zanzibar-annamaria

Come è cambiata Zanzibar nel corso degli anni.

Primary School

Primary School

I luoghi cambiano, come pure le persone, perché la stessa vita è continuo mutamento. Non si cambia sempre in bene, a volte il cambiamento è lento ed inesorabile, a volte è immediato e pure brutale, scatenato magari da qualcosa di drammatico. Nei nove anni che ho vissuto a Zanzibar posso dire di averne visti di cambiamenti, anche se apparentemente sembra che tutto sia uguale.

Tanti nuovi hotel e strutture turistiche sono sorte anche in zone che erano marginalmente toccate dal turismo, con tutti i pro ed i contro del caso. Sono nati come funghi piccoli supermercati e negozi che vendono un po’ di tutto, dai prodotti alimentari, ai casalinghi, ai prodotti per la pulizia. Ora si trovano in vendita formaggi, pasta, affettati ed altre prelibatezze di origine tipicamente europea o comunque occidentale. Le farmacie son ben fornite ed in alcune si trovano anche integratori alimentari, farmaci per il diabete, per il cuore, cosmetici di marca, assorbenti e persino profilattici, cosa impensabile fino a qualche anno fa. I prezzi per noi bianchi sono abbordabili se paragonati ai prezzi occidentali, ma senza dubbio proibitivi per la stragrande maggioranza degli zanzibarini, il cui salario medio si aggira sui 100 dollari al mese.

La salute pubblica è invece una nota molto dolente, in quanto l’ospedale pubblico non è nemmeno dotato dei servizi più elementari e carente dal punto di vista igienico sanitario. La gente in attesa bivacca seduta per terra, le cure van pagate,non esiste un pronto soccorso, capita anche di vedere due persone in un unico letto, il cibo e l’acqua van portati da casa. Questo fa capire perché molti preferiscano non andare all’ospedale o si indebitano per poterZanzibar Fashion Week pagare delle cure private.

Diversa è la storia per chi ha possibilità economiche o per i tanti bianchi presenti nell’isola. Ha da poco aperto i battenti un ospedale privato dotato di strumentazioni, laboratori di analisi, primo soccorso, ambulanza. La clinica fa parte di un gruppo che ha strutture in altre parti del mondo e nella quale parte del personale specializzato è di origine indiana. Ma, come dicevo, o hai soldi, o un’assicurazione medica o ti scordi di farti curare. Personalmente preferisco farlo in Italia, dove ho i miei medici di fiducia. E so in questo di essere comunque una privilegiata.

Nel corso di questi anni buona parte delle strade dell’isola son state asfaltate, anche se l’illuminazione durante la notte è inesistente e si consiglia prudenza in quanto capita che ci siano pedoni, gente in bicicletta ed animali. Inoltre gli zanzibarini hanno solitamente una guida spericolata e una volta in macchina si sentono i padroni della strada, con poco rispetto del codice stradale, semmai qui ne esista uno. Anche internet oramai ha una diffusione capillare e l’adsl ora funziona in città e zone limitrofe.

Tutti posseggono un cellulare, anche il più scalcinato dei pescatori o la casalinga con 10 figli. A tal proposito c’è da dire che vanno pazzi per la tecnologia e venderebbero la propria madre per uno smartphone. Molti, soprattutto giovani, conoscono facebook e whatsapp. Non è rado vedere i Masai, che hanno una piccola comunità qui nell’isola, vestiti con i loro costumi tradizionali e col cellulare in mano. Contraddizioni della modernità e frutto della globalizzazione, ahimè.

zanzibar-annamaria

Preparazione di saponi con le alghe

Per quanto riguarda l’educazione son state aperte scuole private, alcune frequentate solo da espatriati, visto che il livello generale di istruzione pubblica è basso. E’ stata inaugurata qualche anno fa un’università privata, anche se coloro che hanno i mezzi preferiscono mandare i figli all’estero.

Son nate cooperative di donne, spesso aiutate dal microcredito o comunque da ONG o privati occidentali, con lo scopo di rendere le donne autonome e sviluppare i loro talenti.

Anche la moda ha avuto una impennata, complici il turismo e le maggiori possibilità economiche di alcuni africani. Da qualche anno a questa parte sull’isola si tiene la Zanzibar Fashion Week con stilisti provenienti da diverse parti dell’East Africa. Si spera che la loro moda possa arrivare anche fuori dei ristretti confini africani.

Le conclusioni che posso trarre è che i cambiamenti ci son stati, ma sempre ad opera di privati, di ONG, aiuti stranieri, fondazioni, enti. Lo stato qui è molto carente e sembra far poco per migliorare le condizioni dei propri cittadini. Il mutamento c’è laddove c’è lo straniero. L’Africa fatica a scrollarsi di dosso la miseria, la povertà, il retaggio di un passato di schiavitù e colonialismo. La gente fatica a prendere in mano il proprio destino e ad essere l’artefice di quel cambiamento di cui avrebbe bisogno.

Non un cambiamento imposto dall’esterno ma un cambiamento che viene da dentro.

 

AAA casa cercasi, ma che fatica!

case-osloChe fatica trovare un nuovo posto dove andare abitare. Quando mi sono trasferita ad Oslo nel 2014 , sono arrivata  praticamente senza soldi e senza  lavoro.

Per fortuna una mia cugina aveva ricavato un appartamento nella cantina della sua casa. Lei e suo marito usavano affittarlo a degli studenti che se ne sarebbero andati entro breve, cosicché  io sarei potuta subentrare, i miei nanetti Ercole e Cleopatra sarebbero stati i benvenuti, avremmo avuto un giardino bellissimo ed una zona  tranquilla dove abitare.

Fino dall’inizio di settembre di quest’anno  è andato tutto bene, io ho trovato un lavoro fisso e le cose per me si sono sistemate;  poi, improvvisamente, mi sono resa conto che mi pesava enormemente vivere in cantina: c’era poca luce che entrava dalle finestre e in inverno, quando nevica, l’ambiente diventa ancora più cupo. L’anno scorso mi sono ritrovata a dover salire le scale con la pala piena di neve per pulire e non e’ stato per nulla divertente! Sentivo la necessità  di aprire una finestratatiana-cane-casa per cambiare aria. Insomma, era ora di cambiare, tanto più che l’appartamento era ammobiliato, non  lo sentivo per niente mio, mi sembrava di stare parcheggiata lì, in attesa di altro. Ma la ricerca è stata lunga e sofferta. Ho risposto a tutti gli annunci del mese di ottobre  di tutte le pagine preposte agli affitti in città. Riscontravo gli stessi problemi ovunque: non erano benvoluti gli inquilini nell’ordine: 1)proprietari di  animali da compagnia 2)che fumavano  3)che avessero avuto bambini  4)che vivessero di  sussidi statali.  Oltretutto il mio budget era bassino rispetto ai prezzi di mercato, quindi la ricerca è stata molto faticosa. Sono andata  a visitare quattro appartamenti che sono risultati uno peggio dell’altro, qualcuno si trovava sotto terra come il mio attuale, qualcuno era indecente dal punto di vista igienico.  Però alla fine ce l’ho fatta: ho trovato un appartamentino piccino picciò al piano terra di una villa. Sopra di me vivrà una famiglia carinissima che ha  un cane. La prima cosa che mi ha domandato la signora proprietaria della casa, quando sono andata a vedere l’appartamento, è stata quella di mostrale  una foto dei miei cani: che sollievo!  Oltretutto è un appartamento completamente vuoto che posso arredare a mio piacimento. Sto facendo il giro dei negozi dell’usato e dei mercatini per trovare esattamente le cose che voglio  senza svenarmi:  trasferimento previsto per la metà del mese di novembre. Il primo progetto manuale è  la realizzazione di un divano fatto con i pellet, sono molto ottimista al proposito e…vi terrò aggiornate!

                           tatiana-casa-oslo tatiana-casa-oslo

Io & Lei: il nostro matrimonio. Cap.1: “La Burocrazia”

Chi di voi  ha letto di me sulla nostra pagina Facebook ed ha acquistato il nostro favoloso libro, mi conosce come la complicata ragazza che vive a Barcellona e che divide la sua vita con sua moglie Sara e con Ebony, la gatta nera.

Ma quest’oggi vorrei fare un passo indietro, più precisamente a qualche settimana prima della nostra partenza per la Spagna. Eccoci qui: trovarsi in Italia, di fronte ad un documento e, per l’ennesima volta, davanti al fatidico spazio “stato civile” esitare e pensare di scrivere “mutevole“…non è decisamente da tutti!

Dritta attraverso le difficoltà

Dritta attraverso le difficoltà

Per noi  però è ancora così: dopo aver vissuto a Londra ed aver celebrato lì la nostra Civil Partnership (il matrimonio non era ancora legale, lo sarebbe diventato solo un mese e mezzo più tardi), essere poi tornate in Italia dove risultiamo single, aver fatto tappa in Germania dove il nostro legame inglese risultava valido -avevamo infatti diritto anche ad entrare nelle liste per la richiesta di una casa popolare come famiglia- la situazione, almeno dal punto di vista formale, era ben più che confusa e ci lasciava, talvolta, in imbarazzo anche di fronte a banalità quali il completamento di un formulario.

Ritenevamo poi –che sprovvedute!– che andando ad abitare in uno Stato in cui c’è completa tutela per ogni tipo di famiglia avremmo potuto tirare finalmente il fiato…e invece no!

Cariche delle migliori intenzioni e di tutti i documenti raccolti nei nostri spostamenti, poco dopo essere arrivate a Barcellona ci siamo dirette all’Ufficio del Registro per chiedere il riconoscimento della nostra unione contratta su suolo britannico, senza però fare i conti con il fatto che, da una parte, l’istituzione del matrimonio in Spagna non era assimilabile e superava di fatto la nostra Civil Partnership e che dall’altra, per giunta, nessun documento italiano (gli unici che potevano far fede per dirimere la questione, data la nostra nazionalità) ci poteva inquadrare diversamente da due complete estranee. E allora? “E allora ricominciamo tutto da capo!” ci disse con entusiasmo la dipendente dell’Ufficio senza accorgersi che quelle poche parole avevano avuto il magico potere di stremarci in un istante. Stremate? E perchè mai? Lascio a voi la risposta.
Richieste di documenti a 4 comuni italiani diversi. Cosa da nulla, no? No.
Dovevano essere in originale, emessi da meno di 6 mesi e tradotti da un traduttore giurato.
Ciò ha comportato: chiedere la collaborazione di estranei che viaggiavano verso Barcellona e potessero portarmi francobolli italiani con cui pre-affrancare buste da inviare ai differenti Comuni, secondo quanto da loro richiesto, per poi affidarsi al servizio di posta italiano e spagnolo con fede mistica per riaverli indietro per tempo (ho scoperto quanto 6 mesi possano volare); chiedere la collaborazione di cari amici in Patria per l’espletamento di altre pratiche tra le quali code in uffici e pagamento di bolli che non potevano essere portate a termine se non di persona; la scoperta della fondamentale ignoranza sulle leggi internazionali di molti dipendenti statali italiani e dell’umanità ed efficienza dei Comuni sotto i 2.000 abitanti, contro la disumanizzazione di quelli che sono o si atteggiano a cosmopoliti; la ricerca e il contatto con un adorabile e competentissimo traduttore giurato catalano…
Il tutto, considerando le ovvie tempistiche tecniche e il fatto che non ho avuto un solo giorno di ferie, è stato portato a termine, senza tirare un attimo il fiato, da metà dicembre 2014 a, più o meno, inizio maggio 2015. Spesa totale? Circa €100.

Pila di documenti

Documenti, documenti, documenti ovunque!

E’ quindi seguita la nuova visita al Registro Civile, la presentazione dei documenti raccolti e l’appuntamento fissato a breve distanza per inoltrare la richiesta del permesso matrimoniale e comunicare la data e l’ora dell’evento.

Ciò che mancava era solo scegliere il “dove e il quando” e avevamo meno di 10 giorni per farlo! Mille le email e le telefonate: non volevamo spendere neanche un euro e sembrava che qualsiasi posto gratis o, quantomeno, economico a Barcellona o dintorni avesse liste di attesa da 6 mesi ad un anno.
Non mi sono arresa e ho continuato imperterrita la ricerca.
Avremmo desiderato fissare una data in settembre ma, quando, durante una chiamata al Registro Civile del ridente Comune di mare di Sant Feliu de Guixols mi sono sentita dire “Abbiamo libero il 3 di luglio, segno?” ho esitato giusto il tempo di riprendermi dalla sorpresa e con trasporto ho risposto “Claro que sí!“.
La data e il posto c’erano, il 21 maggio 2015 ci siamo presentate in compagnia di una testimone (la mia favolosa amica Adriana) nuovamente al Registro Civile di Barcellona e dopo un po’ di firme e poco più di due settimane abbiamo avuto in mano il permesso firmato dal giudice e il pesante incartamento da spedire con posta assicurata (e dopo averne fatto copia di ogni pagina) al Comune che ci avrebbe sposate. Era fatta? Così sembrava.

Il 29 giugno, non avendo più avuto notizie della mia spedizione nè risposte alle mie e-mail cariche di crescente ansia, ho preso in mano il telefono mentre mi trovavo in pausa al lavoro e ho tentato di chiamare l’Ufficio del Registro di Sant Feliu de Guixols che, per loro stessa ammissione, il più delle volte era irraggiungibile telefonicamente.
La fortuna però sembrava essere dalla mia: dopo svariati squilli una voce femminile rispose e dopo avermi lasciato spiegare la situazione mi mise in attesa. La segretaria riprese il ricevitore.
-Lunga pausa-“Mi spiace, ma non sto trovando i suoi documenti“.
Bocca asciutta.
Iniziai a balbettare.
Ma, ma, ma come?
La donna dall’altro capo del telefono, rendendosi conto di aver appena scatenato un attacco di panico in piena regola mi chiese a che numero potermi richiamare per poterle permettere ricerche più approfondite.

Da quel momento e per i successivi minuti ho passato in rassegna nella mia mente (ero pur sempre al lavoro) tutte le parolacce che conoscevo, ho fatto poi un respiro molto profondo cercando di fermare il tremito che mi scuoteva da capo a piedi nonostante i 30 gradi all’ombra.

Il nostro "dove"

Il nostro “dove”

Dopo mezz’ora (tra le più lunghe della mia vita) il telefono ha finalmente suonato:
Trovati! Li ho trovati! Tutto a posto. Vi aspettiamo il 3!”

Dopo l’ennesimo picco emozionale e, lì per lì, incerta se ridere o piangere, nel dubbio, ho saltellato fino alla mia scrivania e ho terminato la giornata di lavoro con un inequivocabile e gigantesco sorriso. Avevamo decisamente vinto sulla burocrazia italo-spagnola ed era una soddisfazione davvero non da poco.

Prossimamente il racconto continuerà, amiche e amici: finite le scartoffie non poteva che essere tutto in discesa.

…O forse no?

hamman-francesca-marocco

Hammam tradizionale

hamman-francesca-marocco La settimana scorsa io e la mia frangetta ormai non più bionda siamo andate a fare il nostro primo Hammam.
Ho esitato un lungo anno prima di decidermi a provare questa esperienza perché, lo ammetto, sono molto schizzinosa e pudica quindi ci ho dovuto riflettere un po’ su. Andare in una spa mi sembrava fuori luogo ma per quello popolare non ero mai abbastanza pronta.
Se per voi l’ Hammam significa coricarsi su una bella panca in legno pulita e lucida, in una nuvola di vapore, con profumo di incensi, avvolti in candidi asciugamani morbidi sbagliate di grosso. Quello succede solo in un mondo perfetto oppure alle terme in Val D’Aosta dove siete andati col cofanetto che vi ha regalato la zia per compleanno.
Per fare un Hammam tradizionale avete bisogno di: il vostro kit per la piscina più un tappetino in gomma ed un guanto esfoliante.
Il tappetino me l’ha regalato la mia amica Simona, il guanto ho pensato bene di comprarlo in loco scegliendo- ahimè – quello più duro, convinta da sempre di avere una “pellaccia” molto resistente; il borsone per la piscina ovviamente l’ho lasciato in Italia quindi mi sono attrezzata con una shopping bag in tessuto con la scritta “I ❤️ Bore” contenente: ciabattine in plastica mimetiche nell’apposito sacchettino, shampoo e bagnoschiuma in borsina di plastica, mutandina di ricambio e asciugamani. Purtroppo avevo lasciato in Italia anche il sacchetto porta costume bagnato ed il tappetino in nylon per non poggiare i piedi a terra negli spogliatoi. Ebbene sì, sono una da tappetino in nylon per non appoggiare i piedi a terra negli spogliatoi. Entro nella prima sala e mi guardo intorno. Due file di panchine ricoperte da piastrelle bianche su cui sedersi per togliersi i vestiti. La domanda mi nasce spontanea: “tolgo tutto o tengo l’intimo?” Temporeggio finché le mie due amiche non si spogliano tenendo solo le mutande e faccio lo stesso mettendo in bella mostra il mutandone nero da Bridget Jones.
Lascio la borsetta in deposito ed entro. Il luogo è composto da tre stanze che vanno dalla più fresca alla più calda. Niente nuvole di vapore, solo un sacco di umidità e calore. Ci saranno una trentina di donne di ogni età dai cinque anni ai novanta. Chi vestita come noi e chi completamente nuda, che si lavano, insaponano, ricoprono da capo a piedi con saponi ed unguenti colorati e si “grattano” con il loro guanto. Chi aiuta l’altra a lavare bene la schiena, chi chiacchiera amichevolmente con le donne intorno. L’ Hammam è un luogo di incontri.
Tutto intorno secchi di plastica giganti pieni d’acqua e sgabelli.
Seguo passo a passo i movimenti delle mie amiche.
Prendiamo due secchi a testa e laviamo con una bella secchiata il punto del pavimento dove andremo a stendere il nostro tappetino. Guardo bene e vedo galleggiare a terra capelli e altre cose non meglio definite che più tardi capirò essere pezzi di pelle. Inizio ad essere un po’ tesa. Stendo il mio tappeto e mi rannicchio su questo per non toccare troppo in giro. Andiamo nella terza stanza e prendiamo un piccolo catino, lo riempiamo di acqua calda e ce la versiamo sulla testa per bagnarci. Torniamo al tappetino ed aspettiamo che arrivi la signora che abbiamo chiamato per farci lo scrub. Vedo robe che continuano a galeggiarmi davanti , Simona si accorge del mio imbarazzo e mi suggerisce di cambiare posto. Il luogo più “tattico” all’ Hammam è vicino alla vasca nella terza stanza: è il punto zero, dove non ti può arrivare addosso l’acqua delle altre. Davanti a me una matrona nuda che si esfolia piano piano, ovunque. Di fianco una signora che si depila col rasoio. Ancora accanto due bimbe con addosso un unguento marrone che ridono e scherzano mentre la mamma le sgrida.
Arriva la signora che aspettavamo e inizia a fare lo scrub a Simona. Io cerco di non guardare, non è carino stare ad osservare, ma vedo movimenti strani; non sapevo che la mia amica fosse un’ acrobata. Arriva il mio turno, io sono un po’ tesa. La signora mi spalma bene di sapone nero e mi fa segno di coricarmi a pancia in su. Le chiedo di stare attenta ai nei che ho sulla schiena. Inizia a grattarmi. Dovevo comprare il guanto morbido. Sento il fuoco addosso. Un male incredibile. Sono sempre più tesa. Mi dico che la richiesta di stare attenta ai nei potrebbe averla indispettita e quindi adesso vuole uccidermi. Mi fa girare di lato e appoggiare le braccia contro il muro. Una gamba su e una giù. Mi gratta le gambe e sento la cellulite che va via velocemente. Mi fa segno di togliere le mutande. Mando giù la saliva e le tolgo. Inizia a grattarmi ovunque, anche in zone che il mio ginecologo non ha mai visto. Io sono nuda con le gambe aperte appoggiate a lei, seduta, in mutande su uno sgabello davanti a me. Questa sì che è intimità. Passato l’imbarazzo torna il male. Non ho il coraggio di chiederle di fare piano perché temo che mi uccida davvero. Intanto passiamo una ad una tutte le posizioni del Kamasutra. Mi guardo e vedo la mia pelle che cade in riccioli lunghi cinque centimetri e spessi un dito. Mi dico che non può uscire dal mio corpicino pulito tutto quello schifo e invece sì, arriva tutto da me. Dopo venti minuti di sofferenza, in cui mi sento come Pinocchio sotto la pialla di Geppetto mi chiede se voglio che mi faccia lo shampoo e rispondo di non preoccuparsi, che lo faccio da sola, perché se tanto mi dà tanto questa va a finire che mi stacca la testa.
Rimetto le mutande, le mie amiche muoiono dal ridere vedendomi arrivare. I capelli tutti arruffati e l’espressione di una che è volata contro un muro col motorino. Le guardo e scoppio a ridere anche io. Mi insapono e metto lo shampoo. Mi sciacquo a secchiate seduta sul mio tappetino. Mi riprendo. Esco nello spogliatoio e mi asciugo piano. Mi guardo in giro cercando uno di quei phon che ci sono nelle piscine ma non c’è. Fortunatamente è una di quelle rare serate senza vento, metto un asciugamani in testa e mi asciugo un po’ alla bell’e meglio. Mi rivesto, metto le cose bagnate nel mio sacchettino della spesa ed esco. Mi accorgo che non ho detto una parola per più di un’ ora e quando le mie amiche mi chiedono se mi è piaciuto la risposta è: “Non lo so. Ci devo pensare su. Ve lo dirò. Però se torno cambio il guanto.”

castello-trim

Domenica a Dublino: gita al Castello di Trim

belfast-donegall-street

“Cittadina” a Belfast, non più turista a lungo termine

Oggi per la prima volta mi sono veramente sentita parte della città in cui vivo.belfast-linen-hall-library

Nessuna grande rivelazione, ma un piccolo episodio di vita quotidiana mi ha fatto capire che Belfast è ormai anche la mia città.

Stavo tornando a casa dopo una giornata di volontariato passata alla Linen Hall Library, (biblioteca fantastica che sembra uscita da un romanzo) quando una signora anziana mi chiede dove può chiedere informazioni sui vari autobus. Le rispondo che c’è un infopoint li vicino e che l’accompagno volentieri.
Lei mi fa un gran sorriso dicendomi che è stata una fortuna incontrarmi e mi chiede da che zona del Nord Irlanda vengo.
Fra me e me esulto perché:
1. L’ho  capita nonostante il forte accento;
2. non mi ha chiesto da dove vengo ma ha dato per scontato che fossi nata li.
Credetemi, è una gran rottura quando gli basta un thank you per capire che non sei del posto, dopo tutta la faticaccia per eliminare il tuo accento francese ( a quanto pare danno per scontato che vengo dalla Francia…. mah!)
Tornando alla nonnina, dopo una breve camminata durante la quale mi racconta la sua vita, (non stop per 10 minuti) e io che devo spiegare per l’ennesima volta why ho abbandonato la bellissima Italia per la piovosa Belfast ( mi ha letteralmente dato della pazza) arriviamo al Visitor Centre. L’omino dietro il bancone spiega alla nonnina dove deve andare ed io, seguendo la conversazione, mi rendo conto che forse c’è una via più breve belfast-muralese meno complicata per far sì che lei arrivi a destinazione.
Che faccio, penso:”Mi intrometto?” Io che vengo dall’ Italia e  ho un senso dell’orientamento da schifo!?
Mi faccio coraggio e  propongo l’alternativa.
L’omino inizialmente mi guarda come se avessi insultato sua madre ma poi, dopo un po’, mi dà ragione.
La nonnina è entusiasta e mi ripete che è stata una fortuna enorme incontrarmi e mi saluta.

Ed io, per la prima volta in 13 mesi, non mi sento una “turista a lungo termine”…ma una cittadina di Belfast.

valentina-ganmao-pechino

Pechino, la sanità ed il GanMao 感冒

ganmao-cinaComincia a fare freddo a Pechino e con esso arrivano i malesseri della stagione: il famoso GanMao 感冒!

Il GanMao non è un raffreddore come tutti gli altri. Si distingue per naso tappato, orecchie serrate, catarro a chili e tosse a profusione. Non dura 5/6 giorni come il normale raffreddore ma dalle 2 alle 3 settimane e ti sfinisce a colpi di tosse e vie aeree ostruite all’ennesima potenza.
Il GanMao si distrugge solo con le medicine cinesi  e forse anche coi bibitoni tradizionali che mi rifiuto categoricamente di ingurgitare.
Può essere che in concomitanza con i sopracitati sintomi si scateni anche la febbre e in quel caso  ci si prepara agguerriti alla visita all’ospedale.
In Cina gli ospedali, manco a dirlo, sono super affollati -con file di ore o giorni- e i reparti per cinesi e per stranieri sono sempre distinti, sia per corsia sia, soprattutto, per prezzo.
Noi ci rechiamo in una clinica internazionale abbastanza buona dove tutto è scintillante, tempestato di pietre preziose e dove al momento del pagamento ti assale un coccolone tale che ci vorrebbe solo George Clooney a rianimarti.

valentina-ganmao

Io durante un ricovero ospedaliero

L’assicurazione sanitaria e’ un must, soprattutto se di mezzo ci sono i ricoveri. Lo scorso giugno sono stata ricoverata 5 giorni per la salmonella in una bellissima stanza con tutti i confort –addirittura la Playstation e l’infermiera privata – e quando sono stata dimessa, oltre a ricevere dei fiori in dono, ho ricevuto anche una bella fattura di 11.000 euro!  Grazie dei fiori…si diceva una volta. Cari un bel po’. Di nuovo la mia bella tessera assicurativa ha lavorato per me e così mi sono potuta permettere il lusso di essere malata.
Lavorando per anni nella cooperazione e soprattutto nei progetti sanitari, di disastri locali ne ho visti tanti. Il popolo medio non può curarsi e, se lo fa, indebita tutta la famiglia. È un sistema crudele ed ingiusto che veramente non ci si aspetta da un paese come la Cina, dove l’uguaglianza sociale avrebbe dovuto essere stata storica o, almeno, appartenere alla storia degli ultimi 60 anni.
Se, ad esempio, si incorre in un incidente, nessuno è tenuto a soccorrerti. Anzi, se si soccorre il malcapitato si è tenuti a pagare le spese sanitarie eventuali e quelle dell’ambulanza. Orrore puro!
È strano per me, una volta conosciuta la realtà cinese attraverso l’esperienza diretta del vivere in questo paese, constatare come in Italia si dia tutto per scontato e ci si lamenti pure dei disservizi in campo sanitario.
Anche partorire con assistenza medica qualificata  in Cina è un lusso per pochi. Nelle province si partorisce spesso a casa senza né medico né ostetrica. In ospedale il parto cesareo è più che frequente (quasi l’ 80% delle nascite) e le spese chiaramente aumentano se ci sono rischi per la puerpera. Prolificano cliniche su cliniche destinate solo ai parti e al puerperio. Specialmente tra la gente di città va di moda assumere nella propria abitazione  per un periodo di 40 giorni dopo il parto una sorta di infermiera/ cameriera/ puericultrice che ha come unico compito quello di occuparsi  della mamma e del neonato . La mamma trascorre quel periodo ovviamente a letto a dormire, a riprendersi dalla grande fatica evitando di uscire di casa e di lavarsi. Tutto bene tranne l’ultimo punto per me! Una grande schifezza!?…ma la cultura è cultura!
Anche per questo, ma non solo, sono sempre tornata col pancione a casa mia a partorire! Evviva casa!

lavorare-barcellona-turismo

Barcellona: incontri tra expat

Quando lavori nel turismo sai che le vacanze sono a gennaio e le domeniche sono la mattina presto, in metro, con gli ubriachi del saturday night. L’altro giorno era una domenica così: alle 8 a.m mi trovavo già al Palau della musica per iniziare con le visite guidate, con uno stato d’animo facilmente riassumibile in: “ho una voglia matta di tornare a letto”. Il mio tour in inglese iniziava alle 9. E per chi? Generalmente per quelle tre, quattro persone, astemie, che hanno deciso di vivere la Barcellona diurna lasciando da parte sia la movida sia la sangria.

2013-10-20 08.24.22

Ho preso il mio solito caffè e un croissant di cioccolato per farmi una piccola coccola mattutina, mentre aspettavo colei che, secondo quanto mi era stato riferito, sarebbe stata l’unica a partecipare alla prima visita della giornata. Immaginatevi la sorpresa, il sollievo e, sì, anche la contentezza, nel vedere che, a dispetto di ogni mia previsione, avrei fatto il tour a una ragazza italiana. Chiara, così si chiamava la mia ospite, mi ha raccontato di avere 26 anni e di vivere in Australia, per cui per lei non sarebbe stato un problema seguire la visita in lingua inglese. Io invece contenevo la gioia di potermi esprimere nel mio amato, quanto spesso dimenticato, italiano.

La domenica mattina di lavoro ha preso subito un altra piega; ho condotto Chiara per i meravigliosi spazi modernisti del Palau, intervallando le informazioni didattiche a domande a tema personale, volte a condividere la nostra condizione comune di expat.

2015-05-14 16.07.56Quando la visita si è conclusa ho avuto la fortuna di non dovere fare quella successiva e ho potuto chiacchierare con Chiara per un’ altra ora intera. Ma che leggerezza, che bello sentirsi subito capite, in sintonia! Che facilità nel ritrovarsi compagne d’avventura! Grazie allo scambio delle mail, due giorni dopo ci siamo riuscite a incontrare per quello che doveva essere un caffè, ma si è trasformato in due birre (dico sempre che mi sono abituata alla tradizione spagnola della birretta nella terrazzina, ecco, qui abbiamo fatto il bis per far provare l’esperienza anche a Chiara). Tra i vari temi che abbiamo affrontato c’é stato anche quello della difficoltà di mantenere intatto il proprio italiano. Chiara e due suoi amici hanno inventato un metodo che credo proprio copierò: si crea un sistema di punti, per cui utilizzare una parola straniera parlando italiano vale tot. punti, mentre italianizzare una parola straniera, o viceversa, vale il massimo dei punti. Passato un po’ di tempo si fa un bilancio e chi ha accumulato più punti paga pegno e offre da bere! Sicuramente un ottimo deterrente! Chiara vive a Sidney da due anni; è arrivata con la working holiday, (il visto di 6 mesi per lavorare), e adesso frequenterà una scuola di formazione di babysitter che dà diritto al visto permanente, grazie al quale potrà finalmente a iscriversi alla scuola di osteopatia.

Quando le ho chiesto se in futuro si sarebbe voluta spostare ancora, per provare altri paesi e continenti per esempio, mi ha risposto così:< Sai, io giocavo professionalmente a basket, anche qui ho trovato la mia squadra e io, se trovo il basket, trovo casa>. E’ bellissimo potersi sentirsi a casa così, giocando il proprio sport preferito, esercitando il proprio lavoro o in mille altre cose magari anche più banali. A volte attraversiamo oceani per trasferirci in un altro continente e poi la nostra casa diventa quello che ci fa stare bene.Per me a Barcellona, “casa” sono le piccole viuzze medievali del barrio gotico, il suono delle campane di una chiesa, le volte che ho calcato un palcoscenico.

La settimana scorsa Chiara è partita per Madrid , poi sarebbe andata prima dalla famiglia in Italia e successivamente di nuovo ad Amsterdam, Londra, Dublino e forse Berlino, girando qua e là per il vecchio continente. Forza Chiara, continua così, spero che ci vedremo presto di nuovo nel vecchio o chissà, perché no, anche nel “tuo”nuovo continente!

 

 

 

La Nuova Zelanda e il cibo

Nuova Zelanda, il cibo che passione!!!

Quanto vivere all’estero possa influire sul nostro stato emozionale e’ ormai chiaro e indiscutibile. Quanto io ero psicologicamente pronta a questo cambiamento e’ appurato, ma nonostante tutto ancora oggi il mio corpo non si e’ ancora fisiologicamente abituato alle differenze. Il motivo per cui mi trovo a scrivere questo post e’ legata alla mia incapacità di adeguarmi al cibo che in Nuova Zelanda per qualche strana e misteriosa ragione sembra essere “ipercalorico”.

Premettendo che nella mia vita sono sempre stata mediamente normopeso, mai sportivamente motivata e fortunata quel tanto che basta per permettermi un alimentazione non proprio dietetica senza aumentare enormemente di peso, oggi mi trovo a dover mangiare come un uccellino, o meglio, questa e’ la mia percezione riguardo al problema.

tricoloreArrivo da una famiglia dove mia madre e’ cuoca, dove mio nonno era cuoco e dove per anni a Natale, a Pasqua e ad ogni festa comandata a casa mia c’era un pranzo o una cena di venti portate, compresi fritti, lasagna, arrosto e dolci vari.

Se chiudo gli occhi posso ancora mentalmente assaporare il ragù di mia nonna, la zuppa di pesce di mia madre e i fritti di mio nonno, nei miei ricordi affiorano quelle domeniche di festa quando mi svegliavo tra gli odori che arrivavano alle sette di mattina dalla cucina, quel tepore famigliare e quel rumore di pentole e chiacchiere che precedevano l’assalto alla tavola a mezzogiorno e mezza.

La mia mente ancora vaga in quei ricordi, che ormai fanno parte della storia, quegli attimi che non torneranno piu. La Nuova Zelanda non regala nessuna gioia culinaria, qui non c’e’ una cultura basata su minuziosi dosaggi e Agnello Nuova Zelandauna varietà di alimenti. Il piatto nazionale e’ la bistecca, o l’agnello o qualsiasi altra carne cotta alla griglia con verdure varie di contorno. Senza parlare dei dolci, principalmente composti da torte asciutte con sopra la crema al burro, che loro tra l’altro adorano. Per il resto l’alimentazione e’ basata su vari take away, cinese, indiano o il tailandese di turno, modificato secondo il gusto nazionale.

A casa si fa quel che si può, ci si ingegna con gli alimenti che si trovano sul mercato, si perde piano piano la voglia di determinate cose che si mangiavano abitualmente in Italia, si perde un po’ l’abilita’ di saper cucinare quei piatti che prima erano “cosi’ semplici” insomma si inizia un processo di adattamento volto alla sopravvivenza. Il corpo umano dicono si adatti e si plasmi rispetto all’ambiente che lo circonda, e Darwin ci ha chiarito dal canto suo questo concetto in un modo piuttosto esplicativo. Per quanto mi riguarda il mio corpo ha deciso di adattarsi prendendo kili in più come risposta a un cambio radicale di alimenti basilari.

Sono arrivata a pensare che qui in Nuova Zelanda qualunque alimento di mangi sia proporzionalmente piu’ calorico del corrispettivo italiano, qui ogni cosa contiene un enorme quantità di zucchero, farine e grassi aggiunti, a questo punto ipotizzo anche l’acqua dal rubinetto. Qui la gente e’ mediamente sovrappeso e come risposta aboliscono il burro e lo soCheeseburgersostituiscono con la margarina, evitano lo zucchero nel caffè ma poi mangiano ogni venerdì un cheesburger take away, soffrono di diabete ma non possono evitare la torta al cioccolato.

Il parametro di misura tra me e loro e’ ancora una volta diametralmente opposto. Io mi considero per la prima volta in vita mia leggermente sovrappeso ma per loro sono magra. Io corro ai ripari cercando soluzioni alternative e evitando pane e pasta, e loro non vedono la necessita’ di abolire il “venerdi dei dolci” a lavoro. Io mi trovo spesso a sognare con i miei amici connazionali la pizza con il prosciutto, la mortadella, il pesce e i crostacei e loro pensano che la mozzarella sia quel formaggio a coriandoli pieno di burro nella busta al supermercato. Insomma mentre io ancora mi domando come mai acquisto peso pur non mangiando più tutti quegli alimenti apparentemente grassi che mangiavo in Italia, loro vivono felici nell’inconsapevolezza dei loro errori alimentari. Insomma sono al bivio dove si necessita’ un cambiamento radicale di stile di vita, o una resa alla continua e inesorabile caduta nel baratro.

La percezione che si ha del proprio corpo e delle proprie abitudini alimentari arriva da lontano. Fa parte anche questo del bagaglio culturale, influisce sulle lenti attraverso cui vediamo il mondo, altera la visione di noi stessi e la percezione dell’altro. Per noi italiani il cibo e’ spesso un fattore fondamentale della socializzazione e del sentirsi bene, e’ uno dei capisaldi della vita, ma vivendo all’estero spesso si perde nei ricordi insieme alle mille altre cose davamo per scontate ma che non ci sono più.