#Qui Londra – Cenerentola? Io no!

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vi sembro?!?

Ovvero…la realta’ e’ un’altra cosa.

Uno dei miei primi ricordi di bambina e’ una rara uscita al cinema con la mia amatissima nonna materna, che poco dopo sarebbe purtroppo mancata, per vedere il cartone animato di Cenerentola nella sala cinematografica annessa alla parrocchia (parliamone!). Io, bambina cicciottella con i capelli scuri – ma se mamma e’ bionda, perche’ io no? (perche’ assomiglio a papa’!) – comincio a sognare….che un giorno arrivera’ la fatina buona con la bacchetta magica a rendere tutto perfetto ed a farti incontrare il principe azzurro che ti offrira’ il riscatto dalla matrigna cattiva (non che io l’avessi), il riscatto sociale ed il “vissero felici e contenti”.

Fast forward (come si dice in italiano?) 40 anni, e capita che su Sky diano quello stesso cartone di allora, quello degli anni ’50 (credo). Be’, non potevo perderlo! Gli occhi di una 51enne sono chiaramente diversi da quelli di una bambina di 6 anni nata nel secolo scorso! (mamma mia, detto cosi’ mi sento improvvisamente antica!) soprattutto quelli ormai un po’ cinici come i miei!

Innanzitutto, ma perche’ sta benedetta Cenerentola non si ribella? Non e’ che a fare quello che le dicono ci guadagni, anzi! Io la matrigna e le sorellastre le manderei a quel paese e hasta la vista, baby! Per non parlare poi dei topini che la aiutano e le confezionano il vestito per il ballo. Allora,nella realta’ i topi non sono simpatici ne’ animali domestici ne’ amici di altri animali, e vanno solo sterminati! Per non parlare poi di questo principe che si veste di azzurro – ma veramente? Ma quanti anni hai? Ed e’ talmente imbesuito che non le chiede nemmeno come si chiama? O a raggiungerla quando scappa? Ed infine, la scarpetta di vetro….ma quanto sara’ scomoda? E di un delicato….! Poi se la fatina te l’ha fatta su misura…come fai a perderla?!?

Bene dai, un po’ esagero; fatto sta’ che a me la fiaba di Cenerentola, combinata poi con la pubblicita’del Mulino Bianco anni ’80 ha un po’ condizionato.

Si’ perche’ io, in quegli anni un po’ difficili dell’adolescenza quando non capisci quello che ti succede, non ti piaci e soprattutto non c’e’ Google a rispondere ed alla tue domande!, speri che veramente un giorno arrive la fatina, o un miracolo (dipende a cosa credi), e tutto si risolve!

Fatto sta’ che nel mio caso il miracolo non e’ ancora capitato, e per il principe azzurro….stendiamo un velo pietoso!

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family!

Il fatto e’ che a me il ruolo della povera sfigata che aspetta che qualcuno la salvi, tanto per riassumere, e’ sempre andato stretto. Fin da bambina io ho sempre avuto un senso molto forte dei principi e della giustizia. Una delle mie prime “battaglie”, persa, fu con la mia parrocchia. Si’ perche’ fino ai 10 anni i corsi di catechismo erano misti, per poi diventare separati. E per essere sicuri che non ci parlassimo tra maschi e femmine, i corsi erano pure in due posti distinti: le ragazze nell’istituto delle suore, i ragazzi nella sala parrocchiale. Il mio ragionamento era: ma se nella vita di tutti i giorni maschi e femmine, di ogni eta’, convivono, perche’ la Chiesa ci tiene separati? Non dovrebbe insegnarci a vivere insieme? Niente da fare, battaglia persa ed allora preferii gli allenamenti di pallavolo al catechismo!

Le “battaglie” successive furono in famiglia. Io ho un fratello di un paio di anni piu’ giovane. I miei genitori erano molto tradizionalisti; mia madre, in particolare, si aspettava che io mi curassi di mio fratello, non tanto come babysitter che magari ci poteva anche stare, ma come badante. Eh si perche’ dall’adolescenza in poi mia mamma si aspettava che tenessi in ordine il suo armadio e la sua scrivania! Per non parlare di cucinare e rassettare la cucina, che spettava sempre a me! E questo anche quando lui aveva imparato a fare la lavatrice ed io no! Inutile dirvi che l’armadio e la scrivania non gieli ho mai sistemati! Oppure le uscite serali: anche una volta iniziato a lavorare, passati i 25 anni, mia mamma mi aspettava la sera con la chiave nella porta, che quindi mi costringeva a suonare il campanello!, per dirmi che le brave ragazze non rientrano alle due di notte! Che nervi, soprattutto quando ero semplicemente stata a casa di qualche amica a chiacchierare!

Casa dei miei riuscii a lasciarla solo a 32 anni, per andare a vivere da sola. Ci avevo provato anche prima di allora, per un desiderio di liberta’ e anche di invidia nei confronti delle mie compagne di studi (lingue) che, venendo da altre citta’, a Milano vivevano da sole o in gruppo. I miei pero’ non ne volevano sapere, usando quel senso di colpa tipico dei genitori italiani: ma perche’, a casa tua non stai bene? Cosa ti manca?

Capirete quindi perche’ quando si e’ presentata l’occasione di partire per Londra ho detto di si’! Le primavere erano ormai 34.

Ero una zitella senza speranza: in Italia mai avuto un ragazzo/fidanzato, a parte un paio di storielle estive intorno ai 25 anni. Non so il perche’: scarsa frequentazione maschile e non so che altro. O forse il fatto che a me gli uomini italiani non sono mai piaciuti: troppo sciovinisti per i miei gusti!

Pero’ volle dire poter partire senza doversi confrontare con un compagno lasciato alle spalle, o peggio ancora, scegliere tra partire ed il compagno.

Vi dico subito che a Londra ho avuto una vita sentimentale piu’ intensa, ho recuperato! Conobbi il mio ex marito a due mesi dal mio arrivo in un locale dove si ballava la salsa: era chiaro che non era adatto a me, mancava totalmente del senso del ritmo! Probabilmente l’unico africano a non averlo!

Scherzi a parte, non eravamo proprio fatti uno per l’altra: sebbene mi fosse chiaro, pensai di potermi “accontentare”. La mia famiglia non prese molto bene il fatto che frequentassi un africano, ne’ accetto’ che ci sposassimo. Mio papa’ non venne per il matrimonio, mia mamma in una foto ha la faccia di una che sembra stia affrontando il plotone di esecuzione! Quindi usai io il senso di colpa, “giocando” sulla loro fede cristiana (cosa vi insegnano in chiesa? Non siamo tutti uguali davanti a Dio?); pian piano si convinsero. Ci penso’ la nascita di mia figlia, prima nipotina, a riconciliare gli animi. Non a salvare il matrimonio pero’.

Il problema principale era la mentalita’ africana, a mio giudizio (e per la mia esperienza), peggiore di quella degli uomini italiani. Dove l’uomo ha sempre ragione, anche quando ha palesemente torto!, ed il passatempo preferito e’ discutere di politica africana con altri connazionali. Il torto principale poi era la continua lamentela daparte sua della vita in UK, cosa insopportabile per chi come me l’aveva accettata in pieno!

Fu mia la decisione di divorziare, e non vi sto a raccontare – almeno per questa volta – l’incubo economico ed emotivo che il divorzio ha rappresentato, e le conseguenze, che ancora lasciano il segno.

Circa un anno e qualche flirt occasionale dopo il divorzio incontrai il mio ex, su uno dei primi siti online. Fu amore a prima vista, almeno per me; dopo una settimana vivevamo gia’ insieme. Ero convinta di aver trovato il mio principe azzurro; anche lui nero: inglese di origine caraibica. La storia duro’ circa 3 anni e mezzo; lui se ne ando’ quando nostro figlio aveva 6 mesi. I litigi erano all’ordine del giorno, scoprii poi perche’: alcol e spinelli, anche crack quando io ero incinta. E nonostante allora fossi convinta del suo amore e fedelta’, scoprii in seguito che aveva continuato a vedere altre donne. Quando se ne ando’ pensavo amasse me ed i bambini talmente tanto da ritornare “redento”; scoprii invece, qualche anno e tantissime bugie dopo, che stava con una ragazza piu’ giovane dalla quale aveva anche avuto un bambino.

La separazione da quest’uomo fu molto piu’ dolorosa dell’altra, e solo 2-3 anni fa ho accettato che lui non sarebbe stato parte della mia vecchiaia, che era la persona sbagliata per me ed era ora di dimenticarlo.

La svolta e’ stata la meningite, che mi colpi’ a fine 2014 e mi vide in ospedale per due settimane, ed in convalescenza per due mesi. E’ vero che la malattia ti fa scoprire cosa veramente conta nella vita, e su chi fare affidamento. Il mio ex marito, con il quale ci eravamo recentemente “riconciliati” per amore della figlia, trovo’ il tempo di venire a trovarmi in ospedale, passare da casa a prendere le cose da portarmi ed anche portare i bambini a trovarmi. Il mio ex compagno non si fece mai vedere, nemmeno nella convalescenza.

il tacchino!

Quel Natale non andammo in Italia come al solito, in quanto io non stavo ancora bene, e quindi io e i miei figli lo passammo a Londra per la prima volta, da soli. Trascorremmo un bel Natale, tranquillo, alla prese con il tacchino – tradizione Britannica – che io cucinavo per la prima volta e bruciai, nel timore di non cuocerlo abbastanza! Ma ce lo gustammo lo stesso. Ed in quel Natale realizzai, per la prima volta, che la mia famiglia siamo io ed i miei figli. Per anni ho vissuto con i sensi di colpa per non aver dato loro la famiglia “tradizionale”, quella del Mulino Bianco. In quell’occasione capii in pieno che non ci mancava nulla, e che ci completavamo cosi’. I miei figli sono cresciuti sereni, e mi sembrano felici ed equilibrati, nonostante la mamma sia un po’ fuori!

Quel Natale mi ha cambiato. Ho capito che sto bene da sola e che non sono disposta ad accontentarmi pur di dire che ho un uomo al mio fianco. Ho imparato a dire no a quello che non mi va, ed a dire quello che voglio. Preferisco stare da sola piuttosto che con l’uomo “sbagliato”.

E alla mia festa di compleanno, l’estate successiva, invitai entrambe i miei ex (senza che lo sapessero), immortalandoli in una foto, con il sottotitolo: errore 1 e 2. Perche’ se il passato non lo puoi cambiare, e’ meglio farci la pace.

Errore 1 e 2

Comunque al lieto fine non ho ancora rinunciato, anche se finora ho incontrato solo rospi! Gli uomini che piacciono a me, di origine caraibica e almeno 1.90 di altezza!, alla mia eta’ hanno i figli gia’ grandi, magari sono gia’ nonni (cominciano presto!) e non hanno voglia di ricominciare da capo (mio figlio ha 8 anni). Ed a me e’ chiaro che prima di qualunque uomo vengono i miei figli.

Ultimamente allora ho deciso di essere piu’ conciliante sull’eta’, e di accettare il fatto che anche un uomo piu’ giovane puo’ andare bene. Be’ non e’ che le cose siano cambiate di molto!

L’ultimo esempio: un “ragazzo” di 35 anni che, dopo una corte serrata, improvvisamente “sparisce”. Io, notoriamente impaziente e convinta che ogni momento sia prezioso, gli mando un messaggio dicendogli che visto che sei molto impegnato o hai un’altra, io getto la spugna. Lui risponde: trovero’ il tempo per te, credimi. La mia risposta? “ok…considera che non sono una giovincella”! Per la cronaca: il tempo non l’ha mai trovato!

A mia figlia ho letto Cenerentola, spiegandole che in realta’ le donne non hanno bisogno del  principe azzurro per essere felici! e trovai una bellissima storia: “Princess smartypants”. E’ la storia di una principessa che dimostra al padre che sta meglio da sola che con principi che non sono all’altezza.

Sperando che la storia non si ripeta!


English

London calling – Cinderella? Not me.

In other words….let’s rewrite the story!

One of my few memories as a child is going to the movies with my beloved maternal grandmother; this was a rare event, and she would pass away not long after that. We went to watch the cartoon Cinderella, which was being shown in the church hall (seriously!). I am a chubby, dark-haired child – but if mummy is blonde, why am I not? (because I look like daddy!) – and start dreaming that one day the good fairy will turn up with her magic wand to make everything perfect and I will meet Prince Charming, who will take me away from the evil stepmother (not that I had one!), give me a social status and a happy ending.

Fast forward 40 years, and one evening Sky is showing the same cartoon, from the 50s’ (I think). I had to watch it! A 51-year-old’s perspective is different from a 6-year-old’s from the last century (oh my gosh, I feel ancient!), especially if you are a bit cynical, like me.

First of all, why does Cinderella not rebel? She does not benefit from doing as she is told! I would tell the stepmother and the stepsisters where to go, and hasta la vista baby! Not to mention the mice that help her and sew her dress for the ball. In real life, mice are neither nice nor are they pets nor are they friends with other animals, and they have to be exterminated! Not to mention this prince in baby blue clothes – seriously? How old are you? And he is such a wimp that he does not even ask her name? Or catch up with her when she flees? Lastly, the glass shoe…how uncomfortable must it be? And so delicate… and if the good fairy made it to your size…how can you lose it?

Ok, I am exaggerating; truth is though, Cinderella and the 80s’ ad for Mulino Bianco have kind of shaped my thinking.

As an adolescent, in those difficult teen years, when you do not understand what is going on, you do not like yourself and you cannot ask Google, I hoped that the good fairy would materialize or a miracle would happen (depending on your belief) and everything would be fine!

In my instance the miracle has not happened yet, and as for prince charming….no comment!

I have always struggled with the idea that a girl is someone unlucky who needs a saviour; I have had a strong sense of justice from a young age. One of my first (lost) “battles” was with the church I attended, where catechism was taught in mixed classes until the age of 10, and then boys and girls apart. And to make sure there was no interaction, the courses were held in two different locations: girls at the nuns’, boys in the church hall. My reasoning was: if in everyday’s life girls and boys, of any age, live together, why does the church keep us apart? Should it not teach us how to live together? I lost the battle so I chose volleyball practice over catechism!

The following “battles” were at home. I have a younger brother. My parents were very traditional: my mother expected me to look after my brother not as much as a babysitter, which could have been understandable, but as a carer. As teenagers, my mum expected me to keep his wardrobe and his desk tidy! Not to mention cooking and cleaning the kitchen, which was always down to me? And this continued even when he learnt to use the washing machine before me! Needless to say, I never tidied up his wardrobe or his desk! Then came going out in the evenings: even once I started working and was in my late twenties, my mum would wait up for me with the key in the door, which forced me to ring the bell, to tell me that good girls do not come home at 2am! How irritating, given that all I had done was being at some friend’s house and chat!

I only managed to flee the nest aged 32, to live on my own. I had tried to earlier, wanting my freedom and jealous of my (language) school mates who, coming from outside Milan, would live on their own or sharing. My parents did not want to know, using the guilty trap that Italian parents are known for: why, do you not like living at home? What do you miss?

You understand then why, when the chance to go to London presented itself, I had to say yes! I was 34 years old.

I was a hopeless spinster: in Italy I never had a boyfriend, apart from a couple of summer flings in my mid twenties. I do not know why: not many male friends and I do not know what else. Or maybe because I never liked Italian men: they are too chauvinistic for my liking!

On the other hand it meant I could leave without having to deal with a partner left behind or, even worse, choosing between leaving and a partner.

My love life in London has been more intense, I have made up for lost time! I met my ex-husband in a salsa club two months after arriving: it was clear we were not suited, he completely lacked rhythm! He is probably the only African lacking it!

Jokes aside, we were not meant for each other: it was clear to me but I thought I could “make do”. My family was not pleased with me seeing an African man, nor did they accept our marriage. My dad did not come to the wedding; my mum has a face like thunder in one of the pictures! I then used the guilt trap, “playing” with their catholic faith (what are you taught in church? Are we not all the same in front of God?); slowly, they came around. When my daughter, their first grandchild, was born, all was forgotten. It did not save my marriage though.

The main issue was his African mentality, in my opinion (and experience) worse that the Italian men’s. The man is always right, even when he is clearly wrong, and their favourite pastime is discussing African politics with other African men. His main fault was his constant complaining of the English lifestyle, one that I had completely accepted!

I decided to divorce and I am not going to tell you – at least this time – what a financial and emotional nightmare the divorce has been, with consequences that still affect my life today.

About a year and a few flings later I met my ex partner on one of the first online dating sites. It was love at first sight, at least for me: a week after meeting we were living together. I was convinced I had met my prince, he too a black man, London born from Caribbean parents. We were together for about 3 and a half years: he left when our son was about 6 months old. We fought all the time, and I later found out why: alcohol and spiffs, even crack during my pregnancy. I never doubted his love at the time, but I found out later that he had seen other women. When he left, I thought he loved me and the children so much that he would come back “redeemed”; I found out a few years and countless lies later that he had a younger girlfriend who had given him a son.

Splitting from this man was more difficult than from my ex, and only 2-3 years ago I finally accepted that he would not be with me in our old age, that he was the wrong person for me and I better forget him.

The turning point was when I fell ill with meningitis in 2014: I was in hospital for two months and it took me two months to recover. It is true that when you are ill you realize what matters in life and whom you can trust. My ex-husband, whom I had recently “reconciled” with because of our daughter, made the time to come and see me in hospital, stop by my house to fetch things I needed and take the children to see me. My ex boyfriend never turned up, not even during my recovery.

We did not go back to Italy as usual that Christmas, I was still unwell, and so my children and I spent it in London for the first time after many years. We had a nice, quiet Christmas, with me cooking the turkey – a British tradition – for the first time: I burnt it because I was afraid it was not cooked enough! We still enjoyed it! That Christmas was the first time I realised that my family is made of my children and myself. I had lived years riddled with guilt for not giving my children the “traditional” family. I then understood we were not missing out, and we are complete as we are. My children have grown up peacefully; they seem happy and balanced despite their crazy mum!

That Christmas changed me. I realised I am fine by myself and that I am not prepared to make do in order to have a man by my side. I learnt how to say no to what I do not like, and to say what I want. I would rather be alone than with the “wrong” man.

The following year, for my birthday party, I invited both my exes, without their knowing, and took a picture of them together, whose title is: mistake 1 and 2. I can’t change my past, so it is better to make peace with it.

I have not given up on a happy ending yet, even though I have only met frogs so far! The type of man I like, of Caribbean origin and at least 6 feet tall, of my age already have grown-up children, they can already be grandparents (they start early!) and they do not want to start again (my son is 8). I know very well that my children come before any men.

I recently decided to make age allowances, and to accept that a younger man may be suitable. Well, it did not make much of a difference!

The last example: a 35-year-old “boy” who, after a hot pursuit, suddenly “disappears”. I, notoriously impatient and a strong believer that every moment counts, text him to say that I give up, given that he is either very busy or with someone else. His answer: I shall find the time for you, believe me. To which I answer: please bear in mind that I am no spring chicken! For the record, he has not been in touch since!

I read  my daughter Cinderella, and used to  tell her afterwards that women do not need Prince Charming to be happy. I found a brilliant book, “Princess smartypants”,  where a princess proves her father that  she is better off on her own as  all the princes are unsuitable.

I hope  story will not repeat itself!

 

Ma perché proprio la Turchia?

E’ la domanda che mi sento fare praticamente ogni giorno quando incontro qualche sconosciuto che, scoprendo che parlo turco, inizia a chiedermi cosa ci faccio qui…

In genere cercano una risposta da soli e la frase seguente è “sei sposata/fidanzata con un turco! ..è per amore che vivi in Turchia!” e sorridono come se avessero trovato il Sacro Graal.

E io ovviamente li smonto rispondendo che no, non sono sposata, non sono fidanzata, non sono qui per amore (anche se le intenzioni sono quelle di sposare un turco, che devo ancora incontrare).

La realtà è che non lo so nemmeno io… Perché la Turchia?

Sono arrivata nel 2012, per caso. Dopo i colloqui di selezione come assistente turistica ero stata contattata dall’agenzia, che mi ha confermato che avrei lavorato con loro e che la mia prima stagione sarebbe stata in Turchia, Bodrum. Ok, non ne sapevo più di tanto, non era una delle mete che avrei scelto, ma nemmeno scartato..

E poi sono arrivata a Bodrum la sera del 6 maggio.. colline buie, ma una città meravigliosa, con le lucine sulle collinette, nel centro città, con centri commerciali che mi ricordavano quelli italiani e mi facevano sentire meno lontana da casa.. Mi sono innamorata del posto, del mio villaggio e della gente, uomini e donne..

giornata libera in barca con due colleghe-amiche turche
giornata libera in barca con due colleghe-amiche turche

Dopo 3 settimane sapevo già che alla fine della stagione avrei pianto di disperazione, non avrei voluto più andarmene. E così è stato.. Ho passato l’ultimo mese di lavoro a piangere contando i sempre meno giorni che volavano troppo velocemente.. Chiaro, volevo rivedere la mia famiglia, ma mi sarebbe mancato troppo il posto, la gente, il cibo..

I turchi sono dei gran testardi.

L’agenzia me li aveva paragonati ai sardi, ed effettivamente hanno una testa di coccio e se ti ci metti contro, non ottieni nulla. Devi girarci intorno, senza dirgli direttamente che hanno torto, ma cercando di fargli capire che hai ragione. E una volta imparato come fare, armata di tanta pazienza, passando sopra le “ingiustizie” che sul lavoro venivano fatte ai miei ospiti (e capendo come raggirarle) ho stretto dei forti legami con lo staff locale del hotel.

In Turchia gli amici sono molto cari.

Come da noi ci sono amici amici e amici/conoscenti. Non è importante da quanto tempo tu li conosca. Sono capaci, anche solo dopo poche ore di conoscenza, se ci si è trovati bene, di farti qualsiasi favore.

L’altra sera per esempio ho conosciuto un ragazzo di 24 anni alla serata latino americana della mia Scuola di ballo. Lo vedevo per la prima volta. Abbiamo ballato giusto qualche pezzo e scambiato 2 chiacchiere. Ma poi abbiamo preso il traghetto insieme visto che entrambi viviamo sull’altro lato della penisola. Ci siamo scambiati i contatti, per semplice amicizia. Non ci siamo sentiti per 2 giorni e il terzo giorno gli ho scritto, non avendo altra soluzione se non lui, se poteva portarmi da Çanakkale a Istanbul 2 giorni dopo. Mi sono vergognata a chiederglielo. Ci conoscevamo da così pochi giorni e gli chiedevo un favore così grande.. sono ben 5 ore di macchina. E lui ne doveva poi rifare altre 5 per ritornare a Çanakkale!

Si è tirato indietro con qualche scusa secondo voi? No, si è reso disponibile e ha fatto di tutto per riuscire a portarmi. Nonostante non fossimo amici di vecchia data. E nonostante sapesse che probabilmente non mi avrebbe rivista.. insomma non voleva nulla in cambio! In Italia, forse per mia sfortuna non so, ho ben poche amicizie così, bastano 2/3 dita per contarle. E sono amicizie di lunga data…

Io e Halil
Io e Halil

Qui in Turchia ho un fratello, ovviamente non di sangue, ma per me è un fratello davvero, Halil.

Abbiamo lavorato insieme per 5 mesi nel 2013 e da allora ci siamo sempre sentiti, e sempre in modo solo amichevole. Quando ero in Francia, quando ero in altre zone della Turchia così distanti da dove era lui, noi continuavamo a sentirci, a raccontarci i problemi, ad esserci nei momenti di bisogno. Soprattutto lui lo devo ammettere. Mi scrive per chiedermi come sto, se ho problemi, se sto bene, se ho bisogno di soldi. Abbiamo condiviso lavoro, problemi, le mie vacanze (lui lavorava ma nel tempo libero giravamo), belle e brutte notizie e anche se ora è in una zona della Turchia completamente opposta alla mia, so che c’è..

Un’altra cosa che amo di qui sono i tempi.. più lenti!

All’inizio non li riuscivo a comprendere. Sono sempre fermi a bere te, o a fumare. Un po’ di lavoro e poi sosta.. calmi, rilassati.. (ma mai come gli arabi, ci mancherebbe!!!).

Bene, dopo un po’ ho iniziato a capire il loro modo di fare, e ad invidiarli. E pian piano questo modo di fare è diventato mio.. Me ne sono resa conto di recente, dopo alcuni giorni di vacanza ad Istanbul. Io ero una viaggiatrice che non si fermava di fronte alla stanchezza, mi alzavo presto e giravo senza sosta fino a sera, giusto un panino al volo, niente soste per caffè, colazioni al bar o altro. In genere nemmeno per un vero pranzo.

cay

cay

Ora invece mi alzo, colazione con l’ormai irrinunciabile tè (il caffè non sono riuscita più a berlo dopo le prime 2 estati qui), poi esco.. Cammino un pochino visitando qualcosa ma poi ecco che dopo un’ora e mezza massimo mi devo fermare per un te con sigaretta, proprio come i turchi. E poi riparto e poi sosta.. Come sono cambiata anche io qui!

E questo però mi piace.. vita più rilassata, non dico lenta perché non sono lenti, ma rilassati sì. Non si fanno i mille problemi che ci facciamo noi. Pensano più a se stessi, spesso anche troppo, perché quando si confrontano con altre nazionalità che non sono abituate al loro modo di fare potrebbero risultare anche maleducati.. Però a me ormai piace.
Si lavora, si corre, si va di fretta, questo sì. Ma si trova comunque sempre il tempo per un
çay e per una sigaretta. Relax, take it easy mi dicono spesso.. ed effettivamente sembra un po’ il loro mantra.

Di questa nazione mi piace la musica,

da quella tristissima che parla d’amore, a quella pop che amavo sentire in discoteca (cercandola su Shazam i primi tempi per impararla!), a quelle popolari, che accompagnano balli folk caratteristici, a quella “neniosa”, che però reggo solo per pochi minuti..

Mi piacciono i supermercati...

non so perché, è stupido lo so! Ma quando so che devo tornare in Italia per qualche settimana mi viene una nostalgia facendo le ultime compere nel supermercato locale.. tra quegli scaffali di pomodori, uova, burro, sale, salse.. Mi viene il magone a pensare che per un po’ non potrò vedere quei prodotti che conosco, in questi supermercati di cui conosco bene i nomi.. La stessa cosa non succede quando devo lasciare l’Italia per esempio. Detto questo, anche a me fa piacere trovare marchi italiani come Mulino Bianco o Barilla qui in Turchia, non tanto perché li mangi, quanto perché trovo un pezzo della mia cultura qui.. e anche io, per quanto non mi manchino gli affettati o la cucina italiana in generale, sento la mancanza della pizza di casa, della grigliata di carne con le costine, delle salse italiane…

Amo la Turchia.

La amo anche per i suoi paesaggi, le grandi città, la modernità, la storia e la cultura.. Ma quelle non possono essere uno dei motivi per cui sono rimasta. Ogni nazione ha qualcosa di meraviglioso.

Dopo la prima stagione a Bodrum sono stata 6 mesi in Egitto e poi 4 in Francia e poi in Grecia.. Tutte bellissime, tutte mi han dato qualcosa.

Ma il posto dopo ho sempre voluto tornare e dove ho sempre cercato di tornare era la Turchia.. il luogo che mi faceva sentire a casa! E ci sono sempre tornata, in un modo o nell’altro, inizialmente solo per le stagioni estive, in seguito anche in inverno..

Non so perché, so che quando mi chiedono Turchia o Italia il mio cuore batte per la Turchia, anche se non è questione di scelta. Sono due paesi diversi (seppur simili per tante cose di cui parlerò in un altro post), ognuno con i suoi pregi e i suoi difetti.

gumusluk

gumusluk

Quando mi chiedono uomini turchi o italiani invece sono decisa al 100%: turchi! Anche in questo caso non so perché. Lo sento.. Se mi chiedono delle donne devo ammettere che invece preferisco le italiane perché le turche spesso (non tutte eh!) sono più sciocche e viziate. 

So solo che lo descrivo e lo sento come un paese magico.. quelle lampade di zucche essiccate con i vetrini colorati, o quelle come un mosaico di vetri.. magiche, non so come altro descriverle!!

So inoltre che la mia intenzione è quella di vivere qui per sempre.

Di sposarmi con un turco, di creare una famiglia mia qui in Turchia. Non so bene dove, nella parte ovest con grande probabilità (e speranza). E sto facendo di tutto per ottenere quello in cui credo.. e in cui spero!

E chissà… forse questa settimana ho intravisto più speranza del solito…ma di questo vi parlerò un’altra volta!!

Il Taxi giallo lungo le streets di Downtown

Basta.

Non ne posso piu’.

La festa e’ finita per me. The party is over. Ho ballato tutta la notte. Mi fanno male i piedi. Ho rotto gli stivali. Non ho preso nulla. Non ho fumato erba, non ho sniffato cocaina. Il mio corpo e’ pulito. Sono stanca.

Alan mi accompagna fuori , all’uscita del club, per farmi prendere un taxi. Se lui venisse a casa con me, prenderei la metropolitana, ma lui ha ancora voglia di ballare.

Io no. Io  devo fermarmi. Ad un certo punto devo pur fermarmi. Non voglio che lui si senta obbligato a seguirmi. Alan e’ uno fra i miei migliori amici qui a NY. E’ un messicano. Bianco. E’ un mestizo, e lo dice con orgoglio, quando lo dice. Mi ha spiegato che si chiamano in questo modo i Messicani che discendono dagli Spagnoli.

Io sono europeo , come te. Mi guarda con quel suo viso da bambino, mentre mi parla.

Ha un cervello da persona adulta rinchiuso in un corpo da adolescente. Abbiamo 10 anni di differenza. Io sono piu’ vecchia.  Io sono una giovane donna. Alan sa trattarmi con onesta’ e rispetto, come solo i Messicani sanno fare.

Sento dietro di me la musica proveniente dal club. E’ stata una bella serata, non c’e’ che dire

Il dj e’ stato molto abile ed intelligente, ha saputo dare vita a mixes sorprendenti che invitavano  chiunque a buttarsi in pista. Welcome to the dancefloor, sento ancora questa frase martellarmi in testa.

Mi guardo in giro per cercare di ristabilire un equilibrio fra me e l’esterno.

Il quartiere pullula di locali  notturni ad ogni angolo e lungo le streets principali.

Il giovane e dinamico Soho. Soho, il quartiere trendy e hip di New York City. Adoro Soho. Quando  miParty bicchieri sento depressa, per qualsiasi ragione, a qualsiasi ora del giorno,  io prendo la metro  e mi butto in picchiata a Soho.

Alan e’ l’unica persona che quando cammina con me da un block all’altro di questa citta’ incredibile mi tiene per  mano. E’ persino piu’ basso di me, da vero Messicano. Considerando che  io sono piuttosto bassa, rispetto alla media femminile italiana, la sua statura potrebbe essere realmente un problema. Invece non lo e’. Mi sento molto  sicura quando sono con lui .

Ho visto Alan arrabbiarsi poche volte. In questi casi riesce a costruirsi una forza che proviene dai nervi e dall’interno, non e’ una forza basata sulla prestanza fisica, e’ piuttosto una forza tutta cerebrale.

Ho assistito, mio malgrado, a lotte furiose, fra Alan e qualcun altro.  Alla fine, lui  ne e’ sempre uscito salvo e integro, mentre i suoi avversari hanno sempre riportato qualche osso spezzato.

Alan si accende una sigaretta. I suoi amici che incrociamo per strada si fermano a salutarlo.

Ehi, ciao fratello, proprio un bel party, complimenti, alla prossima, yo…

Giovani newyorkesi del downtown, popolo della notte, alternativi di tutti i colori e di tutte le etnie.

Non frequentano i locali e i bars della  New York bene, quella dell’Upper East Side, e non sfilano nemmeno in  Meatpacking  District dove un drink lo paghi venti bucks, venti dollari.

A New York e’ quasi un dovere  autocollocarsi all’interno di un ceto sociale. Se non lo fai tu, ci pensano gli altri . A New York , quando ti incontrano per la prima volta, non ti chiedono come ti chiami,  ma ti domandano  che lavoro fai. Eppure, io non  riesco a collocarmi da nessuna parte. Sto nel mezzo. Nel mezzo di tante realta’ sociali e culturali. Non posso neppure pormi fra due soli estremi, perche’ sto esattamente nel mezzo di un gruppo fatto di piu’ estremi .

Posso avere qualche soldo in tasca in piu’ rispetto ad altri miei amici, ma nello stesso tempo non ho abbastanza money per potermi permettere un appartamento nelle zone residenziali della citta’.

Abito fuori Manhattan, il che gia’ mi classifica come out of the city, not in the city . Piu’ che un outsider, da un punto di vista della moda e delle tendenze, sono un po’ out of budget. Ma abito da sola, non divido la mia casa con nessuno, sono priva di roomates, per esempio, e questo mi differenzia dalla maggior parte delle persone giovani con le quali esco.

Mi vesto sempre all’ultima moda, ho un taglio di capelli molto trendy, mani e piedi curati e posso permettermi di andare dal medico con regolarita’ perche’ la compagnia per la quale lavoro mi fornisce una copertura assicurativa piu’ che decente.

D’altra parte, non ho abbastanza cash per  vestire Gucci o Prada.

Onestamente, non so se il mio non essere collocata in una casta ben definita sia un problema per le altre persone. Non credo, perche’ tutti quelli che mi conoscono, mi trattano con rispetto, gentilezza e simpatia.

Dopo averci provato con me le prime volte, in modo comunque spontaneo e divertente, e dopo essersi reso conto che io non ci sarei mai stata, solo a questo punto  si e’ reso conto  che possiedo tuttavia  tutte le qualita’ necessarie per poter diventare una fra le sue migliori amiche. Questo mi va piu’ che bene.

Saluto un ragazzo con un cenno della mano ed un sorriso. Stasera, sulla pista del Love, ho ballato con lui una rapida e veloce coreografia  hip hop. E’ un tipo bianco, con i capelli sparati in alto.

Strano. Per me e’ strano ballare hip hop al suono della musica house o techno. In Italia questo non si verifica molto spesso. Qui a New York accade. Tutto e’ possibile.

Alla fine non e’ affatto vero che i giovani  nella Grande Mela si mescolano fra loro…

Le diverse etnie presenti tendono  a starsene fra di loro e a seguire  codici interni al gruppo, in fatto di musica, di moda e di locali da frequentare.

Forsel’unico gruppo dove i diversi colori e i diversi caratteri fisiognomici si fondono  uno con l’altro, mantenendo  un delicato equilibrio, e’ quello degli skaters.

Gli skaters , ragazzi di tutte le eta’ e di tutte le origini la cui presenza e’ massiccia  soprattutto nei quartieri piu’ cool di Brooklyn e che, una volta giunti a  Manhattan , si spostano zigzagando fino in Est Village e nella Lower East Side.

Io  stasera mi trovo a Soho e ho deciso di mescolarmi ai seguaci della musica house. E a quelli che ballano Okinawa_club hip hop con la musica house.

Alan parla  slang e usa espressioni molto crude che ovviamente fanno parte di un linguaggio diffuso prevalentemente fra i giovani. Certi modi di dire non sarebbero adatti ad una giovane donna. Non mi interessa. Se volessi  parlare in modo estremamente sofisticato, uscirei  con altre persone. Stasera ho deciso di parlare meno bene e di sentirmi piu’ libera.

Ti chiamo domani, baby, vai tranquilla, stai attenta, mettiti sulla 6 Avenue e alza la tua bella manina per chiamare un taxi di merda…stasera sei stata una ballerina stupenda, come al solito, come cominci a muovere quel tuo culetto grazioso, e’ fatta….I love you, sweetie… Questo e’ Alan. Un giovane adulto di 27 anni. Il mio migliore amico in questa citta’ dove nulla e’ impossibile. Nato in New Mexico, la sua famiglia si e’ trasferita a NY quando lui aveva solo nove anni. Cresciuto in Bronx, si e’ spostato poi in Queens, dove vive attualmente con sua mamma. Io sono nata e vissuta per 37  lunghissimi anni in un piccolo paese della pianura padana.

Eppure, in questo stesso istante della mia vita e della sua vita, io e Alan siamo accomunati da un’esistenza che sfugge alle classificazioni sociali e culturali della gerarchia newyorkese. Anche lui, come me, non e’  riconducibile a nessuno standard collettivo definito. Non ha nulla dei Messicani scuri che lavorano come sguatteri nelle cucine dei numerosi ristoranti della citta’, e non ha neppure varcato il confine americano a piedi, Alan e’ giunto negli Stati Uniti con un qualsiasi mezzo di trasporto, ha studiato nelle scuole di  New York, ha giocato con  bambini bianchi e con bambini neri, divide ogni giorno soddisfazioni ed insoddisfazioni professionali  con molti colleghi Asiatici, adora il sushi e snobba i tacos.

Io e Alan, a NY , in un mattino di inizio autunno. Una brezza leggera, il profumo del kebab proveniente dai tracks  dei venditori ambulanti. Io, che mi lascio alle spalle il party assordante di un sabato qualunque. Io che voglio andare a casa. A casa mia. Subito.

Do’un’occhiata al mio orologio da uomo.  Indosso solo orologi da uomo. Sono le sei del mattino. Ho freddo. Comincio a camminare verso ovest per incrociare la  6 Avenue, alla ricerca di un taxi. Giallo. Potrei prendere un taxi nero o blu , ma non sarebbe la stessa cosa. I taxi gialli impongono una tariffa standard, quelli scuri fanno parte di compagnie private per cui bisogna stipulare il prezzo  prima di salire. Non ho voglia ne’ di discutere ne’ di contrattare. Non adesso. Sono troppo stanca.

I taxi gialli sono molto piu’ sporchi, vivaci e divertenti. A seconda della tipologia del  conducente, un taxi giallo all’interno puo’ trasformarsi nei piu’ interessanti e svariati contesti olfattivi, visivi e tattili.

Nei week-ends le avenues e le steets di  Manhattan si riempono di taxi, a tal punto che una vista panoramica dall’alto mostrebbe solo una lunga vivace scia tutta gialla.

Riesco dopo pochi minuti ad attirare l’attenzione di un taxi che accosta maldestramente lungo il ciglio della strada.

Il mio taxi giallo. Almeno per stanotte.

I vetri polverosi mi impediscono di identificare subito il conducente. Mi preparo la frase consueta da dire:

Ehi, ciao, devo andare in Queens.

Per alcune ragioni,  a me un po’ oscure, non tutti i taxi gialli si spostano da Manhattan in Queens. Apparentemente, alcuni decidono per scelta di  viaggiare solo all’interno del territorio dell’isola.

Questo e’ un altro dei motivi per cui una ragazza del Queens, come me, a volte puo’ sentirsi leggermente inadeguata, qualche volta persino imbarazzata. Se abiti “in the city”  puoi andare dove vuoi, senza restrizioni ne’ di tempo ne’ di spazio, invece se abiti in Queens, a Brooklyn, oppure nel Bronx, allora no, sfortunatamente a volte devi prepararti ad estenuanti attese  con la mano alzata ,che comincia ad afflosciarsi dopo qualche minuto, per poi infine  cedere all’ennesimo tentativo non andato in porto. A quel punto impari ad odiare  tutti i maledetti drivers dei taxi gialli che non ti danno uno strappo fino a casa.

Apro la porta posteriore e lo vedo. Il conducente. E’ un uomo di colore, non giovanissimo, anzi, potrebbe avere pure 70 anni, posso scorgergli dei capelli bianchi  nonostante la luce opaca  della notte.

New_York_night_during_a_break_in_the_rain_(9492518284)E’ un rasta. Per un attimo mi si gela il sangue. Mi sento paralizzata.

Lui mi risponde che si’, quel mattino, alle sei, mi avrebbe accompagnata fino in Queens, al numero 31-50 della 33esima Street, all’incrocio con la Broadway.

Prima di spostarmi in Queens, appena arrivata a New York, ho vissuto per  otto mesi a Spanish Harlem. Una tragedia. Per me. I mesi piu’ lunghi e terribili della mia vita.

In un pomeriggio di mezza estate, poco prima di raggiungere la palazzina dove abitavo, sono stata derubata da due ragazzini, uno Afroamericano e uno Portoricano. Mi sono rivolta alla polizia, ho dovuto prima identificare uno dei due tipi , in seguito mi sono  recata in tribunale a depositare la mia testimonianza. Tutto cio’ e’ stato di per se’ abbastanza snervante, ma  ho in seguito ripreso la mia vita normalmente.

Una sera di dicembre,stavo rincasando dal lavoro, sono entrata nel mio palazzo,  e un ragazzo di colore mi ha puntato un coltello allo stomaco e mi ha chiesto i soldi e il mio anello.

Era un rasta. Probabilmente fatto, drogato e pieno di crack.

Ho riportato anche quella volta il fatto alla polizia, ma poi non ho voluto procedere oltre. Non ne volevo sapere. Volevo solo che mi lasciassero in pace, Tutti. Dopo lo spiacevole episodio non riuscivo neppure ad aprire la porta del mio appartamento perche’ mi tremava la mano. Da quella volta i rasta mi fanno paura.

Questo  taxi driver e’ un rasta. Di origini giamaicane, a giudicare dal suo accento inglese.

Deglutisco piano, cercando di non darlo a vedere. Di non fargli capire che ho paura.

Mi riesce bene, perche’ il  conducente si volta verso di me, e mi sorride cordialmente.

Allora, partenza! mi avverte il conducente rasta.

Salgo. Mi viene spontaneo afflosciarmi sul sedile posteriore. Lo faccio sempre quando sono stanca. Soprattutto quando sono ubriaca. Mi aiuta a rilassarmi, a dimenticare certe  situazioni tragiche, molto spesso mi aiuta anche a soffocare i singhiozzi  di un amore non corrisposto,   il piu’ delle volte  consumato in un week end veloce e privo di senso.

Il taxi giallo e’ pulito. C’e un odore di buono all’interno, un’ esotica mescolanza di sandalo e di tabacco, di quello prezioso, che dolcemente si congiungono  ad  un’essenza lievemente percettibile di vaniglia. E’ il mio punto di forza.

Riesco a riconoscere odori e profumi ovunque, li memorizzo facilmente dentro la mia testa e la mia anima, e sono in grado di farli rivivere nei miei ricordi, a volte in contesti cosi’ assurdi che non hanno nessun legame con gli ambienti  dove  avevo annusato quegli aromi la prima volta.
Mi sento a mio agio.

Da dove vieni signorina?

E’ il taxi driver che mi rivolge la parola. Non e’ la prima volta. Non e’ la prima volta che un conducente cerca di intavolare una conversazione con me. Anzi, direi che e’ raro il caso in cui un tassista non mi parli, specialmente quando sto viaggiando  da sola. Praticamente, sempre.

Taxi drivers a New  York City.

Di tutte le razze, di tutti i caratteri, popolo della notte che non si diverte e non si ubriaca, che guida e che cerca di sopravvivere.yello cab perfetto

Gli spiego che sono Italiana e  che sono stata trasferita a New York per motivi di lavoro. E bla bla bla.

Quante volte, da quando abito in questa citta’,  ho dovuto raccontare sempre la solita trafila, la solita noiosa pappardella di prassi, senza ne’ emozione, ne’ convinzione, come se parlassi di un’altra persona, ma non di me.

Bla bla bla.

Come e’ andato il party stasera?  Mi chiede ancora.

Il driver, il taxi driver.

Lo guardo bene, lo osservo con i miei occhi interessati. Sono sveglia. L’incontro un po’ traumatico  con lui mi ha resa di nuovo vigile e attenta. Ho dimenticato i miei piedi stanchi e i miei stivali rotti. Il mio  alluce sporge nudo dalla vernice nera e lacerata della pelle della scarpa. Lo vedo fare capolino come il volto vivace di un bimbo che cerca delle risposte ai suoi mille infantili perche’.

Alzo di nuovo il mio viso. Mi sposto la frangetta scura che mi copre il viso. Voglio vedere.

Come e’ andato il party stasera?

Mio papa’.

Quando lo chiamo il venerdi’ dall’ufficio, mentre sto ancora lavorando, mio papa’ mi dice sempre: Fai un buon week-end! Mi raccomando!. Mio padre. Ho cominciato ad amarlo solo da quando mi sono spostata in un’altra citta’. Di un amore ancora aspro e adolescenziale. Il lunedi’ solitamente lo chiamo ancora dall’ufficio,  e lui : Allora, amore, come e’ andato il week-end?.

Un rasta che mi chiede come e’ andato il party. Suona come la voce di mio padre che mi chiede come e’ andato il week-end.

Affetto a  prima vista, in un mattino di autunno.

Cool! – ribatto, un po’ schematica , non ho altro da aggiungere.

Potrei avere detto anche “ganzo” o “fico”. Sto pensando in Italiano, la mia lingua. Non sto pensando in Inglese adesso. Sono ancora troppo scossa emotivamente per pensare in Inglese. Quando  sono scossa, io penso nella mia lingua. Mi aggrappo con le due mani all’orlo della piccola finestra aperta che in tutti i taxi divide lo spazio del conducente da quello del passeggero.

Sembro un pappagallino  un po’ impaurito e stanco,  appoggiato ad un trespolo. Sento la anomala necessita’ di avvicinarmi fisicamente a questo uomo che guida.

Un po’ di musica? e’ lui a riprendere la conversazione e il suono della sua voce e’ pacato e gentile.

Musica. Musica sempre, ovunque.

Non potrei nemmeno immaginarmi di vivere in un mondo senza musica. La prima cosa che faccio
quando rientro a casa e’ accendere la radio, la mia piccola vecchia radio, comprata a pochi soldi in un negozio invisibile di Harlem. La musica mi ha aiutata a sopravvivere in molte situazioni. Le note musicali sono  come una preghiera recitata ad alta voce.  Sono ricordi  idi ambienti familiari e di persone care.

taxi driverLa musica e’ il battito del mio cuore. E’ il profumo del mio corpo.

Grazie alla musica ho imparato ad amare  tutto il mio corpo. Ho imparato a non rincorrere la perfezione fisica con estenuanti digiuni.

Nel mio appartamento di Spanish Harlem ho ballato tante volte da sola, ammirando l’immagine di me
stessa in movimento riflettersi sui vetri scuri delle finestre del salotto. Con questa forma di ballo solitario ho cominciato a piacermi, a rispettarmi e a valorizzarmi. Ho cominciato a voler bene alle mie forme in movimento, alla mia immagine riflessa.

Il mio corpo ha imparato a seguire i diversi ritmi delle canzoni. Si e’ fatto piu’ flessibile, armonioso, scattante e aggraziato. Sono diventata piu’ sensuale. Non riesco a rimanere immobile quando ascolto della buona musica, non ce la faccio.

Perche’ no? rispondo rapida.

Non so cosa aspettarmi. Da questo driver rasta. Non lo conosco. Non provo neppure ad indovinare i suoi gusti musicali.

Immagino ambienti fumosi, locali bassi e poco illuminati, tavolini  rotondi di fronte ad un ristretto
palcoscenico, e nel mezzo un cantante di colore in completo gessato che intona pezzi di jazz. E poi un’orchestrina che lo accompagna  seduttiva e accattivante.

Buena Vista Social Club! lo sento dire.

Ah, Ecco. Non sono affatto sorpresa. Diamo inizio alle danze.

Mentre continua a guidare, il taxista ondeggia la testa al ritmo latino e un po’ melanconico della musica cubana. Queste note sono semplicemente adorabili.

Conosco a memoria le parole delle canzoni dei Buena Vista Social Club. Mi riesce facile e naturale canticchiare in Spagnolo. Lo faccio.

Il driver rasta mi segue, canta a voce alta insieme a me.  Sembriamo due amici al bar. Sto bene. Lui sposta lo specchietto retrovisore per catturare la mia immagine.

Posso vedere riflessi i miei occhi scuri che cantano. Li sento muoversi e ballare vivaci.

Il rasta  mi sta guardando  e cerca di adeguare il suo ritmo al mio. Al ritmo dei miei occhi. Tamburello ambo le mani sulla superficie liscia e appiccicosa del ciglio della finestrella divisoria.

Quattro occhi neri che cantano e che ridono.

Il ritorno alla realta’ e’ un po’ duro. Apro la mia piccola borsetta per controllare di non aver perso nulla , ne estraggo il mio portafoglio preferito dell Diesel e scopro con mio sommo disappunto di essere completamente al verde. Non ho neppure la carta di credito con me. Nulla. Zero. Ho speso tutti i miei soldi stasera. Non ho piu’ nulla.

Shit! Merda! Non ho neanche un soldo per pagare la corsa.

Non ho soldi. Niente.

Non ho soldi, non ho contanti, nulla. Non posso pagarti . Puoi fermarti davanti ad uno sportello bancomat che prelevo dei contanti? gli chiedo un po’ patetica e un po’ rassegnata.

Non e’ la prima volta che mi capita.

Il fine settimana non mi pongo nessun limite. Faccio tutto quello che ho voglia di fare. Spesso spendo i soldi la sera prima e il giorno dopo non mi ricordo nemmeno dove li ho spesi.

Altre volte ho dovuto espressamente richiedere ai tassisti di fermarsi ad uno sportello per farmi prelevare. Alcuni di loro, a questa mia richiesta, si infastidiscono.

I tassisti  Indiani solitamente sono i peggiori. Cominciano a storcere il naso e anche la bocca, imprecano, e  sbuffano, facendomi sentire in colpa per tutto il resto della corsa.

Nessun problema. Riusciremo pur a trovare una banca in questa citta’ dei balocchi, no?  mi dice il rasta e mi strizza l’occhio.

Il taxi giallo danza elegantemente attraverso la griglia di  Manhattan.

Le insegne rosse e blu di una Bank Of America  appaiono ben presto all’orizzonte. A pennello. Tengo il mio conto nella Bank of American. Non devo pagare tariffe aggiuntive per prelievi da banche diverse.

Scendo dall’automobile molto pigramente. Mi volto a guardare il mio conducente.

Mi chiamo Beatrice gli urlo dietro, pronunciando dal nulla questa frase apparentemente  banale  e senza senso.

Ma in  questo momento voglio solo che lui sappia il mio nome. Devi sapere come mi chiamo. Tu. Tu devi sapere. L’uomo solleva il pollice in alto con un cenno di approvazione.

Spero non se ne vada. Non andartene. Aspettami. Non puoi lasciarmi qui.

Ho bisogno di annusare ancora il profumo del tuo sigaro. Ho  bisogno di ballare ancora con i Buena Vista Social Club e la loro  Dos Gardenias para ti…….come vorrei che qualcuno mi portasse dei fiori adesso, per sentirmi meno sola.

Rose rosse per te, ho portato stasera, la ..la …la…

Mi volto a guardarlo. Di nuovo. Per la seconda volta.

Deve aver capito che mi sento persa. Abbassa il finestrino. Mi alza il pollice , mi fa l’occholino e mi fa cenno di ascoltare con le mie orecchie. E io lo ascolto, ascolto il suo consiglio che viene dal cuore.

E posso sentire dal finestrino aperto il battito delle canzoni dei Buena Vista che mi accompagnano  con il loro accento ispanico, che odora di mare e di rum. Raggiungo lo sportello bancomat e mi accorgo che il mio cuore batte forte.

Ho freddo.

Adesso mi giro e lui non c’e’ piu’ . Il mio cuore batte e batte. Tam . Tam . Tam. Non voglio che il mio taxi giallo sparisca. Sto per mettermi a piangere.

Digito il PIN sul display dello sportello.

Ho sempre paura di  dimenticarmi il mio PIN. Un giorno succedera’ . Dimentichero’ anche la mia password, il mio ID, e non esistero’ piu’ alla fine.

Mi chiamo Beatrice. Cerco di ripetermelo ogni giorno. Cerco di ripetermelo anche stasera.

Mi chiamo. Beatrice. Cosi’ mi chiamo. Non andare via, ti prego. Portami a casa. Resta con me..

Recupero le banconote sputate dalla fessura dello sportello. Non so neppure quanto ho prelevato. Soldi , soldi per vivere. Soldi per pagare il mio driver rasta.

Mi volto. E lo vedo. Eccolo li’. Il taxi giallo. E il rasta  sta ancora ondeggiando la testa per tenermi compagnia. Ho trovato Il mio rifugio per stasera. Salgo. Proseguiamo la corsa notturna. Potrebbe avere due ali questo yellow cab.

Attraversiamo delicati e leggeri il Queensboro, il ponte che unisce la citta’ di Manhattan al territorio del Queens. Lui mi parla della sua vita, della Giamaica, di sua moglie e dei suoi figli , e mi chiede di me.

Io parlo di me, della mia vita, dell’Italia, degli spaghetti al pomodoro , del Limoncello e di mia sorella.

Ci lasciamo alle spalle i grattacieli e le sirene della citta’ che non dorme mai.

Non voglio scendere mai piu’ da questo taxi giallo.

Non voglio.


Racconto facente parte di una collezione di storie autobiografiche newyorkesi “Diario di un filo di perle” scritte dall’autrice Alessandra G. e concesse  per la pubblicazione sul web a “Donne che Emigrano all’Estero”.

Yellow cabs night NY

lingua-e-lavoro

La lingua e il lavoro

Per alcuni sembrerà assurdo, ma ormai capita quasi quotidianamente, nei vari gruppi di italiani interessati all’espatrio di leggere post di persone che, con il cocente desiderio di buttarsi all’avventura, di reinventarsi e di svoltare la propria vita cercano consigli, rassicurazioni, piccole “spinte social”:

Non conosco la lingua/me la cavo/mi faccio capire, basterà? troverò lavoro?

Ecco una delle domande ricorrenti, in innumerevoli varianti, che si trova in rete e che scatena accese discussioni fra coloro che hanno già fatto il grande salto verso l’espatrio.

E proprio parlando di lingua, specie chi considera la Spagna come propria meta, finisce per essere spesse volte tentato dal “fai da te”.
È indubbio che lo spagnolo abbia innumerevoli similitudini con la nostra lingua madre, ma fare affidamento su questo per il proprio espatrio trovo sia una gigantesca arma doppio taglio dal momento che, forse più che in altre lingue, è piuttosto semplice riuscire a capirla e farsi capire, ma estremamente complicato padroneggiarla.

La comunità di stranieri più folta di Barcellona è proprio quella italiana; camminare quindi per le sue strade e incrociare connazionali, tra residenti e turisti è un’evenienza lingua-e-lavorotutt’altro che rara.
Può capitare passeggiando di sentire persone cadere nei più classici tranelli che la lingua spagnola riserva a noi italiani (e no “Escuchame” non significa scusami, cara ragazza), o deliziare gli abitanti autoctoni con tripudi di esse alla fine delle parole che neanche Levante de “Il Ciclone”, o, ancor più semplicemente, vedere persone che, impavide, continuano a parlare in italiano lasciando all’interlocutore la responsabilità di capirlo.

La mia personale e onesta risposta alla fatidica domanda iniziale è quindi: “Solo avendo molta fortuna”.

Mi spiego meglio.
La crisi economica globale ha colpito duramente, come è noto, anche la Spagna anche se, fortunatamente, Barcellona rispetto ad altre città rimane una sorta di isola felice in cui, certo, le opportunità non fioccano, ma si riesce ancora ad avere un po’ di speranza.
Il pragmatismo, tuttavia, quando si parla di scelte radicali come lasciare il proprio Paese trovo sia assolutamente necessario, perciò, a costo di risultare antipatica, meglio ricordare anche i punti dolenti:

  • qui a Barcellona gli italiani, come ho già accennato, sono davvero tantissimi
  • il mercato, specialmente quello della ristorazione in cui percentualmente si cercano di buttare gran parte dei nuovi espatriati (a volte anche alla cieca e senza precedenti esperienze), è spietato, quasi saturo e capita che non offra condizioni lavorative gratificanti o quantomeno dignitose
  • l’arte dell’improvvisazione, assolutamente lodevole in molti altri campi, potrebbe non essere uno strumento sufficiente quando la concorrenza è spietata come effettivamente accade da queste parti

Farsi forti delle esperienze lavorative passate, presentarsi con i propri valori aggiunti rimane il miglior modo per tentare di sbaragliare la concorrenza e, in ogni caso, avere chiari quali siano i propri obiettivi e i propri limiti fin dall’inizio è fondamentale per riuscire a scavare la propria nicchia in questa meravigliosa città: c’è grande differenza infatti tra chi appena uscito dalla scuola dell’obbligo o dall’università cerca un’esperienza all’estero di uno o pochi anni e chi insieme alla propria famiglia pensa di trasferirsi definitivamente da queste parti.

Date queste poche ma importanti premesse quindi mi sento di dire che la conoscenza della lingua del luogo sia una base fondamentale, se non addirittura del tutto imprescindibile per potersi integrare nel tessuto sociale del Paese d’adozione.

Senz’altro vi capiterà di sentire storie di persone fortunate che, partite senza conoscere altro che l’italiano, sono lingua-e-lavororiuscite a trovare un lavoro soddisfacente imparando poi la lingua in loco, ed esistono inoltre aziende che, lavorando per lo più con l’estero, richiedono ai propri dipendenti per esempio solo la conoscenza dell’inglese o dell’italiano, ma mi sento di consigliarvi di non prendere queste esperienze come base di partenza per la vostra prossima mossa, quanto piuttosto come felici eccezioni: datevi il tempo di creare una base linguistica e vedrete che non ve ne pentirete!

D’altra parte, credo che nessuno di noi andrebbe in un supermercato italiano a chiedere dove trovare gli “espaguétis” o la misteriosa (e un tantino inquietante) “mortadela siciliana” -ve lo giuro, la vendono davvero!-, o no?

Capita poi, come alla sottoscritta, che dopo qualche mese, passeggiando per strada, si smetta improvvisamente di provare quel sottile, ma strisciante disagio derivante dal semplice fatto di non condividere la lingua madre degli altri passanti e ci si cominci a sentire perfettamente a proprio agio ovunque, e a quel punto, quando anche i pensieri iniziano a diventare bilingue…il gioco è fatto!

Poi qualcuno ti tocca la spalla e…”Em pot dir quina hora és, si us plau?” (“Mi puoi dire che ore sono, per favore?”), di colpo ti ricordi che in realtà vivi in Catalunya e che sei punto e a capo.

 

I luoghi dove ritrovarsi a Dubai

“Per ogni viaggio che un uomo intraprende c’è un posto preciso e segreto dove fermarsi e ascoltare.” (A. Spissu)

luoghi-dove-ritrovarsiIn ogni città nella quale ho vissuto ho sempre cercato un luogo dove poter ritrovare me stessa per evadere dalla quotidianità, per meditare o anche semplicemente per ammirarne la bellezza.

Quando scende il tramonto e le luci della città si accendono, Dubai diventa “magica”… Tutti i grattacieli si illuminano, le palme con le loro luci riflesse sul mare sembrano “Alberi di Natale” vivi tutto l’anno, le barche adibite a ristoranti attraversano la Marina come tante lucciole creando un’atmosfera calda e accogliente… Il calar della sera rappresenta uno dei momenti della giornata dove più amo fermarmi ed ascoltare… osservando questo spettacolo ovunque mi trovo, per strada o dal terrazzo di casa, avverto nell’aria un profondo senso di tranquillità e di pace! Questo sentimento di libertà, di saper godere della vita nella sua semplicità e nelle sue mille sfaccettature è stato il regalo più bello che ho ricevuto da questa città! La mia vita ha assunto un nuovo sapore, un nuovo ritmo… Piano piano sono andata alla ricerca dei miei luoghi preferiti, dove rifugiarmi e trascorrere il tempo, dove rilassarmi e restare in silenzio!

Oggi voglio presentarvi questi luoghi, i luoghi dove ritrovo me stessa…

La città “vecchia”, Deira, quartiere storico di Dubai, è senza dubbio un luogo molto semplice ma nello stesso tempo affascinante, racchiude la cultura araba e le sue origini. Passeggiando per le tipiche stradine si respira un’aria molto diversa dalla città nuova cosi ricca di grattacieli e di modernità!

Uno dei posti più caratteristici da visitare almeno una volta è il “Souk dell’Oro e delle Spezie”!

Recarsi al “Souk dell’Oro” (Gold Souk) vuol dire a mio avviso entrare in contatto con la natura “mercatile” dell’arabo e quindi con l’arte della contrattazione! Attraversando i portici di questo tipico “mercato” si va incontro ad una esperienza inequivocabile, unica… Centinaia di gioiellerie affollano le singolari stradine del Souk illuminandole con lo sfavillio di splendidi gioielli: diamanti, perle, zaffiri, rubini e tutte le varietà inimmaginabili di pietre e di oro! Acquistando si può vivere l’abilità della contrattazione! A questo autentico tripudio di stupore, si oppone poi la presenza, totalmente “sicura”, nelle strade del Souk di venditori di borse ed orologi contraffatti…

Adiacente al Gold Souk si trova il “Souk delle Spezie” (Spice Souk)! Camminando tra le botteghe e respirando l’inebriante profumo di spezie ed aromi presente nell’aria, si possono gustare le prelibatezze ed i sapori della terra… Continuando ad assaporare l’atmosfera, salendo a bordo di un “abra” ovvero di un “taxi d’acqua”, tipica imbarcazione di legno, si attraversa il Creek passando da una parte all’altra del Souk… Un suggestivo panorama si apre dinanzi agli occhi soprattutto al tramonto…

Esplorando la parte “vecchia” e storica della città è impossibile non recarsi a “Satwa”. Luogo degli artigiani colmo di tante piccole botteghe di sarti affiancati da altrettante piccole “mercerie” che dispongono di splendidi tessuti, seta, pizzi e merletti, nastri particolari e pregiati, bottoni, strass e svariati ornamenti per decorare gli abiti! All’interno di questi piccoli spazi, le donne arabe con tanta naturalezza, accuratezza e meticolosità scelgono tra le varietà di tessuti presenti il tessuto più adatto per le loro pregiate “abaya”. Resto ogni volta ammaliata da questa scena, osservandole con discrezione provo a carpire ed ad immaginare quale sia il loro stile di vita, i loro pensieri, la loro realtà… una realtà che è a me ancora sconosciuta ma che spero di incontrare presto! Anche qui la contrattazione è necessaria ed inevitabile! Ogni volta nascono scene davvero simpatiche con i bottegai che cedono quasi sempre accettando la proposta e concludendo la trattativa con frasi del tipo “My friend”, “Where do you come from?”, “o Italy… Ciao! Come stai?” per poi offrirti una bottiglietta di acqua fresca in segno di amicizia e cortesia!

Passando dalla zona storica della città a quella moderna non si può non visitare il “Madinat Jumeirah”. Una riproduzione dei Souk in chiave moderna! Un maestoso e raffinato complesso costituito da alberghi, ristoranti, locali notturni ed innumerevoli shop dove poter acquistare souvenir di qualsiasi genere: splendide pashmina, lanterne, gioielli ed oggettistica varia. Immersi in un’architettura in perfetto stile arabo si ammira e si gode del paesaggio romantico ed elegante con vista sul mare e sul Burj Al Arab! Ricorda una piccola “Venezia”: percorrendo il reticolo di canali d’acqua con un abra si contempla lo scenario… Imboccando poi scalinate e vicoli si giunge a piccole terrazze sconosciute con un’incantevole vista! Ovunque piccoli angoli di relax e di profonda meraviglia per gli occhi…

I luoghi presentati sono cosi differenti tra di loro ma nello stesso tempo cosi simili… Tutti raffigurano la cultura araba, il suo stile e le sue origini mostrando da un lato la sua autenticità storica dall’altra una sua rivisitazione contemporanea che si adegua ai differenti usi e costumi di noi expat che qui viviamo.

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Belgio a sorpresa

Il paese in cui vivo appare sempre molto diverso dalla realtà nei quotidiani italiani, così come le notizie italiane giungono qui filtrate. Recentemente Bruxelles/Brussel ha occupato le cronache televisive italiane con scenari da guerra: carri armati, militari in assetto, città deserta. In quei giorni amici e parenti, anche dagli USA, mi hanno cercata per sapere come stessi. Eppure a Bxl non è successo proprio nulla. Mentre Parigi pochi giorni dopo gli attentati ha ripreso la sua vita naturale, Bxl è rimasta bloccata per settimane.

Questo non è stato l’unico episodio in cui la città ha dato di sé un’immagine differente da quella reale. Nei telegiornali ogni novità dall’Unione Europea, indistintamente se dal Consiglio, il Parlamento o la Commissione, viene data come “Bxl ha stabilito che…”. Gli amici che sono venuti a trovarmi immaginavano una città modello. La realizzazione di tutte le direttive europee che noi “meridionali” non siamo in grado di attuare. Non vi dico la sorpresa nel trovare una città disorganizzata, caotica, sporca ed intasata dal traffico come forse crediamo possano essere solo Napoli o Palermo. Con la differenza che almeno Napoli o Palermo hanno monumenti spettacolari ed il sole splende per gran parte dell’anno. Almeno nel nostro immaginario, ossia la nostra visione distorta dei luoghi che non conosciamo.

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Museo di scienze naturali con il Parlamento Europeo sullo sfondo.

In questi giorni il Belgio è salito di nuovo agli onori della cronaca, persino internazionale, ma l’eco di questi eventi non è giunta in Italia. Motivo? La riattivazione di vecchie centrali nucleari. Il Belgio non sfrutta energie rinnovabili (alla faccia delle direttive europee), nessuno vuole le pale eoliche, nemmeno in un atollo ad una certa distanza dalla costa (rovinano il panorama, quale panorama???), non ci sono pendenze sufficienti per dighe e centrali idroelettriche e investire sul solare sarebbe come vendere frigoriferi in Alaska. Tutto sommato il nucleare è molto meno inquinante rispetto alle centrali a combustibili fossili. Peccato, però, che invece di costruirne di nuove all’avanguardia abbiano esteso la vita di quelle che erano destinate alla pensione. Lo scorso novembre c’è stato un incidente, per fortuna senza gravi conseguenze. Poi hanno scoperto crepe un po’ dovunque. Sono due quelle che destano più preoccupazioni, quella di Doel, a due passi da Anversa, e quella di Tihange, tra Namur e Liegi. La Germania è proprio terrorizzata, tanto da aver mandato il proprio ministro dell’ambiente, Barbara Hendricks, a verificare di persona. A scanso di guai, Aachen (Acquisgrana), città tedesca vicina al confine, si è rifornita di iodio. A dire il vero anche alcune città del Belgio nelle vicinanze delle centrali succitate l’hanno fatto, anzi raccomandano di distribuirlo preventivamente ai bambini, così in caso d’incidente sarebbero “protetti”. Intanto in Germania i quotidiani e pure la satira politica ironizzano tremanti su un possibile nuovo caso Chernobyl.

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Il celebre Atomium

Non sorprende, quindi, scoprire che il Belgio è al secondo posto in Europa per inquinamento (il primo è il Montenegro). Bxl ed Anversa sono le città più trafficate al mondo. Una politica di auto aziendali e qualche carenza nel sistema di trasporto pubblico hanno fatto la frittata. Aggiungendo che il riscaldamento è acceso per dieci mesi l’anno e le caldaie in giro non sono tra le più nuove si ha un quadro completo.

Con questo non voglio criticare il Belgio, ma smontare un po’ l’immagine che i notiziari italiani hanno costruito. Bxl non è la realizzazione pratica del sogno europeo. V’invito a farci un giro e verificare di persona. Magari proprio quando c’è una riunione del Parlamento, Consiglio o Commissione europea, ossia quando l’intera città viene bloccata per garantire la sicurezza dei nostri rappresentanti. Cosa che accade alquanto di frequente, per alcuni giorni di fila, con metropolitane che saltano stazioni (manco fossimo a Berlino-Est ai tempi della DDR!), autobus deviati (ovviamente senza indicazioni) e controllo dei documenti per rientrare a casa, ma non per attraversare il confine o prendere un aereo all’interno dell’UE. Vi aspetto! La sorpresa e la delusione sono assicurate.

Lidia Bxl

Nuova Zelanda – Come ho rivoluzionato la mia vita in 7 giorni

Nuova Zelanda - Ines

Nuova Zelanda – Ines

Nel giro di una settimana ho cambiato, stravolto, ripianificato la mia vita.

Ricordate quel post in cui parlavo di quando ho deciso di lasciare l’Italia? Dicevo: “Volevo viaggiare, ero pronta per andare un anno in Australia dopo 9 mesi di Nuova Zelanda, volevo vedere, scoprire, sperimentare, vivere, cambiare. Dopo l’Australia il Canada, il Sudamerica… Poi mi dicono: “senti, ma ti piacerebbe rimanere in Nuova Zelanda?”. E cosa avrei dovuto rispondere, di no? Rimaniamoci in sta Nuova Zelanda! Il pensiero di avere un po’ di terra ferma sotto ai piedi, una sorta di pseudosicurezza, a 33 anni diciamo che fa piacere. Dentro di me, il diavoletto dice che quel famoso viaggio per il mondo e la vita da nomade, sono argomenti rimandati, non archiviati. L’angioletto invece dice di smetterla con queste idee irrazionali e che è ora di mettere radici, di crescere, di stabilirsi da una parte.”
A due mesi di distanza da quel discorso, dopo due anni e mezzo in Nuova Zelanda, posso dirvi chiaramente che ha vinto il diavoletto!

Ora ve lo racconto meglio.

Un giorno mi sveglio con una voglia irrefrenabile di licenziarmi dal lavoro! Ho il visto in scadenza, tra due mesi. So che è un rischio licenziarsi, so che il mio capo, nonostante i suoi difetti, è comunque disponibile a supportare la mia richiesta di un nuovo visto per rimanere in Nuova Zelanda. La strada più semplice non corrisponde sempre con quella migliore. Se non sono contenta del mio lavoro, se non mi pagano abbastanza o non mi fanno fare quello che vorrei fare, vale veramente la pena accettare tutto solo per poter rimanere qua? Rimanere in Nuova Zelanda ma non essere felice? Vale veramente la pena di essere disposti a tutto per rimanere, ma poi non vivere la vita che si vuole vivere?
La mia risposta è no!

Così mi preparo mentalmente al peggio. Mi preparo a ridimensionare i miei averi, per farli entrare in una valigia e uno zaino, vendere tutto, salutare tutti, salire su un aereo e ripartire da zero, nel caso non potessi rimanere in Nuova Zelanda.
Non ero esattamente pronta a questo genere di cambiamento, ho anche cercato di fare una lista degli aspetti negativi della Nuova Zelanda, per odiarla un po’ e andarmene serenamente, ma in realtà non mi è venuto in mente un granchè. Sulla lista iniziale c’era solo il senso di isolamento che a volte si sente vivendo in questo paese. Non sentirsi soli, ma sentirsi lontani. Se voglio farmi un weekend da qualche parte, tutto è lontano. O resto in Nuova Zelanda, o resto in Nuova Zelanda! Non c’è l’opzione “Un’ora di volo e vai all’estero”. Con un’ora di volo vai giusto a Wellington. Per andare in Australia ci vogliono 3-4 ore, più il tempo speso in trasferimenti per l’aeroporto e i vari controlli. Perdi due mezze giornate in viaggio e ti rimane un giorno per te. Non ha molto senso, specialmente considerati i costi.

Era da anni che sognavo di andare a vivere a Wellington, ma per via del visto e del lavoro non ci sono mai riuscita. Questa mi sembrava la situazione ideale per provarci. Se non fossi riuscita a trovare uno sponsor a Wellington nel giro di un mese, mi sarebbe toccato sloggiare dalla Nuova Zelanda. Ci sarebbe stata un’ulteriore opzione per poter rimanere qua, quella di studiare, ma i prezzi per gli studenti internazionali hanno cifre da capogiro e io purtroppo non sono ricca di famiglia! Di nuovo mi sono chiesta, vale la pena finire sul lastrico e spendere tutti i miei risparmi in un corso di studio professionale di un anno, da 20.000$, per rimanere ad ogni costo in Nuova Zelanda? Oppure per un corso di inglese che costa almeno 5000$ per soli 3 mesi? Risposta: si… cioè no! Ragazzi volevo rimanere, ma non a ogni costo!

Così ho iniziato a sondare il terreno per un piano B: l’Australia. Niente Working Holiday Visa, sono troppo vecchia. Mi tocca studiare se ci voglio andare, ma la notizia positiva è che i corsi professionali australiani sono un po’ più economici rispetto a quelli della Nuova Zelanda.
Contatto un ragazzo che lavora per un’agenzia di supporto all’immigrazione, valuto un paio di preventivi, mi informo sulla legislazione per emigrare in pianta stabile in Australia, decido di iscrivermi a un corso di cucina professionale di due anni, che insieme alla mia esperienza lavorativa mi condurrà – spero – dritta alla residenza in Australia.

Ma non finisce mica qua! Mi ricordo che dentro al cassetto c’era nascosto anche il sogno di passare un’estate a lavorare a Ibiza. Ragazzi la mia isla! Ibiza era proprio finita in fondo al cassetto, ho pensato bene di tirarla fuori prima di essere troppo vecchia, prima di venire risucchiata di nuovo dal vortice del destino, dei doveri, dei visa.

E questi piani B, improvvisamente iniziano a scintillare nella mia testa, sono circondati da una luce abbagliante e fanno ombra sulla mia voglia di rimanere in Nuova Zelanda.

I miei ultimi 7 giorni: sabato mi licenzio dal lavoro, martedì prenoto il volo di ritorno per l’Italia (in cui passerò un mese e mezzo di relax) prenoto il volo per Ibiza per aprile, giovedì affitto addirittura una stanza in un appartamento condiviso con 3 ragazze spagnole, mando una 50ina di curriculum a tutti i ristoranti dell’isola, venerdì do la conferma per l’iscrizione alla scuola in Australia e inizio a raccogliere i documenti necessari.
Ragazzi in una settimana ho fatto tutto! Tacc, Tacc, Boom, FATTO! Mi sono organizzata i prossimi 12 mesi in 3 paesi diversi!

Nuova Zelanda - Ines e la ricerca della libertà

Nuova Zelanda – Ines e la ricerca della libertà

Basta stare a raccontarsi scuse, basta trovare sempre un impedimento, basta titubare e rimandare. Appena ci accorgiamo di voler qualcosa, dobbiamo AGIRE!
Ora per chiudere il discorso, per rispondere a quelli che stanno per dirmi che sono pazza, o anche a quelli che stanno per dirmi che fino a ieri ero la paladina della Nuova Zelanda e oggi me ne voglio andare, anticipo che magari mi pentirò di questa mossa avventata di lasciare la Nuova Zelanda. Ma sento la necessità di essere un più libera, di fare un’esperienza nuova e diversa. Sono stanca delle restrizioni legate al mio Work Visa, poter lavorare solo per un datore di lavoro e SOLO NELLA REGIONE DI RILASCIO DEL VISTO. Un sacco di volte ho pensato di andare via da Auckland, ma avrei dovuto fare un nuovo visto e non è facile farti fare un visto da un datore di lavoro che non ha modo di conoscerti prima. Come fa a fidarsi. E tu come fai a sapere se quello è il lavoro giusto per te, se non ci lavori per un po’ di tempo. Per legge non puoi!

Non me ne sto andando dalla Nuova Zelanda perché non posso o perché non voglio più restarci, non è che la Nuova Zelanda non mi piaccia più, la Nuova Zelanda mi piacerà per sempre, resterà per sempre nel mio cuore, Mamma Auckland. Però a un certo punto, quando si cresce, bisogna andare via di casa, non si può stare per sempre attaccati alla gonna della Mamma. Auckland mi ha dato tanto, è stata la mia casa per due anni e mezzo, mi ha fatto crescere, mi ha fatto cambiare, è stata un’esperienza incredibile nella mia vita. Quello che voglio ora è affrontare nuove sfide in altri posti, continuare a buttare pepe sulle mie giornate, continuare a sentire l’adrenalina di quando stai per fare il famoso salto nel vuoto.
Io parto. Ancora un paio di settimane e dirò arrivederci alla Nuova Zelanda. Parto con un sacco di entusiasmo e le idee chiare, parto anche con la consapevolezza di poter tornare sui miei passi se un giorno mi renderò conto di aver commesso un errore. Forse un giorno tornerò in Nuova Zelanda, per adesso ho solo voglia di vivere intensamente questa nuova avventura! Ines, ancora per poco ad Auckland, Nuova Zelanda