcuna privacy, ma nel peggiore dei casi le helper dormono (alle volte senza neanche un letto) in cucina o in soggiorno o nella vasca da bagno. Un’altra conseguenza del dover vivere nella casa del datore di lavoro è che la domenica (il giorno di riposo per la maggior parte di loro) non hanno un posto dove ritrovarsi e quindi, come vedete dalle foto, si accampano ovunque possono. Usano solitamente cartoni per non sedersi per terra e stanno lì con le amiche dalla mattina fino a sera. Ogni volta che ci passo davanti mi ricordo di quando lavoravo come venditrice porta a porta e delle mie pause pranzo passate al parco, pause che non mi riposavano perché` non potevo mettermi comoda. Difficile non dispiacersi per queste donne che per necessità vivono così tanti anni della loro vita. Pensate cosa voglia dire stare lì in pieno inverno, al freddo, per tutto un giorno.

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http://hkhelperscampaign.com/en/

Nel 2014 c’erano 323.400 helpers in Hong Kong e, da una parte, posso capire le giustificazioni del governo che non vuole permettere l’immigrazione di tante donne che porterebbero anche le loro famiglie, ma ciò non toglie che le condizioni di queste donne siano spesso molto tristi. Tra l’altro hanno il diritto ad una sola vacanza in due anni di contratto e molte passano anni senza poter vedere i figli e la famiglia.

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http://hongkong.coconuts.co/content/hong-kongs-hidden-shame-why-foreign-domestic-worker-abuse-so-rampant

Ci sono associazioni che lottano per i diritti di queste donne e le aiutano in caso di maltrattamenti da parte dei datori di lavoro. Quello che chiedono è l’abolizione della regola delle due settimane per trovare un nuovo lavoro, dell’obbligo di vivere nella casa del datore di lavoro che le rende possibili vittime di abusi verbali, fisici o sessuali e di orari lavorativi che superano le dieci ore giornaliere ed infine il controllo delle parcelle richieste dalle agenzie di lavoro (infatti, dovrebbero essere un massimo del 10% del salario mensile, ma in realtà sono così alte che condannano le helper a dare loro mesi e mesi dei loro salari per pagarle.). Purtroppo per ora la situazione rimane quella che è.

Con tutto questo non voglio dire che tutte le helper siano perfette e che tutti i datori di lavoro siano orchi perché` si trovano helper che non fanno il loro lavoro seriamente o che addirittura sono degli incubi (trattano male i bambini, rubano e mentono) così come si trovano datori di lavoro che non solo trattano bene le loro helper, ma in alcuni casi le aiutano a trovare una soluzione migliore per il loro futuro (ho sentito di un caso da poco do la helper voleva andare in pensione ed i datori di lavoro si sono offerti di pagare per una casa nelle Filippine dove la helper possa passare una serena vecchiaia). Quello che è certo (a mio parere) è che le leggi dovrebbero essere uguali per tutti gli stranieri di Hong Kong.

 

 

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Va dove ti porta il cuore

Quando si decide di lasciare la propria terra di origine non è mai facile.

Allontanarsi da famiglia, parenti, amici, anche dalla signora che si incontra tutti i giorni al supermercato e con la quale si scambiano poche chiacchiere può diventare un mini trauma. Le domande che la nostra mente inizia a formulare sono migliaia! “E se non ce la dovessi fare? E se non fossi così coraggiosa? E se stessi lasciando qualcosa di sicuro per rovinare tutto?” La mia risposta a tutto questo è che la vita non è fatta di se e di ma. La vita bisogna viverla giorno dopo giorno. E’ facendo le cose che ci si scopre, è uscendo dalla propria “zona comfort” che spesso si scoprono i dettagli più intimi di noi stessi, quella voglia di vita che solo vivendo ci si rende conto di avere.

Vi faccio un esempio. Un giorno mentre ero a lezione di spagnolo, la proprietaria della scuola entrò nella mia classe e mi disse: “Ho bisogno di una persona che insegni inglese, lo faresti?”. Questo non sarebbe successo se fossi stata rinchiusa a casa perseguitata dai dubbi se imparare una nuova lingua potesse valere la pena. Fare, fare e fare. Nella vita bisogna fare e reinventarsi. Gli inglesi parlano tanto di networking. Bisogna uscire e conoscere, prendere contatti per poter iniziare un’attività. In qualsiasi parte del mondo essa sia.

Una volta fatta la prima mossa e deciso di espatriare la domanda che spesso ci si pone è “da dove inizio?”. La risposta più logica, nell’era della tecnologia, è il web. In questi anni ho ricevuto molti messaggi di persone che mi chiedevano informazioni o aiuto sul luogo in cui abitavo. Provateci! Il web è un’incredibile fonte di risorse, poi sta alle persone avere un po’ di umanità e darvi delle informazioni e degli aiuti. Facebook contiene spesso dei gruppi di italiani dove cercare nuove amicizie, informazioni su documenti, lavori, posti da visitare, etc.

Io solitamente, presa dai dubbi e dalle incertezze, inizio a chiedere un po’ a tutti. Forse cerco delle risposte o delle speranze in qualcuno che mi dica che andrà tutto bene e che il posto che ho scelto è il posto migliore dove vivere. Questo non succederà. Ma anche se succedesse, il mio consiglio è di non crederci. Il posto che per me può essere “casa” non è detto lo sia per un’altra persona. Una volta un amico mi chiese come facessi a stare bene in una terra dove pioveva sempre, la gente era fredda e il cibo era improponibile (parlo dell’Inghilterra). Ovviamente il mio punto di vista e la mia esperienza erano diversi. Come se non vivessimo nello stesso paese ma in due mondo parallelamente opposti. Adesso mi fanno la domanda opposta: “Perù? Ma sei sicura? Ma perché te ne vai dall’Inghilterra che è una terra meravigliosa?”. Gli altri non saranno mai contenti, o convinti, delle vostre scelte.

Un economista vi direbbe di valutare costi-benefici e di scegliere di conseguenza. Solo che nella vita gli sbagli si capiscono con il “senno di poi” e le emozioni sono sempre in agguato a giocare brutti scherzi. E si sa, le paure rubano sogni.

Il mio consiglio è nelle parole di Susanna Tamaro:

E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso, ma siediti e aspetta. Respira con la profondità fiduciosa con cui hai respirato il giorno in cui sei venuta al mondo, senza farti distrarre da nulla, aspetta e aspetta ancora. Stai ferma, in silenzio, e ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e và dove lui ti porta.

Ecco da dove cominciare!

Buon nuovo inizio!

Lima Perù

Cosa ne pensano i miei figli del nostro trasferimento

Dubbi, incertezze perplessità … un nuovo trasferimento con pre-teens

Dubbi, incertezze perplessità non mancano mai quando si dice di sì a un nuovo trasferimento! Chissà perché spostare un container di 80 piedi è meno rischioso di spostare due pre-teens da una vita spensierata ad una vita un po’ più seria. Ecco cosa pensano i miei figli dal nostro trasferimento dall’emisfero sud all’emisfero nord.Troccolis_Oct2015_9

Come vi chiamate e quanti anni avete?

Mi chiamo Jacqueline ho otto anni. Io sono Edward ed ho undici anni.

Dove siete nati?

Sono nata in Inghilterra a Reading. Anche io!!

Quale lingua parlate?

A casa parliamo Italiano e fuori Inglese.

Cosa avete pensato quando papà vi ha detto che vi sareste trasferiti a Norwich, UK?

Jacqueline. Ho chiesto per quanto e quando saremmo ritornati. Quando papà mi ha detto che non lo sapeva sono diventata triste. Non volevo lasciare le mie amiche, la scuola e la mia camera. Canberra è la città dove sono cresciuta.

Edward. Ero un po’ sorpreso perché’ avevamo una casa bellissima e facevamo molte cose. Dopo un po’ ho chiesto quanto figli-edwardlontano era il mare! Sono un velista e voglio continuare ad andare in barca a vela. Così quando mi ha detto meno di un’ora di strada ero pronto per partire!

Quali sono state le difficoltà che avete incontrato trasferendovi a Norwich?

Jacqueline. All’inizio tante! C’erano delle volte che pensavo di essere dentro un sogno! Tutto era diverso; case, paesaggi clima. Fortunatamente con il passare del tempo mi sono abituata anche al clima; adoro la mia giacca e gli stivali nuovi, adesso! Però, pensandoci la cosa più difficile per me sono stati i primi giorni a scuola. Siamo arrivati a scuola iniziata, non conoscevo nessuno. I compagni di classe erano amichevoli ma non come gli Australiani. Volevo ritornare a Canberra. Poi un giorno una compagna della mia classe mi ha chiesto se avevo mai visto un koala: ho detto sì. E quando aggiunsi che avevo nuotato con i delfini per magia sono diventa la “cool girl” della classe.

Edward. Per me non ridere quando i mie compagni parlavano! L’accento di Norwich è buffo! Scherzi a parte, qui si fa meno sport e si studia molto di più. Comunque dopo i primi giorni di assestamento ora fare i compiti per casa è normale per me e non mi pesa. Molte volte penso che papà ha scelto di venire qui per questo motivo, per farmi studiare di più!

Mamma e papà sono Italiani, siete nati in Inghilterra cresciuti in Australia vi sentite senza radice?

Jacqueline. No. Mamma ci tiene a trasmetterci la cultura italiana cibo, tradizioni, arte e musica. Ma mi sento anche Australiana. Quando vivevamo lì facevamo parte della comunità locale. I nostri amici erano per lo più Australiani. Mi hanno insegnato molto ad apprezzare la natura, ad esplorare nuovi posti. Lo continuiamo a fare anche qui malgrado il freddo! Da poco abbiamo festeggiato “Australian day” qui a Norwich ed è stato bello.

Edward. Anche per me è così. L’Australia mi ha fatto apprezzare lo sport. Molte attività sportive si fanno fuori tutto l’anno e questo mi ha aiutato ad essere attivo fisicamente. Però è vero anche che quando andiamo in Italia a detta di mamma e papà diventiamo Italiani in un attimo. E’ divertente perché m’immedesimo molto facilmente con luoghi e persone senza pensarci molto.

Cosa vi ha insegnato questo trasferimento nell’emisfero nord?

Figli-jaquelineJacqueline. Mi ha insegnato cosa si prova a non avere amici e quanto è bello averne. E poi non pensare troppo a cosa gli altri pensano di me!

Edward. Mi ha insegnato che niente è per sempre. E cercare di trovare i lati positivi perché ci sono sempre in ogni situazione.

Cosa consigliereste ai ragazzi della vostra età che si stanno per trasferire?

Jacqueline. Di non tenersi dentro i pensieri negativi. Quando si è tristi di parlare con i genitori, insieme ci si spiega meglio. Cercare di fare cose nuove che quel posto offre. Io ho iniziato a collezionare “English tea cups” e ho imparato ad andare con i pattini. Poi, di mantenere le amicizie, anche se sono molto lontane, perché’ anche loro sentono la nostra mancanza.

Edward. Di non essere arrabbiati con i genitori!! Anche se è difficile all’inizio … noi insieme abbiamo scelto la scuola e le attività da fare. Questo mi ha fatto sentire bene e mi ha fatto integrare meglio con la mia nuova realtà. Anche per me è importante mantenere le vecchie amicizie! E ‘ bello scambiare esperienze anche se non si vive nella stessa città o continente……

C’è un detto: “Fatto una volta fatto cento volte”: rifareste un altro trasferimento?

Jacqueline. Penso di sì. Sono molto difficili i primi giorni ma ho imparato come fare a superare la tristezza! Non dimenticare mai il passato!

Edward. Sì. Mi piace imparare cose nuove e scoprire nuovi luoghi. Sono sfide, ostacoli e gioie allo stesso tempo.

Well, penso ancora che sia più semplice spostare un container di 80 piedi di due pre-teens. Ma la gioia di vederli pieni di propositi per questa nuova pagina della loro vita mi rende ancora più forte e serena nella mia vita di mamma expat!

E per voi, mamme expat, è più semplice spostare un container o due pre-teens?

Erasmus once, Erasmus forever

 

Appena ho sentito al telediario cosa fosse successo ho sentito i brividi percorrermi la schiena: “Un autobus che stava riportando a Barcellona una sessantina di studenti Erasmus, dopo aver visitato le famose Fallas di Valencia, si ribalta sull’autostrada all’altezza di Freginals (Tarragona) e il bilancio è di 13 vittime.

Tutte donne, tutte studentesse tra i 20 e 29 anni, 7 di loro italiane.

Quando sono stata a Valencia per visitare Las Fallas (nel 2013) ero tornata dall’Erasmus da due anni, e da quasi uno stavo vivendo a Barcellona. Un mio caro amico era organizzatore di eventi per studenti Erasmus e ci convinse – a me e ad altri ragazzi un po’ più “grandicelli” – a partecipare a questa gita a Valencia. Si prevedeva un tour de force: partenza alle 6 di mattina da Barcellona, arrivo a Valencia alle 10, visita della città e de Las Fallas, fuochi d’artificio alla mezzanotte, discoteca e alle 4 di mattina autobus di ritorno a Barcellona. Nonostante non fossi più una studentessa Erasmus, non mi importava, mi sarei divertita e avrei fatto tante foto… A dormire ci avrei pensato a tempo debito.

Ma ora ditemi come faccio a non pensare che – 3 anni fa – su quel autobus c’ero anche io? Come faccio a non sentirmi una di quelle ragazze? Come faccio a non pensare ai miei genitori, al classico messaggino di mia madre “Quando arrivi a casa scrivimi“? Come faccio, semplicemente, a prendere questa terribile notizia come tante altre? Pranzo, lavatrice, doccia, museo, divano, telegiornale, cena, Modern Family, letto. E stamattina di nuovo, la notizia in tutti i telegiornali, la triste scoperta che 7 delle 13 vittime sono italiane. I loro nomi in tutte le portate giornalistiche: Francesca, Elisa, Valentina, Elena, Lucrezia, Serena e Elisa.

Questa è una di quelle notizie che mi scuotono dentro, nel profondo, che mi impediscono realmente di andare avanti con il mio día-día. Perché mentre rispondo a un’email di un cliente mi isolo dal mondo esterno e ci ripenso. Nella pausa pranzo leggo le ultime notizie, gli ultimi aggiornamenti e ricado sempre lì. Potrebbe essere toccato a me, avrei potuto essere io.

Una di quelle ragazze piene di sogni che avevano appena cominciato a scoprire il mondo, a viverlo, lasciandosi alle spalle la routine italiana, magari di un paesino che non gli avrebbe garantito la stessa felicità e lo stesso futuro che Barcellona gli stava promettendo. Imparare una nuova lingua, sentirla propria ogni giorno di più, conoscere gente nuova ogni sera, vivere una nuova cultura, studiare in una nuova Università, compartir piso, andare al Sonora e poi al Razzmatazz il mercoledì sera e fare l’alba con gli amici, la spiaggia già ad aprile, la clara in una terrazza al tramonto, i vicoli del quartiere Gotico, i colori di Gràcia, la Sagrada Familia, il Tibidabo…

Due cose ti cambiano la vita: innamorarsi e andare in Erasmus. Santa verità.

Io l’Erasmus lo feci a Tarragona, nel 2011, e ad oggi è ancora l’esperienza più bella della mia vita. Furono 5 mesi corti ma intensi, 5 mesi in cui ho conosciuto persone splendide provenienti da tutto il mondo, 5 mesi passati a scoprire e a scoprirmi, semplicemente 5 mesi che tutti gli studenti universitari si meriterebbero. L’ansia, i pianti e l’angoscia previ la partenza, al ritorno si erano trasformati in lacrime amare per un’avventura che era destinata a finire, ma anche in speranza, una grande speranza che come una fiamma mi ha mantenuta viva dentro, perché sapevo che avrei lottato con tutte le mie forze per tornare in Spagna, per rendere realtà quello che fino ad allora era stato solo un sogno lungo 5 mesi.

Penso a quelle ragazze e forse condividevano con me la stessa speranza, forse nonostante il loro Erasmus fosse iniziato da poco, già avevano realizzato che sarebbe stato grandioso. Penso a quelle ragazze e penso che, banalmente, non è giusto. Non è giusto perché non potranno scoprire la magia che un’esperienza come l’Erasmus può creare, non proveranno quella assurda ma reale connessione che può unire le persone che condividono tutti quei mesi… Non è giusto, e basta. Penso ai loro genitori, che potrebbero essere i miei, e che come i miei all’inizio saranno stati titubanti e preoccupati, ma che alla fine le hanno lasciate partire, facendo loro il regalo più bello: dargli l’opportunità di conoscere il mondo con i loro stessi occhi e mettersi alla prova. Penso anche che i loro sogni non le abbandoneranno mai, saranno per sempre con loro, le accompagneranno ovunque andranno. Penso ai loro sorrisi nelle foto che son state pubblicate sui diversi giornali e le vedo felici, erano felici. Quando penserò a quelle ragazze,  mi ricorderò del motto che ha marcato il mio, di Erasmus, ma che mai come in questa triste circostanza riecheggia nella mia testa:

Lo bueno nunca acaba, si hay algo que te lo recuerda.

(Le cose belle non finiscono mai, se qualcosa te le ricorda)

Sulla pelle, nel mio cuore. Io vi ricorderò.

Erasmus once, Erasmus forever.

 

Cosa significa ” Essere Permanent”

A quasi due anni dal nostro arrivo, dopo infinite scartoffie, visite mediche, soldi ed energie profuse è arrivata, in una bella busta marrone, la comunicazione ufficiale che ci ha fatto saltare il cuore in petto: abbiamo ottenuto la Permanet Residency!

Se siete donne e non siete mai emigrate fuori dall’ Europa questa parola “permanent” si associa soprattutto ad un certo tipo di acconciatura.
Per noi Expat in Canada è l’obbiettivo, il desiderio, lo status che mette fine ad una situazione di precarietà e “discriminazione” che ci contraddistingue dal momento in cui mettiamo piede in questo paese.
Solo chi è passato attraverso gli ingranaggi della burocrazia nei panni di un immigrato può capire cosa significa stringere tra le mani un foglio con il quale tutti i tuoi diritti (tranne quelli politici per i quali ci vuole la cittadinanza) ti vengono di colpo restituiti.
“Essere Permanent” come si dice qui tra noi, vuol dire avere accesso a lavori per i quali fino a poco tempo fa eri stato escluso (in banca o nella polizia municipale per esempio), significa poter comprare una automobile a rate (chi non è permanent non può sottoscrivere finanziamenti) o non pagare uno sproposito come studente internazionale se vuoi seguire un corso di formazione professionale o all’università. 
Essere Permanent significa avere accesso ad un sostegno economico per i propri figli, cosa che la British Columbia riconosce ad ogni famiglia, vuol dire salire nelle graduatorie professionali, poter partecipare ai concorsi, pagare meno tasse e non essere più vincolato al tuo sponsor potendo quindi, quando vuoi, cambiare lavoro.

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Questo foglio spazza in un momento le tensioni, le paure e la sensazione latente di precarietà che ci ha fatto compagnia in questi 23 mesi. Uscire dall’Europa e fare esperienza di una vita da cittadino di serie C ti insegna molte cose. E sì che comunque, trovandoci nel paese probabilmente più civile del mondo, questo vincolo non ci ha mai impedito di vivere una vita buona, di crescere professionalmente e di integrarci. Ma restava come un ronzio di fondo l’idea di camminare “on the edge” in bilico, in una zona un po’ grigia dove ci sei…ma non del tutto, dove le leggi che valgono per gli altri non valgono per te, dove anche se sei il benvenuto stai un gradino sotto gli altri.

Ora eccoci qui, ci siamo guadagnati il diritto di vivere nel nostro Canada a tempo indeterminato. Finiti i visti a tempo, finiti i controlli, finiti i timbri, i rimbalzi da un sito all’altro del governo per capirci qualcosa, le telefonate al consulente per l’immigrazione. Non è stato semplice, non è stato veloce, non è stato economico ma ce l’abbiamo fatta. Con mio marito abbiamo tirato un gran sospiro di sollievo anzi, per essere onesta, io ho lanciato un grido di gioia un giovedì pomeriggio verso le 2 che non credo dimenticherò facilmente.

Ora inizia una vita diversa, la prospettiva è cambiata, l’ho sentito dal primo momento. Il mio viaggio prosegue con un bagaglio più leggero e riesco a vedere lontano. Thanks Canada!

Vivere in Cile con lo zaino-valigia sempre pronto

Tra le cose che più mi piacciono di vivere in Cile c’è la possibilità di scoprire i dintorni vicini e lontani: città e paesi più o meno grandi, luoghi famosi o meno, raggiungibili facilmente o no. È come una mania: appena possiamo, lavoro, tempo e soldi permettendo, ci mettiamo in moto e viaggiamo per vedere un pezzetto nuovo di Cile.

Non è una novità, anche quando vivevamo in Francia mi ero accorta di come l’essere lontano dall’Italia mi spingesse, in ogni occasione, a partire per vedere quel paesino, quel festival di cui qualcuno mi aveva parlato, la cittadina di cui avevo visto una fotografia nella sala d’attesa del medico. E qui in Cile di nuovo! Forse è la novità di essere in un paese tanto lontano dall’Italia con paesaggi, natura e abitudini a volte così diversi. O forse è solo la curiosità, per approfittare del vivere in un altro stato per conoscerne il più possibile.
Insomma, spesso prepariamo uno zaino-valigia al volo (per così dire, in realtà io ci metto un bel po’!) e partiamo all’esplorazione dei dintorni. Ogni occasione è buona: le vacanze, i weekend lunghi, quando per lavoro devo andare in qualche posto mi faccio raggiungere da mio marito con la nostra bimba e passiamo insieme il fine settimana..
cile mappaIl Cile è un paese lunghissimo (circa 5000km di lunghezza) e stretto, dove si trovano climi e paesaggi molto diversi tra loro. Le Ande lo accompagnano da nord a sud, al centro-nord ci sono le vette più alte, come l’Aconcagua, 6962 metri slm, la vetta più alta del Sudamerica. A Sud invece la cordigliera si abbassa ma i paesaggi rimangono spettacolari, come ad esempio nel Parque de las Torres del Paine, famosa meta per camminatori (che è una delle prossime mete nella nostra to-do-list). E in più tutto il Cile è puntellato di vulcani, più o meno attivi.
Oltre a Santiago, la capitale del Cile, dove già eravamo stati anni fa in vacanza, sono tanti i posti dove siamo stati. Abbiamo conosciuto Valparaíso, una città colorata dalle case abbarbicate su colli, sul mare, con graffiti e colori in tutte le vie. Abbiamo viaggiato a La Serena e nella Valle del Elqui, dove si produce ilpisco, il liquore nazionale cileno (anche se pure il Perù se ne aggiudica la paternità..). Abbiamo camminato con le racchette da neve a Chillán, sotto il Volcán Chillán, su quella che è una spianata di lava di passate eruzioni che in inverno si ricopre di neve.
Abbiamo visitato le chiese in legno e le case su palafitte sull’isola di Chiloé, dove piove spesso e i prati sono di un verde speciale. Abbiamo visto pinguini a Ancud e lobos (leoni marini) a Valdivia, dove i leoni marini aspettano che dai banchi del mercato del pesce vengano lanciati gli scarti del pesce pulito. I lobos in realtà in Cile si trovano un po’ dappertutto, non a caso “lobo” è una delle prima parole che ha imparato a dire la nostra bimba!
Dato che le distanze in Cile son così grandi, a volte spostarsi in aereo è inevitabile ma si possono anche scegliere i viaggi in bus. Con i bus cama, con sedili molto comodi, spaziosi e reclinabili, affrontiamo anche viaggi di 10/12 ore senza problemi, sapendo che se son viaggi notturni riusciremo a dormire e arrivare riposati alla meta la mattina dopo. Beh, più o meno riposati…
Ma non mi affascina scoprire solo i luoghi lontani, anche qui vicino a Concepción ci sono molti posti, molto meno noti, dove siamo stati e dove ci piace tornare o portare chi ci viene a trovare. Una spiaggia in cui avvistare pinguini in estate, una riserva naturale con un bel bosco dove andare a camminare, una città sulla costa che ha un bel mercato del pesce,
Piccoli o grandi che siano, questi viaggi ci fanno innamorare ogni volta un pochino di più del Cile e della bella possibilità che abbiamo di scoprirlo e di conoscerlo vivendo qui!
Paola Cile montagna